L' intervista a Dino Motta

 Uno dei tre filoni della nostra ricerca si occupa del ruolo politico e culturale che il Comune di Modena ha rivestito nel periodo tra gli anni sessanta e il 1985.

Leggiamo l'intervista a Dino Motta ex Responsabile dell'Assessorato alla Cultura.

(Seminario/intervista a DINO MOTTA, 2 luglio 2007)

 

Andrea Borsari: La nostra ricerca si basa su tre filoni: uno di tipo storico-architettonico sui luoghi della cultura, un altro di tipo sociologico sui modelli di integrazione e di governo della cultura, un terzo, quello per cui siamo qui oggi, di ricerca storica incentrata sul ruolo del Comune nella politica culturale dagli anni sessanta al 1985. L’anno prossimo verrà forse affrontato il periodo che va dal 1985 al 2005. Di questa storia, la vicenda che riguarda il breve ma, secondo me, molto intenso periodo in cui tu hai assunto la responsabilità dell’Assessorato alla Cultura è una delle più rilevanti: se fosse una storia, saresti uno dei nostri eroi principali. C’è una convergenza di più fattori: il contesto nazionale (l’emergere delle politiche culturali nella seconda metà degli anni settanta come luogo decisivo per le amministrazioni locali, come ad esempio nel caso di Roma con Nicolini), una storia specifica modenese, il venire al pettine del nodo fondamentale del riordino degli Istituti Culturali. Durante la prima intervista di questa serie, Germano Bulgarelli ci disse che il suo più grande rammarico nell’andarsene da Sindaco fu quello di non essere riuscito a mettere mano agli Istituti, ai musei eccetera. Ci fu l’interessante vicenda (sia per i lati negativi che per quelli positivi) della Commissione Settis e soci, che per quel che ne so formulò una proposta che andò a infrangersi con resistenze locali e problemi vari, ma che comunque fecondò la vicenda successiva. Un altro aspetto secondo me molto rilevante è questo: culmina proprio in quegli anni il ruolo del Comune come attore in prima persona dell’attività culturale attraverso l’Assessorato, il Coordinamento Biblioteche e altri aspetti ancora. Ad esempio la volta scorsa vedevamo, parlando con la signora Ponzoni, la vicenda delle Cattedrali (che non era direttamente legata alle biblioteche), i grandi convegni, il rapporto con Einaudi, il convegno internazionale su Benjamin: eventi in cui l’Assessorato alla Cultura assume un ruolo di soggetto in prima persona dell’attività culturale, cosa che poi smette di fare nel decennio successivo. E poi, di lì a poco, c’è un’inversione di tendenza a partire dalle politiche degli investimenti, dei bilanci, dal privilegio accordato nel lungo decennio ’70 alla cultura in modo crescente anche a Modena per motivi endogeni ed esogeni. Nello stesso tempo si assiste anche al mutare del clima complessivo politico-culturale del paese. In quegli anni c’è il referendum sulla Scala mobile, c’è l’invasione delle televisioni commerciali, emerge il ruolo della cultura come spettacolo dal vivo: la situazione, insomma, cambia. 

Quei tre anni sono il momento culminante di un processo e uno dei momenti in cui qualcuno, trovandosi con quella specifica responsabilità politica, si è assunto il problema di che cosa fare delle politiche culturali. Non era stato così prima, con Assessori che erano molto più al traino delle giunte in cui erano i Sindaci a dare la strada, non è stato più così dopo se non per alcune eccezioni magari legate al fatto che l’Assessorato andava al politico del partito di minoranza all’interno della coalizione di governo e quindi doveva trovare i modi per distinguersi o per dare un segno proprio, come fu nel caso di Andrea De Pietri o com’è nel caso dell’attuale Assessore alla Cultura Lugli. 

C’è qualcosa che non ti torna di tutto questo?

Dino Motta: Quasi niente. Nel senso che la memoria è una cosa che aiuta a vedere le cose anche in modo diverso, però nella sostanza mi sembra che la valutazione sia pienamente centrata.

Secondo me ci sono aspetti importanti che legano il periodo che precede il mio mandato al periodo in cui ho svolto l’attività e in parte anche al successivo. Credo che non si possa negare che per una serie di aspetti, soprattutto a livello di sviluppo di un’attività e di un ruolo attivo dei Comuni sotto il profilo della politica culturale, il periodo precedente, quello dal 1975 al 1980, aveva già determinato delle basi estremamente positive soprattutto sul versante delle attività. In particolare mi riferisco alle biblioteche, al cinema (un ambito, questo, che non va sottovalutato perché credo sia stato uno degli aspetti di anticipazione di fenomeni che si sono poi sviluppati in altre realtà con rilevanza maggiore) e al teatro. Queste erano le tre componenti che caratterizzavano l’attività del Comune in quegli anni. 

Devo dire che ci siamo inseriti (parlo della prima giunta, quella del 1980) in un contesto a mio parere estremamente favorevole sia per lo sviluppo delle relazioni, dei rapporti, delle attività, sia dal punto di vista del profilo umano, nel senso che vi erano competenze e professionalità all’interno dei singoli settori a mio parere notevoli, magari anche mal collocate, secondo me frutto di un attivismo e di volontà più che di ruolo effettivo. Anche dal punto di vista dell’organico ricordo che, del resto, il riassetto del settore della Cultura lo affrontammo nel 1985-1986, non prima. Valenti era stato assunto come applicato: erano persone indubbiamente portatrici di competenze e professionalità, ma che non avevano un’identificazione in un assetto strutturato del Comune. Devo dire che quegli anni in qualche modo si sono inseriti in questo contesto.

Dal nostro punto di vista, posso dire che per quel che riguarda la prima giunta Del Monte, siamo nel 1980-1985, per quanto riguarda l’amministrazione e gli amministratori ci si è trovati, devo riconoscere, con una disponibilità sia da parte del Sindaco sia da parte degli altri amministratori a prendere atto e considerare il settore Cultura non in modo marginale, come purtroppo spesso succedeva, perché era uno dei soggetti più penalizzati. Allo stesso tempo, devo dire, io e le persone che lavoravano con me avevamo una grande autonomia.

Se vogliamo fare una fotografia di partenza, quindi, rimane questo dato: una realtà che aveva una serie di potenzialità intrinseche sviluppate in ragione di attività presenti. Vorrei ricordare che, prima di Roma, il teatro in piazza era patrimonio nostro. Certo, poi in quegli anni ha avuto un’omologazione diffusa a livello nazionale, ma mi pare che le sue radici siano qui, ed è merito degli amministratori che prima di me avevano portato avanti questo tipo di progetti. L’elemento più forte che emergeva in quel momento era il discorso relativo alle Istituzioni Culturali, ai luoghi dello sviluppo della cultura: si voleva dare a questo tipo di attività e di iniziative, che partivano da soggetti interni ed esterni all’amministrazione attraverso molteplici collaborazioni in campo culturale che io giudico di alto profilo, una traduzione più supportata da strutture funzionali, da assetti e competenze maggiormente qualificate, al fine di consolidare il loro sviluppo. 

Credo che questo tipo di percorso sia il segno prevalente di quegli anni: posso sbagliare, ma lo ricordo in modo significativo. In sostanza abbiamo usufruito di due situazioni molto favorevoli. Se analizziamo gli anni successivi ritengo che in questo senso ci sono stati maggiori condizionamenti. I due fattori importanti erano una disponibilità di investimento superiore rispetto a quella che poi negli anni novanta si è sempre più contenuta e ristretta, e l’utilizzo della Legge Fanfani, che ci ha permesso di acquisire due strutture fondamentali come il Palazzo Santa Margherita e il Teatro Storchi. Le sedi in cui prima degli anni ottanta si manifestava l’attività culturale erano il Teatro Comunale e la Galleria Civica nelle sue dimensioni ridotte. Questi sono stati due elementi importanti che hanno aiutato.

