Un elemento politico
Anticipazione dell’intervento di Ugo Mattei al seminario del 27 ottobre

E’ possibile ridefinire il lavoro culturale nell’orizzonte dei beni comuni? Cosa succede quando l’acqua, la scuola, le università, l’ambiente o la cultura diventano il centro di un’elaborazione teorica alternativa allo schema che oppone lo stato alla proprietà privata?

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Un linguaggio nuovo è ciò che “riduce a unità” le battaglie politiche di dimensione globale per i beni comuni che oggi si ritrovano in piazza. In Italia di queste battagle e della produzione di questo linguaggio Il Manifesto è stato in questi anni protagonista, fino ad essere riconosciuto esso stesso come un bene comune. Queste battaglie, dall’acqua all’Università, dal Valle di Roma al No Tav della Val Susa, dall’opposizione ai CIE ai Gruppi Azione Risveglio di Catania, sono declinate in modo diverso nei diversi contesti, ma fanno parte di uno stesso decisivo processo costituente. Muta la tattica ed il suo rapporto con la legalità costituita. Resta costante la strategia costituente che immagina la società dei beni comuni. Ovunque si confrontano paradigmi che travolgono la stessa distinzione fra destra e sinistra, consentendo vittorie clamorose come quella referendaria su acqua e nucleare. Il paradigma costituito fondato su un’idea darwinista del mondo che fa della crescita e della “concorrenza” fra individui o comunità gerarchiche (corporation o Stati) l’essenza del reale. La visione opposta, fondata su un’idea ecologica, comunitaria solidaristica e qualitativa dello sviluppo, può trasformarsi in diritto soltanto con un nuovo processo costituente, capace di liberarsi del positivismo scientifico, politico e giuridico caratterizza l’ordine costituito per circa cinque secoli a sostegno del capitalismo che ancora colonizza le menti e i linguaggi. Il modello costituito è sostenuto dalla retorica sullo sviluppo e sui modi di uscita dalla crisi, che i media capitalistici continuano a produrre, nonostante la catastrofica situazione ecologica del nostro pianeta. L’insistenza mediatica è continua e spudorata ma progressivamente meno seducente e le forze costituenti costruiscono nella prassi quotidiana un mondo nuovo e più belllo.

L’ordine giuridico costituito è radicato nell’individualismo proprietario, nella sovranità dello Stato sul territorio, e nella stessa visione antropocentrica della modernità (e dell’economia politica) fondata sull’homo oeconomicus e sul survival of the fittest. L’ordine costituente vuole riportare le leggi umane in sintonia con quelle ecologiche, secondo una visione della vita come comunità di comunità, legate fra loro in una grande rete, un network di relazioni simbiotiche e mutualistiche, in cui ciascun individuo (umano o meno che sia) non può che esistere nel quadro di rapporti e di relazioni diffuse secondo modelli di reciprocità complessa.

La visione meccanicistica e positivistica, che configura l’ordine costituito come il solo “reale” è denunciata nelle piazze oggi perché è responsabile di aver portato il mondo sull’orlo del baratro. Ad essa opponiamo una costituente ecologica, la sola che può fin da subito tracciare una strategia per invertire la rotta, collocando al centro la solidarietà, la bellezza, l’immaginazione e la liberazione dal lavoro alienato. L’individuo solitario, la competizione, la meritocrazia e l’uso della tecnica a fini di sfruttamento sono smascherate oggi come l’ideologia letale che legittima la diseguaglianza e l’accumulo senza fine. Se  l’individuo-solo in natura soccombe, infatti, la sua costruzione teorica e la sua spettacolarizzazione sono funzionali alle esigenze di breve periodo dello sfruttamento. L’individuo, reso solo, narcisistico e desideroso di consumare, trova nelle merci e nel rapporto contrattuale il proprio principale orizzonte relazionale. Una condizione umana miserabile che ancora vive della distruzione dei beni comuni e che oggi con gioia e rabbia insieme rifiutiamo.

L’emersione del linguaggio dei beni comuni e la loro riconquista va quindi compresa nell’ambito di uno scontro politico epistemologico e anche psicologico profondo fra due visioni del mondo. Uno scontro che va tradotto in una prassi politica costituente capace di far trionfare a livello globale in tempi estremamente ridotti la sola concezione scientifica compatibile con il mantenimento e l’adattamento di lungo periodo della vita sul nostro pianeta. Se scalando una montagna ignoro la legge di Newton sono destinato a morire. Se una società ignora le leggi dell’ ecologia è destinata a soccombere con la stessa certezza scientifica.

Si tratta perciò di predisporre un’alternativa, politica e culturale, che sappia scalzare tanto la proprietà privata quanto la sovranità statuale dal ruolo di pietre angolari dell’organizzazione politica costituita. Ciò è possibile solamente mettendo al centro il comune, ossia riconoscendo la primazia della distribuzione sulla creazione di ricchezza, della qualità delle relazioni sulla quantità del capitale, della bellezza sull’osceno. Poiché gli attuali rapporti di forza fra proprietà privata (corporation) e Stato rendono quest’ultimo succube della prima, la battaglia non può limitarsi a strategie costituite. Esse possono soltanto essere tattica, ancorché talvolta vincente come ha dimostrato la battaglia referendaria condotta (ex art. 75 Costituzione). Ridefinire i confini costituzionali dello Stato e allo stesso tempo quelli del profitto e della rendita, secondo un’idea di “meno Stato, meno proprietà privata, più comune” è prassi costituente necessaria che rifiuta oggi le condizioni di realtà create dal dominio e dalla concentrazione del potere. Stiamo costruendo oggi una società ecologicamente sostenibile, coerente con le nostre attuali conoscenze sulla fenomenologia del reale.  

In questo quadro teorico che ho esplorato più a fondo in Beni Comuni. Un Manifesto, (Laterza 2011) lottare per un’entità (acqua, università, culturale, rendita fondiaria, lavoro, informazione) come bene comune al fine del suo governo politico-ecologico è una prima radicale “inversione di rotta” rispetto al trend della privatizzazione e del saccheggio. Ciò tuttavia non può essere circoscritto dalle condizioni costituite che comporterebbero un ritorno del potere nelle mani di un settore pubblico burocratico, autoritario o colluso. La tattica è dunque istituzionalizzare un governo partecipato dei beni comuni capace di restituirli alle “comunità di utenti e di lavoratori” secondo il fraseggio della nostra Costituzione (art. 43), ma la strategia non può che essere costituente, per immaginare cominciando a viverlo da subito, un mondo più bello in cui i beni comuni sono goduti secondo criteri di accesso, di rispetto, di uguaglianza sostanziale, di necessità e di condivisione.

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dettagli
  • Autore: Ugo Mattei
  • Cenni biografici:

    Ugo Mattei insegna Diritto civile all’Università di Torino e Diritto comparato e internazionale alla University of California. E’ stato vicepresidente della Commissione Rodotà per la riforma dei beni pubblici, co-redattore dei quesiti referendari per l’acqua bene comune e ha patrocinato come avvocato la loro ammissibilità presso la Corte Costituzionale. E’ editorialista del quotidiano “Il Manifesto” e ha recentemente contribuito all’elaborazione del documento sottoscritto dagli occupanti del Teatro Valle. Il suo ultimo libro si intitola “Beni comuni. Un manifesto” ed è pubblicato dall’editore Laterza.

note

La foto in questo articolo è diChris Murphy, fonte www.flickr.it

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