Campo della Cultura / Materiali di studio
L'intervista a Dino Motta

Nel corso della ricerca sul campo della cultura abbiamo incontrato e intervistato Rosella Corradi, che è stata responsabile delle biblioteche comunali di Modena dalla metà degli anni sessanta all’inizio degli anni novanta. Un bellissimo incontro, coordinato da Cinzia Pollicelli, del quale ora pubblichiamo la trascrizione.

Partiamo dal racconto personale. Il Festival del Libro Economico l’ho vissuto da osservatrice: non ero ancora niente se non una studentessa universitaria appassionata di cultura. Si tenne nell’atrio del Palazzo dei Musei, era una mostra-mercato, ricordo che c’era una distesa di banchi. Le iniziative si facevano alla Sala della Cultura, che era un luogo fondamentale: se confronto i luoghi di oggi con il luoghi di allora, la prima osservazione che faccio è che i luoghi erano fortemente identificati e molto pochi.
In un certo senso questa caratterizzazione dava a mio avviso una grande personalità e anche una grande spinta. Oggi ovviamente la fermentazione dei luoghi e delle esperienze è problematica: si fa fatica a ricondurre a un’identità, a un’unità dei punti di vista. La Sala della Cultura era per me un luogo fondamentale, perché lì succedeva tutto.
Il Festival non sortì conseguenze. In realtà dietro al progetto c’era un gruppo di piccoli editori democratici, tutti di sinistra. Ricordo fra questi Mario Guaraldi, un uomo generosissimo. C’era ovviamente Feltrinelli, ma anche piccolissimi editori. Guaraldi, che poi è scomparso, era uno degli editori più interessanti del periodo. Il progetto era quello di un’editoria democratica fatta di piccoli editori: questo era il discorso e anche, in qualche modo, l’illusione. L’idea era quella di una diffusione della cultura anche attraverso operazioni economiche proprio dal punto di vista dei costi, ma anche degli orientamenti (individuare dei pubblici giovani) e, diciamo la verità, fortemente politicizzata.
Il progetto in realtà andò malissimo negli anni successivi: non è mai accaduto quello che loro sognavano, cioè è resistito per alcuni anni e poi nel giro di una decina d’anni più o meno la cosa si è esaurita. Guaraldi è completamente scomparso, e come lui una miriade di altri piccoli editori.
Ma c’è un’altra grande iniziativa che vorrei ricordare, con centro alla Sala di Cultura. Forse è una testimonianza più personale, ma penso che fosse un segno importante di un momento in cui il Comune di Modena insieme a gruppi di privati aveva una “propensione” ad attività di avanguardia culturale, non solo nel senso di rottura rispetto alla tradizione. Secondo me quello di Modena in quei due, tre, cinque anni è stato veramente uno dei Comuni in  Italia che faceva cose veramente importanti. Mi riferisco alla serie degli incontri teatrali. Ricordo di aver visto Carmelo Bene che portò Lenin di Majakowskij alla Sala di Cultura strapiena (anche se non si faceva fatica a riempirla). Ricordo ancora questo Lenin di Majakowskii, che in realtà è stato poi superato nei fatti. Con passione ideologica sfrenata tutti applaudivamo. Fu un’esperienza straordinaria.
Che un Comune promuovesse nella sua Sala di Cultura una serie di incontri con attori come Carmelo Bene, che era un perfetto sconosciuto ai più ed era veramente un personaggio “scomodo”, fu un fatto importantissimo. C’era tutta l’avanguardia teatrale che poi è diventata un po’ istituzionalizzata, perché in effetti quelle che secondo me negli ultimi anni erano esperienze di rottura nel teatro si sono poi codificate e, in qualche caso, anche un po’ sclerotizzate.
Gli anni erano il 1964-65, che poi sono gli stessi del Festival del Libro Economico. Oserei dire che quelli fra il 1964-65 e fra il 1967-68, quando la situazione iniziava già a cambiare, sono stati anni di una vivacità straordinaria, in cui Modena faceva cose veramente notevoli. Tante cose che si fanno poi scadono, invece questa no.

Ti fermo un momento, perché gli altri ospiti erano amministratori e hanno una visione più generale e riassuntiva, mentre questa è la prima volta che riusciamo  a ridefinire dall’interno quella stagione e mi piacerebbe - c’è anche il prof. Mattioli, che avrà qualcosa da aggiungere, se crede  -  tornare su questi due punti che hai citato. Mi piacerebbe capire  il ruolo del Comune, perché di straordinario c’è anche questo: il Comune che mette in moto scelte  forse non condivise da tutti, all’epoca. Immagino che qualche discussione ci sia stata, forse il consenso non fu così generalizzato, per quanto immagino il successo. L’altra cosa che vorrei sapere è se tutto questo ha a che fare con la politica o con le persone -  i funzionari -, o con entrambi questi soggetti.

Corradi: Intanto il sindaco, Triva.

Emilio Mattioli: L’anima di tutto è Triva.

Corradi: Sono contenta che tu sia d’accordo con me. Non c’è ‘il Comune’, c’è il Sindaco, la persona del Sindaco.

Mattioli: Che aveva uno specifico interesse per la cultura e sapeva capire le persone adatte alle singole funzioni.

Corradi: Sono perfettamente d’accordo. Rubes Triva era un uomo in realtà freddo, se ci pensi. Non era per niente piacione, però capiva moltissimo, aveva molto coraggio. E poi anche Germano Bulgarelli, perché Bulgarelli era Assessore alla Cultura e Triva Sindaco. L’accoppiata fu straordinaria, perché fecero intanto il Piano Regolatore: in quegli anni fare un Piano Regolatore significava essere all’avanguardia. Erano pochi i comuni in Italia che facevano queste cose. Questo è un punto, e poi c’è questa curiosità che era un tratto distintivo di Rubes.

Da dove gli veniva?

Corradi: Da lui. Non siamo stati sempre d’accordo. A un certo punto nel 1968 voleva anche farmi fuori, però lealmente, perché secondo lui giustamente ero un po’ troppo partecipativa. Una volta, molto anziano, ci incontrammo dal dentista, mi disse che non è mai stato sveglio una notte, nonostante il periodo cruciale. Mi disse: “Io di notte ho sempre regolarmente dormito”. Io che stavo sveglia per questioni relative alle biblioteche,  mentre avrei potuto dormire della grossa, rimasi colpitissima e dissi “Ecco perché…”. E comunque per il Festival del Libro Economico e per queste iniziative alla Sala di Cultura il riferimento erano lui e Germano Bulgarelli. Anche lui una persona di grande spessore, curiosissimo, di grande cultura, un uomo che sapeva le cose, che aveva molti contatti.

E Famigli?

Corradi: Liliano Famigli era diverso. Era Assessore all’Istruzione. Diceva sempre che secondo lui le cooperative non erano socialismo: questa era la sua battuta preferita. Questo per dare immediatamente l’idea. Mentre sia Bulgarelli che Triva erano più moderni da questo punto di vista. Indubbiamente erano più avanti, avevano capito di più anche i limiti di certe esperienze. Liliano era molto bravo, ha fatto una scuola.

Mattioli: Era più tradizionalista, sostanzialmente.

Corradi: Bravo. Più conservatore.

Mattioli: Il vecchio stemma del partito. In quel senso non era un’apertura.

Corradi: Sono d’accordissimo.

Mattioli: Anche se con Germano Bulgarelli ci sono state… Lo sai che fummo io e Giovanni Lo Savio a ottenere che non venisse abbattuto il Teatro Storchi. C’era un bando: “Vendita del Teatro Storchi e relativo abbattimento per una costruzione”. Il mio esordio fu in una situazione analoga, che ho messo per iscritto sull’Espresso. L’Espresso pubblicò una lettera che si intitolava Modena vende una piazza. Era un riferimento tu sai a che cosa: al fatto che una parte di Piazza Grande è stata venduta dal Comune alla Cassa di Risparmio. E questo rientra in questo tipo di politica culturale. Oltre a questa dello Storchi c’è stata anche la vicenda della GIL, con i 15.000 mq su cui ora hanno costruito. C’era il campo della Fratellanza, e l’edificio della GIL era architettonicamente bello. C’è una dimensione di ignoranza nella tradizione dei nostri amministratori.

Corradi: Questo è possibile, sì.

Mattioli: Basta l’esempio del palazzo costruito dietro alla serra del Vigarani. Bulgarelli qualche colpa ce l’ha. Quando io e Giovanni Lo Savio fummo nominati da Italia Nostra Bulgarelli disse “Dio, che tragedia!”.

Corradi: Voi eravate dei rompiscatole.

Mattioli: E  lo siamo ancora. Ma è un merito, sai?

Corradi: Sicuramente, e avrete avuto un sacco di ragioni, ma forse non tutte.