Se dovessimo pensare oggi alla città di Modena priva di due sedi così rilevanti per la sua vita culturale, capiamo la differenza: fu un investimento pensato e voluto per consentire quello che si è sviluppato negli anni successivi.

Nello stesso tempo insieme a questo dato si è incentrata parte importante del lavoro sulle istituzioni culturali e in particolare sui Musei. Se pensiamo al quinquennio precedente, 1975-1980, secondo me si è giustamente privilegiata l’attività rispetto alle istituzioni: non si è voluto, non si è potuto, forse non c’erano le condizioni per affrontare quel tema. Infatti anche dal punto di vista delle persone, delle risorse umane, quello era forse il versante più carente, frutto in parte di volontariato, di figure più o meno storiche: mi riferisco ai musei (ad esempio se pensiamo che il Museo Archeologico era affidato a una persona part-time, la parte medievale e moderna affidata a una professoressa in pensione). Tutte persone emerite, ma non erano questi i termini adeguati per la conduzione. In questo contesto si è sviluppato, in funzione di questa necessità, anche il discorso del riassetto dei Musei. Ma qui non si poteva partire in ambito locale. Credo che in questo senso fu fondamentale il ruolo dei collaboratori, da Iella Ponzoni agli altri, nel muoverci in una direzione di respiro nazionale, per lo meno nelle figure di riferimento: penso a Paolo Fossati, Piergiovanni Castagnoli e Salvatore Settis. Persone che in quel momento credo rappresentassero, nell’ambito del dibattito sulla concezione e il riordino, sul modo di vivere e rinnovare l’idea stessa delle istituzioni museali, presenze importanti. Ecco perché la Commissione e una serie di strumenti che ci hanno portato a pensare al riordino, e non solo a quello. Ci fu un momento in cui avremmo avuto anche la possibilità di affrontare un discorso organico riguardante la Biblioteca Estense e di tutta quella parte che sarebbe stata di grande rilevanza e poi per ragioni di differenze fra le istituzioni statali e comunali si è proceduto per passi diversi, ma l’idea fondamentale era quella di unificare. C’erano progetti che riguardavano sia l’organizzazione interna dei nostri istituti sia un progetto che riguardava il trasferimento della Biblioteca Estense nella vecchia cavalleria dell’Accademia. 

Questo è il segno di quel periodo, e poi c’è stato un effetto di trascinamento. Posso dire che anche se io non mi sono più occupato direttamente degli investimenti con una carica istituzionale, di fatto li ho seguiti indirettamente nell’assetto organico del personale. Si creò un assetto, e qui si tratta di un rapporto particolare che io ho avuto con Del Monte, per cui sostanzialmente insieme a Romagnoli, che allora era Assessore ai Lavori Pubblici, seguivo tutto quello che riguardava gli investimenti nel campo culturale. Senza nulla togliere a chi è venuto dopo di me, io mi sono sempre occupato degli investimenti legati al Palazzo Santa Margherita, al Teatro Storchi, anche se in giunta avevo altri incarichi. 

C’era un rapporto particolare: il Sindaco non solo condivideva, ma dava peso alle questioni relative alla Cultura. Magni, che mi aveva preceduto, mi diceva che quando in sede amministrativa si parlava di investimenti, costi, spese, la cultura era sempre oggetto di mortificazione, perché in ultima analisi prevaleva, ad esempio, il discorso relativo ai servizi sociali.

Questo, secondo me, è il punto importante. Oltre a ciò si portò avanti ciò che l’amministrazione precedente aveva sviluppato nell’ambito delle attività, ma con caratteristiche diverse: con un’idea meno “monocratica” della loro conduzione. Se pensiamo ad esempio al discorso cinema, noi nel 1980 ereditammo un conflitto fra attivismo del Comune e associazionismo culturale, che non so quanto fosse una polemica reale. Poi Morsiani rientrò nei “ranghi comunali”, ma in realtà c’era questa sorta di conflitto fra l’azione del sociale e le istituzioni che non la dovevano comprimere. In questo senso con il Circuito Cinema si cercò di consolidare il ruolo dell’associazionismo culturale. Alcune delle nostre iniziative ci permettevano di collegarci con realtà comunali diverse, in particolare Venezia, Roma. Rientravamo quindi in un circuito nazionale e internazionale, e ciò ci permise di svolgere un ruolo che era distinto rispetto all’ambito della divulgazione, anche se colta, dell’attività cinematografica. Lo stesso accadde nell’ambito del teatro: tenendo fermo il discorso del Teatro in Piazza e delle manifestazioni che caratterizzavano questo tipo di attività, si è proceduto su due direttrici a mio parere significative. Una era quella regionale dell’ATER che poi ha sviluppato un coordinamento per il balletto, la prosa, la lirica: il disegno era giusto, non perché c’era Magni che era il deus ex machina, ma perché ciò portava a coordinare l’attività degli Enti Locali in un organismo. Sempre in ambito teatrale, l’altro aspetto fu la nascita del San Geminiano con il teatro d’avanguardia e sperimentale. Era una cosa complicata da realizzare: in quegli anni c’erano figure importanti come Giancarlo Gatti e non era facile affermare una presenza consolidata di questo tipo di teatro. Nel tempo poi si è sviluppato con una sua continuità fino ad affermarsi pienamente. In questo senso la realtà politica e culturale non solo del Comune, ma anche esterna, ha favorito questo sviluppo. Ricordo che già alla fine degli anni settanta molte manifestazioni esterne coglievano questo tipo di realtà culturale sia a livello italiano che a livello europeo.

In questo quadro, il discorso del coinvolgimento della città con i Cortili e con le iniziative in Piazza Grande ha forse avuto in quegli anni lo sviluppo più grande, sia per un trend nazionale che portava in quella direzione, sia perché qui c’era un retroterra politico-istituzionale che riconosceva a questi aspetti un ruolo importante.

I soggetti che facevano cultura a Modena erano diversi: le manifestazioni culturali dell’allora PCI nelle feste dell’Unità non erano solo eventi di propaganda, ma erano fattori che portavano la cultura della città di Modena a contatto con molti temi. Ricordo che negli anni dell’università sono cresciuto al cinema e all’ARCI: c’erano presenze, soggetti associativi o politici che stimolavano da questo punto di vista. Ricordo fatti che credo accadessero a Modena e in poche altre città. Anche la cultura del cinema non è nata per caso. Ci sono singole persone che hanno avuto un ruolo importante, come Minniti. La realtà culturale di Modena esprimeva insomma livelli molto alti. La città non era metropolitana, ma aveva l’opportunità di incontrare registi, attori. Allo stesso tempo c’era il fenomeno delle biblioteche con le attività nel campo della letteratura, della filosofia.

