Pavia città ospitale
Gestire le dinamiche spazio-temporali locali e trans-locali nel segno dell’accoglienza e della versatilità

Pavia  è  una  città  dalla  storia  importante  e  dall’identità  ancora  oggi  delineata  e  radicata  nel territorio: capitale del Regno Italico ai tempi dei Longobardi,  sede da molti secoli di una delle più antiche e prestigiose università del Paese, ospita centri di ricerca d’eccellenza e vanta monumenti di rilievo mondiale. E’ una città dall’elevata qualità della vita e dal benessere diffuso, dove il senso di  appartenenza  alla  comunità  locale  è  ancora  tangibile  nei  suoi  abitanti,  che  sono  spesso orgogliosi di quella che è stata definita la loro “pavesità”.

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E’ una città ancora a misura d’uomo, con un grande e ben tenuto centro di origine medievale, in cui la popolazione (anche quelle residente in periferia) in gran parte si riconosce dal punto di vista identitario, vedendo in esso il “salotto buono” di casa, dove incontrarsi, passeggiare, fruire di servizi di vario genere, ma anche (e forse soprattutto) dove vivere quella dimensione da “borgo” in cui tutti si conoscono e in cui tutto è familiare, dimensione che sembra così gradevole per i pavesi da spingerli appunto a convergere appena possibile verso quell’”ombelico” naturale che è Piazza della Vittoria e verso le due arterie pedonali di C.so Cavour e di Strada Nuova.
Da questo punto di vista è una città dei “posti”, ovvero dei luoghi (piazze, vie, corti, ..) carichi di storia e segnati fortemente dalle traiettorie di vita individuali e collettive delle generazioni dei suoi abitanti. Gli elementi caratterizzanti rispetto a questa dimensione sono allora la mobilità lenta e a corto raggio (spesso di tipo ciclo-pedonale), la scansione temporale più “rilassata”, la percezione unitaria dello spazio urbano, come insieme di punti tra loro connessi e facilmente raggiungibili. I pavesi (oltre 1/5 dei quali, va ricordato, sono anziani) possiedono in gran parte una accurata mappa mentale del centro cittadino, rappresentazione  geografica della memoria locale, dove la conoscenza dello spazio si accompagna alla dimestichezza con il tempo per percorrerlo e per viverlo, favorendo appunto quel senso della coerenza spazio-temporale su cui si fonda l’appartenenza ai luoghi.
Pavia è però anche il centro di una provincia (e di un territorio di riferimento che supera i confini amministrativi provinciali, nella direzione di Milano, innanzitutto, ma anche della Lomellina, dell’Oltrepò, del Lodigiano) con cui intrattiene un rapporto ambivalente, laddove le popolazioni dei paesi e delle cittadine circostanti appaiono sempre in tensione tra il desiderio di autonomia (se non la percezione/volontà  di una “lontananza”)  dal capoluogo  e la necessità/desiderio  di fruire dei servizi in esso presenti, dall’ospedale allo shopping, dalla scuola al teatro. E’, come tutte le città moderne, un territorio meta quotidiana o periodica di pendolari e city users, cioè di quelle persone che in essa (e soprattutto nel suo centro storico) si recano in determinati momenti della giornata o della  settimana,  per lavorare,  per studiare  o per utilizzare  i servizi  presenti.  Si tratta  di quei soggetti non residenti che in una certa misura (quantitativamente significativa, specie rispetto a categorie quali gli studenti o i fruitori degli sportelli pubblici) trasformano – in rapporto anche ai residenti - e “consumano” la città, in quanto essa stessa fruita nella sua cornice simbolica e nei suoi spazi materiali.
Da questo angolo visuale Pavia è dunque una città dei “flussi”, ovvero un insieme di luoghi spesso fortemente strutturati e caratterizzati sotto il profilo organizzativo e non di rado sotto quello identitario  su cui insistono soggetti “esterni”, non residenti in senso stretto ma che potremmo definire come “residenti temporanei”, data la consuetudine spazio-temporale che si rileva nel loro rapporto  con la dimensione  locale. Sono popolazioni  con differenti  mappe  mentali,  spesso  più settoriali e meno radicate nella memoria, e che si connotano per un rapporto con il territorio tutto giocato  intorno  ad  una  variabile  fondamentale:  l’accessibilità.  La  possibilità  stessa  di  questo rapporto (che è anche una relazione potenziale di interscambio con gli abitanti residenti, seppur non priva di possibili elementi di frizione) è legata tanto al livello di accessibilità strutturale dello spazio (piano urbanistico) quanto a quello della sua conoscenza e quindi fruibilità potenziale, in relazione alle mappe mentali individuali (piano simbolico-percettivo).
La città dei “flussi” è dunque innanzitutto quella delle “popolazioni temporanee”, ovvero ad esempio degli studenti, sia delle scuole superiori (che per ben il 75%, lo ricordiamo, abitano fuori Pavia) che dell’università  (provenienti  in questo caso spesso da altre città lombarde o da altre regioni). Ma è anche quella dei lavoratori residenti nella cintura peri-urbana o nell’hinterland, utenti dei numerosi sportelli pubblici, degli esercizi commerciali, delle scuole e degli asili nido per quanto riguarda i figli più piccoli (le famiglie giovani, per ragioni innanzitutto di costi, tendono sempre più a vivere nei comuni limitrofi al capoluogo). E naturalmente, e non da ultimo, è la città dei flussi migratori, ovvero delle nuove popolazioni straniere in ingresso temporaneo o definitivo nella città, portatrici di tempi di vita e di modalità di lettura del territorio spesso radicalmente differenti da quelle locali. Ma