Mattioli: Non tutte, ma ancora non era maturata nell’amministrazione la coscienza del patrimonio pubblico, che poi è maturata in seguito.

Corradi: Sai cosa avevano loro? Questa grande visione, perché così bisogna chiamarla. Germano è stato Assessore alla Cultura e Assessore all’Urbanistica, che sono due nodi cruciali di quegli anni. In tutti e due ha lasciato un segno straordinario, quindi può darsi che preso nel vortice di questa progettazione…

Perché lavoravano da matti: quello che si capisce  dai resoconti è che lavoravano su tutti i piani, forsennatamente. Quindi, però, tu non vedi un nesso, come Bulgarelli ci ha fatto intendere  o come forse io ho inteso in modo equivoco, fra la Fiera del Libro Economico e  la nascita delle biblioteche?

Corradi: Sì c’è, certo, ma questo è un altro mondo. Non riesco a capire bene come un’esperienza come quella che ho vissuto io possa interessare. Certo può interessare per costruire un quadro, però secondo me è completamente inutilizzabile dal punto di vista pratico: perché, di nuovo, Germano Bulgarelli era amico carissimo di Giulio Einaudi. L’aveva conosciuto, si era entusiasmato. Giulio Einaudi non era questa personalità così straordinaria come noi eravamo abituati a pensare.

Quindi erano rapporti diretti…

Corradi: Era inoltre amico di Roberto Cerati, il marito della fotografa Carla Cerati, che poi ha mantenuto il nome pur lasciando il marito. Era questo il milieu in cui ci si muoveva: Cerati era un carissimo amico di Germano, conosciuto durante il Festival del Libro Economico, e lo stesso vale per Einaudi. Si erano appassionati e innamorati gli uni degli altri, perché Einaudi si innamorava facilmente: si innamorò anche di noi! Quanto a Germano, io ci credo che incontrare un amministratore così non sia una cosa frequente! E al tempo stesso Einaudi era una personalità affascinante. E naturalmente cosa propose Einaudi a Germano? L’esperienza di Dogliani. Einaudi aveva fatto una biblioteca a Dogliani, paese di origine della famiglia Einaudi, con la scelta di questo famoso catalogo con tutti i titoli che ci dovevano essere perché si potesse dire “Facciamo un progetto culturale”. Anche in queste scelte, abbiamo scoperto con il senno di poi, c’erano limiti.

Come storia è più semplice di come magari uno si immagina. Ci vuole una grande passione, in tutti questi attori che l’hanno realizzata.

Corradi: Certo: è l’innamorarsi di un’idea e di un progetto. Aggiungi che il paese andava modernizzato. E hanno cominciato loro. Da questo punto di vista la sinistra ha il merito di aver modernizzato il paese. Allora c’erano la Biblioteca della Soprintendenza, la Biblioteca Estense, e c’era una piccola biblioteca a San Damaso fatta sul modello Dogliani. Ma l’ultima cosa che vorrei dire a proposito di questa situazione personale, perché abbiate veramente l’idea della difficoltà, oggi, di immaginare un percorso di questo genere - oserei dire “l’impossibilità”-, è la seguente. Mio fratello si laureò in Urbanistica con Quaroni a Firenze, insieme a Lipparini e al gruppo di progettisti che poi lavorarono al progetto per il Piano Regolatore, e conobbe Triva, e lo conobbi anch’io, non mi ricordo se alla presentazione del Piano Regolatore sempre alla Sala di Cultura (fatta con pannelli, piani…). Ci si incontrava in varie occasioni. Lui a un certo punto mi chiamò e mi disse: “Ti interesserebbe occuparti di biblioteche?”. Io mi ero già laureata, insegnavo e risposi: “Non mi dispiacerebbe”. Lui allora disse: “Guarda, noi abbiamo una  biblioteca a San Damaso” (nel 1966 era l’unica biblioteca moderna sul modello Dogliani, che poi noi sfoltimmo) e mi diede un incarico. Allora si andava avanti solo così, con questi incarichi professionali, e mi mandò da Anna Maria Croce, l’unico funzionario che ricordo e che giustamente ritorna. Intorno a questo tema c’era infatti l’interesse solo di alcune persone, mentre gli altri lo vedevano come poco interessante. Anna Maria Croce era all’Assessorato all’Istruzione, perché ancora non c’era l’Assessorato alla Cultura, e siamo, mi pare, nel 1968. È così che conobbi Famigli, che diventò il mio Assessore e mi fece questa delibera di incarico, tutto molto artigianale. C’era un socialista, Menozzi, che ci fece una guerra! Ci faceva morire! Effettivamente c’era del vero in quello che diceva, ossia che era una cooptazione in ambiente protetto.

Quindi un apparato molto fragile, però svelto, contemporaneamente.

Corradi: Minuscolo.

Mattioli: Il catalogo di cose fatto alla Sala della Cultura esiste. Io l’ho avuto dall’ultimo Direttore in omaggio, ma c’è tutto, dal principio alla fine di queste mostre, e vedi che lì ci sono spesso le prime mostre di artisti diventati famosissimi, come Claudio Parmiggiani, ma anche tutti gli altri sono passati di lì. Questa componente è estremamente importante, ed erano artisti di livello, non come adesso…

Corradi: C’era questo legame con Estetica di Bologna. C’era una triangolazione con Reggio, con Costa e Scolari, e Bologna, con Anceschi.

La  Galleria Civica era già attiva in questo contesto?

Corradi: C’era la Sala di Cultura che faceva delle mostre, non c’era ancora la Galleria Civica. Alla Sala di Cultura succedeva tutto: i convegni, le mostre. Ricordo il Formiggini.

Mattioli: Uno dei punti fondamentali della cultura di Modena, quando Biondi era presidente.

Corradi: Il Formiggini raccoglieva socialisti, comunisti, forse qualche radical chic, e si trasferì da via S. Eufemia (era un buco). C’era la Velia [Vecchi] e lì, in questo posto, c’erano tutti i futuri di Potere Operaio. I Pompei io li ho conosciuti lì. Vi si facevano incontri, dibattiti culturali. Il Formiggini era un punto importantissimo.

Mattioli: E poi sono passati tutti gli scrittori più importanti d’Italia.

Allora forse solo allargandosi a questo clima si capisce…

Sì, brava. Con pochissimi punti e poche persone. Ricordo ancora che quando il Formiggini si trasferì sopra la libreria Rinascita, da poco spostata in Piazza Mazzini, ci fu una  serata con Lea Vergine… con gente che dopo è diventata molto importante e che sta gestendo tuttora l’arte e la cultura a livello nazionale, che ci mise degli occhiali e ci disse “voi siete cinesi”, perché la struttura è una struttura pesante della sinistra, una struttura rigida. C’erano però aperture.

-Però il quadro sembra allegro.

Corradi: Allegro non lo so, però estroso, coraggioso. Questa è la cosa che, pensandoci dopo, mi stupì. C’era gente eterogenea che faceva cose nuove. Secondo me Modena da questo punto di vista è stata un’esperienza unica.

C’è stato quel piccolo teatro universitario...

Corradi: C’erano Mario Molinari e Delfini. C’erano alcune personalità, però vi ripeto: personalità. Fu assolutamente una storia di persone, che avevano anche legami solidi. E qui è fondamentale la figura degli amministratori, perché se non ci fossero stati questi due amministratori… Amministratori diversi forse non avrebbero dato spazio. Tant’è che  – questa devo raccontarvela - io allora dissi: “Ok, proviamo” e Triva mi mandò da Anna Maria Croce, che (non sto scherzando, anche se tendo a dimenticare le cose) prese letteralmente dal cassetto dei fogli protocollo a quadretti, neanche moltissimi, me li diede, con una penna, a me che dopo tutto facevo l’insegnante (sì, leggevo, avevo molte passioni, l’arte ad esempio, però ero completamente digiuna di struttura e organizzazione di biblioteche), mi indicò una scrivania con una seggiolina di fianco e mi disse: “Fai l’elenco dei libri che dobbiamo prendere per aprire la biblioteca”. Vi giuro. Io la guardai - sono sempre stata piuttosto spartana - e risposi: “Ok, mi guarderò intorno”. E così feci. Poi le dissi: “Io, da sola.… Sono molto attiva ed energica, però da sola per aprire una biblioteca…”. Perché il disegno era ambizioso: era necessario, cioè, passare da San Damaso a Modena. Quindi bisognava intrecciare un rapporto con la Soprintendenza di Luigi Balsamo, perché Balsamo era lo Stato. E lo Stato era ostile, perché ricordatevi che, in effetti, a quei tempi gli enti locali avevano pochissimi poteri: erano tutti sottoposti a controlli di competenza statale.

Però poi le cose le facevano lo stesso.