Il nostro periodo ha, cioè, ereditato una storia positiva e l’ha consolidata in termini di strutture istituzionali e di assetto della struttura comunale. Successivamente sono intervenuti dei fattori diversi: per molte ragioni c’è stata una sorta di caduta di attenzione. Ci fu un momento oltre il quale non c’è stata coerenza. Non che si dovesse sempre andare allo stesso livello, perché le condizioni finanziarie erano cambiate, ma mi riferisco al tipo di approccio culturale. C’è stato un fenomeno, che io giudico ancora oggi negativamente: la riduzione, soprattutto nel Centro Storico, dell’attività intesa come presenza della cultura e delle manifestazioni culturali della città. Si è cioè man mano “portato fuori” sull’onda di un’idea, di un concetto. Ricordo il confronto con Italia Nostra: ci fu di fatto un impoverimento della città. Le manifestazioni come quelle dell’Antiquariato, che pure erano corollario di un vivere la città e l’ambiente, furono portate in un altro contesto, all’Ex-Ippodromo, il Teatro in Piazza cadde... Ci sono anche delle ragioni importanti, che sono quelle che non consentivano la disponibilità. Su questo ho però qualche dubbio: lo considero, cioè, un dare priorità, legittima, ad altre cose. Io ho un rammarico: c’era un progetto che nasceva insieme alle istituzioni culturali, che fu oggetto di studio da parte della mia giunta quando io non ero più Assessore alla Cultura, un’idea in parte nata da Del Monte ma suggerita anche da un insieme di amici (nel senso di persone con interesse verso l’amministrazione), che era relativa al Parco dell’Autodromo. La discussione coinvolse esponenti della cultura architettonica italiana come Benevolo, Gregotti. A Modena circolavano persone non trascurabili, e questo aspetto secondo me non è secondario. Nacque un progetto che riguardava l’industria automobilistica a Modena. Parlai tre-quattro volte con Enzo Ferrari. L’obiettivo era trasformare il parco dell’Autodromo considerando Modena e le sue zone limitrofe come il centro dell’industria automobilistica mondiale, perché le quattro aziende automobilistiche più importanti del mondo, Maserati, Ferrari, De Tomaso, Lamborghini, avevano sede a Modena.  Attraverso i collaboratori di Gregotti c’era interesse non solo a creare un museo, ma anche a presentare la cultura della produzione, il design. Devo dire che nel 1985 con Del Monte andammo a sottoscrivere una sorta di lettera di intenti che metteva insieme De Tomaso e Ferrari, cosa quasi impossibile conoscendo i personaggi. C’era una sorta di parere favorevole del Ministero dell’Industria a sostenere questo progetto. Eravamo fra il 1985 e il 1986. Poi la cosa scemò del tutto e devo dire sono rimasto perplesso quando ho visto gli ultimi progetti di acquaparco in quella zona. 

Questo fatto fu legato in parte al cambio dell’Amministrazione nel 1986 e poi, successivamente, al fatto che obiettivamente non si coglieva più un interesse significativo su queste cose. Tanto più che, e ora parlo da cittadino, in tutti questi anni è rimasta una situazione indefinita fino a pochi mesi fa. Mi interessa sottolineare questo aspetto perché secondo me il progetto rappresentava un’occasione per la città, che poteva divenire sede mondiale di un evento di questa natura con basi storiche e culturali importanti. L’idea non era solo quella di un progetto museale, ma prevedeva di legare la città a raduni, manifestazioni, alle istituzioni culturali legate al Politecnico di Milano, perché la sede avrebbe raccolto un archivio di progetti di design automobilistico e ciò costituiva un elemento di grandissimo interesse non solo italiano, ma anche internazionale.

Parlando con Ferrari, eravamo nel 1984-1985, emergeva che nell’arco di un anno la sua azienda riceveva circa 3000 richieste di visite da parte di studiosi, tecnici di tutto il mondo, che desideravano accedere anche ai documenti storici, ai progetti.

Mi dispiace non aver potuto dare fine a un progetto che è rimasto allo studio dell’Assessorato, ma che avrebbe rappresentato un’occasione molto importante. Negli anni successivi, poi, non c’è stata l’occasione per riconsiderarlo.

La stessa vicenda di Gehry testimonia come ci fosse distanza di fronte ai fatti di attrazione, alle occasioni di trasformare delle opportunità in fatti che potessero rendere la città un riferimento a livello nazionale e internazionale.

 

Daniela Betti: Il quadro che lei ha fornito, sottolineando maggiormente nei confronti del passato le eredità e nei confronti di quello che è venuto dopo le rotture, disegna un sistema culturale locale  in grande movimento. Cambiano le relazioni fra gli attori protagonisti, con un alto livello di autonomia e un forte sostegno all’interno della giunta. Grazie a risorse che vengono reperite, il patrimonio viene arricchito e mi pare che, al di là del rimpianto, ci fosse anche il progetto di arricchirlo dal punto di vista dell’identità culturale della città allargando ad ambiti prima poco frequentati. Poi un aspetto da sottolineare è il ruolo di uno degli attori principali che fino a quel momento si era distinto per atteggiamenti forse monopolizzanti, che è il Comune, con un atteggiamento che sottolinea più il coordinamento e la valorizzazione di nuovi soggetti che vengono avanti. Di solito quando un sistema di questo tipo conosce dei cambiamenti in queste variabili fondamentali, il cambiamento che produce è radicale, nel senso che cambia l’obiettivo di fondo. La domanda che le faccio è questa: la consapevolezza in quegli anni (e la valutazione in prospettiva di adesso) è che stava cambiando un obiettivo di fondo della politica culturale tout court, del sistema culturale modenese, con consapevolezze forti sue e dei decisori importanti? Ve lo siete detto che stava cambiando molto? Vorrei soprattutto un approfondimento sulle ragioni di questo declino, perché se un cambiamento si produce negli obiettivi, è seguito da una stabilizzazione. Invece questi risultati sono stati non voluti, non previsti?

Inoltre il ritirarsi un po’ dalla scena da parte del Comune viene spiegato giustamente anche con il fatto che i soggetti che avanzano sono interlocutori competenti. Come se prima le ragioni per le quali il Comune si fosse trovato a essere protagonista quasi assoluto fossero perché la scena era povera dal punto di vista culturale. Non mi risulta però questo negli anni sessanta. Anzi: c’era un grande fermento culturale all’inizio degli anni sessanta a Modena, non solo nei ricordi di chi fino ad ora ci ha fornito testimonianze, ma proprio oggettivamente. Quindi possiamo  dire che c’è stato un cambiamento di linea politica, di paradigma sul proprio ruolo?

Dino Motta: Innanzi tutto vorrei dire che Gavioli è stato un protagonista a latere in quegli anni, perché svolgeva un ruolo all’interno del partito. La prima considerazione che lei fa è correttissima. C’è una realtà sociale dalla fine degli anni sessanta fino alla fine degli anni settanta ricchissima, anzi direi che i soggetti più attivi erano all’esterno del Comune e non all’interno. Fino a metà degli anni settanta il sociale ha trainato le istituzioni. Poi il Comune ha recepito – questo è frutto della politica culturale – le valenze, le intuizioni, la direttrice di uno sviluppo culturale diffuso che è il concetto che negli anni settanta portano nel paese la contestazione, il discorso sull’università. Tutto questo ovviamente porta a una trasformazione delle istituzioni. Il Comune ha colto queste istanze sociali che in tutti gli anni settanta provenivano dalla società civile, dall’associazionismo ai partiti. Negli anni novanta c’è stato un cambiamento radicale sia nell’associazionismo che nei partiti. 

Quanto agli elementi di rottura: io ho avuto la fortuna di vivere in una realtà politica e sociale in ambito culturale tra le più fervide, una realtà che ha veramente portato a conflitti con la staticità delle istituzioni, e successivamente a momenti di ripensamento e riconsiderazione. Porto un esempio significativo: in qualche modo il conflitto che si era determinato nel denunciare l’egemonia del Comune negli anni ottanta in tutta una serie di campi era uno dei punti di discussione relativi al ruolo delle associazioni diverse dalle istituzioni. Se si cresce nella consapevolezza di questo dibattito, una volta che si occupa un ruolo decisionale si va ad affrontarlo.

Le persone nel bene e nel male contano molto: non mi ritengo una persona illuminata, ma forse proprio perché ho vissuto tutta una serie di momenti della vita culturale locale ritengo di aver colto il senso della politica culturale. Abbiamo avuto anche conflitti interni: con Pignatti dell’Ufficio Cinema andai a discutere per togliergli un po’ del suo potere, che era quasi papale, e andare a parlare con Giancarlo Gatti in merito al teatro d’avanguardia diventava un po’ complesso. Perché ognuno è frutto di un tempo. 

Il Teatro in Piazza, che era la versione estiva del Teatro Comunale e prevedeva di inserire oltre al balletto anche altri generi, non era altro che la trasposizione di un fermento, di una filosofia. 

