Campo della Cultura / Materiali di studio
Le parole di Giuliano Barbolini

La ricerca sul campo della cultura a Modena ha coinvolto Giuliano Barbolini. All'interno del suo racconto, pubblicato di seguito integralmente, lo staff gli ha rivolto alcune domande. Eccole.

Intervista a Giuliano Barbolini

 

La mia impressione di quegli anni, quando ne parlo, è che iniziò un’esperienza pionieristica, nel senso che in Comune a Modena non erano mancate – ve ne avrà parlato sicuramente il sindaco Bulgarelli – esperienze importanti anche sul piano dell’iniziativa culturale (penso per tutte al Festival del libro economico e ad attività di questo genere); l’attività culturale, però, era dentro all’Assessorato alla Pubblica Istruzione, non aveva un’identità e una configurazione proprie. Uno degli elementi che evidentemente coglieva un dato di crescita, di sensibilità e di investimento politico da parte dell’amministrazione di quel tempo era l’aver dato vita a un Assessorato che aveva una propria autonoma configurazione e che, quindi, nelle intenzioni doveva ampliare la capacità di iniziativa e di penetrazione. Però cominciavamo da un’impostazione abbastanza pionieristica, perché l’Assessorato alla Cultura era fatto dall’assessore, che era Magni, dalla segretaria dell’assessore e dal sottoscritto: questo era il fortissimo staff! Questo era il nucleo di coordinamento o la cabina di regia, se vogliamo chiamarlo così, e poi c’erano entità con una propria autonomia che erano in primo luogo le Biblioteche Civiche: in quegli anni il tema della pubblica lettura e dei sistemi di pubblica lettura aveva avuto un grande impulso e un grande sviluppo sia a livello delle città medie come Modena, sia in contesti diversi come Bologna e provincia, attraverso i sistemi dei consorzi di pubblica lettura. Il sistema delle biblioteche era sufficientemente strutturato, con dotazione di organico necessario e funzionale a garantire il fatto che si potessero aprire i servizi e le attività decentrate sul territorio, e poi con la funzione della Biblioteca Centrale e del sistema – come era allora – di centralizzazione dei meccanismi di schedatura dei volumi e quant’altro.

E poi c’erano altre due entità esterne, che erano le attività della Sala di cultura e Galleria mostre espositive e anche tutto il sistema dei musei, e l’attività del Teatro Comunale. Queste erano realtà che avevano già una loro tradizione, un profilo di attività abbastanza definito. In quegli anni il modello organizzativo vedeva l’attribuzione della direzione delle singole entità (Teatro comunale, Sala di cultura, singoli musei) a persone che erano chiamate direttori ma in realtà erano figure di tipo consulenziale, sostanzialmente, che non erano a tempo pieno nell’attività, almeno quelle dei musei. Era diverso per la Sala di cultura ed era diverso per il Teatro Comunale, dove la forma era quella del contratto, dell’incarico, ma lì c’era una continuità maggiore di attività e di presenza.

Il ruolo dell’Assessorato era quello di mettere in rete, di far crescere, di far fare più sistema a questo insieme di diverse iniziative e punti di promozione dell’attività. Per quanto riguarda la dotazione di bilancio – non ho avuto tempo di andare a rivedere le cifre e chiedo scusa – devo dire che lavoravamo con risorse molto scarse: erano scarse e i meccanismi le rendevano ancora più scarse.

Ricordo con affetto un’esperienza come giovane dirigente del Comune, al settore Attività e servizi culturali. In quegli anni c’era la possibilità di impegnare a fine anno le somme per l’anno successivo, perché molto spesso i bilanci non si adottavano entro l’anno ed era necessario avere un po’ di margine e risorse per coprire i primi mesi dell’anno che iniziava: era sempre un meccanismo a ponte di questo genere. Avendo seguito i suggerimenti di dirigenti più esperti, il primo anno che fui in Comune cercai di tutelare un modesto gruzzoletto di risorse da poter impegnare per l’anno successivo. Però poi ho scoperto lì che noi eravamo davvero il vaso di coccio in mezzo a tanti più potenti, e quando sono andato a contrattare con la ragioneria per l’impegno delle somme ho scoperto che anche quei pochi soldi erano andati in cavalleria, perché bisognava diventare avvertiti. Infatti in seguito non successe più. Quando partiva il pacchetto enorme delle delibere per la scuola e mancavano le risorse, le delibere per la scuola mangiavano tutto il resto che non era stato impegnato, quindi quell’anno fu ulteriormente penalizzato. Ma erano veramente cifre molto contenute.

Le biblioteche avevano un loro profilo di attività che si riferiva alla Biblioteca Centrale e al sistema centrale, e poi c’era spazio alle commissioni di gestione delle singole realtà territoriali.

Quelle di quegli anni furono esperienze molto vivaci di partecipazione, di promozione, di iniziative, di organizzazione di momenti di dibattiti e di elaborazione di proposte culturali sul tema della comunicazione, sul tema dell’analisi dei fenomeni e dei processi che si offrivano nella quotidianità del dibattito, che si ponevano all’attenzione del dibattito politico e culturale. Erano luoghi di confronto culturale e, al tempo stesso, di promozione e di partecipazione, anche di dibattito politico. Al centro c’era maggiormente questa funzione di governo del sistema dal punto di vista dell’implementazione dei servizi e della garanzia della funzionalità. Il Teatro aveva una sua configurazione abbastanza precisa, anche in questo caso con una commissione di gestione.

Nella prima parte dell’attività ci dedicammo soprattutto alla promozione di un segmento, di un ambito di attività che in quegli anni era forse meno presente all’attenzione (non voglio dire trascurato), cioè la valorizzazione del patrimonio delle attività non solo della Sala di cultura, che già viveva di una capacità di iniziativa propria, ma anche del sistema museale.

Se non ricordo male – posso sbagliare – nell’autunno del 1973 lanciammo un’iniziativa che si connotava come invito ai musei: era un tentativo di promuovere la conoscenza e la valorizzazione delle raccolte museali, di quanto era patrimonio di documentazione della storia civica, attraverso una valorizzazione del sistema dei musei con l’intento soprattutto di gettare un ponte e di costruire un rapporto con il mondo della scuola. Credo che pur nella modestia delle risorse che si potevano dispiegare l’iniziativa ebbe un buon risultato sia per l’interesse che suscitò, sia perché fu uno stimolo e un’occasione per costruire un minimo di materiale didattico, didascalico, illustrativo, per ripensare ad alcune riorganizzazioni di itinerari e percorsi all’interno delle strutture museali e quant’altro. Fu utile per smuovere una situazione che forse era un po’ troppo ferma, non per responsabilità di nessuno, ma semplicemente perché forse non era stato fino a quel punto focalizzato uno spazio di attività.

Credo – facendo tutte le debite relativizzazioni – che da lì sia iniziato un tipo di lavoro e di ricerca che poi si è via via affinato e che ha visto anche questo ambito di attività degli istituti culturali più di tradizione assumere a Modena un profilo e un ruolo importante sia come autonomia di progettazione e realizzazione di iniziative, sia come capacità di costruire un dialogo, un terreno di interlocuzione con le rispettive strutture statuali esercitando una funzione di stimolo, di sensibilizzazione, di coinvolgimento e di attrazione verso un orientamento più proiettato alla promozione e produzione culturale, non semplicemente alla conservazione. Questa credo che sia una cosa da richiamare con attenzione.

Ricordo altre due cose: so di introdurre un tema che può anche essere delicato, ma in quegli anni, 1974-75, nacque la prima idea di riorganizzazione del sistema museale e degli istituti civici con la previsione di un’espansione degli spazi attraverso l’acquisizione del vecchio Ospedale Estense, cioè il progetto di ricomposizione della struttura unitaria dell’Albergo delle Arti e quant’altro. Dico che nacque allora perché, se non sbaglio, già da allora di fronte al problema “Promuoviamo iniziative, coinvolgiamo” (tant’è che qualcosa fu anche realizzato in quegli anni) si iniziava a parlare di aule didattiche, di spazi che dovevano servire per poter fare laboratori didattici eccetera. Tutto questo però cozzava con il problema dell’indisponibilità di spazi fisici effettivi. Lì si cominciò a porre il tema della necessità di riorganizzare sostanzialmente cominciando a definire (noi, insieme ai Lavori Pubblici e a chi seguiva in particolare gli edifici di proprietà comunale) una riorganizzazione che consentisse questa proiezione. E’ un tema che poi via via è ritornato: io di questo mi sono interessato molti anni dopo, quando ho ricoperto la carica di Sindaco (erano gli anni in cui l’Ospedale Estense si avviava al trasferimento verso il nuovo Ospedale di Baggiovara), provando ad aprire un dialogo con il Ministero dei Beni Culturali proprio in funzione di un’effettiva espansione in linea di tutti gli istituti, perché dal punto di vista funzionale secondo me quella sarebbe la soluzione più lineare, conseguente e di straordinaria potenzialità sotto l’aspetto della valorizzazione di questo patrimonio di storia civica e di identità della comunità modenese. Non è nemmeno una cosa frequentissima che in unico luogo possano ritrovarsi ben sviluppate e sufficientemente visibili e accessibili tutte le testimonianze dell’evoluzione e del percorso di crescita di una comunità, quindi di un patrimonio straordinario. Si partì in quegli anni: eravamo partiti con alcune idee da pionieri e abbiamo accarezzato qualche progetto di sviluppo anche con qualche ambizione di costruire una programmazione e una pianificazione di ampio respiro.