Corradi: Sì, quella [la biblioteca di S. Damaso] l’hanno fatta. Come, non saprei, perché non c’ero ancora. Nel 1966 facevo solo l’insegnante. Avranno fatto una delibera. In seguito, però, è stato più complicato, infatti ricordo che iniziammo questo rapporto importantissimo con il prof. Balsamo, che era il Soprintendente bibliografico a Modena. Aveva una sua biblioteca: Balsamo rappresentava nell’ambito statale uno degli innovatori al seguito di Virginia Carini Dainotti, che aveva detto “Facciamo anche da noi la Public Library”. Quello della Public Library era un modello rigido, con una biblioteca al centro e con biblioteche periferiche. Era un modello pubblico. Lui voleva che il modello fosse questo, quindi nel rapporto dovevamo stare molto attenti, perché ci voleva lui: senza il suo via libera noi in realtà non avremmo aperto nulla. Era necessario un buon rapporto. Questo per spiegarvi il livello artigianale, molto minimale, degli inizi. E dobbiamo fare attenzione proprio a questo punto, perché noi pagammo molto questo modello partecipativo. La Biblioteca Civica in Corso Canal Grande aprì con solo 800 volumi. Ricordo polemiche durissime con i Quartieri, perché nei Consigli si andava veramente allo scontro: l’idea era che dovessero essere tutte pari. Questo modello egualitario ha fatto molti danni: noi in realtà a un certo punto lo aggirammo, però, diciamo, cominciammo dalla periferia, perché dal 1968 al 1970 parlammo soprattutto di biblioteche di quartiere.

Siamo al 1970, con la Biblioteca Civica.


Corradi: Balsamo diceva che non la potevamo aprire con 800 volumi. Non avevamo i soldi, quindi il problema era serio. Lui ci disse di iniziare con le piccole. Questa pressione, che poi era anche giusta, c’era molto. Sì, c’era molta richiesta, tutto il discorso del decentramento che stava partendo e aveva bisogno di puntelli e di luoghi. Le biblioteche sono state i primi ‘luoghi’ dei Quartieri. In molti casi (questo ora però non lo ricordo, bisognerebbe vedere le delibere) il Quartiere non era nulla di più che una sigla, cioè il ‘luogo’ erano le biblioteche dove si facevano le riunioni.

Erano strutture vere e proprie, al cui interno c’erano la biblioteca, il vigile…

Corradi: Esatto, ma solo dopo. All’inizio non era così. A San Damaso c’era solo la biblioteca.

Vorrei fornire alcune date per tutti quanti: 1966, San Damaso; 1970, inaugurazione di Crocetta, Sant’Agnese e Buon Pastore; novembre del 1970, Biblioteca Centrale; 1971, Modena est; 1972, San Cataldo, Saliceta San Giuliano, San Faustino e Quattro Ville. E il fatto che la Biblioteca Civica sia in mezzo a questa fioritura non ha una gerarchia: era considerata la biblioteca del Centro Storico. Era “quartierizzata”. Ci fu poi la cerimonia di consegna delle biblioteche ai Quartieri. Ci sono fotografie che testimoniano una consegna simbolica. Lo spunto veniva da una delibera che definiva meglio il ruolo dei Quartieri, però di fatto ci fu la consegna delle Biblioteche ai Quartieri.

Corradi: Cosa che per noi fu una sofferenza notevole, un rapporto molto complicato. Il rapporto con Balsamo fu difficile, perché quando aprimmo la Biblioteca Civica la chiamammo “Biblioteca del Centro Storico” anche a causa sua, perché lui non voleva sentire ragioni. Lui voleva che, sul modello della Public Library, il Comune aprisse una Biblioteca Civica centrale che avesse le sue periferiche. Virginia Carini Dainotti nel suo libro  traccia il modello della Public Library, che in Inghilterra e nei paesi europei funziona. Si tratta proprio del modello classico, per cui c’erano le biblioteche rionali nutrite dalla centrale. Tutte le competenze tecniche erano nella struttura centrale. Questo, che poi è il modello che abbiamo seguito noi, non era male. Le periferiche erano luoghi di utilizzo per gli utenti. Allo stesso modo c’erano i biblio-bus che lui voleva e che non abbiamo mai avuto perché non c’erano i soldi. Comunque, sta di fatto che nel giro di quattro-cinque anni siamo passati dai fogli protocollo a quadretti a tutte queste biblioteche, litigando con Balsamo e con i Quartieri che volevano essere loro… Tanto per cominciare, il dibattito sulla Commissione a San Damaso fu un calvario, perché noi da un lato combattevamo l’assemblearismo sfrenato e dall’altro questa esigenza dei Quartieri di controllare tutto, che è stata davvero pesante. Le iniziative culturali e i libri erano sottoposti a controlli, e ciò ha affaticato il processo. Menozzi era un consigliere comunale che aveva le sue ragioni, perché noi eravamo tutti di sinistra e per la verità all’inizio nella scelta dei libri ci fu una faziosità evidente. Lo dico perché è la verità. Poi ci siamo corretti e siamo forse andati oltre, però allora era così. Odiavo Menozzi, ci faceva morire. Per preparare una riunione impiegavamo giorni e giorni di lavoro, perché ci faceva le pulci. Però aveva ragione. Il Quartiere secondo me invinvece no, perché era proprio un atteggiamento di presa di possesso e di controllo, perché la maggior parte di queste persone, bravissime, per carità, aveva dei limiti. Non erano nemmeno in grado, cioè, di esercitare un confronto. Menozzi ad esempio, con tutti i suoi difetti, era uno che i libri li leggeva e li conosceva, era un uomo colto.

Gli elenchi dei libri venivano mandati in Consiglio Comunale?

Corradi: All’inizio sì, sempre. Venivano approvati tutti i titoli, andavano allegati tutti gli elenchi, si discuteva libro per libro e fu una cosa pesante. Ma, ripeto, il Quartiere faceva un controllo dei libri “all’ingrosso”, però mal digeriva la presenza del nostro coordinamento, che invece era fondamentale. Non avevano compreso, cioè, che era indispensabile che, dal punto di vista organizzativo per la sopravvivenza della struttura ci fosse qualcuno che risolveva tutti i problemi tecnico-organizzativi.

Ricordi con quali criteri veniva fatta la scelta del bibliotecario? È molto importante, siamo a ridosso del 1968.

Corradi: Era casualissima. Non dimentichiamoci che questa fase così artigianale di cui vi parlo fu una fortuna. Poi venne a lavorare con me Maurizio Franciosi, segnalato appunto da Balsamo che ci disse che c’era un ragazzo bravo e serio che lavorava lì, e così iniziammo a lavorare insieme. Anche in questo caso Triva si rivelò un genio, perché io lavoravo moltissimo, ero appassionatissima. Avrò fatto un sacco di cretinate, però ci spendevamo l’anima e facemmo tutte queste biblioteche in quattro anni, combattendo tutti questi ostacoli, compreso il momento in cui nel 1968 Triva voleva cacciarmi via. Triva capì che le biblioteche erano una cosa importante e seria e che c’era un rischio. Aveva ragione, con questi scatenati che volevano decidere tutto loro in modo molto dilettantesco (sono stati anni davvero tormentosi). Voleva cacciarmi via perché io ero sospetta di sessantottismo spinto. In effetti, per la verità, lo ero più nell’apparenza che nella sostanza, ma comunque diciamo che apparentemente ero così. Eravamo in due-tre: io, con Cocchi e Turci. E Triva, che mi era amico e affezionato - come poteva esserlo Rubes Triva, animale assolutamente a sangue freddo - disse che non andava bene. E ricordo che Germano Bulgarelli, che allora diventò Assessore alla Cultura, venne alla Biblioteca Civica, in Corso Canal Grande 81, in quel meraviglioso salottino con il soffitto azzurro con tutti gli angeli bianchi appesi, si sedette di fronte a me (eravamo amici, ci conoscevamo molto bene) e mi disse: “Senti, Rosella, guarda che sei sulla coda di una volpe. Triva sostiene che non si può andare avanti così. Stai attenta a quello che fai, vediamo. Io sono l’Assessore alla Cultura, provo a garantirti e poi vediamo cosa succede”. Io dissi: “Ok, va bene”, anche perché poi non è che fossero cose strane, insomma. In realtà non ho cambiato molto, cioè non è che questa cosa mi abbia preoccupato più di tanto. Probabilmente era più un sospetto, forse per il mio modo di pormi, ma in realtà io avevo anche un concetto di ordine molto preciso.

Erano i programmi culturali, le iniziative che davano nell’occhio?