Negli anni settanta la società civile è stata trainante da tutti i punti di vista sia politici sia a livello culturale. Negli anni ottanta c’è stato un travaso fra le due parti e un aggiornamento delle istituzioni culturali. Successivamente c’è, secondo me, una caduta generale e anche la scelta del personale politico avviene con criteri diversi. Senza voler nulla togliere a nessuno, anche la stessa cultura dei partiti da un lato nel formare e dall’altro nello scegliere le personalità a cui affidare delle responsabilità si è profondamente modificata. Ne consegue un aspetto generale, che ritroviamo anche in questo periodo in termini molto chiari. C’è un problema evidente di caduta, di distanza, di identità. C’è una confusione che non può produrre degli indirizzi: gli indirizzi si producono solo nella chiarezza dei presupposti. 

La politica degli anni sessanta e settanta era questo: assumere il fermento culturale prodotto nella società come occasione di innovazione delle istituzioni e credo che in qualche modo si sia cercato di portarlo avanti.

Negli anni novanta c’è secondo me una caduta che, oltre ai dati nazionali (ICI, spese, finanze…), ha delle sue ragioni di natura locale.

Cesare Malagoli: Io sono interessato alla continuità Corassori-Triva-Bulgarelli. Sei d’accordo o il vostro passaggio ha determinato una rottura forte nei confronti di questa continuità? 

Dino Motta: Conosco indirettamente la storia di Triva, mentre quella di Bulgarelli un po’ di più, perché anche se non avevo un ruolo nell’amministrazione avevo comunque la possibilità di un confronto abbastanza da vicino. Credo che parlare di Corassori e Triva significhi dare riconoscimento a un ruolo del Comune in ambito sociale più che culturale perché, a mio parere, la trasformazione della società era impellente, poneva questioni urgenti, prioritarie. Con Bulgarelli, devo dire, c’è stato un momento importante di prosecuzione. Credo che nella prima giunta Del Monte ci sia stata continuità rispetto agli indirizzi e al lavoro della precedente giunta Bulgarelli. Dopo no. Parlando da cittadino modenese ricordo che da ragazzo sentivo parlare di Triva e di Corassori, poi di Bulgarelli. C’era, cioè, una forte personalità dei Sindaci, che con i loro pregi e difetti hanno caratterizzato gli indirizzi di quell’amministrazione. Secondo me con Del Monte si è passati a una fase diversa, perché c’era scetticismo sulla capacità della persona di poter avere spessore, e invece devo dire che in questo senso lui ha privilegiato la collegialità e ha dato un’idea positiva, forse anche per lui necessaria, e importante dell’amministrazione: quella di un Sindaco che era meno “persona” e più “collegio”. Credo che dopo Del Monte personalità di sindaci in questo senso non ne abbiamo più avute: forse Beccaria era l’unico che aveva le caratteristiche per riprendere quel tipo di discorso, poi purtroppo è andata come è andata. 

Cesare Malagoli: Però il rinnovamento all’interno della classe dirigente del Comune segue un filo rosso fino a Del Monte. Lei come definirebbe dal punto di vista culturale questo filo rosso? Cos’è che unisce Del Monte al 1946?

Dino Motta: Se parliamo della figura di Del Monte è una cosa; se parliamo della sua amministrazione è un’altra. Secondo me Del Monte era molto più vicino a Corassori e Triva di quanto non lo fosse Bulgarelli per una serie di ragioni anche solo legate alla sua provenienza. Allo stesso tempo c’era un forte disinteresse, nel senso che per Del Monte così come per Corassori e per Triva era una missione: non era una carriera, per capirci bene. Credo che anche dal punto di vista della struttura dirigenziale del Comune ci sia stato un rinnovamento in quegli anni: sono entrati nuovi dirigenti, persone che hanno ritrovato una loro collocazione e via dicendo, che poi sono rimasti gli stessi che sono adesso. Lasciamo stare il fatto che la macchina pubblica è quella che è, ma se guardiamo la struttura comunale nel 1980 e poi nel 1986, che è il periodo di ristrutturazione dell’organico del Comune, abbiamo un riempimento nel senso vero: persone che entrano, che hanno un ruolo definito. C’è una qualificazione anche sotto il profilo della dirigenza, che è rimasto quello attuale. 

Cesare Malagoli: Ma questa dirigenza molte volte ha radici profonde nel passato…

Dino Motta: Diciamo che nel 1980 ho trovato all’interno del Comune tutte le risorse, che andavano solo valorizzate. Credo che quello che si è fatto fosse una ricollocazione adeguata delle risorse, che erano comunque esistenti, sia in forma precaria sia in forma di ruoli. Ricordo molto bene persone assunte come applicati anche se erano laureate. Erano persone a cui piaceva il lavoro (questo era un pregio di quelle amministrazioni), avevano grandi motivazioni sociali, politiche e culturali, che in quegli anni hanno trovato una formalizzazione nell’assetto del Comune e oggi sono molto cadute. Ricordo riunioni fatte alle otto, alle nove di sera, il sabato: sembra una cosa banale, ma riflette un clima. 

Cesare Malagoli: Un clima che è durato fino a Del Monte…

Dino Motta: Secondo me è durato fino al 1985/86. C’è un mutamento significativo, perché se guardate il periodo che va dal 1986 al 1990, a parte la vicenda di Beccaria, abbiamo una frammentazione del ruolo dei Sindaci, che arrivano, aspettano le politiche e se ne vanno. Poi c’è la parentesi di Barbolini, che torna a essere un Sindaco che fa le due legislature, e questo è significativo, perché un Sindaco che ha un mandato con un periodo davanti a sé, un orizzonte, un’idea del proprio ruolo con certe caratteristiche, si muove diversamente da uno che è lì per arrivare ad altre destinazioni. La Bastico rimane poco più di un anno per sostituire Beccaria e questo riflette un limite anche politico. La Rinaldi entra nel novembre 1986 dopo Del Monte.

Andrea Borsari: Hai nominato Beccaria. Se ricordo bene all’inizio degli anni ottanta, quando tu eri Assessore alla Cultura, Beccaria era responsabile culturale del PCI. Che rapporto c’era? Oltre alla condivisione e al confronto ci sono stati anche collaborazione, incentivo reciproco, circolazione di idee?

Dino Motta: Fino ai primi anni ottanta c’era un confronto fra il partito e gli amministratori, o comunque chi aveva delle cariche pubbliche. C’era secondo me anche una frequentazione, una buona abitudine di confrontarsi con chi era dentro le associazioni e le istituzioni in determinate occasioni senza avere, per capirci, finalizzazioni specifiche. Questo portava a un rapporto di confronto mai inteso come interferenza da una delle due parti. C’era condivisione all’interno delle Commissioni o delle attività in cui eri coinvolto come figura che svolgeva anche una funzione di carattere pubblico. Non è un caso che quando Beccaria è entrato in giunta, 1982-1983, quando cioè ci fu la crisi con i socialisti, si sia immediatamente inserito anche se faceva all’Assessore all’Urbanistica, perchè a livello di giunta c’era l’abitudine a pensare come “insieme”, non c’era mai la tendenza alla “sovra-considerazione” di un singolo. Il confronto a livello di partito c’era sia perché eravamo insieme in tante cose sia perché c’era un’attività forte che poi nel tempo si è persa assolutamente. Si è sempre più ridotta l’attività politica - in senso partitico - nel dibattito culturale.

Pierpaolo Ascari: Il parallelo che lei fa fra il progetto sull’industria automobilistica a Modena e la porta di Gehry mi sembra ingeneroso…

Dino Motta: Sì, certo. Mi riferivo all’attenzione a fatti che trascendono la dimensione locale o nazionale: ripeto, io ho avuto la fortuna di essere dentro a un’amministrazione in cui parlavo con i migliori progettisti europei e quando si discuteva di urbanistica o di altre cose, si discuteva di cultura. Se guardiamo nel merito nel progetto, sì, è ingeneroso. Ma io poi non ho mai più visto a Modena circolazione di personalità di questo livello. 

Pierpaolo Ascari: Può darci una valutazione del progetto relativo alla Motorvalley?

Dino Motta: Stiamo parlando del 1984-86. Nel 1984 viene presentato il progetto relativo al Parco Ferrari e successivamente si lavora su questo. Era un’occasione, che fu a mio parere persa.