la città dei “flussi” è anche quella degli spostamenti intra-urbani dei suoi residenti che riproducono  in parte, nel pendolare  tra periferie  e centro storico, quelle dinamiche  di più ampia scala appena considerate. Anche i residenti, infatti, pur caratterizzati da un diverso grado di radicamento territoriale, si trovano quotidianamente a fare i conti con la variabile dell’accessibilità: proprio una maggiore conoscenza dello spazio locale (e dei tempi della sua percorrenza potenziale ed effettiva)  sembra in questo caso accompagnarsi  ad una crescente  insofferenza  rispetto alle difficoltà incontrare nella sua fruizione: difficoltà legate al traffico (che allunga sensibilmente quelle distanze altrimenti a misura d’uomo) e alla carenza di posteggi, ma anche alla compresenza di popolazioni diverse (residenti e “city-users”, abitanti delle periferie e del centro storico) su di un territorio  limitato,  che  rappresenta  una  risorsa  potenzialmente  contesa  per  finalità  differenti. Queste dinamiche spiegano in buona parte l’enfasi, che sembrerebbe a prima vista eccessiva, data dai residenti al tema della mobilità, come emerge dalle indagini sulla qualità della vita a livello locale condotte dall’università negli ultimi anni. E tendono a dare conto, nel contempo, di una crescente  micro-conflittualità  urbana  tra  diverse  popolazioni  che  vivono  la città  nell’arco  della giornata o della settimana, muovendosi in essa ed utilizzandola in modi a volte tra loro in contrasto (il caso più evidente è rappresentato dalle modalità differenti di uso e di percezione del territorio da parte degli anziani residenti da un lato e dei giovani non residenti dall’altro).
L’analisi fin qui condotta,  supportata  dalla ingente mole di dati socio-territoriali  prodotti dalla  nostra  università  e  nello  specifico  dall’Osservatorio   sulla  Società  Pavese1,  spinge  a considerare  la questione  della gestione  dei tempi e degli spazi a Pavia innanzitutto  come una gestione dei flussi verso e dagli spazi, tra gli spazi e dentro gli spazi.  Come ci insegna la Geografia Temporalista (Time Geography), ciò significa che, essendo questi flussi movimenti nel tempo oltre che nello spazio, la loro gestione/armonizzazione si configura congiuntamente come gestione temporale,  da  improntarsi  innanzitutto  al  criterio  della  fluidità (che  non  si  traduce automaticamente con velocità, quanto piuttosto con scorrevolezza). Parallelamente si tratta però di considerare anche la gestione dei “posti” interessati da questi flussi, a partire, per l’appunto, dalla loro accessibilità effettiva e potenziale e dal rapporto che in essi si instaura tra identità locale e portati “esterni”, tra memoria e futuro. I più rilevanti tra questi “posti”, non a caso, sono spazi e luoghi pubblici (piazze, edifici, parchi, …), ovvero ambiti di incontro, per definizione, tra le diverse popolazioni urbane ed extra-urbane, spesso sottoposti a tensioni e a conflitti legati proprio alle diversi modalità di utilizzo che di essi fanno o vorrebbero fare i molteplici attori (politici, sociali, economici, culturali) che su di essi insistono nel tempo.
Pavia è una città dalla personalità forte, dalla struttura urbana definita: è una città che si può permettere una progettazione coraggiosa rispetto agli interventi nel settore delle politiche temporali. Il filo conduttore che può legare alcune risposte alle importanti richieste emerse dai dati raccolti,  sembra  dunque  essere  quello  dell’accoglienza,  dell’ospitalità,  dell’apertura,  muovendo proprio dalla consapevolezza del peso del patrimonio culturale e spaziale locale e della necessità di una sua diversa valorizzazione.
Pavia città ospitale vuole dire allora innanzitutto fruibilità maggiore del territorio, sia per i residenti che per le “popolazioni temporanee”, a partire da interventi sulla mobilità (non solo sul traffico in senso stretto) e sulla desincronizzazione degli orari dei servizi urbani (scuole, sportelli, negozi, …), nella direzione di una versatilità che tenga conto delle nuove esigenze dei cittadini e delle mutate condizioni del lavoro.
Pavia città ospitale vuole dire anche intervenire sull’apertura effettiva e simbolica dei luoghi urbani  più  importanti  e  carichi  di  storia,  nella  direzione  di  una  accessibilità  diversificata,  per popolazioni e per momenti della giornata, verso quella attivazione del patrimonio urbano come catalizzatore di “contaminazioni” socio-culturali trasformative (all’opposto di una logica meramente “museale” e conservativa), che può fare del capoluogo un riferimento su scala extra locale.
Pavia città ospitale vuole dire infine (ma è il presupposto alla base di tutto) intervenire a livello di governance spazio-temporale, per promuovere  il raccordo  e la concertazione  tra tutti quegli attori del territorio (anche, e a volte soprattutto, trans ed extra comunale) da cui in vario modo dipende la dimensione spazio-temporale della qualità della vita di cittadini, pendolari e city- users.

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dettagli
  • Autore: Andrea Membretti
  • Cenni biografici:

    Sociologo e ricercatore sociale – Prof. a c. Università di Pavia

    Per saperne di più: www.sociability.it

note

Pubblichiamo volentieri questo contributo di Andrea Membretti su Pavia, in quanto molte delle riflessioni da lui svolte sulla sua città possono trovare riscontro anche in altri contesti italiani similari.

 

La foto in questo articolo è di Feuillu, fonte www.flickr.it

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