Corradi: Sì, sì, erano quelli, e poi questa storia delle Commissioni di biblioteca. Ci fu proprio una guerra fra i Consigli di Quartiere e le Commissioni di Biblioteca, che in fondo erano le uniche realtà, questo è il problema. Perché la biblioteca era un ‘luogo’, la gente ci andava, le Commissioni c’erano e mal sopportavano la supervisione dei Consigli di Quartiere. Insomma, era un rapporto difficile, e io penso che effettivamente quest’accusa di sessantottismo mi sia venuta proprio dal fatto che io difendevo molto le Commissioni. Ma le difendevo perché per me erano vitali, fondamentali. Credo di aver fatto bene, perché poi era l’unica realtà che fu costruita intorno alle biblioteche. Questa era la verità.

Per bilanciare, come strumento di regolazione c’era il Coordinamento Biblioteche,  che dava  una forma organizzativa al tutto.

Corradi: Certo, e soprattutto una direzione. In realtà abbiamo sempre diretto tutto noi, diciamo la verità. Facevamo tutte le parti in commedia. Andavamo sempre a sfinimento, mantenevamo moltissimo le relazioni. Una cosa faticosissima, questo sì. Avevamo continuamente questo scambio, però eravamo noi che mandavamo avanti tutto. La verità è questa. Forse Balsamo a un certo punto lo capì, e non ci disse più niente.

Mattioli: Balsamo ha poi collaborato in seguito per il convegno Formiggini. Ci fu anche l’apertura, sulla base di una convenzione, della Biblioteca del Liceo Muratori, e si tratta della prima convenzione in Italia, lo so perché ne sono il promotore. Poi, dopo il Muratori, fu la volta del Sigonio, e fu una cosa veramente importante: una convenzione fra Stato e Comune per la quale veniva fornito il bibliotecario e si instaurava un rapporto nuovo con la scuola.

Corradi: Questo è il secondo round, in effetti.

Vorrei tornare sul ruolo degli editori, sul contesto in cui le biblioteche agivano, e con te volevo mettere a confronto due utopie (tali con il senno di adesso):  quella di Dogliani, ossia un sapere riducibile senza perdere in complessità, e quella dell’Enciclopedia Einaudi, che invece offriva  uno scenario tutto aperto. Tutte e due, direi…

Corradi: Fallite miseramente.

E più in generale vorrei parlare del ruolo delle case editrici. Di Einaudi hai già parlato, Feltrinelli aveva un ruolo? E poi forse c’è anche Laterza, che è l’unico, se non sbaglio, che a tutt’oggi tiene ancora un po’ d’occhio le biblioteche. Ha varato i “presidi del libro”,  un’iniziativa non molto riuscita, direi, ma comunque sulla scena pubblica sembra averle ancora un po’ a cuore, perché per il resto -  e  siamo all’oggi -  non interessano.


Corradi: Sì, devo dire che l’editoria come immagine è peggiorata. Indubbiamente in quegli anni c’era un’editoria di qualità, assolutamente. Questa, però, è un’impressione assolutamente superficiale. Intendo proprio come qualità dei materiali. Per rispondere alla domanda: secondo me ci eravamo appassionati a quest’idea dell’Enciclopedia, tant’è che facemmo un convegno di premi Nobel. A Modena le biblioteche in quegli anni facevano tutto, anche cose importanti, come fu appunto il convegno Il sapere come rete di modelli, a cui parteciparono due o tre Nobel. Mai visti tanti tutti insieme! Un convegno bellissimo che durò tre-quattro giorni, con tutto lo staff Einaudi che temeva che non fossimo all’altezza, invece andò benissimo. Era complicatissimo. E piazzare tutta questa gente non era semplice. La scelta, di cui mi assumo tutta la responsabilità, fu quella di metterli in ordine alfabetico per albergo, e Adriano Buzzati Traverso capitò al Libertà, lo ricordo ancora, con una sciarpa di cachemire. Arrivò e disse: “Io in quell’albergo non ci sto” e andò via. Alcune cose rimangono indelebili - come i capricci di Cesare Garboli, stupendo, capricciosissimo, ma un genio. Io l’ho amato follemente, ma era un pazzo. Noi eravamo molto egualitari e quando dovemmo scegliere… Questo tratto un po’ sessantottino ci era rimasto, per la verità, infatti quando lo dissi a Germano Bulgarelli mi guardò dicendomi che ero una disgraziata. Mi disse che queste cose non si potevano fare, che aveva ragione lui, ma in quegli anni eravamo così, un po’ egualitari. Avevamo le nostre qualità, ma anche le nostre prese di posizione. Quello lo trovo un progetto affascinante. In realtà poi mi sono accorta che l’Enciclopedia Einaudi non tiene da nessuna parte. Non è utilizzabile. Io l’ho regolarmente comprata pagandola a rate e l’ho usata qualche volta quando seguivo i seminari al San Carlo, però… Quest’idea di modelli che si intrecciano, era affascinante. E noi facemmo questo convegno bellissimo e importante.

Chi era Assessore quando facesti quel convegno?

Corradi: Eravamo fra Magni e Dino Motta. Il convegno fu bello e straordinario per la città, perché non si era mai visto qualcosa di simile, però quell’esperienza editoriale, che poi – credo - portò anche dei guai alla casa editrice, è legata a quel tempo. Non è una cosa che ha sedimentato una modalità…

Cosa cambia con la nascita dell’Assessorato, quando si passa dall’Istruzione alla Cultura? Come si presenta e come viene vissuto questo processo?


Corradi: Io questa cosa l’ho vissuta di risulta, nel senso che le biblioteche erano legate all’Assessorato all’Istruzione e facevano riferimento a Famigli, che conoscevo molto bene. Lui era molto interessato alla scuola, giustamente, perché furono anni d’oro. Con la Scuola dell’Infanzia fummo all’avanguardia, poi secondo me l’esperienza si è un po’ ripiegata su se stessa. A Reggio fu diverso. Ci fu Malaguzzi, che è il padre di questa esperienza. Quando si è spostato a Reggio c’è stato un po’ un ripiegamento.

Andrea Borsari: Germano Bulgarelli ricordava che Modena è stata all’avanguardia come Reggio e altre, poi si è innescato l’obiettivo della generalizzazione fino a porre il problema della statizzazione, oltre che il rapporto con le private. Questo ha fatto passare in secondo piano la ricerca e la sperimentazione permanente che invece una figura come Malaguzzi, tornando a Reggio Emilia, da cui veniva, ha continuato ad alimentare. Reggio è poi diventata un oggetto esemplare di esportazione internazionale.

Giuseppe Gavioli: In quegli anni la tensione sperimentale si spostò sul tempo pieno. La politica della cultura la faceva l’istituzione, e nel tempo pieno ci furono notevoli invenzioni sul campo della cultura e dell’accezione della scuola. Sarebbe un filone da sondare, perché contemporaneamente alle vicende degli enti locali e delle scuole dell’infanzia che si andavano sperimentando con le sceneggiate dell’occupazione dei territori per avere i soldi per fare l’edificio, l’amministrazione,  se non ricordo male, si spostò sul tempo pieno, sulla modifica della scuola dell’obbligo. L’innovazione della scuola dell’obbligo dall’interno non potevi farla perché non ti lasciavano entrare, e quando viene generalizzata la scuola dell’obbligo, l‘amministrazione con Famigli ha questa capacità di promuovere una forma di collaborazione.

Corradi: Lui era incredibile, sì. Se ti ricordi, c’erano la scuola del mattino e la scuola del pomeriggio, e il tentativo era quello di creare dei momenti di scambio, che furono difficilissimi.

Gavioli: Poi ci fu uno sviluppo negli anni ottanta con Mario Benozzo. La scuola Foscolo a Modena divenne un punto di straordinaria innovazione e motivazione degli insegnanti. Io ne sentii parlare dall’esterno, ma poi, negli ultimi anni, conoscendo Benozzo mi resi conto.

Corradi: Io ho insegnato alle Foscolo per cinque anni, e la mia teoria è che gli insegnanti avrebbero dovuto obbligatoriamente andare alle Foscolo. Benozzo lo conoscevo molto bene: lui tendeva un po’ a mitizzare. Le Foscolo sono state un’esperienza fondamentale, ma disgraziatamente le avevano ghettizzate. Dal centro avevano concentrato le Foscolo per prima cosa perché c’era il tempo pieno, e poi perché c’era un’esperienza d’avanguardia, nel senso che si accettava di misurarsi con l’handicap. Avevamo una media di cinque-sei-sette ragazzi disturbati in ogni classe. Fu un’esperienza importantissima, ma difficilissima. Indimenticabile.

Torniamo all’Assessorato alla Cultura.

Corradi: Anna Maria Croce era una donna autoritaria, non era facile da convincere quando aveva in mente qualcosa. Una donna intelligente, anche lei appassionata, una dirigente che aveva in mano tutto quanto e in genere aveva buone relazioni politiche. Era davvero una donna capace. Anche in questo caso, vedete come sono importanti le personalità. Anna Maria Croce fu un personaggio decisivo in quegli anni. Però eravamo sotto tutela, perché a Famigli interessava la scuola: con noi andava d’accordissimo, ma diceva che con le biblioteche c’erano sempre scocciature, grane, attacchi contro la Cultura. Finalmente nacque questo Assessorato.