Un altro aspetto particolarmente significativo di quegli anni era legato alle attività della Sala di cultura e della Galleria Civica, che svolgeva la funzione di punta d’avanguardia nel settore espressivo delle arti. L’attività della Sala di cultura forniva anche un servizio al dibattito più “in tempo reale” sui problemi emergenti nella società italiana e nella società modenese. La Sala di cultura aveva acquistato un profilo secondo me di notevole richiamo, non solo in ambito locale, dal punto di vista dell’organizzazione di mostre e di eventi espositivi nella dimensione delle cosiddette avanguardie o comunque dell’arte contemporanea. Questo era l’ambito in cui ci si esprimeva. In quegli anni una delle attenzioni, tema sempre molto complicato e sempre molto difficile, era quella di riuscire a mettere in relazione il soggettivismo e la capacità di artisti legati alla realtà del territorio con i circuiti culturali espressivi a livello nazionale e non solo. Questo portò a diversi eventi di valore e di significato, e uno di questi – che se andiamo a spulciare le cronache del tempo fu anche oggetto di punti di vista divergenti – fu la mostra antologica di Covili, mi pare nel 1974. Fu, diciamo così, un evento sicuramente di risonanza e richiamo, forse il primo “accreditamento” della figura di Covili come artista di richiamo nazionale, e allo stesso tempo nel mondo della avanguardie artistiche e culturali modenesi fu vista come un’operazione più di tipo “cultural-conservativo” che non di innovazione e di ricerca culturale, ma ebbe comunque un successo notevole.

 

Fausto Ferri: In quell’occasione fu fatta un’edizione di incisioni che veniva venduta. Alla fine quella mostra non costò una lira e, anzi, ci si guadagnò un po’.

 

Giuliano Barbolini: Sì, hai fatto bene a ricordarlo. Anche le mostre e tutte le iniziative risentivano del clima economico e della disponibilità di risorse. Non avevamo una lira e dovevamo inventarci di tutto. Una parte del lavoro era l’impegno generoso di chi lavorava direttamente, e poi per quella mostra, siccome non si potevano sforare dei budget perché c’era il costo del catalogo e altre cose, alla fine anche con una discussione molto responsabile e problematica (perché il punto era: “Il comune fa una mostra per un artista” e il problema è sempre molto delicato, perché si promuove un artista, si privilegia… è sempre molto delicato discutere di questi aspetti). Con la disponibilità dello stesso Covili, quindi, si chiese di fare non so se un’acquaforte, in una tiratura limitata, forse cento copie, che fu messa in vendita. Fra l’altro era bellissima, uno dei suoi classici moduli espressivi, e servì a recuperare una parte rilevante dei costi. Alla fine la mostra non dico che si autofinanziò, perché non abbiamo mai conteggiato i costi delle persone che ci lavorarono, quindi se mettiamo in fila queste cose il costo diventa sicuramente superiore. Però fu contenuto attraverso questo tipo di operazione. La mostra ebbe un grande successo e fu la consacrazione di un artista. Questo è stato un elemento che ha accompagnato per un lungo periodo di tempo la Galleria Civica, cioè il fatto di offrire agli artisti modenesi nel momento in cui sostanzialmente erano già affermati, la possibilità di avere un aiuto nel consolidamento del loro profilo artistico nel panorama nazionale. Questo fu uno dei meriti della Galleria civica. In quegli anni – e poi mi fermo perché i miei coinvolgimenti diretti finiscono qui – venivano promosse iniziative nel campo artistico e culturale, ma anche di riflessione e di analisi economico-sociale. Io ricordo una bellissima iniziativa che realizzammo negli ambienti della Sala di cultura sul tema della casa e dell’abitazione. Fu fatto anche un numero speciale di una rivista di cui non ricordo più il nome in occasione di quello che fu insieme un evento, una mostra e un convegno legato al tema di pianificazione urbanistica del comune e di definizione di una proposta sul tema abitativo della casa. Erano gli anni in cui la città aveva conosciuto una grande crescita nell’afflusso di immigrazione dal Mezzogiorno, simile a quello avuto da Torino in termini di espansione. Questo si era riflesso anche in un’espansione urbana della città e il tema “casa” era uno dei temi forti dal punto di vista delle esigenze sociali. Quella mostra fu particolarmente interessante per l’approccio originale e provocatorio: era una riflessione sulle abitudini e sulle aspettative consolidate della casa (quindi la cucina, il salotto, il soggiorno eccetera). La riflessione si dedicava anche – in questo stava la provocazione culturale stimolante, che rifletteva anche un po’ il sentimento e la temperie culturale del momento – all’uso orario degli spazi all’interno della casa, da cui risultava che l’ambito del salotto era lo spazio meno frequentato della casa nell’arco della giornata e quindi attorno a questi temi c’era una riflessione sulla dimensione degli appartamenti, sull’uso degli spazi. Erano gli anni in cui l’urbanistica italiana in generale e in particolare qui a Modena risentiva molto dei modelli dell’urbanistica razionalista inglese. Abbiamo anche qualche esempio di progettazione urbanistica nel tessuto della città che mutua quei modelli, e non sempre mutuare i modelli è una soluzione felice: a volte è molto meglio costruire sulla base della propria natura e dimensione. In quegli anni però era questo il dibattito culturale che si accompagnava a una fase molto importante della discussione, che non era solo una discussione fra esperti del settore, ma che voleva anche coinvolgere sensibilità e fare cultura nella comunità locale. Erano gli anni fra il 1975 e il 1980, quando si preparava la variante al piano regolatore del ’65 e quindi un riposizionamento di tutto il sistema delle politiche dei servizi e della definizione degli standard urbanistici della nostra città.

 

Fausto Ferri: Erano successe altre due cose nel breve periodo in cui eri all’Assessorato alla cultura: prese forza l’ufficio cinema con Pignatti e la Storia del cinema, con un rapporto anche con l’Università di Bologna, e sempre lì alla Sala di cultura c’erano le mostre che si accompagnavano a queste iniziative prolungate nel tempo. E poi la nascita della Galleria fotografica con Oscar Goldoni, che era uscito dalla Galleria e che rientrò con questo tipo di lavoro insieme a Luigi Ghirri. Mi interessa conoscere la tua attenzione a questi due aspetti.

 

Cesare Malagoli: Quando è stato creato l’assessorato alla cultura come separazione da quello che vedeva insieme istruzione e sport c’è stato un dibattito politico che ha preceduto questa separazione per cui si è detto “creiamo questo ambito per poter sviluppare un progetto, un’idea di cultura”, o è stata una questione organizzativa, cioè a un certo punto in questa situazione non si riusciva più a vivere e hanno detto “li liberiamo da questo grande contenitore che occupa molto posto e quindi si prendono il loro budget e il loro bilancio e fanno quello che riescono a fare” e allo stesso tempo l’Assessorato all’istruzione prosegue per una strada che era stata avviata già dalla giunta Corassori? C’è un dibattito, ci sono termini di riflessione che inducono a creare una piccola struttura che prima non c’era: “chiamiamo Barbolini, facciamo questa operazione e avviamo un’idea di cultura che è un servizio nei confronti della cittadinanza” o è qualcosa di diverso? Il legame con la scuola è un legame per “dare al cittadino”, uomo, donna, bimbo o adulto, un determinato ambito di possibilità. E poi: nella ricostruzione dei passaggi degli assessorati Cocchi ha qualche ruolo in quanto assessore alla cultura o è Magni il primo assessore alla cultura?