Pierpaolo Ascari: Un’occasione che secondo lei viene rianimata dal progetto attuale, o snaturata?

Dino Motta: Non conosco a fondo il progetto, quindi non posso esprimermi. Mi sembra diverso.

Pierpaolo Ascari: Molto sommariamente le chiedo, rispetto a quello che diceva sulla scelta del personale politico, una nota autobiografica di come lei era stato selezionato nell’ambito dell’amministrazione.

Dino Motta: Nella vita ci vuole anche fortuna, nel senso che bisogna avere determinate situazioni. Io ho avuto una formazione politica all’interno del PCI in cui ho avuto diversi ruoli: prima nella Sezione Universitaria, che mi portò al Consiglio di Amministrazione all’università con le prime elezioni, poi nella Commissione Cultura del PCI, successivamente nella Commissione Scuola. Data la mia formazione (ho studiato giurisprudenza) mi occupavo dell’Associazione dei Comuni come consulente per bilanci ecc. Il fatto che fui indicato si deve forse al ruolo che ricoprivo all’interno del partito, ma fondamentalmente anche alle mie competenze amministrative. Ricordo che nel periodo di Mario in materia di bilanci e giuridica c’erano competenze. Venivano premiati i percorsi formativi e le competenze delle persone, se pensiamo ad esempio a Beccaria. Mariangela Bastico e Sandra Forghieri, poi, venivano dal mondo della scuola. Del Monte fu il primo sindaco ex segretario del PCI. Ci fu un dibattito a riguardo, poi la cosa divenne la prassi. Fino al 1980 ci sono due percorsi paralleli (istituzionale e di partito), mentre dal 1980 le cose cambiano. Ciò vale anche a livello regionale. Ricordo di un dibattito all’interno del PCI nel corso del quale emersero perplessità sulla candidatura di Del Monte perché non gli veniva riconosciuta una “provenienza” di competenze: questo fu un periodo spartiacque. Del Monte ebbe a mio parere la grande capacità di far emergere, e quindi di rispettare e valorizzare, le competenze di chi gli stava intorno. Questo fu un grande spartiacque del criterio di nomina politica. La tendenza era anche regionale. C’erano personalità che venivano dalla società e venivano incaricate di ricoprire ruoli amministrativi.

Giuseppe Gavioli: Il percorso di Del Monte segna proprio la convivenza di due storie: una che finisce e una che inizia in maniera radicalmente diversa, pur succedendo la Rinaldi a Del Monte da segretaria di partito. Ma ormai era un’altra cosa. Il partito era cambiato. La cultura, la mentalità, la selezione erano cambiate. Del Monte fu secondo me l’ultimo sindaco di grande popolarità a Modena.

Cesare Malagoli: A parte Beccaria…

Giuseppe Gavioli: Ma Beccaria non puoi misurarlo. Era il ritorno della figura dell’intellettuale, come Bulgarelli. L’interazione fra la guida delle istituzioni, la società, il partito e le idee era, in sostanza, l’ultima proiezione del PCI nelle istituzioni con la ricchezza e i limiti che ciò aveva. Non a caso ci fu perplessità quando Del Monte andò in Comune, ma finì prima rispetto alla logica tradizionale. Io lavoravo con Del Monte in Regione: quella non la sentì come una promozione, tant’è che non vi volle tornare nel 1990.

Dino Motta: Con il cambio ci fu anche un momento che ha segnato una distinzione all’interno della giunta. Per dare il senso di come eravamo abituati, che non era molto ortodosso: ci fu una sorta di pronunciamento sulla candidatura della Rinaldi: eravamo tredici in giunta e in alternativa c’era già allora Beccaria. Ci furono quattro voti a favore di Beccaria: furono i quattro assessori che partirono subito dopo. 

Giuseppe Gavioli: Non che Del Monte fosse liberale, ma c’era un cambiamento.

Dino Motta: Chi è venuto dopo ha avuto condizioni diverse per esprimersi.

Giuseppe Gavioli: Quello che emerge da questi incontri è una parzialità deliberata, che magari solleciterebbe poi sviluppi integrativi non solo nel rapporto fra partito e istituzione, ma anche in quello fra la società civile e la sua vivacità, le sue ideologie. Con la sua sensibilità Del Monte era prensile da questo punto di vista. L’unica novità prima di Del Monte, per storia personale, è stata quella di Bulgarelli, che non aveva una storia di partito, ma è cresciuto in realtà amministrative o para-amministrative in stretto collegamento con il partito, perché in quegli anni era così. Bisogna vedere chi esercitava maggiormente le egemonie, ma questo è normale, fisiologico.

Daniela Betti: Al di là dell’intenzionalità e quindi del potere dei decisori di imprimere collegialmente o individualmente una direzione alla politica culturale, credo che quando si strutturano in modo così complesso la macchina amministrativa e le competenze (via via sono entrate persone giovani che nel loro fare operativo si sono formate un’idea di politica culturale) non bisogna mai sottovalutare la forza d’inerzia della macchina amministrativa, che è una forza con velocità diverse. In alcuni casi può essere una risorsa, in altri un peso. Lei giustamente citava la necessità di rinnovare gli Istituti Culturali. La frammentazione della guida amministrativa negli anni successivi non ha impedito alla città di farsi erogatrice di servizi di buona qualità. Ma perché, tuttavia, si sente lo stesso che quel momento (giunta Del Monte) è un momento dopo il quale qualcosa cambia? Io credo che al di là delle intenzioni ci siano dei non detti, ci sia un cambiamento nell’idea di cos’è la politica culturale, perché successivamente si è agito come se si rispondesse a un obiettivo diverso. 

Dino Motta: Ci sono stati due tipi di resistenze. I cambiamenti introdotti portarono da un lato a una riconsiderazione dei ruoli e a una messa in discussione delle realtà precedenti. Posso dire che uno degli avversari più significativi del nostro periodo è stata Italia Nostra, che aveva dei ruoli istituzionali, e c’era un confronto fra le nuove competenze e la tradizione. Dall’altro lato mi riferisco a quelle personalità che si erano formate all’interno dell’amministrazione e che avevano sviluppato attivismo e competenze, come ad esempio Gatti e Pignatti, che non erano persone abituate ad ascoltare. Quando tendi a rivedere un assetto ti scontri con interessi individuali o collettivi. Questo per rispondere alla tua prima domanda. Ci furono molti conflitti, discussioni, interrogazioni, contestazioni, articoli sulla stampa. La nostra fortuna era quella di appartenere a un gruppo omogeneo e credibile nei rapporti con l’elettorato e di appartenenza al partito. Ricordo la Galleria Civica con Teodoro: c’era una sorta di familiarità con queste situazioni. C’era un conservatorismo locale forte che si rifletteva nelle modalità attraverso cui si facevano le nomine. Quanto al fatto di istituire commissioni di natura esterna, in realtà non si voleva la persona che veniva da Bologna a indirizzare la Galleria Civica di Modena (Fossati o Settis o chi per loro), ma si volevano persone che esprimessero la nostra realtà. Quindi sì, c’è stato un cambiamento radicale, nel senso che non ci si preoccupava più di confrontarsi sul piano politico-culturale: ci si è adeguati.

Cesare Malagoli: Si andava direttamente in via istituzionale o amministrativa.

Dino Motta: No. Successivamente in un certo senso hanno ripreso corpo una serie di forze locali intese come – con tutto il rispetto – espressione di un corporativismo culturale locale che prese il sopravvento a fronte di una conduzione dell’amministrazione che non aveva alcun indirizzo preciso. Estremizzo il concetto per capirci: se ci si trova a svolgere un ruolo e non lo si fa con una finalità motivata, si accetta di accogliere anche l’istanza più modesta purchè ciò non crei problemi. Quindi alla fine non è qualcuno che indirizza un’amministrazione. In quegli anni, subito dopo, c’è un riprendersi, per fortuna, di quelle figure che avevano tenuto da parte queste istanze corporative. Non a caso Italia Nostra fa la battaglia per il centro storico e viene trasferito il mercato. Sulle nomine istituzionali non si potè più tornare indietro una volta dato un assetto organico. Quel momento fu importante in quegli anni per mettere punti fermi. Lo dico con molta onestà: la prima volta che abbiamo avuto un direttore del Museo Archeologico come si deve fu con Cardarelli. Si trattava di figure con un ruolo oggettivamente credibile sulla base di competenze e non di appartenenza. Ce lo siamo detti? Sì che ce lo siamo detti. 