Quindi fu considerato un miglioramento di status?

Corradi: Certo. Prima eravamo un piccolo settore, ma non c’era assolutamente relazione con le altre istituzioni culturali. Lo scambio è iniziato con l’Assessorato alla Cultura. Ma anche, cosa paradossale, abbiamo potuto organizzare la stessa biblioteca scolastica solo quando abbiamo avuto autonomia, perché, come diceva Giuseppe Gavioli, l’Assessorato all’Istruzione aveva altri problemi (investimenti di risorse…), ma le biblioteche interessavano a noi. Diciamo la verità: eravamo un mondo un po’ a parte, facevamo ogni tanto le riunioni di bilancio. Devo anche dire che avevo una precisissima cinghia di trasmissione con il PCI nelle persone come, ad esempio, Beppe Gavioli. Adesso non so cosa succeda perché è da un po’ che sono scollegata. Io ero iscritta al PCI, non perché ciò fosse la cinghia di trasmissione di qualsiasi funzionario del Comune. Ricordo una cosa, e non la vedo come una cosa negativa, perché secondo me la facevano anche i democristiani, non ho idea. Quando c’erano i rinnovi delle Commissioni di biblioteca, le presentazioni del bilancio, la programmazione culturale, noi facevamo sempre degli incontri, ci preparavamo, spesso andavo anche da sola a parlare con Gavioli che regolarmente mi faceva arrabbiare, perché lui era più “d’ordine”: c’era questa consuetudine. Però c’era una relativa autonomia, perché in verità io mi considero una persona assolutamente autonoma. Quando c’erano cose che non mi convincevano non sono mai stata obbediente, perché se avevo in mente un progetto, quello doveva andare avanti. Quindi magari combattevo per realizzarlo, questo sì, però era una cosa molto utile, perché era un’occasione, un punto di forza in quegli anni.

Gavioli: Era una modalità che poteva avere delle deformazioni burocratiche e allo stesso tempo era una sede di discussione reale e di moltiplicazione di un’intuizione, di una scelta.

Corradi: Certo, ma anche di appoggio politico a certe scelte, perché il problema era che quando arrivavi al dibattito la gente era già …

Gavioli: In quegli anni c’erano i partiti.

Corradi: Negli ultimi anni questo nesso era scomparso completamente. Come interlocuzione valida, significativa, utile, è durata fino ai primi anni ottanta.

Gavioli: Tramonta, credo, con la crisi della solidarietà nazionale.

Corradi: Io ho una mia teoria, l’ho sempre avuta. E cioè che il 1975, con le elezioni amministrative, è stato un anno di gloria, costruttivo, creativo. Poi c’è stato il 1976 con il governo di solidarietà nazionale, che poi è andato male. La politica è un contesto decisivo. Io, che sono ferocemente critica degli aspetti burocratici, che poi ci sono stati e sono stati pesantissimi, ritengo che ci sia un merito storico di modernizzazione della società da parte del PCI come l’ho conosciuto nella realtà emiliana e in particolare in quella modenese. Su questo non ho dubbi.

Realtà modenese e realtà emiliana come stavano per quello che riguarda il PCI? Com’era il rapporto con Bologna, ad esempio?

Corradi: Secondo me a Modena c’era gente migliore, l’ho sempre pensato. Io con la Regione non ho avuto rapporti interessanti.

E prima della Regione, anche negli anni sessanta?

Corradi: Quelli li ricordo poco, perché mi sono iscritta al PCI nel 1968 e in realtà ho inziato la mia vita politica in coincidenza con questa mia esperienza di lavoro. Però ricordo che Modena era una città all’avanguardia.

Il sistema delle biblioteche però era stato strutturato a Bologna prima che a Modena. Che relazione c’è?

Corradi: Attenzione: a Bologna c’è stato il Consorzio Provinciale di Pubblica Lettura diretto da Pasquale Petrucci, che seguiva il modello Carini Dainotti a livello provinciale. Petrucci era molto preparato, a differenza di me, che dal punto di vista bibliotecario mi sono costruita nel tempo. Lui era proprio un bibliotecario, aveva fatto studi per diventarlo. Era anche appassionato di informatica, cosa rarissima. Aveva costruito un sistema per informatizzare le biblioteche. Contemporaneamente a Bologna c’era l’Archiginnasio, ma secondo me le Biblioteche di Quartiere a Bologna sono venute dopo di noi. Per quanto riguarda il rapporto, io e Petrucci ci vedevamo regolarmente, andavamo ai convegni e ci scambiavamo esperienze. Nei primi anni loro erano molto meglio di noi a livello di competenze professionali, poi noi ci siamo evoluti rapidamente. Da questo scambio abbiamo anche tratto l’informatizzazione. Una cosa che voglio dire qui ed ora è che secondo me, invece, la Provincia di Modena non assomigliava neanche lontanamente a questo livello. Per me è stata una zavorra. Ugo Bulgarelli era un buonissimo uomo, però ci ha rovinato la vita. Questa è una delle ragioni per cui a un certo momento non ne potevo più. Noi avremmo potuto, per le nostre capacità e anche per la nostra capacità propositiva, informatizzare le biblioteche dieci anni prima. Questa è la dimensione burocratica vera. Ci furono soldi buttati via in progetti non realizzati, in cui si è perso tempo. Parliamo degli operatori: all’inizio eravamo molto “ruspanti”. Io avevo una competenza specifica, ero laureata in Lettere, ero una persona di cultura e lo erano le persone intorno a me. Però le bibliotecarie, ad esempio, le avemmo di risulta dalla scuola. Erano applicati, non avevano una competenza, ed era anche difficile formare queste figure perché non c’era un inquadramento. Come si poteva fare una formazione professionale adeguata a persone che poi erano inquadrate a livello di applicati? Addirittura c’erano insegnanti che avevano perso il posto nel Comune e che erano state distaccate alle Biblioteche. Quindi molte volte reticenti. In realtà hanno fatto il possibile, però abbiamo avuto dei problemi grossissimi da questo punto di vista. L’altra cosa che vorrei dire è che la relazione con la Provincia per noi è stata una relazione difficilissima. Noi eravamo pronti a informatizzare e avevamo una realtà molto viva, molto attiva, e di buon livello. Sia come coordinamento che come biblioteche avevamo maturato dei buoni risultati. Invece l’errore gravissimo che fece Ugo Bulgarelli fu quello - che è la cosa che ho notato nell’amministrazione - di mantenere in qualche modo il suo recinto protetto. Bulgarelli fomentò una guerra per bande fra le biblioteche della città e le biblioteche della campagna. Questa cosa è durata per anni e mi ricordo – questo non per rinfacciare nulla a Giuliano Barbolini, che era stato Ispettore ai servizi culturali con Bulgarelli e fu Assessore alla Provincia - che Giuliano delegò a Ugo Bulgarelli tutto il progetto. Perdemmo anni in contrapposizioni sterili, inutili e ridicole, anni in cui Bulgarelli voleva gestire un suo progetto informatico che poi per fortuna abbandonò. Questa fu una delle cose per me più gravi ed estenuanti sia dal punto di vista politico che dal punto di vista politico-culturale. Alla fine ce l’ho fatta, però dopo dieci anni… Ad esempio avremmo voluto fare la torre libraria informatizzata alla Biblioteca Civica, ma non potemmo. Siamo arrivati tardi, anche questo per impedimenti burocratici. Adesso è stata fatta spendendo… Insomma, secondo me nella seconda metà degli anni ottanta le cose sono cambiate parecchio. Dino Motta c’è stato poco perché ci fu quell’episodio [Freedonia, 1982]… Ma quello che voglio dire è che con lui abbiamo avuto un vero referente politico. Lui si occupava davvero delle biblioteche. Il politico dovrebbe anche raccogliere, ascoltare, fidarsi, se si fida, e portare avanti un progetto. Magni era piacevolissimo, ma non gliene importava nulla.

Con la nascita dell’Assessorato alla Cultura nascono anche relazioni fra istituti. Le biblioteche, nuove, belle, piene di vigore, si guardano in un panorama in cui il Comune fa anche altre cose e attraverso una struttura e comunque un referente politico, in teoria, hanno rapporti se non altro di pianificazione, di bilanci, quindi forse anche litigi, conflitti. Se quindi Magni era particolarmente interessato al teatro, come vi coordinavate? Gli anni dalla nascita dell’Assessorato fino all’80, prima che arrivasse Motta, non credo siano stati anni di anarchia.

Corradi: No, no, assolutamente.