 

Daniela Betti: Insieme a Cesare ho lavorato sul materiale d’archivio. Qualsiasi sia stata la riflessione che ha preceduto la nascita dell’assessorato, lei ha descritto i primi anni dell’assessorato con l’immagine di una cabina di regia fatta da un livello politico e da un livello operativo ridotti al minimo, e dei satelliti, alcuni nuovi, in espansione (le biblioteche soprattutto), nuovi nella concezione della cultura come “cultura impegnata” – ha citato la Sala di cultura e ha portato l’esempio interessante del convegno sull’abitare – e altri, come i teatri e i musei, nei confronti dei quali questo assessorato si era dato il compito di fare sistema. Volevo chiedere se questa riflessione era esplicita già allora, quali erano gli strumenti per riuscire a governare questo sistema, anche operativi, se c’erano livelli decisionali interni, circolazione delle idee, quali erano i rapporti con i direttori degli istituti o con la vulcanica espansione delle biblioteche che sicuramente erano più difficili da governare nella loro fase espansiva che non in un sistema già strutturato. Perchè mi ha colpito quando lei ha individuato come momento principale di quei primi anni l’attenzione verso i musei, gli istituti, cioè un impegno a svecchiare gli istituti. Vista invece in termini di budget, di crescita del personale e di attività all’esterno, quella fase negli anni ‘70 si caratterizzerebbe con un impegno dell’assessorato alla cultura a far crescere il sistema bibliotecario e l’Ufficio cinema. I musei, forse in sordina perché la cosa era molto più complessa – è vero, c’è il piano dei servizi che lei ha citato del 1976 – cominciano a emergere dopo.

 

Giuliano Barbolini: Fausto ha ragione, ho omesso di citare due cose. Rispetto all’Ufficio cinema: era una proposta sicuramente innovativa l’idea che attraverso il cinema il Comune potesse contribuire alla diffusione di una conoscenza più ampia, fino a immaginare la gestione di una sala. Credo che sia di quegli anni, 1973-1974, l’idea di poter usare la sala di Palazzo Solmi (su Palazzo Solmi ci sarebbe un discorso a parte da fare sull’inefficienza dello stato e delle burocrazie). L’idea era: “Costruiamo un presenza che possa incidere sul circuito cinematografico in termini di sale, di offerta”. Era l’idea di una presenza attiva che rompeva degli equilibri o che apriva delle opportunità e dava spazio a dei canali e a delle forme di circuitazione di pellicole che faticavano a trovare presenza nelle sale commerciali. In quegli anni nacque, mi pare, anche la gestione del Cinema Estivo. Lì si poneva il tema del punto di equilibrio fra la promozione e lo spazio per la crescita di un protagonismo associativo nel campo dell’organizzazione di momenti ricreativi e l’intervento diretto del Comune. Credo che da questo punto di vista il cinema fu il settore in cui più che in altri si manifestò il problema del rischio di una concorrenza-competizione e di una necessità di delimitare il “chi fa che cosa”. Come sempre in questi processi c’è una parte di cose sostanziali, che sono i contenuti, e poi ci sono le soggettività: in quel periodo il Comune aveva risorse che impegnava direttamente nel settore cinematografico. Allo stesso tempo, nell’associazionismo culturale e ricreativo c’erano competenze che promuovevano attività e questo aveva determinato dei rischi di sovrapposizione che hanno richiesto la definizione di ruoli e di spazi. La soluzione fu che il Comune arretrò da questo settore lasciando che quello potesse essere più un campo in cui si esprimeva l’iniziativa del mondo del movimento associazionistico.

La stessa questione per certi versi si pose anche nel campo delle attività legate alla rete delle biblioteche, perché le biblioteche organizzavano iniziative culturali, letture, eccetera, ma erano anche luoghi di promozione di iniziative culturali, spettacolo, teatro, teatro di strada, corsi di educazione musicale. Anche da questo punto di vista il tema di trovare un punto di equilibrio fra una presenza diciamo “diretta” di gestione da parte del comune e, invece, la promozione di opportunità in cui altri soggetti potessero trovare uno spazio di iniziativa fu uno dei temi del confronto e del dibattito culturale di quegli anni.

Sulla Galleria fotografica è verissimo: su Oscar Goldoni fra l’altro bisognerebbe scrivere un libro a parte, perché era una persona di straordinario talento, immaginifico, di grandi capacità e con questa passione per il tema della fotografia che effettivamente iniziò da lì, in quegli anni, attraverso due cose molto importanti. Da una parte c’erano le iniziative, ma la cosa vera di quegli anni fu il mettere al centro dell’attenzione del Comune il tema di raccogliere, documentare, archiviare e poter acquisire archivi fotografici di importanti fotografi modenesi eccetera. Erano gli anni in cui a Parma Quintavalle aveva istituito corsi di insegnamento all’università, poi l’archivio eccetera, e devo dire che ci furono anche intrusioni in area modenese (acquisizioni eccetera). Uno dei meriti di Oscar Goldoni è stato anche quello di aiutarci a far crescere una sensibilità rispetto al modo in cui tutelare e salvaguardare il più possibile un patrimonio attraverso contatti, rapporti che si erano instaurati, e poi da lì avviare anche quell’attività di archiviazione e di programmazione di eventi che oggi trova il suo esito, credo, nella collezione fotografica della Galleria Civica. Ma alle origini, in quegli anni, secondo me sono state gettate basi importanti che poi sono state affinate e quant’altro.

Rispetto alla seconda domanda immagino che sarà stato più preciso Bulgarelli, perché era materia sua e competenza sua. Io posso dirvi l’impressione che ho ricavato: in realtà la scelta non è stata semplicemente di tipo organizzativo: “Sono talmente grandi quelli dell’istruzione che bisogna che determiniamo uno spazio”. In realtà non so fino a che grado spinto di consapevolezza, però quelli sono anni in cui nella società italiana c’è un sommovimento, si allargano degli orizzonti, crescono delle sensibilità, c’è un dibattito culturale e politico anche nella città. Credo nel 1972 c’è un cambio fra Triva e Bulgarelli che è anche un cambio generazionale, volto a una maggiore sintonia con dinamiche di trasformazione, con domande nuove che la realtà cittadina poneva. In questa chiave emerge il superamento della tradizionale politica dei servizi ristretta nell’ambito dell’istruzione e, in parte, dei servizi sociali, ma anche il tema del decentramento, dei quartieri, della partecipazione, della mobilitazione, del movimento democratico per modernizzare lo stato. In questa logica anche la cultura assume una valenza di investimento politico, sostanzialmente. Non sono in grado di dirvi quanto maturi pienamente strutturata, però certamente c’è una sensibilità che va in questa direzione tanto che, se non ricordo male, prima dell’avvicendamento e della nomina di Magni come assessore alla cultura in un primo periodo è proprio Cocchi che rivestì, mi sembra, la responsabilità di assessore alla cultura per alcuni mesi. Era già Assessorato, perché l’Assessorato si costituisce con la giunta Bulgarelli. C’è un rimpasto legato alla nuova situazione politica, quando i socialisti tornano in giunta. In questo senso Cocchi all’epoca era, credo, il dirigente del PCI più visibile anche negli anni della contestazione.

Ma ho usato un termine per semplificare: “cabina di regia”. Cioè, era tutto da costruire. In realtà il ruolo dell’assessorato e in particolare quello delle funzioni di coordinamento erano anche, come dire, funzioni “serventi”. Non erano solo funzioni di indirizzo, ma si trattava anche di cercare una facilitazione del raccordo fra le strutture cosiddette decentrate, autonome, e la macchina amministrativa, la macchina burocratica e tutti gli adempimenti vari che ne conseguivano. In quegli anni queste strutture iniziavano a diventare sempre più impegnative, complicate. Teniamo conto che sono anche anni complicati dal punto di vista delle risorse del bilancio: si torna ai pareggi di bilancio, sono gli anni della Stammati, con vincoli finanziari molto stringenti. C’era tutto un impianto amministrativo di procedure che doveva essere reimpostato ex novo perché la semplice fuoriuscita dall’istruzione non era sufficiente. In sostanza, quindi, la rete dei rapporti era molto intensa e a vari livelli con tutti i settori. Io ho cercato di mettere in evidenza un settore su cui, data la sua “gracilità”, si investì una maggiore quantità di presenza e impegno. Altri settori non erano fuori dalle attenzioni, ma avevano più autonomia e capacità di operare, quindi l’attenzione si spostava un po’ di più sul tema musei, delle attività in campo fotografico. Il teatro aveva una sua configurazione, una sua struttura ed una sua programmazione. Quindi si trattava di raccordarsi, di vedere gli aspetti di criticità finanziarie, ma non facevamo noi direttamente la programmazione degli eventi e delle attività di cartellone. Era il risultato di un lavoro che poteva giovarsi anche di competenze che stavano all’interno del settore teatrale. Lo stesso vale per il campo delle biblioteche, perché quello fu un settore in cui indubbiamente negli anni ci fu una maggiore espansione di presenze e attività, ma c’era anche maggiore autonomia operativa dal punto di vista della possibilità di concretizzare e dare seguito ai programmi e alle diverse iniziative.

 

Nelle scelte politiche alla base del nuovo assessorato c’era anche la necessità – da parte del PCI prima ancora che da parte dei dirigenti – di costruire buoni rapporti con la generazione con cui il dialogo era andato calando parecchio sia nelle modalità sia nella comunicazione?