Daniela Betti: Per puntualizzare ancora di più: lo slogan utilizzato alla fine degli anni ottanta dal punto di vista della gestione politica amministrativa “Gestire di meno e governare di più” è stato in realtà per lei “Gestire di meno e governare di meno”? Perché alla fine, insieme al fatto che si sono accolte istanze, la capacità di indirizzo poteva essere esercitata…

Dino Motta: …indipendentemente dal fatto che si svolgesse direttamente o meno l’attività.

Daniela Betti: In realtà dietro a questa parola d’ordine, che sembra che nel campo della cultura abbia anticipato altri settori, c’è stato un abbandono della capacità di indirizzo, non semplicemente di gestione perché il Comune monopolizzava chissà che cosa.

Dino Motta: Noi abbiamo sempre avuto l’egemonia.

Daniela Betti: Sì, ma dopo?

Dino Motta: Si è dovuta mascherare.

Cinzia Pollicelli: Si è dovuta o voluta?
Dino Motta: “Voluta” direi che è un’affermazione molto forte. Si è di fatto dovuta mascherare. “Volere” presuppone che si abbia comunque un interesse.

Cesare Malagoli: Se qualcuno se ne va, rimangono gli altri.

Dino Motta: Non ne faccio una questione personale, perché ricordo molto bene le persone eccetera. Però posso dire molto francamente che c’era una stima fra le persone fino al 1986 che poi non è più esistita. Sono rimasto fino al 1989: in dieci anni di amministrazione non ho mai avuto nessuno che mi dicesse quel che dovevo fare. Nessuno, né il partito né nessun altro, si è mai avvicinato a me per chiedermi per quella persona o per l’altra. Anche nel periodo della Rinaldi, anche se era già un periodo diverso, con un contrasto evidente. Io fui uno dei quattro che votò Beccaria. Andai dalla Rinaldi e le dissi “Visto che lei deve fare la sua giunta, io vado via” e lei mi disse “No, no, visto che lei si sta occupando di personale, di organizzazione, rimanga lì e porti a termine il periodo dell’organizzazione”, ma non c’era rapporto: io facevo il mio mestiere e lei faceva il suo. La discussione politica non c’era più nella giunta. Io appartenevo a un’area di amministratori che poi se sono andati. Ma questo non era frutto di confronto politico. Il confronto politico dopo non c’è più stato. Io ho vissuto la vicenda del cinema ebraico. Lasciamo stare lo specifico della contestazione che c’era in quegli anni: se non c’era un legame anche personale, nel senso di “stima” oltre che di “appartenenza”, chiunque poteva cadere, posso dirvelo tranquillamente. In contrasto c’era una giunta di coalizione rispetto a una giunta monocolore. Nel passaggio successivo ci avranno messo due minuti a togliere chi dovevano togliere, senza preoccuparsi.

Cesare Malagoli: Allora il nocciolo sta fra la fine degli anni settanta e la metà degli anni ottanta.

Dino Motta: Vedo un percorso – se parliamo sotto il profilo istituzionale – con coerenza e continuità dagli anni settanta agli anni ottanta. Gli anni 1980-1985 sono una fase di continuità con il passato, ma anche di transizione, di cambiamento. Poi, secondo me, abbiamo avuto la fortuna di avere – lo dico sinceramente – una persona come Del Monte che aveva caratteristiche diverse da Luciano Guerzoni e Alfonsina Rinaldi. Allora la nomina del Sindaco veniva decisa all’interno degli organi dirigenti del Partito Comunista. La nomina di Del Monte è unanime e secondo me è già il frutto di una fase di trasformazione. Non si cerca, prima, la società civile, ma si dice “Questa è la figura”. Io dico che siamo stati fortunati, punto e basta. Successivamente questa situazione è stata di rottura rispetto al passato, ed è stata oggetto di discussione dall’interno. Le perplessità presenti in tutta un’area sulla nomina del sindaco c’erano, poi è diventata una prassi. La Rinaldi riceve l’investitura del partito e poi, quando va nell’ambito dell’espressione della società comprese le istituzioni, trova qualche difficoltà. Questa è la situazione. Successivamente si va in quella direzione e basta. Successivamente c’è un cambiamento con Barbolini, che viene di nuovo dalle istituzioni. Significativo, secondo me, è ciò che accadde dopo: c’è stato un segretario di partito, Massimo Mezzetti, che aveva molto interesse a fare il Sindaco, che poi è andato in Regione, perché in qualche modo in quel momento abbiamo assistito all’impresentabilità del candidato segretario in seguito all’esperienza della Rinaldi. Ricordo che ci fu una grande polemica. In pratica: per la prima volta dopo quarant’anni nominano Del Monte. Può succedere, ci sta. Il dibattito nasceva dalla questione “Non si riconosce dignità al candidato del partito”. Del Monte sconfigge le diffidenze, ma fino a un certo punto, perchè viene utilizzata la sua “debolezza” per buttarlo giù nel 1986. Non in virtù di una logica diversa, ma peggiore. Poi però dopo è necessario fare un passo indietro: non si può più presentare un candidato di partito, perché errare va bene, ma perseverare è diabolico. E a quel punto tornano le cariche istituzionali, infatti c’è il confronto Bastico-Barbolini. Successivamente, con Pighi, la questione è diversa.

Cesare Malagoli: Anche sulla seconda giunta Barbolini c’è stato da dire.

Dino Motta: Sì, lì era Mezzetti che ha cercato di inserirsi, ma non è andata bene, perché divenne una lotta personale: le difficoltà di Barbolini non venivano considerate come punto di partenza per migliorare l’amministrazione, ma venivano utilizzate contro di lui. 

Cesare Malagoli: Lui poi con il suo modo se le tirava un po’ addosso.

Dino Motta: Sì, Giuliano ha questo carattere. Lo conosco da tanto. Io ho notato una serie di differenze fra le persone che furono in giunta con me. Rimasi fino al 1989. Diciamo che non c’è più un criterio. Cioè, il criterio è: “Va bene lei perché è amico della signora”.

Daniela Betti: Questo è l’oggi?

Dino Motta: Il problema è che la crisi della rappresentatività, del legame con la società civile, dei partiti, butta in picchiata.

Daniela Betti: La crisi dei partiti di massa, secondo me, fa da sfondo alla crisi della possibilità di azione di una politica culturale. Diciamo che prima dei partiti di massa c’era la casta degli aristocratici colti e illuminati, che comunque qualcosa anche nella nostra città hanno fatto. Finita la fase dei partiti di massa ci sono nuove logiche. Nel campo culturale la competenza si è sempre riconosciuta come una parte importante di chi poi agisce. La politica era più capacità di relazione, di ascolto. Oggi se non sono più i partiti di massa che garantiscono la capacità di trovare le persone giuste, chi lo fa?

Dino Motta: Le lobby.

Daniela Betti: Da qualche parte si selezioneranno delle competenze buone che non sono solo rivolte alla cultura come bene individuale, ma come bene sociale. 