C’era una struttura capace non solo di coordinare ma anche di dirigere?


Corradi: Per iniziare diciamo questo: spesso gli Assessori sono stati oggettivamente irrilevanti, se il funzionario era capace. Per esempio c’era l’Ispettore ai Servizi Culturali (c’è stato Barbolini a lungo) e c’era Magni. Quindi in realtà chi coordinava, chi faceva gli incontri, erano Barbolini e poi Iella Ponzoni. Poi facevamo riunioni periodiche con l’Assessore. La struttura gerarchica era questa. La figura importantissima in quegli anni è stata anche quella degli Ispettori, oggi Caposettori. Aggiungo  che l’Ufficio Cinema era Omer Pignatti. Di nuovo torniamo lì. Hanno fatto la Truffaut, tutto il Circuito, però di nuovo torniamo lì: Omer ha messo in piedi l’Ufficio Cinema…

Mattioli: Con assoluta mancanza di pudore trattava i più grandi come se fossero suoi compagni di scuola. Corresse dei testi a Lavagetto. È quello che ha pubblicato la fotografia di Modena in cui la Ghirlandina è dall’altra parte del Duomo.

Corradi: Sì, noi lo torturavamo, però Alberto Morsiani ha preso in consegna una realtà molto ricca. E poi Pignatti aveva relazioni nazionali e internazionali, cosa che non ha mai finito di stupirmi! Non sapeva le lingue! Noi facevamo un po’ i furbi…

Borsari: Però Pignatti con le sue caratteristiche ebbe la capacità di cogliere il valore di avviamento del Circolo del cinema Cabassi e pian piano lo spostò nell’istituzione e costruì la politica, la strumentazione del cinema a Modena, rendendo la città un punto d’attrazione che, comparativamente, oggi è Bologna.

Corradi: Bravo. All’epoca Bologna era inferiore a Modena, veramente.

Borsari: Poi era quello, era un autodidatta, aveva fatto il Corni, ma aveva connotati che sono esemplari di una certa fase storica di Modena, di chi fa esperienza di promozione culturale, politica, o “ai confini”, e soprattutto di organizzazione di creazione di istituti, di organismi, di politiche, ed è una stagione che è finita.

Corradi: Sì. Ho sentito una bellissima intervista di Renato Zangheri, ma purtroppo ne ho perso l’ultimo tratto, su La grande notte su Raisat Extra. Mi ha davvero colpito. Quest’uomo vecchio, un vecchio che, parlando con l’intervistatore Claudio Sabelli Fioretti, che non è male, ma che gli faceva domande completamente assurde, ha detto “Oggi amministrare è molto più complicato: è un’esperienza irripetibile”. Ha detto questo, più alcune cose che adori sentir dire da qualcuno bravo quando tu già le pensi. E così ne hai la conferma. Mi ha colpito moltissimo, ha detto tante cose belle, ed è uno di quei personaggi che appartengono a quella stagione.

Daniela Betti: Lei ha dato un’immagine della crescita delle biblioteche molto pragmatica, nonostante ci fossero alcuni modelli. Questo vale anche per l’Ufficio Cinema e per altre realtà come quella della Sala di Cultura dal punto di vista delle arti visive. Nonostante si parli di persone che avevano una visione, persone che sicuramente potevano autodefinirsi dei rivoluzionari, in realtà erano molto riformiste nei fatti, perché pragmaticamente agivano con la realtà che era loro data, con l’idea: “la rivoluzione sarà domani, intanto è bene che facciamo alcune cose”, senza che queste cose  fossero il tassello di una catena teorizzata a priori. Questo ha permesso di far cose molto rivoluzionarie, viste oggi. A un certo punto, questa è la mia impressione, c’è la mania di progettare in campo urbanistico, in campo culturale, si fanno convegni sui progetti, ma poi non si concretizza tanto. La rete si complica, i progetti non significano relazioni, è vero, però relazioni personali emergono da quel “fare”.

Corradi: Ho dimenticato un altro personaggio centrale: Oscar Goldoni con la Galleria Civica. In realtà eravamo anche amici, ma amici complici, perché avevamo una visione in comune, vedevamo molte cose allo stesso modo, e per questo era possibile la collaborazione. Per esempio organizzavamo moltissime iniziative in comune con Oscar e con Pignatti: mostre, incontri. Il Teatro San Geminiano è nato dalle Biblioteche di Quartiere: noi facevamo teatro nei quartieri. Pietro Valenti era un bibliotecario di Buon Pastore. In Buon Pastore abbiamo fatto una delle mostre più belle, di cui abbiamo perso traccia, Lisiàt (Storia minima di un partigiano) , un libro pubblicato da Guaraldi con la prefazione di Fortini, che vide questa mostra di Vania Vecchi e di suo marito, due grandissimi grafici con una storia personale difficilissima, e si innamorò. Noi facevamo queste cose e le facevamo insieme, questo per farvi capire il livello di collaborazione. Non eravamo gelosi. La differenza enorme fra allora e oggi è che allora i luoghi erano pochissimi e molto permeabili. Oggi, leggendo il vostro promemoria, ce n’è una quantità impressionante. Basta pensare all’area del Sant’Agostino con il Foro Boario. Queste cose non esistevano assolutamente. Quindi la prima volta che veramente noi siamo passati dal dilettantismo del servizio -  eravamo bravi, simpatici, carini, facevamo belle iniziative, però non avevamo i luoghi - è stata con la progettazione di Palazzo Santa Margherita.

Forse in questa fase – metà degli anni ottanta - si inceppa anche quel sostegno della politica a cui tu prima ti riferivi. Penso a  un tuo intervento ad un convegno a Fermo  in cui sembri dire che il processo di rinnovamento delle biblioteche si sia interrotto appena iniziato. Non so se coincidono con questo disincanto il forte ritardo sulla Civica nuova, il logoramento sul versante dell’automazione (in cui c’è una ben definita responsabilità della Provincia). Ma forse c’è anche un allentarsi dell’interesse della politica, del ceto politico (con tutti i limiti che abbiamo già descritto) sul tema delle biblioteche. Un ritardo colpevolissimo: l’automazione era già pronta, quella che adesso si chiama Delfini era già pronta nelle esigenze delle persone e nelle capacità. Ci siamo trascinati per anni in questa palude.

Corradi: Questo senz’altro. Però io ricordo come una stagione molto interessante quella del Palazzo dei Musei e l’idea dei grandi contenitori. Sono andati di pari passo in realtà, ed è interessante, perché significa cambiare il volto della città. I luoghi sono sempre molto importanti secondo me, perché certo, le intenzioni sono meravigliose, ma i luoghi sono fondamentali. Quindi diciamo questo: che servivano molti soldi e non ce n’erano tantissimi. C’era anche un problema di denaro, di investimenti. C’era il problema di mandare avanti Palazzo dei Musei, c’erano tutti i progetti di grandi mostre, c’era Castagnoli, anche la Galleria Civica stava prendendo una dimensione nazionale, poi c’era Palazzo Santa Margherita. E quindi c’è stata anche la necessità di mandare avanti non una cosa sola. Per esempio ricordo che la prima struttura doveva essere la biblioteca: non ci stavamo più, scoppiavamo. Ci fu un periodo difficile, perché c’era una grande quantità di utenti (mille persone al giorno), i pavimenti scricchiolavano, era una situazione veramente assurda, anche per la città. Io vedevo fondamentale la Galleria Civica, però vedevo anche fondamentale in quegli anni un luogo dove tanta gente potesse andare. Adesso è tutto cambiato. Si era deciso – e l’Assessorato era d’accordo - che la biblioteca sarebbe stata la prima, perché era l’intervento più urgente. Mi accorsi, come spesso succede, che stranamente si parlava sempre meno di biblioteche e sempre più di Galleria Civica. La Galleria Civica comunque aveva un luogo, aveva la Palazzina dei Giardini. Ricordo che c’erano Giampiero Cuppini, che fra l’altro era il progettista, un mio amico, e Castagnoli idem, un mio carissimo amico, Direttore della Galleria Civica. Ci fu uno scontro molto duro. C’era anche Iella Ponzoni e io dissi: “Non scherziamo, mi state scippando la biblioteca”. Non era per la cosa in sé, perché io non ho questo attaccamento alle cose mie, ma lo vedevo come un luogo “per primo”. Eravamo disperatamente attaccati a questo progetto di cui avevamo assoluto bisogno. Quello è stato il salto di qualità. Non  ho dubbi. È cambiata tutta la relazione con i Quartieri, si è finalmente ridimensionato tutto questo eccessivo egualitarismo, perché lì è diventato chiaro che c’era una struttura cittadina importantissima. Poi si sono anche ridimensionate le Biblioteche di Quartiere come progetto, giustamente, perché il decentramento aveva enfatizzato un sacco di cose che secondo me sono superate.