 

Giuliano Barbolini: Sì, penso di sì, perché in particolare io ho presente soprattutto gli anni in cui ho un punto di osservazione più diretto. Ma attorno alla rete in particolare delle biblioteche, c’era una grande vivacità culturale di partecipazione, dialogo e rapporto con i mondi giovanili. In quegli anni in città c’erano anche altre agenzie e centri culturali che sviluppavano una maggiore capacità di coinvolgimento e di attrazione del mondo giovanile: la Fondazione San Carlo, non so se allora si chiamava così – Andrea Borsari: Sì, si trasforma in quegli anni – e il Centro Studi Religiosi. L’investimento nelle attività culturali da parte dell’amministrazione comunale rifletteva anche la volontà di essere presenti e protagonisti, di costruire un terreno di dialogo e interlocuzione in molti aspetti, devo dire, se pensiamo alle iniziative in campo cinematografico, alle biblioteche, cioè a tutti i settori di espressività che in quegli anni erano quelli su cui era anche più facile costruire un aggancio, un collegamento, un rapporto, e rispondere a una domanda di cultura e partecipazione che c’era ed era molto viva.

 

Cinzia Pollicelli: Mi riallaccio a quest’ultima considerazione che lei ha fatto sul mondo dei giovani e le chiedo come mai secondo lei a un certo punto – che coincide con il suo incarico in Provincia – si separano le politiche giovanili dando luogo a un centro studi, a quello che allora si chiamava Progetto Giovani, che data intorno al 1988 se non sbaglio. Come mai, in sede politica soprattutto, si ritiene utile e necessario separare la funzione “giovani” da tutte le cose che lei ha citato prima, cioè i giovani nelle biblioteche eccetera… Glielo chiedo perché mi risulta che ci sia stato anche un certo dibattito a riguardo. E poi: lei ha fatto un quadro forse anche più contrastato di quanto non risultasse dalle testimonianze di Bulgarelli sulle difficoltà economiche della fase fondativa dei servizi culturali. Vero è che a un certo punto, e andiamo un po’ più avanti, diventa importante nelle politiche dell’ente trovare soldi anche nel mondo privato. E qui le faccio una domanda rispetto alla sua esperienza di uomo politico anche al vertice di tanti rapporti: come giudica il ruolo del ceto imprenditoriale rispetto a questo tema?

 

Giuliano Barbolini: Posso avere la domanda di riserva?

 

Cinzia Pollicelli: Quello che nelle ricostruzioni storiche risulta il protagonista della città prima che arrivassero le Fondazioni bancarie o le banche risulta invece fortemente reticente in un impegno, in un coinvolgimento attivo sulle politiche culturali. Io ricordo – ho lavorato alle biblioteche – quei dossier sponsor da portare agli imprenditori che non ebbero mai alcun esito. Magari in altri campi, Beni Culturali, Galleria, l’ esperienza è diversa, ma la mia lettura da funzionario è quella di un’enorme sordità reciproca.

 

Ivano Gorzanelli: Mi ricollego a questa domanda di Cinzia perché mi sembra molto pertinente con i temi e mi fa ricordare alcune cose. Però lo spunto ce l’ha offerto lei quando ha citato il suo tentativo di riflettere sugli spazi culturali della città dal 1974 per l’Ospedale Estense. Le chiedo un parere su quali sono stati secondo lei i rapporti che Modena ha avuto con se stessa nella sua capacità di trasformarsi e in qualche modo rinnovare parti della città che o cambiavano funzione, o storicamente decadevano, o si rinnovavano, o avevano questo tipo di destino anche industriale e mi vengono in mente dei casi, ad esempio Gehry. Io versai 10   all’API, Associazione Piccoli Imprenditori. In quel caso era una piccola associazione che si esponeva forse per la prima volta in modo così significativo sostenendo un progetto di quel tipo. È significativo perché era un progetto che investiva una parte molto visibile della città. Questo tema ha a che fare anche con la pianificazione urbanistica, perché tradizionalmente quando si parla in certi consessi di Modena si vede una città molto brava a pianificare l’espansione, quindi a usare determinati strumenti, ma un po’ meno capace di pianificare la reinvenzione. C’è una serie di cose che Modena ha in parte subito e in parte gestito. Lei ha subito anche qualche polemica di volta in volta, il contrasto nel rapporto ad esempio con l’imprenditore. Non le cito l’imprenditore nella fattispecie, però la quarta corsia, l’alta velocità sono temi che non hanno direttamente a che fare con la cultura, ma che testimoniano un rapporto che si declina anche con la cultura e con l’imprenditoria. Poi c’è un altro tema relativo alla pianificazione, che è quello del traffico, cioè del collegamento della città, della logistica della città. Lei accennava alla possibilità di vedere un polo culturale. Sicuramente un polo culturale che ha un suo luogo fisico pone l’esigenza degli spostamenti nella città, quindi non solo le piste ciclabili, ma per esempio bisogna capire in che modo è necessario muoversi dentro la città con l’automobile privata…

 

Alfredo Cavaliere: Nelle ricerche che sto conducendo sulla rete degli attori del settore cultura e sul rapporto cultura-città è emerso già parecchie volte che uno dei problemi più sentiti è la cesura fra la parte storica della città e la parte moderna. Alcuni interlocutori mi hanno segnalato il problema di una difficile articolazione fra la parte storica e la contemporaneità. Un paio hanno anticipato il caso di Gehry come un’occasione notevole persa. Volevo sapere se lei condivide questa opinione di problema di articolazione fra storico e contemporaneo anche sulla necessità di uno o più segni architettonici forti come segni di cambiamento. Poi, rispetto agli anni sessanta e settanta un paio di interlocutori hanno segnalato, con alcune differenze nella loro ricostruzione, un forte protagonismo dei circoli culturali, che poi è andato progressivamente scemando. Io vorrei un suo ricordo su questo e sul rapporto che questi circoli culturali avevano con l’amministrazione.

 

Pierpaolo Ascari: A quanto ho potuto capire, il protocollo delle politiche giovanili a Modena non era rappresentato dal Progetto Giovani ma dai Centri Giovani, che sono della fine degli anni settanta, forse del ‘77. Sempre da quello che ho potuto capire, tutto questo nasce come strumento sull’emergenza della droga e ha una matrice più sanitaria o relativa all’ordine pubblico che di contenuto culturale in senso stretto. Le chiedevo se nonostante questa vocazione sanitaria o di intervento sociale c’è stato un coinvolgimento della cultura nella definizione di questo strumento?

 

Claudia Meschiari: La mia domanda è simile. Mi veniva in mente quando si parlava degli immigrati dal sud. C’è stato un coinvolgimento del settore cultura quando l’immigrazione non veniva più dal sud ma è stata quella degli stranieri a partire dagli anni ottanta e poi soprattutto dagli anni novanta? E quando si trattava invece dell’immigrazione dal sud?

 

Simona Urso: Il suo osservatorio negli anni ottanta era la Provincia e non il Comune però è evidente che l’idea di cultura che lei ha delineato prima (servizi, valorizzazione degli spazi, valorizzazione delle competenze…) che è un modello che io sposerei subito, penso che negli anni ottanta inizi a essere difficile da applicare se non altro perché a livello nazionale, nelle altre grandi città italiane, la cultura comincia a diventare spettacolo, ad esempio con la funzione dei musei trasformati in eventi. I Bronzi di Riace sono il punto di partenza di una tendenza che diventa quasi pervasiva e che si vede anche in Emilia Romagna: qui culmina in quella mostruosità del nono centenario dell’Università di Bologna, ma secondo me si vede anche negli anni ottanta con le mostre del settecento, le mostre del seicento, l’Istituto per i Beni Culturali che crea gli archivi del novecento e che comincia a puntare i riflettori sulle potenzialità della regione e su Bologna. Dalla sua posizione come valutava questo? La vedeva come un’evoluzione del modello precedente e com’era Modena rispetto a tutto quello che la circondava?

 

Rispetto al periodo che ci interessa in particolare, gli anni settanta e la transizione verso gli anni ottanta, le chiederei una valutazione sua complessiva del periodo: quali erano i meccanismi che producevano le idee più interessanti secondo lei? A livello di pratica organizzativa quali erano gli spunti più decisivi e interessanti? Cosa faceva muovere l’attività culturale nella nostra città in un’ottica retrospettiva? C’è qualcosa da recuperare per osservare il presente?