Dino Motta: Per quanto male si possa fare, esiste sempre comunque una base di livello, che è espressione della società civile ed esprime delle qualità, un humus. Io dico che lo spartiacque è nei criteri e nel rapporto precedente. Il nuovo non ha criteri: ha sostanzialmente espressioni di interesse (lobby o chiamale come vuoi) che fondamentalmente non nascono né dalla società civile né da altri criteri. Fondamentalmente c’è una forte personalizzazione. Mi permetto di dire che non conosco molta gente che attualmente ha cariche nell’amministrazione a livello locale, però ogni tanto qualche confronto con amici che sono ancora all’interno della politica attiva esiste, e le nomine spettano ai vari partiti: ognuno ha la sua “targa” di appartenenza a un partito. Io ho smesso di lavorare per il partito e sono andato a lavorare per un’azienda. Mi telefonò Del Monte e mi chiese se ero disponibile a riprendere. Ciò fu frutto di una valutazione: lavoravo per l’Associazione dei Comuni, Romagnoli veniva dalla Regione, alle Finanze c’era Rescigno: ciò faceva parte della consapevolezza di Del Monte di circondarsi di determinate persone anche a partire dalle sue debolezze. Oggi non c’è criterio.

Cesare Malagoli: I criteri sono di diversa natura.

Dino Motta: No, secondo me oggi non ci sono proprio, i criteri. Secondo me “criterio” significa rispetto di parametri di natura oggettiva. Nel momento in cui passiamo a parametri puramente soggettivi, di criterio non parliamo: parliamo di soggettività. Ci sono casi nazionali che davvero secondo me sono cose simpaticissime: persone che tornano e ritornano, così... E poi la qualità della politica va su altre cose. Noi ne abbiamo avuto un riflesso locale: dopo è diventato un “mestiere” di carriera. A me invece interessa la finalità di arrivare al mio mestiere. Di quello che sono gli interessi che portano allo scontro non mi interesso. Non ci penso neanche. Oggi noto una mancanza di un supporto per buttare fuori un’idea, un progetto che sia qualcosa di più che gestire il quotidiano. Sono rimasto allucinato quando ho visto il discorso delle Fonderie: noi non ci saremmo mai sognati di agire così. Secondo me questo è sintomatico.

Daniela Betti: Il mascheramento è questo.

Dino Motta: Sì. Io non voglio nemmeno pormi il problema, perché nel momento in cui indirizzo e decido una cosa faccio delle scelte, se faccio delle scelte entro in conflitto con qualcuno… Insomma, c’è un pezzo di opportunità che non viene colta. 

Daniela Betti: Per rimanere su questo paragone: Avete detto al sacerdote dell’Ufficio Cinema “Fino ad ora abbiamo lavorato come Comune troppo da soli e abbiamo un po’ soffocato l’associazionismo”, però poi non avete chiesto all’associazionismo “Che idee avete?”, ma siete partiti con le vostre idee.

Dino Motta: Il confronto nell’ambito del settore del cinema era fra noi e Morsiani, non certo l’ultimo arrivato. Il nostro indirizzo era quello di consolidare una rete di divulgazione qualificata in cui lui avesse un ruolo. Non andavamo da lui dicendo “cosa facciamo adesso?”. Lui stesso teneva a mantenere il suo ruolo, a non confondersi con noi. Poi a volte c’era anche una reazione in negativo, un “Vogliamo sostituirci”, nell’ambito del dibattito pubblico-privato. Il punto era: se hai un modo di porti in cui dai un’identità al tuo ruolo e a quello degli altri, valorizzi gli altri e te stesso. Il dibattito sul tema della scuola, che abbiamo avuto successivamente, si era trasformato da un confronto (su ruoli diversi, su ambiti competenze, di riconoscimenti) a un abbandono, che è una cosa diversa. Giusto o sbagliato che fosse (spendemmo tante risorse in questo ambito) non lo so. Fu però condotto come una sorta di privatizzazione degli enti pubblici nel senso di “ci togliamo un problema”: non fu oggetto di un confronto nel merito, nella qualità delle cose. Penso che si possa individuare l’andamento sia nell’ambito delle politiche culturali sia nel modo in cui è stato gestito il discorso della scuola. Si è smantellato tutto il discorso del coordinamento, della pedagogia. Ci siamo confrontati e anche scontrati con Omar, con Giancarlo, ma avevamo una nostra idea e nello stesso tempo non andavamo a scardinare nulla. Inoltre in quegli anni c’è una caduta dell’associazionismo.

Cinzia Pollicelli: Non per caso Alberto Morsiani, che abbiamo ascoltato in pochissimi, ha cambiato un po’ idea sull’argomento. Alla fine c’è stata una smobilitazione del settore cinema.

Dino Motta: L’associazionismo, che ormai è espressione politica e culturale della società, esprime dei livelli che non sono sempre uguali. Indubbiamente negli anni settanta abbiamo avuto un periodo in cui in termini di innovazione c’era un ambito trainante della realtà sociale sulle istituzioni. Così non è stato dopo: se guardo gli anni novanta c’è una caduta, una gestionalità, e poi si ritorna alle istituzioni perché comunque lì lo standard c’è. Il problema è che in quegli anni la polemica nasceva anche in virtù del fatto che questa parte della realtà culturale modenese aveva qualcosa da dire, una sua proposta. Dopo di che ci sono effetti culturali che si sono manifestati dieci anni dopo.

Cinzia Pollicelli: Mi viene in mente però un episodio minore che tu conosci: il caso della biblioteca della Casa delle Donne. Fu un conflitto lungo e con buone ragioni da entrambe le parti per ottenere una biblioteca pubblica gestita dai movimenti femministi. Sembrava che negare questa chance fosse una cecità, un’assurdità rispetto a istanze ben più che legittime. La realtà è che poi anche questo tipo di ambiente, che io conosco da vicino perché ne ho fatto parte e perché ho contribuito a titolo volontario alla gestione della biblioteca, non “era in grado”: ha avuto i suoi alti e bassi, i suoi scontri, le sue faziosità. La biblioteca era in declino. Questo per dire che non è possibile, in realtà, fare questo tipo di traslochi se non correndo rischi sulla qualità, sulla regolarità di un risultato, di una produzione media. Ci fu un grande caos prima, durante e dopo. E poi abbiamo visto questo luogo spegnersi, perché ha seguito ritmi e tempi legati ai movimenti, e finire in un modo che è ancora più istituzionale di quello che si voleva negare all’inizio. Questo è il paradosso.

Cesare Malagoli: D’altra parte lì vale il discorso che quando sei in crisi cerchi di tenerti a quello che hai.

Daniela Betti: Però in questo arco di tempo è maturata un’idea di servizio culturale all’interno della macchina amministrativa che avrebbe dovuto far parte di un patrimonio genetico di una classe politica di amministratori che ha governato la città crescendo, trasformandosi in continuità, perché poi a Modena c’è continuità. C’è una capacità intrinseca della stessa struttura che fa cultura politica in chi la amministra, però poi non sembra sempre così…

Dino Motta: Però c’è una differenza importante: non ho mai avuto una frequentazione che mi consentisse di dirlo, ma credo sinceramente che non si possa parlare di una caduta sotto il profilo della gestione, dell’amministrazione delle istituzioni, e questo è merito delle persone che ci sono già. Il problema è che quando devi gestire dei momenti che devono produrre cambiamenti o modificazioni non è sufficiente, perché l’amministrazione è figlia di sé stessa: io nasco in un quadro di riferimento e ho un ruolo per quel quadro. Se il quadro viene modificato, io non ci sono più. Ecco perché parlo anche di ostilità dall’interno. Secondo me è innegabile, cioè, che la qualità istituzionale trova negli operatori che ci lavorano la base, lo zoccolo. Devo dire da questo punto di vista che non mi pare così.

Daniela Betti: Però è stato possibile perché con la politica di acquisizione del personale, di formazione, per una serie anche di coincidenze, di eventi, di possibilità legislative diverse, di approssimazione, di volontarismo, mettiamoci tutto quello che vogliamo (parliamo di un settore che prima non esisteva, non parliamo dei cimiteri, dell’urbanistica) si è costruita veramente una generazione di operatori culturali con la spinta propulsiva di quelle amministrazioni. Se partiamo dall’idea che non c’è più criterio, non ci sono più alcuni obiettivi di fondo sul proprio ruolo nella politica culturale come pubblico servizio, non possiamo fare conto solo sulla buona qualità della forza di inerzia della macchina amministrativa in momenti in cui si necessita di cambiamenti, risanamenti, allocazioni diverse di risorse. Credo che la necessità di leggere un senso alla parabola della politica culturale sia anche questo, insomma: capire che c’è di nuovo un interesse diffuso per la politica perché si vede, potremmo parafrasare, che la spinta propulsiva è un po’ scemata.