Però dentro questa stagione che si sta delineando, ed è molto  meno entusiasmante della prima, c’è un capitolo, che citava anche il prof. Mattioli, che credo meriti un passaggio: quello delle biblioteche scolastiche. Non credo per colpa della politica locale, ma per sue inerzie interne in cui anche la scuola ha giocato pesantemente, questa stagione si è tradotta in un’occasione mancata, e credo meriti qualche parola in più dai protagonisti, perché a mio parere lì c’è uno snodo difficile da superare. Sulle biblioteche scolastiche Modena ha avuto un ruolo, come si diceva, davvero pionieristico e di modello. Purtroppo è una parabola che si è andata spegnendo, e in questo c’entra anche la scuola.

Corradi: Certo. C’è stato un momento in cui avevamo dodici Biblioteche di Quartiere, secondo me sei o sette Biblioteche Scolastiche (tutti gli ordini di scuola), una convenzione con il Collegio Universitario per la biblioteca di via Campi e, ambiziosi come siamo, avevamo fatto un accordo, in virtù dell’informatizzazione, con il Centro di calcolo dell’Università e del Comune per condividere i programmi di informatizzazione in modo da avere dalle biblioteche l’accesso, per esempio, alle informazioni delle Biblioteche Universitarie. Tutto questo per darvi l’idea che le biblioteche non c’erano, e quelle che c’erano non erano aperte. Per esempio ricordo che la nostra megalomania ci fece pensare all’Accademia delle Scienze e alla Biblioteca dei Francescani di via del Taglio. Noi, cioè, siamo andati ovunque ci fosse una biblioteca a Modena, anche la Circolante Carnevali, che volevamo comprare perché secondo noi era una biblioteca.

C’è una parola che non è ancora stata  detta e che  spiega questo cambiamento: “sistema”. Di questa parola c’è traccia in tanti convegni e in tanti interventi, anche di Rosella Corradi, e spiega quella che apparentemente sembra un’espansione megalomane, mentre invece era un sistema al cui interno anche le Biblioteche Scolastiche avevano un posto…

Corradi: Noi avevamo tradotto in termini funzionali il sistema: avevamo tradotto la Public Library alla maniera della Carini Dainotti in un sistema con un centro di coordinamento neutrale interno. Non con una biblioteca madre che partoriva tanti bambini, ma con un centro funzionale che alimentava le richieste, le esigenze, e quindi economizzava sia dal punto di vista del personale sia dal punto di vista dei servizi. Perché questo è il problema. Questa gestione dei servizi è stata un aspetto fondamentale.

Immagino abbiate speso molto tempo a progettare, lavorando a un livello di teorizzazione importante. Però la concomitanza dei temi della politica che cambia era un discorso più generale. È vero che il passaggio che avviene quando si riflette sui contenitori e sul contenuto segna forse il limite fra una crescita con una spinta che veniva da idee, da persone, e un’altra crescita, che ha bisogno di altri attori e di altri fattori per poter verificarsi e non rimanere a metà.

Corradi: I progetti legati alle biblioteche fondamentalmente erano due, dal punto di vista strutturale: la Delfini e le Biblioteche Scolastiche. La Biblioteca di Scienze dell’Educazione, che c’è ancora, nell’edificio delle Magistrali, è una biblioteca specializzata di alto livello. Questo livello politico dall’Assessorato non è stato sempre capito, non è passato. Invece nei fatti era passato, perché al Muratori, grazie ai rapporti con voi [rivolta a Emilio Mattioli], c’era questa bellissima biblioteca. L’abbiamo sistemata, etichettata, ci abbiamo messo un addetto. Questo era il rapporto, la relazione. Poi la aprivi al pubblico. Perché lì c’era un patrimonio che noi non avevamo: ecco il concetto di “sistema”. Noi potevamo agire sulla Delfini come biblioteca di attualità, prestando anche dieci libri alla volta. Io dicevo cinquanta, poi mi hanno corretta. Però, dicevo, perché uno deve prendere un libro o due? Lasciamogli la possibilità, poi non ne prenderà mai venti o trenta, però questa è la Delfini. Non è l’Estense, non è una biblioteca specializzata. Il sistema è questo: c’erano biblioteche diversamente specializzate che dovevano integrarsi ad altre che c’erano già. Il Muratori ha un patrimonio straordinario, che c’è. La Biblioteca di Scienze dell’Educazione l’abbiamo fatta noi. Secondo noi, considerando le scuole, i maestri, i corsi, l’aggiornamento, a Modena mancava completamente questo tipo di strumento, quindi abbiamo costruito questa biblioteca, fra l’altro una bellissima biblioteca. Poi pian piano ci siamo limitati, però questa era l’idea, ed era una buona idea. Perché con un addetto o due si valorizzavano dei patrimoni senza inventare una cosa smisurata, permettendo alla Delfini di compiere la sua funzione di aggiornamento, novità, di risposta alle richieste dei lettori, perché questa era la mia ossessione. La gente doveva avere un libro disponibile appena lo vedeva: la Delfini era questo, e spero lo sia ancora. Un servizio rapido, aggiornato e vasto sull’attualità. E anche quella del Collegio Universitario di via Campi era un’idea bellissima. Anche lì abbiamo rischedato e informatizzato tutto, abbiamo messo gli operatori e stabilito un rapporto con l’università. Noi in realtà dalle biblioteche avevamo relazioni con il mondo, con queste istituzioni, con i loro organi dirigenti. Lì è vero, siamo stati poco sostenuti, perché l’idea non fu capita del tutto. Io ho sempre avuto questa idea: quando andavamo a parlare di biblioteche scolastiche e di biblioteche convenzionate ci guardavano, ma non capivano. Anche gli amministratori non si sono resi conto dell’enorme ricchezza e importanza di questo progetto. Il progetto è questo, e c’era: erano la Delfini e queste biblioteche. Quando abbiamo fatto il convegno nel 1983 con il S. Carlo , in realtà il progetto c’era già tutto, e questo è un passaggio decisivo. Perché c’era un’indagine: noi capivamo bene che c’era un patrimonio enorme, non sfruttato, abbandonato a se stesso, che doveva in qualche modo essere attivato. C’era una sfiducia notevole nel fatto che molti degli interlocutori potessero attivarlo in proprio, e questa era la realtà. Questo aspetto fu decisivo: l’indagine era importantissima, perché faceva l’inventario della situazione e delineava luoghi dove era possibile intervenire. Noi avevamo personale limitato, e il progetto era il coordinamento, perché, per esempio, dato che avevamo questa zavorra della Provincia, l’informatizzazione delle riviste l’abbiamo avviata con il San Carlo, che invece era un interlocutore più affidabile, più convinto, più energico, più autorevole. Fu importantissimo il progetto di informatizzazione del settore riviste, che poi si prese la Provincia, che ha beneficiato spesso dei nostri risultati. Noi ne eravamo contenti, però. Questa fu una parte fondamentale di quel progetto. Il convegno del 1983 delinea con chiarezza un progetto, ma il problema è che non fu del tutto compreso. La biblioteca del Muratori bisogna vederla per capire cos’è: è importantissima, ma le cose bisogna capirle. Quella biblioteca, insieme alla Biblioteca di Scienze dell’Educazione e alla Biblioteca del Collegio Universitario, era un punto di raccolta di un livello avanzato di progettazione, è questo il punto. In seguito successe che il progetto non fu capito né continuato: si poteva ridurre. Noi ci eravamo espansi a macchia d’olio, però avevamo già iniziato a ridurre le biblioteche di quartiere. C’è stata una seconda fase, potenzialmente, con la Delfini, quindi in qualche modo il progetto aveva delle basi precise. Con la Delfini si sarebbe via via potuto ridurre il numero delle Biblioteche di Quartiere, magari facendo il prestito su richiesta dalla Delfini direttamente ai Quartieri, trovando nuove forme e mantenendo questa relazione con le istituzioni che secondo noi era fondamentale, proprio come relazione politica e culturale. Il vero buco nero oggi è la scuola. Nella politica dei servizi c’è un grandissimo ritardo e questo è un problema fondamentale. Pensiamo ai “luoghi”: quando andavo alla biblioteca del Muratori ero contentissima, perché vedevo un salto di qualità netto rispetto allo standard medio. Questa cosa non è stata capita: la Delfini sì, i Quartieri sì, dobbiamo dirlo, ma questo no. L’avanzamento e la crescita di relazioni importantissime con le istituzioni, con la gente che ci lavora, questa cosa secondo me è stata abbandonata.

Si può dire che mentre negli anni sessanta e settanta i Comuni hanno inventato le scuole dell’infanzia e poi i doposcuola, non c’è stata negli anni settanta-ottanta nelle scuole superiori un’attenzione a rapportarsi con il sistema scolastico che si andava consolidando e articolando?