 

Per quanto riguarda il momento in cui fra virgolette si settorializza la politica verso i giovani, in effetti sì, prende corpo nella seconda metà degli anni ottanta, ma inizia prima ed effettivamente inizia con un profilo ed una connotazione che è quella di, in qualche modo, interagire con il disagio. La matrice della questione è l’emergere delle grandi problematiche (tossicodipendenze e altro) e certo, alla fine degli anni settanta è più una risposta di carattere sanitario-assistenziale (con il SERT e così via) però poi, quando assume le caratteristiche del Progetto Giovani, diventa il tentativo di costruire una risposta che parte dall’elemento del disagio e dall’aspetto emergenziale con l’ambizione di proporsi come capacità di lettura, di interpretazione e di costruzione di interventi e di azioni positive sull’universo delle problematiche giovanili, e quindi su una soggettività del mondo giovanile che ha le sue caratteristiche e che nel suo manifestarsi mette anche in qualche modo a nudo quello che è un limite delle strutture del sistema dei servizi e della rete dei servizi delle amministrazioni. Le amministrazioni, infatti, sono organizzate per dialogare perfettamente con la fascia dell’obbligo e hanno – magari più la Provincia in quegli anni – la possibilità di dialogare con la fascia dell’istruzione secondaria, ma poi perdono la capacità di relazione e di costruzione di canali di contatto. L’idea, quindi, di dar vita a una struttura di servizi che siano in grado di avere una visione a 360° delle problematiche giovanili e delle criticità giovanili è la scelta di innovazione culturale di quegli anni dal punto di vista politico, culturale e sociale. Credo che nel fare questa operazione fossero presenti l’intenzione e la consapevolezza di mettere in rete e di collegare anche altri aspetti delle politiche settoriali, della cultura e quant’altro. Devo dire che questo non sempre si è tradotto completamente in operatività, perché poi c’è una rigidità, una capacità autoriproduttiva delle strutture che ovviamente costituisce un freno, e quindi in qualche caso questi progetti sono rimasti delle intenzioni, delle intuizioni, delle potenzialità rilevanti che non sempre hanno permeato fino in fondo la rivisitazione delle politiche settoriali come sarebbe stato nelle ambizioni.

Per quanto riguarda la questione dei privati, io credo che (bisognerebbe sempre essere molto equilibrati, perché non vorrei dare delle interpretazioni parziali) fondamentalmente nel corso degli anni settanta e degli anni ottanta, ad eccezione di alcune strutture come possono essere la Fondazione San Carlo, che è un aspetto molto particolare di “privato”, e il collezionismo di alcuni istituti bancari, in realtà molto delle politiche di promozione e di investimento culturali in questa città è stato fatto dal pubblico. Il privato si è in qualche modo limitato a osservare e ad accompagnare, perché il pubblico aveva questa grande capacità di iniziativa. Se non ci fosse stato il pubblico… C’è stato questo elemento di forte protagonismo del pubblico. D’altra parte io penso che questa sia una delle caratteristiche del profilo dell’esperienza dell’attività politico-amministrativa di questa città. Cioè: anche nello sviluppo dei quartieri industriali c’è un forte protagonismo del pubblico a prescindere dal fatto che poi c’è l’investimento dei soggetti privati, ma c’è un segno della presenza del pubblico. Ricordo che a metà degli anni settanta, quando collaboravo con il sindaco Bulgarelli come suo diretto collaboratore, lui usava spesso questa idea, che era l’espressione di quegli anni di una visione politica, che era appunto quella del PCI, cioè della democrazia progressiva, del Comune come strumento dei cittadini per rendere più avanzato lo sviluppo economico e  sociale e conquistare nuove opportunità e nuovi diritti attraverso l’iniziativa e il protagonismo del pubblico. Questo è un elemento che secondo me ha anche accompagnato tutta una fase di vita culturale. Il che non vuol dire che non ci sia stato anche un apporto di soggetti privati, perché per esempio oggi sono servizi aperti alla comunità, ma se penso a una figura come quella di Giuseppe Panini si tratta di un privato che ha dato uno straordinario apporto in termini di investimento sulla cultura, sul collezionismo, sull’acquisizione di patrimoni che poi sono diventati patrimoni della comunità. Sono più questi elementi, cioè iniziative di persone che hanno investito per passione, per curiosità intellettuale eccetera e che poi si sono saldati con un interesse generale più che il tradizionale – e forse quello a cui pensiamo – modello per cui l’Unione Industriali A, B o C interviene. Credo che questa sia un’esperienza che a Modena si è ritrovata poche volte. Direi che la prima esperienza, o diciamo quella che io ho trovato più innovativa in questo campo è stata quella della trasformazione del Teatro Comunale in Fondazione (e per converso anche di ERT). Lì c’è stato indubbiamente soprattutto un ruolo decisivo delle fondazioni bancarie, però c’è stata anche un’assunzione di impegno rilevante del mondo del credito e del sistema imprenditoriale. Certamente a Parma ad esempio la situazione è diversa anche solo come presenza e partecipazione nella gestione del Teatro Comunale. Sono anche profili diversi di tipo di industria con alcune grosse imprese. Indubbiamente da noi le politiche culturali hanno avuto un forte segno, il che non vuol dire che non ci sia stata anche qui una grande capacità di soggetti privati, e penso al mondo dell’arte e a un grande collezionista come Emilio Mazzoli. Però sono binari che si sono sviluppati non sempre trovando punti di stretta connessione. Episodicamente sì, ma non in termini sistematici.

Per quanto riguarda Gehry: io sono convinto che in quell’occasione l’API aveva fatto una scelta coraggiosa e mi rammarico molto che quell’operazione sia stata sicuramente non coronata dal successo. Io penso – questa naturalmente è la mia opinione – che sia stata una straordinaria occasione persa dalla città. Se non sbaglio, il 20 luglio ai Giardini Pubblici sarà proiettato il documentario su Gehry e in quell’occasione racconterò tutta la storia di quella vicenda. Lì noi avevamo avuto come amministrazione un’intuizione, cioè l’idea era che il centro storico della città, che è un centro storico assolutamente da tutelare e da salvaguardare, segnasse però in qualche modo un elemento di confine molto rigido fra quel che sta dentro e quel che sta fuori. Quindi voleva essere un disegno della visione della città che cercava anche di interrompere l’idea espansiva della città e di ripiegare sulla riqualificazione urbana. Pensavamo che ci fosse da investire su un’idea di allargamento del centro storico definito in senso tradizionale e che questa fosse un’operazione che, in qualche modo, allargando le maglie del centro storico potesse avere un effetto diffuso sul sistema-città in termini anche di riqualificazione delle zone al contorno. Se le guardate, soprattutto quelle a ridosso, non sono zone particolarmente dense di significato estetico. Questa era un’idea, e avevamo presente le cose che stanno via via succedendo, perché poi è evidente che le trasformazioni urbane hanno una posizione temporale di 15-20 anni di effetto per pensare di produrre un risultato visibile. Penso appunto al tema della trasformazione della zona fino alla fascia ferroviaria (fino alla stazione, all’uscita dello scalo merci). In sostanza ci sembrava che quella fosse un’occasione da cogliere legata anche a un altro fatto, e cioè che in realtà Modena per le ambizioni di una città media che è stata capitale e può ambire a essere un punto di riferimento di tanti eventi e fattori significativi soffre di carenza di spazi nel centro urbano.