Dino Motta: C’è sempre stata un’aspettativa nei confronti della politica. Chiaramente puoi avere una buona amministrazione, buoni tecnici, buoni operatori: nella storia la rivoluzione non l’hanno mai fatta i burocrati, non mi pare. 

Cinzia Pollicelli: Per fare un esempio di cronaca, però rispetto agli anni che stai descrivendo c’è una differenza enorme nella presenza dell’interlocuzione degli assessori con i funzionari. Noi con Dino Motta avevamo continui colloqui, scambi, favoriti anche dalla contiguità, poi abbiamo avuto contiguità anche in via Galaverna, che però è venuta sempre meno. Ora siamo arrivati a una grande assemblea rituale a inizio, metà e fine anno a cui tutti partecipano col mal di pancia perché è “finta” ed è una cosa che subisci. Probabilmente anche lo stesso assessore è costretto a dire prima alle biblioteche poi ai musei le stesse cose: “Abbiamo fatto…, faremo…”. È triste.

Dino Motta: Parlando in generale, penso che ci siano stati dei mutamenti anche indotti dalla nostra cultura, che sono ad esempio la questione della riforma della pubblica amministrazione, del lavoro dei dirigenti. Nel senso che si proveniva da un presenzialismo e da un ruolo degli amministratori che in realtà sostituiva spesso le carenze della cultura tecnico-amministrativa. Secondo me quella di riformulare un assetto era una visione giusta. Poi si è tornati all’opposto: non c’è più una direzione della politica sui settori, ma fondamentalmente è tutto rapportato al dirigente. Io vedo, ora, che è così e rimango allibito, perché che un’azienda abbia un buon direttore del personale è un fatto positivo, ma che non ci sia un consiglio di amministrazione che dica “Si fa questo” o “Si fa quello” è fondamentale. Il discorso delle aspettative, delle deleghe è legato al fatto che per alcuni è diventato comodo non fare nulla. Fare, sporcarsi le mani significa anche fare degli errori, e certamente ne abbiamo fatti anche noi, ma non fare… Anche nell’ambito della riforma della pubblica amministrazione, noi siamo stati i primi a discutere. Ricordo che abbiamo avuto una pagina sul Corriere della Sera sulla produttività della pubblica amministrazione, poi la cosa è completamente cambiata rispetto a quello che volevamo fare. Se presenti una riforma in cui la valorizzazione del ruolo del dirigente non è altrettanto sostenuta da una qualità della direzione politico-amministrativa, c’è poco da fare. Ci sono casi abbastanza evidenti, non solo a livello politico, ma anche a livello aziendale: la FIAT condotta dall’attuale Amministratore Delegato è una FIAT diversa da quella condotta dall’altro. In termini aziendali quella è politica, non è qualcos’altro. Se si vuole fare qualcosa, si deve avere un indirizzo a cui far riferimento, se no diventa un esercizio. Concordo sul fatto che certe riforme siano state fondamentali, poi sono rimaste a metà.

Daniela Betti: Detta così sembrerebbe che la politica si sia fatta da parte, perché non dirige, non è capace di governare, si punta di più sull’efficienza che sull’efficacia, però in generale, a parte il discorso sulla casta e non solo, la politica nel senso di “servizio” non si è fatta da parte.

Dino Motta: Sulla politica intesa come “i politici” sono d’accordo, ma se discutiamo di politica, discutiamo di cose serie.

Pierpaolo Ascari: Lei diceva che Del Monte rappresenta simbolicamente e non personalmente un cambiamento di rotta nella misura in cui passa da segretario a Sindaco. Presumo che la cosa deteriore che lui in questo modo simboleggia consista nel fatto che c’è gente che non sa fare un mestiere se non quello di stare dentro a un partito e di starci fino a che non ha una posizione migliore di quella attuale. Secondo me dal punto di vista delle politiche culturali questo sradicamento dalla società civile comporta anche una trasformazione della forma del consenso che non è più quella delle giunte delle egemonie, ma quella della compiacenza, in primo luogo nei confronti degli elettori e, poi, dei poteri forti. Secondo me è in questa cornice che si inserisce anche un’altra forma degenerativa che è quella delle politiche culturali intese come evento, spettacolarizzazione, costruzione di salotti più o meno televisivi sparpagliati per la città, che devono semplicemente soddisfare una domanda che non pone l’obiettivo di una maturazione collettiva, ma quello di trascorrere cinque minuti davanti al divo di turno che ti consente di sentirti anche tu qualcuno. Rispetto a questa parabola secondo me ci sono state anche alcune fasi nella vita degli Istituti. Una prima fase forse anche di sollievo: non c’era più il politico che presumeva di poter dirigere tutto. Immagino che ci sia stato qualche direttore di istituto che ‘ne ha aperta una di quello buono’, quando è successa questa cosa. Adesso gli Istituti implorano un ritorno della politica per un motivo molto semplice: la politica non investe nemmeno più sui servizi, ma ha bisogno di fare altro. E quindi gli Istituti stanno cadendo in disgrazia perché si fanno cose nei parchi e nelle piazze che durano tre giorni, e i direttori tornano dall’Assessore a chiedere “Dacci una direzione…”: è un po’ un sistema a responsabilità diffusa.

Dino Motta: Sì, è evidente. Io credo che oggi si sia davvero spostato l’interesse. Se dovessi dare un giudizio come elettore della giunta attuale e di tutte le giunte che ci sono state, anche se l’ultima tessera che ho avuto era del PCI, faccio fatica a capire a chi si rivolgono. Non lo dico polemicamente: vorrei saperlo, sono curioso. C’è stata una serie di dibattiti che non ha portato a nulla. Ricordo che ai miei tempi sulle questioni delicate si discuteva, si parlava, si stava lì un giorno, due giorni, dieci giorni, finchè alla fine si diceva “Questa è una strada”. Forse era sbagliato, aveva dei limiti, però…

Cesare Malagoli: Però avevate dietro qualcuno, questi invece secondo me non hanno dietro nessuno.

Dino Motta: Non so cosa intendi per “dietro”, ma posso dirti che prima ancora di fare l’amministratore io trovavo sedi, al di fuori delle istituzioni, in cui ci si confrontava su varie tematiche. Man mano queste sedi non ci sono più state, quindi ora il mio confronto con te è davanti a una tazza di caffè in un bar. Alla fine non è tanto il “dietro” come elettorato, perché secondo me l’elettorato fondamentalmente delega. Non si sa attraverso che cosa, però delega. La parte attiva di una realtà come la nostra è così perché c’è l’egemonia, la delega, una rappresentanza. Secondo me il nocciolo della questione era lì.

Cesare Malagoli: Con una ricaduta su quelli che rappresentavano.

Dino Motta: Sì, su quelli che rappresentavano certamente. Non a caso, se andiamo a vedere gli andamenti elettorali non è un caso che con l’amministrazione Bulgarelli abbiamo raggiunto il punto più alto negli ultimi cinquant’anni e che, forse, con l’ultima abbiamo raggiunto quello più basso. Se non sbaglio, con Germano siamo arrivati al 61%. Ora gli amministratori vivono una realtà molto asfittica, sono da soli. Per noi era una situazione di confronto. Forse l’unico momento negli ultimi anni in cui ho visto una ripresa di tensione è stato quando abbiamo avuto l’elezione dell’ultimo Sindaco: ci fu un’area che si aggregò spontaneamente per Guerzoni. Giusto o sbagliato che fosse, si creò quantomeno un momento di discussione. Non voglio dire che avesse ragione l’uno o l’altro: mi interessava solo vedere che rispetto alle amministrazioni precedenti c’era un dibattito che ha coinvolto una parte della città su di un’alternativa possibile. 

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