Corradi: No, non c’è stata.

Ma perché le scuole superiori erano gelose?

Corradi: Secondo me, come direbbe Zangheri, è diventato tutto difficilissimo. Intanto ci sono conflitti di competenza, sovrapposizione di consigli: il ruolo del Comune, della Provincia, della Regione, che generano una grande stratificazione. Con questa moltiplicazione dei Consigli (il Consiglio di Istituto, il Consiglio di classe), come fa una forza politica a tenere tutto sotto controllo? Secondo me ormai succede che la vita scorre sotto e va avanti lo stesso, e sopra hai queste cose che mantieni in vita e che costano. Bisognerebbe che qualcuno avesse il coraggio di distruggere ciò che noi abbiamo costruito e che forse è stato attivo e vivo negli anni settanta. Bisognerebbe avere il coraggio di dire basta, altrimenti come fai a tenere in piedi, anche solo in termini di tempo, tutte queste relazioni, questo moltiplicarsi dei livelli di decisione, di presenza? Non puoi. Secondo me uno dei drammi della politica oggi in Italia è questo. Attenzione: ho detto che lì non abbiamo continuato e il nostro progetto si è in qualche modo specializzato in uno dei due ambiti, però ci sono tanti luoghi importantissimi. Ad esempio ho visto il Palazzo dei Musei, che è una meraviglia. Questi luoghi hanno già valore di per sé, ma bisogna farli vivere al meglio. Uno alla volta, anche se non tutti in collegamento. Io credo che oggi sia questo il problema: far funzionare al meglio quello che c’è e farlo bene.

Cesare Malagoli: Pensando al Fermi, in questo istituto Tecnico c’è stata la Biblioteca di Quartiere per anni, poi è stata chiusa. Dove una volta c’era la biblioteca adesso c’è lo spazio per l’Aula Magna, il laboratorio di fisica e una classe.

Corradi: Lì evidentemente sono state fatte delle scelte. Scelte che, va detto, si possono fare. L’altro difetto, però, è la mancanza della capacità di costruire relazioni utili, ad esempio accordi. Per esempio il Corni ha una biblioteca stupenda che è stata via via derubata, spogliata. C’era Rotondò, che insegnava Storia della Chiesa a Torino ed è stato a Modena a insegnare al Corni. Insieme alla moglie era insegnante e bibliotecario. Infatti c’è una stupenda sezione di storia moderna. E allora perché invece di litigare non si pensa ad un accordo attraverso un semplicissimo programma informatico? Questo è un fatto gravissimo.

Il tema della gratuità delle biblioteche è stato un baluardo inattaccabile fino a qualche anno fa e poi è tornato in discussione per motivi molto obliqui (diritti SIAE ecc.): una battaglia che poi le biblioteche hanno condotto anche in ragione della finalità di questo denaro. Però ti volevo chiedere, visto che l’espansione del sistema aveva anche un problema di sostenibilità, oggi la gratuità di accesso ai servizi bibliotecari e ad altri servizi culturali è ancora un valore da difendere a prescindere?

Corradi: Sì, io non ho dubbi. Poi se offri dei servizi, fai pagare quelli. La mia idea è questa. Meno feste, meno iniziative e prestito gratuito.

L’ultima domanda è questa: tu intervenisti non proprio in favore del Progetto Giovani. Volevo tornare su questo e chiederti un giudizio su quelle che allora erano le politiche dell’effimero. Con il senno di allora e con il senno di oggi.

Corradi: In realtà politiche per i giovani ne abbiamo sempre fatte, perché i bambini e i ragazzi sono i maggiori fruitori delle biblioteche. L’effimero l’abbiamo fatto anche noi, perché se vogliamo essere giusti il convegno sulla rete dei modelli con tutti i Nobel è parte dell’effimero. Avremmo anche potuto non farlo. Però lo abbiamo fatto, e io lo rivendico. Per esempio, se oggi il Comune organizzasse le letture dei poeti che leggono i poeti, lo troverei scandaloso. Noi organizzammo incontri con poeti che leggono i poeti venti-ventidue anni fa, quando venne il “fumatore pazzo”, Sanguineti, che lesse Dante. E basta. Siccome i soldi sono pochi, allora se si dice “Facciamo queste cose e facciamo pagare il prestito”, io dico “No. Non fai queste cose e non fai pagare il prestito”. L’effimero non mi ripugna. C’è questa tendenza, oggi, all’animazione, che è un aspetto molto positivo, perché porti gente per strada, la fai uscire, la fai incontrare, però se poi per fare questo contieni dei servizi a mio avviso moderni… Il servizio è neutrale, sto dicendo questo. Il servizio ci deve essere e deve abbattere i costi delle persone.

Questa però è una conquista, perché le biblioteche non nascono come servizi.

Corradi: Sì, è una conquista, assolutamente. Prima era un’idea, quella della partecipazione, della cultura, c’erano cose anche dilettantesche in cui credevamo fermamente e che secondo me sono state utilissime. Quando siamo passati dall’idea della cultura per tutti (in questo c’era molto paternalismo) alla logica dei servizi, che secondo me sono “dati”, sono fatti che rimangono, che persistono, a mio parere abbiamo fatto un salto di qualità. Non tutti l’hanno fatto, perché poi c’è il problema della ricerca del consenso, che è un problema serissimo, cioè l’andare incontro alla gente, immaginando quello che la gente vuole.

Quando è iniziato tutto questo? La Facoltà di Economia nasce al culmine di un periodo in cui il Comune è ricettivo, Modena è una fucina di talenti, il Partito Comunista li stava a sentire e non li reprimeva… La Facoltà Umanistica nasce nel momento in cui tutto questo è probabilmente concluso, secondo una mia analisi “da forestiero”. Può indicarmi una sua personale scansione delle fasi di progressivo spegnimento? Come si arriva a questo “iniziativismo”  furibondo?

Corradi: Credo che ci siano stati una crisi della sinistra molto seria (di progetto, di visione, di alleanze) e un periodo di conformismo ideologico: di conseguenza una scarsissima capacità di innovazione. Questo è quello che penso.

Qui a Modena come  vede questa crisi?

Corradi: Così. Come ho cercato di spiegare, la politica ha coinciso con un’iniziativa di modernizzazione dell’Italia, e questo è uno dei meriti storici della sinistra. Intendo “modernizzazione” in senso positivo: c’era bisogno di cose che non c’erano e che sono state fatte sull’onda di una visione politica forte e con un ruolo attivo dei partiti, in particolare del PCI, che poi era un partito enorme con un sacco di forze, di energie, di potere. Secondo me la crisi dei rapporti fra comunisti e socialisti è stato uno dei segnali che la sinistra si stava fermando, si stava bloccando. E da lì non siamo più usciti. Io la vedo così. Questo pezzo di storia, se ci fosse stata l’unità delle sinistre, se ci fosse stato un mutamento tempestivo, fatto al momento giusto… Perché le cose fatte tardi si pagano. C’era un rapporto strettissimo fra politica e vita sociale, fra politica e cultura. Nel momento in cui questa crisi ha avuto origine si è avviato un processo di burocratizzazione feroce, di appiattimento, di selezione quadri – in una parola: di conservatorismo. Si è cioè puntato alla conservazione di ciò che già si conosceva e di ciò che già c’era, e dal mio punto di vista è stato un disastro. Fortunatamente, però, al contempo le città hanno costruito dei luoghi: ecco perché oggi vi ho detto che sono così contenta... Perchè da quella forza propulsiva sono nati progetti che sono andati avanti, evidentemente ancora con volontà politiche capaci di portarli avanti. Ci sono di sicuro punti critici, che io però non conosco, ma i luoghi che hanno a che fare con la cultura si sono, secondo me, qualificati molto. Nell’insieme, però, vedo tutto molto fermo e vedo molta conservazione. Il mio di adesso è un discorso politico. La cosa che mi fa paura è che stiamo assistendo a un processo di distruzione che non vedo come creativo, perché si tratta di un’autodistruzione, e l’autodistruzione non è mai creativa. La cosa mi spaventa, ma ci siamo arrivati con le nostre gambe.

dettagli
note

[1] Virginia Carini Dainotti, La biblioteca pubblica istituto della democrazia, Milano, Fratelli Fabbri, 1964 [n.d.r.].

[2] Vania Vecchi, Rolando Baldini,  Lisiàt (Storia minima di un partigiano). Con uno scritto di Franco Fortini, Firenze, Guaraldi/Venezia Marsilio, 1975 [n.d.r.].

[3] Elogio della biblioteca. Rapporto sulle biblioteche delle Marche, a cura di Donato Caporalini, Ancona, Il Lavoro Editoriale, 1987 [n.d.r.].

[4] Biblioteche a Modena, cit.