A maggior ragione questo aspetto è diventato stringente quando si è avuta la classificazione di Duomo, Ghirlandina e Piazza Grande come patrimonio mondiale dell’umanità. Senza voler imbalsamare i luoghi (perché li immiserisce) tutto ciò pone la necessità di salvaguardare quell’ambiente, e allora se si salvaguarda quell’ambiente di grandi piazze e luoghi di aggregazione e di incontro a Modena non è che ce ne sono tanti. Alcuni ci sono, ma vanno reinterpretati. Possono essere piazza Roma, piazza Matteotti, oppure a noi era sembrato che la zona Palazzo dei Musei-Sant’Agostino potesse essere, anche per la vicinanza al parcheggio, il luogo su cui fare un grande investimento. Il progetto di coinvolgere Gehry era un’opportunità che ci si era presentata. In realtà noi abbiamo messo a nudo un tema di fondo della cultura del nostro paese, e cioè ci siamo impattati (devo dire consapevolmente: non l’abbiamo scoperto dopo) con il tema della cultura della conservazione in Italia. Interventi del moderno dentro l’antico a mia conoscenza in Italia non ce ne sono, proprio per un problema di impostazione culturale, insomma, e anche il fatto che noi non ci proponessimo di stare dentro l’antico, perché poi ci siamo spostati sul bordo, sul confine. Ma anche quel tema, comunque, ossia l’entrare in relazione con l’ambiente urbano storico, è un tema che in Italia fa vivere ancora le guerre fra Guelfi e Ghibellini. E questo è stato. Ma per la verità è stato anche qualcosa di meno: noi avremmo voluto che il dibattito assumesse un respiro nazionale, ci abbiamo anche provato. Però poi in realtà prevale un dibattito di basso profilo, il tartufismo italico, insomma. Perché noi eravamo arrivati convinti al Comitato di Settore dei  Beni Culturali, il punto più alto di confronto delle visioni e dei punti di vista. Il pronunciamento del Comitato di Settore dei  Beni Culturali è stato quanto di più deludente ci potesse essere, perché è un pronunciamento che ha detto e ha contraddetto. La premessa è “avete ragione ad affrontare il tema di quel non-luogo”, perché quello spazio è un non-luogo, e il fatto che la città a distanza di sette-otto anni non sappia che fare di quegli ambienti significa che il problema c’era. Siccome la città da cinquant’anni si interroga su cosa fare di quegli spazi e di quel luogo, allora il problema ci sarà pure! Quindi dal punto di vista della lettura della criticità urbana ci hanno dato ragione, poi ci hanno detto “bella questa idea di coinvolgere un architetto internazionale. Però perché gli fate fare una cosa così tutto sommato modesta?”. Quindi ci hanno incoraggiati ad andare avanti, hanno detto che “quel progettino lì era meglio di no”, ma che se avessimo fatto un progetto più ambizioso, più bello e più ricco sarebbe andato benissimo. Peccato che in quella zona insistano per iniziativa di un’altra Soprintendenza, che fa sempre parte dello stesso Ministero per i Beni Culturali, dei vincoli per cui non si può andare oltre un certo livello perché ci sono le mura della città rinascimentale che l’altro Comitato di Settore ci disse che potevamo trascurare perché di poco significato. Però dovevano accordarsi fra loro, perché noi non potevamo mettere d’accordo due soggetti che dovrebbero dialogare fra di loro e soprattutto non potevamo neanche pretendere che un architetto che normalmente lavora in tutto il mondo diventasse matto insieme a noi per cercare di capire cosa vogliono questi signori. Giustamente lui ci ha detto: “In Italia io non lavoro”. E infatti di opere di Frank Gehry in Italia non ce ne sono e non ce ne saranno se non cambia questo tipo di approccio culturale per cui la situazione si è conclusa con un risultato certo deludente, perché io credo che questa sarebbe stata una grande opportunità. Una delle obiezioni era: “Perché non avete progettato tutto l’insieme della riqualificazione urbana in termini di assetto della piazza?”. Ho capito, ma noi abbiamo colto un’opportunità che stava dentro un disegno che via via si sarebbe poi gradualmente realizzato, perché le opportunità si prendono quando passano, quando ci sono. E quindi quella era la situazione. E che il problema non fosse questo lo dimostra un’altra cosa, perché noi non solo abbiamo amaramente dovuto rinunciare a questa che credo che sia stata un’occasione persa per la città. Ho letto qualche commento di qualche persona intelligente, brillante e dalla penna salace, Edmondo Berselli, che scrive che i Modenesi sono gli unici che hanno detto di no a Frank Gehry. Non è vero che i modenesi hanno detto di no a Frank Gehry: sono le burocrazie ministeriali che hanno detto di no a Frank Gehry, altrimenti l’opera l’avremmo fatta, e ai modenesi stava bene, perché al di là delle polemiche che accompagnano sempre questi interventi il mio programma elettorale nel 1999 conteneva l’obiettivo di fare quella cosa. E siccome io sono stato eletto Sindaco,  indirettamente c’era dentro quella cosa.

Vorrei anche segnalare questo: nella riqualificazione di Piazza Matteotti abbiamo seguito il percorso esattamente opposto a quello che abbiamo seguito con Gehry. Abbiamo prima preso i contatti con il Ministero dei Beni Culturali, abbiamo fatto l’inquadramento urbanistico, abbiamo fatto il progetto di definizione di dettaglio e siamo arrivati in fondo che dobbiamo ancora capire che cosa pensa il Ministero dei Beni Culturali. E questo è la conferma che il problema non è l‘architetto A, l’architetto B, l’architetto C. È che in Italia nelle zone storiche fino ad ora non c’è spazio. Poi qualcuno riuscirà a farlo. Ed è un peccato. Io sono perfettamente consapevole che siano necessari attenzione ed equilibrio nella conservazione degli spazi, ci mancherebbe altro, e che vadano seguiti approccio conservativo e rigore. Tuttavia non può succedere che non si può far nulla, perché le città sono anche le città del ventesimo secolo, del ventunesimo secolo, e non è che le cose degli artisti contemporanei si possano fare solo in periferia, perché anche questa è un’idea un po’ strampalata, nel senso che si devono poter fare dove è utile che ci sia una funzione che merita di essere interpretata in chiave immaginifica, di alta progettualità. Questo è un problema, e credo che Modena abbia questo problema, così come la maggior parte delle città in Italia. Il tema però di dare voce, spazio e opportunità alla contemporaneità è un problema che le città hanno. Noi avevamo cercato di affrontarlo anche in un’altra chiave, in scala minore, che era quella (forse Fausto vi è stato coinvolto) di chiedere ad artisti modenesi di intervenire su spazi urbani con interventi di tipo scultoreo, di disegno di spazi eccetera. Un’idea che in parte abbiamo avviato e che in parte è rimasta lì, perché sostanzialmente era “diamo un’interpretazione moderna a quel principio che prevedrebbe che per le opere pubbliche una parte di risorse, una quota, sia destinata all’ornato”, cosa che normalmente si traduceva in una bruttura che si faceva dentro l’edificio (un mosaico ad esempio). L’idea era: “mettiamo da parte un po’ di soldi calcolando più o meno l’importo complessivo degli interventi di opere pubbliche e destiniamo a interventi di riqualifica con cose strane”, che però alcune sono collocate in città, altre si sono fermate. C’erano anche dei progetti molto suggestivi: uno mi faceva impazzire, una cosa di Franco Vaccari, l’ologramma, ma anche l’altro, quello di riprendere il giro delle scolte sulla Ghirlandina. Vabbè, non se ne fece nulla.

 

Ivano Gorzanelli: Se ho capito bene, se l’amministrazione fosse stata messa nelle condizioni giuste dalle varie burocrazie, lei crede che sarebbe potuta diventare un’occasione per reinvestire Gehry o chi per lui di tutta l’area di una progettazione e di una valorizzazione ancora superiore, o l’amministrazione aveva in mente quella cosa?

 

Giuliano Barbolini: Noi in quel momento pensavamo di chiedere a Gehry solo l’intervento che in realtà era la costruzione di una quinta scenografica per poter usare piazza Sant’Agostino, una volta che fossero usciti gli ospedali, come il grande teatro all’aperto della città. Questo era il senso del progetto, e avevamo la consapevolezza che questo si sarebbe portato dietro l’esigenza di risistemare gli spazi. Che poi fosse lo stesso Gehry a fare la sistemazione o meno, questo era affidato a uno step successivo. Pensavamo anche che potevamo, forse, attorno alla sua realizzazione, fare un’operazione di sistemazione di minima, perché poi lì in realtà il vero problema è che bisogna cambiare il traffico della rotatoria su largo Aldo Moro, togliere i fili del filobus… c’erano cose da risolvere, però non era escluso in sé e per sé. Però questa posso dire che è cultura – che è politica culturale.

 

Ci sono state queste occasioni mancate come quella di Gehry o quella di Krier, o in piazza Venti Settembre, però invece un capolavoro accertato, perchè lo è sui libri di storia dell’arte e dell’architettura, è il cimitero di Aldo Rossi, amato pochissimo dai modenesi. Non so se l’amministrazione segua questo malumore nei confronti di quel cimitero, ma in sostanza io ho perso quasi la speranza di vederlo finito, mentre ce l’ho molto ben presente perché appunto me lo sono studiato. Questo credo che sia un problema di cultura della città nel riconoscimento di una cultura alta. Se fosse stato tempestivo sarebbe stato meraviglioso, se fosse stato fatto tutto subito… Ci troviamo con una cosa a metà e nel frattempo sono cambiate anche le leggi cimiteriali.

 

Giuliano Barbolini: Questo è un paradosso. Quella è un’opera che si studia nei manuali di architettura e però che ai modenesi non va giù, neanche per l’anticamera del cervello. Lì c’è probabilmente anche una responsabilità dell’amministrazione, cioè quella di non avere completato l’intervento: quello che si vede è metà e neanche tutto. Se ne possono cogliere delle suggestioni come il cubo, ma non hai l’effetto di insieme. Io credo che una volta completato forse cambierà anche il rapporto dei modenesi con la struttura, anche se per esempio durante il mio mandato noi abbiamo investito tutto sui cimiteri frazionali perché avevamo il problema che ci volevano i carabinieri per mandarci la gente. Non ci voleva andare nessuno, ecco, questo è il problema. Io non so se – magari questa è una sciocchezza e potrei tenermela – per l’opinione pubblica e per la sensibilità dei modenesi quel tipo di architettura, quelle forme, quei colori, non evochino delle suggestioni da periodo di guerra, i campi di concentramento, che lo fanno in qualche modo respingere. Ho l’impressione che ci sia un po’ anche qualcosa del genere, che nel nostro DNA un pochino fa scattare delle reazioni, insomma. Però credo che l’amministrazione prima o poi lo finirà e che forse una volta finito… Devo dire che gli stessi progettisti, ovviamente non Aldo Rossi, ma i suoi collaboratori, la sua scuola, hanno vinto anche il concorso di idee per la progettazione del campo lungo nella zona dell’ex Mercato Bestiame. E devo dire che la tipologia architettonica, il segno, hanno un po’ quegli elementi, e io quando l’ho visto mi è venuto un accidente.

Per quanto riguarda il protagonismo dei circoli culturali, negli anni settanta sì, c’è ovviamente questa realtà molto vivace del Centro Studi della Fondazione Culturale San Carlo, però c’erano anche molte altre realtà significative: il gruppo di Note Modenesi per un verso, c’erano grazie al Formiggini una serie di momenti di organizzazione di iniziative culturali presso la libreria Rinascita in piazza Mazzini. Si diede vita in quegli anni attraverso il circolo Formiggini a una rivista, Quaderni Modenesi, che tenne una buona periodicità nell’arco di diversi anni. Cioè, c’era una vivacità di iniziative di dibattito soprattutto nella sfera politico-culturale. Poi per l’altro verso l’ARCI era presente soprattutto nel campo della cultura cinematografica e quant’altro. Erano momenti di ricchezza, aggregazione, con una forte capacità di attrarre interessi. Il rapporto con l’amministrazione era di autonomia e di distinzione, specialmente per coloro che avevano più profilo e sfera politica, ma devo dire che sostanzialmente era lo stesso villaggio urbano, quindi anche gli attori, i protagonisti cambiavano di ruolo, di profilo. Era, però, una classe dirigente in formazione, sostanzialmente, che esprimeva grandi livelli di partecipazione al dibattito politico e culturale della città e un’elevata esperienza. In quegli anni questo era un tratto caratteristico della società italiana nel suo complesso, ma credo che da noi fosse particolarmente presente e vivo questo tipo di livello partecipativo. A parte la settorialità del cinema, delle iniziative, era soprattutto una caratteristica di partecipazione politico-culturale che per questo trovava più direttamente un’interlocuzione nelle forze politiche che non nel ruolo diretto. Magari trovava una risposta anche a livello delle politiche dell’amministrazione (ma non necessariamente in quelle culturali), di sviluppo sociale ed economico in senso lato e delle problematiche di governo nelle fasi di crescita e di trasformazione delle città.

E se gli immigrati sono stati in qualche modo punto di attenzione nelle politiche culturali: non direi direttamente. Lo erano perché c’era quella società. Quella società, negli anni settanta, era una società molto più strutturata di quanto non sia la società di oggi, molto meno fluida, quindi con una presenza delle forze politiche, delle rappresentanze sociali molto organizzate, molto capaci di leggere le trasformazioni, e quindi di costruire anche le condizioni, di fotografare i cambiamenti, le evoluzioni. E questo costruiva poi un elemento, diciamo un background di competenze, di conoscenze, di saperi, che poi si trasferivano attraverso i rapporti politici anche alla sfera di iniziativa dell’amministrazione anche attraverso la partecipazione dei Quartieri, delle Circoscrizioni e quant’altro. Insomma, ecco, in quegli anni le sezioni organizzate del PCI erano in grado di saperti dire – non vorrei dare delle interpretazioni da grande fratello – che erano arrivate ottanta famiglie in quella zona, che dodici facevano i tappezzieri, trentadue andavano a fare gli insegnanti o quello che era. C’era una capacità di leggere le trasformazioni del territorio che poi era un patrimonio della partecipazione, della vita democratica, e si trasferiva dalla lettura politica in sede istituzionale soprattutto attraverso il ruolo delle Circoscrizioni. E questa cosa qui adesso è molto più complicata, insomma. Adesso si fa un sondaggio per riuscire a capire, oppure si analizzano le statistiche eccetera.

Anche dal punto di vista dell’approccio alla multiculturalità rispetto al tema dell’immigrazione straniera, certo, ci sono delle iniziative di carattere culturale, che sono mirate, che sono in parte gestite direttamente dall’amministrazione e in parte sono mediate attraverso il ruolo dell’associazionismo ricreativo, culturale, delle forme, diciamo, di costruzione di spazi e luoghi in cui anche le aggregazioni di etnie possano conservare elementi identitari. Credo che soprattutto anche in questo caso la lettura più che affidata a degli aspetti settoriali, sia di carattere trasversale: io credo che per esempio il Comune di Modena sia una delle poche realtà che ha fatto – a mia conoscenza è ancora l’unica – quando io ero sindaco, poi i risultati sono stati resi noti con la nuova amministrazione sotto il sindaco Pighi, un’indagine su come gli immigrati vedono la città in termini di impatto, di difficoltà, che è una lettura molto interessante, perché offre anche il punto di vista dell’altro, non solo le interpretazioni che possiamo dare noi. Da quella ricerca per esempio emergono interessantissimi aspetti in chiave di politica di integrazione e di politiche sociali, ma potrebbero scaturire anche interessanti opportunità e chiavi di iniziativa sotto il profilo delle politiche culturali.

 

Ha una valutazione complessiva dell’epoca? Cosa si potrebbe salvare o cosa forse c’era bisogno di mettere in una chiave diversa?

 

Salvare – ovviamente nono vorrei fare la parte di quello che fa il laudator temporis acti – però salvare parecchio, perché quello è stato uno straordinario periodo di fermento culturale in cui ovviamente come sempre quando si vivono delle stagioni così ricche c’è anche molto da scremare, ci sono anche dispersioni. Non vorrei stabilire qui delle traiettorie troppo “lineari”, però se guardate ad alcuni degli elementi costitutivi di pezzi di hardware del sistema culturale della nostra città molti elementi di germinazione, di seme, sono stati gettati in quegli anni, quindi c’è molto da salvare.

Se dovessi dire una cosa che probabilmente è un limite o un tema che è di allora, ma che anche questo secondo me è un pochino una questione che ha una sua qualità – allora lo teorizzavamo anche, però, insomma, questa è una delle cose che forse… Si è posta troppo poca attenzione a sistematizzare e a strutturare dei sistemi. Allora c’era una venatura antiistituzionale che era per lo spontaneismo, il che è una straordinaria opportunità, però ogni tanto c’è anche la necessità, senza burocratizzare e senza isterilire, di rafforzare, consolidare, dare peso, radicamento, tenuta, continuità a dei progetti, perché poi ovviamente questo consolida delle reti di relazioni, di rapporti. Altrimenti il rischio è che queste cose, alla lunga, possano logorarsi e perdersi, isterilirsi. Qualcosa dei percorsi di allora che poi non ha trovato sviluppo io credo che ci sia stata e credo che questo sia anche un tema – per venire anche ad elementi di attualità – su cui riflettere. Avevamo cominciato a lavorarci sul finire del mio mandato: ci sono alcune situazioni a Modena che sono sicuramente profili di eccellenza che però avrebbero bisogno di essere io dico “portati a casa”, piantati solidamente sul terreno nostro. Faccio due esempi: uno riguarda il tema delle attività espressive e artistiche delle manifestazioni. Io credo che noi avremmo più necessità di fare massa critica e di evitare di spendere risorse. Ovviamente il mio punto di vista è che massa critica bisognerebbe farla a partire dalle risorse istituzionali che ci sono, ma questa è una cosa. Il tema vero è che Modena dovrebbe consentire la possibilità per fare, attraverso una strutturazione più efficace, una programmazione anche di medio termine, una progettazione più ambiziosa, sapendo che può contare su maggiori risorse. L’altra cosa riguarda il tema di questa straordinaria intuizione ed evento che è il Festival della Filosofia. Nelle società fluide ti possono portar via anche le idee migliori se non stai attento. Non dico che si corre il rischio di questo, perchè anzi addirittura il Festival della Filosofia ha la capacità di costruire relazioni. Però forse bisognerebbe avere una dimensione ormai meno pionieristica e un po’ più istituzionale non nella chiave “allora diventa una cosa istituzionale, cioè burocrazia”, ma meno legata alle persone. Insomma: ci vuole sempre una soggettività, ma non si può dipendere troppo dal fatto che se uno per caso cambia interesse o situazione, allora si disperde un patrimonio di saperi, competenze, relazioni. Questa è una cosa che io spesso vedo che ha portato danno. Si fa una straordinaria fatica in realtà come le nostre, a meno che non sia il pubblico che investe. In quel caso la fatica è ridotta, salvo il problema che ci sono oggi condizioni e vincoli che lo rendono estremamente difficoltoso.

 

Una vicenda come quella di Gehry negli anni settanta come si sarebbe risolta secondo lei? Sarebbe stato più facile?

 

Giuliano Barbolini: Forse. Non so se era più facile pensarci, però probabilmente sul tema della cultura urbanistica, dei vincoli, ci sarebbe stato più spazio di libertà. Però sarebbe poi stato impensabile, perché in quegli anni l’ospedale doveva funzionare come ospedale e nessuno avrebbe mai pensato a trasformare piazza Sant’Agostino in un polo culturale per eventi e manifestazioni.

 

Andrea Borsari: Questo è ciò di cui parlava Simona a proposito del passaggio dai servizi culturali all’evento culturale: è un cambiamento di paradigma che a quel punto si instaura. In effetti non si poneva l’esigenza anche perché non c’era quel paradigma.

 

Giuliano Barbolini: Alcune esigenze nascono anche in relazione all’evolvere dei bisogni e al maturare di situazioni che altrimenti non si possono neanche prendere in considerazione, nel senso che ci sono dei vincoli oggettivi di tenuta del sistema della città che deve funzionare come un organismo, quindi penso che questo tema non sarebbe stato proponibile. Si è posto in una fase in cui effettivamente la città stava rideterminando e rileggendo alcune funzioni e destinazioni di spazi. A Modena noi abbiamo sempre rifuggito, e questo è un tratto delle politiche culturali dell’amministrazione e anche forse della sensibilità culturale, dall’idea dell’evento e della spettacolarizzazione. Si dice “Ma come mai a Modena non si fanno gli eventi culturali o artistici come per esempio a Ferrara?”. Certamente noi abbiamo analizzato le situazioni, le storie: Ferrara ricordo che al Palazzo dei Diamanti faceva già a metà degli anni settanta cose che noi guardavamo con una punta di invidia e rammaricandoci di non avere le stesse opportunità. Però queste storie diverse hanno concesso di più alla spettacolarizzazione degli eventi. Non voglio però fare di tutta l’erba un fascio. Noi abbiamo curato maggiormente l’idea di una ricerca più rigorosa e più attenta anche a un rapporto con le vocazioni del territorio o con i profili con i quali si è voluto fare un elemento distintivo di caratterizzazione: allora, per esempio, avere cominciato a raccogliere materiale fotografico ha portato la Galleria Civica a organizzare periodicamente eventi importanti e significativi nel campo delle mostre fotografiche, che sono di straordinaria qualità, ma molto spesso hanno un raggio di attrazione minore di altri tipi di eventi. In questo senso ciò è sempre stato un tratto di coerenza sotto il profilo della serietà dell’approccio con un’opzione che guardava soprattutto a concedere poco all’effimero e a dare più elementi di coerenza. La stessa cosa vale anche nelle politiche dello spettacolo, per esempio. Altre città hanno scelto di investire su grandi direttori d’orchestra pagando poi un prezzo, perché siccome le risorse sono sempre quelle, le scelte asciugavano le risorse e ne restavano meno per una serie di iniziative più dispiegate. Diciamo che abbiamo portato avanti un’idea di cultura più democratica, più coinvolgente, più partecipativa. Poi quando abbiamo avuto qualche possibilità ci siamo permessi anche i nostri lussi, nel senso di qualcosa dal punto di vista anche dell’evento, della spettacolarizzazione. Però io credo che questo sia un elemento che va apprezzato.

 

Pierpaolo Ascari: Però poi le politiche culturali hanno iniziato a caratterizzarsi come politiche degli eventi anche a Modena.

 

Al Teatro Comunale negli ultimi anni ci sono state stagioni di grande richiamo dal punto di vista della qualità degli artisti, ma perché c’eravamo dotati, attraverso la trasformazione del Teatro in Fondazione, di risorse che ci consentivano di farlo, sposando sempre un relativo buon equilibrio fra costo, beneficio e risultato. Per quanto riguarda gli eventi, se sono le grandi mostre, per la verità noi di mostre ne abbiamo fatte alcune, però per esempio quella su Niccolò dell’Abate era coerente con l’idea della ricerca. Un conto è l’evento che fa spettacolo, come può essere una grande mostra, in cui una Fondazione mette i soldi e si espongono opere, ad esempio, di cinquanta artisti impressionisti. Lì si è sicuri che si riempie. Però è una cosa un po’ calata dall’alto. È in questo senso che dicevo che le politiche culturali del Comune queste cose non le hanno mai fatte. Quando dicevo che bisognerebbe discutere sulle attività espositive eccetera, intendevo dire che a Modena bisognerebbe porsi il problema di unire delle forze e di concordare insieme un tipo di soggetti, di attori, un programma in grado di produrre più valore aggiunto rispetto a quanto non sia avvenuto fino ad ora, visto che adesso si iniziano a mettere insieme delle cifre che in termini di investimento non sono di piccolo conto. Il Festival della Filosofia è una cosa diversa secondo me, perché lì c’è un’intuizione felice che ha intercettato una domanda vera e profonda non so se di senso, ma comunque di cultura, di curiosità, e devo dire anche che è stato in grado di esercitare attrazione. L’importante è che ci siano dietro elaborazione, produzione culturale, investimento in termini di continuità, e che non sia semplicemente una cosa per aprire un teatro e chiuderlo facendo una rappresentazione. Da questo punto di vista io credo che se si muove un sacco di gente è solo un bene, è la certificazione del successo dell’iniziativa. Il salto del successo del Festival della Filosofia c’è stato quando, con un pizzico di incoscienza, si è detto che si facevano le lezioni in piazza invece che negli spazi chiusi. Ragionare di filosofia in piazza Grande è un bel segno, un belvedere, una bella cosa, e ci sta anche bene. Questo secondo me ha richiamato attenzione, ma non credo che l’obiettivo fosse la spettacolarizzazione. L’obiettivo era semplicemente creare le condizioni perché più gente potesse effettivamente fruire del Festival. Il termine “estemporaneità” non ha a mio parere una connotazione propriamente entusiasmante. Mi pare che nel Festival della Filosofia ci sia tutto quello che non c’è nei momenti di spettacolarizzazione.

 

Andrea BorsariPerò il ragionamento che faceva prima sulla necessità di radicare ulteriormente questa cosa va nella direzione di riancorarla a quei principi di lungo periodo che abbiamo identificato prima: prolungare nel tempo, stabilizzare su degli assetti istituzionali, aumentare il grado di partecipazione e di elaborazione condivisa. Queste sono le linee che il lungo periodo può fare virtuosamente riversare su questa che indubbiamente è un’esperienza di successo.

 

Giuliano Barbolini: Sono d’accordo. Avverto questa come un’esigenza e più ci si attarda ad affrontare questo tema…

 

Andrea Borsari: A differenza di altri che sono politici prestati all’amministrazione, lei nasce come un tecnico, uno studioso che mette a disposizione le sue competenze e diventa un politico anche di lungo corso. Era interessante sentire la sua valutazione sul piano personale di questo rapporto fra l’esperienza di specialista e di politico, il passaggio da un parte all’altra del tavolo.

 

Giuliano Barbolini: Ognuno ha i suoi percorsi e questo è il mio individuale. Nei primi anni settanta questa cosa non era casuale. Io ricordo che uscì a metà degli anni settanta un libro di un sociologo canadese, L’intellettuale amministrativo. Leggeva la fase del periodo successivo alla contestazione e dell’inizio delle battaglie politiche e civili dei primi anni settanta come una generazione di giovani usciti dal’università che in qualche modo aveva incontrato soprattutto nelle amministrazioni locali il PCI e la sinistra e aveva messo a disposizione di quella visione di modernizzazione della società una freschezza di contributi, un rinnovamento di classe dirigente. Questa cosa io credo che fotografi effettivamente cosa successe in quegli anni, nel senso che se si guarda anche la realtà del comune di Modena quelli furono anni in cui ci fu un forte ingresso di giovani nell’amministrazione che poi sono in molti casi rimasti dirigenti dell’amministrazione per parecchi anni. Questo è un aspetto molto interessante di quegli anni dal punto di vista della modificazione di percorsi che sono individuali e sono anche, però, di tendenza più generale e collettiva.

Per quanto riguarda me, penso di poter dire questo. È chiaro che poi si fanno esperienze, si cambia punto di vista, di osservazione, perché sono i livelli di responsabilità e la dimensione dei problemi che si presenta e si propone in una chiave che necessita di essere raccontata con approcci e metodologie diverse. Anche nell’esperienza più da amministratore e da politico a me è rimasto il tratto della formazione più tecnica: io cerco sempre di capire le cose in profondità. Non sempre ci si riesce, ma un elemento che mi ha anche aiutato può essere stato il fatto che io non ho quella dimensione da politico come devo dire “tuttologo”, ma ho un profilo forse più aderente ad aspetti di merito e concretezza. Nell’agire amministrativo e nell’azione amministrativa seguo questo profilo: il voler andare alla comprensione delle questioni, delle cose, e quindi padroneggiarle, impossessarsene, essere in grado di gestire consapevolmente i processi. Questa cosa mi è rimasta e secondo me è un utile strumento per affrontare anche la dimensione dell’amministrazione del governo politico e non solo quella dell’approfondimento in chiave tecnica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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  • Autore: Paolo Perulli

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