Campo della Cultura / Sezione prima
Il racconto istituzionale (1965-1985)

cap. 5

Il gruppo incaricato della ricerca archivistica finalizzata alla ricostruzione del racconto istituzionale sulle politiche culturali del Comune e della Provincia di Modena ha preso in esame la documentazione custodita presso gli archivi degli Enti locali interessati, analizzando in modo sistematico i carteggi prodotti dall’Amministrazione comunale e provinciale, in particolare dall’Assessorato alla Cultura (267 filze), dal Dipartimento Istruzione e Cultura (circa 150 filze selezionate) e dal Servizio Decentramento (circa 100 filze selezionate), oltre che i Registri delle delibere del Consiglio Comunale e Provinciale1.

La ricerca ha immediatamente messo in evidenza il ruolo fondamentale svolto dal Comune di Modena per l’affermazione e lo sviluppo della cultura nel periodo considerato.
Questa crescita non è il semplice risultato dell’espandersi della città e del modificarsi delle esigenze della società: è un atto di volontà politica, è una vera e propria battaglia ingaggiata dal Comune, sin dal 1946, per conquistarsi il diritto a occuparsi di cultura, diritto che rivendica in nome della democrazia e della libertà.
La costruzione dei servizi culturali e l’interventismo del Comune di Modena nel campo della cultura vanno, infatti, di pari passo con la rivendicazione della piena realizzazione dell’autonomia prevista dalla carta costituzionale da un lato, e dell’allargamento dell’obbligo scolastico dall’altro.
Queste riflessioni sostengono la scelta di iniziare la trattazione sin dal periodo della ricostruzione della società e dell’economia modenese, nel secondo dopoguerra.
Visto a distanza e nel suo complesso, il periodo preso in considerazione si manifesta con una certa coerenza e linearità, rappresentato dai protagonisti di allora e confermato anche dalle riflessioni dei testimoni di oggi come un agire consapevole, anche se sperimentale, guidato da obiettivi chiari ed espliciti, e da idee forti.
Queste affondano le radici nella visione della società coltivata dalla forza politica di maggioranza che ha amministrato la città con continuità nel periodo considerato: scuola, servizi culturali e partecipazione costituiscono i tre strumenti principali per allargare la base sociale della cittadinanza consapevole, senza la quale, nel mondo prefigurato in quella visione, non esiste democrazia.
Perché questa lettura non sembri semplicistica e troppo aderente alle intenzioni degli attori in campo, occorre considerare la ricerca in tutto il suo insieme, facendo dialogare il racconto degli eventi così come emerge dai documenti con le altre parti del discorso, per valutare le conseguenze non volute, i reali effetti dell’agire amministrativo su una società in profondo cambiamento, e da ultimo anche per comprendere le ragioni della parabola di quella stagione.
La rappresentazione degli eventi, così com’è articolata nell’indice, cerca appunto di descrivere i nuovi spazi conquistati dal Comune di Modena nel campo della cultura individuando due velocità differenti: il terreno vergine dei nuovi servizi culturali sul quale l’Amministrazione agisce con la libertà e a volte anche con l’urgenza del pioniere, e quello occupato dalle vecchie preesistenti istituzioni culturali, dove i vincoli impongono al restauratore più moderate e meditate scelte. Il segno identificativo di quel ventennio è comunque dato dalla nascita dell’idea di servizio culturale, nel senso di servizio pubblico per la diffusione della cultura a una più larga base sociale, come risposta a un bisogno reale e al tempo stesso come atto di volontà, con intenzione pedagogica nei confronti della società che si vorrebbe “creare”.
Integrano il racconto una sezione che approfondisce Il Festival Nazionale del Libro Economico 1962-1969 e due sezioni dedicate rispettivamente a La ristrutturazione del 2° dipartimento di Pubblica istruzione, cultura, sport e tempo libero, completa di tabella relativa all’apparato tecnico del settore cultura del Comune di Modena dal 1965 al 2005, e a Le risorse finanziarie per la cultura a cura di Luca Righetti e Mario Scianti, con lo scopo di organizzare le principali informazioni sulla macchina amministrativa dedicata al lavoro culturale che il Comune di Modena ha costruito nel corso di un quarantennio1.


La politica culturale del Comune di Modena negli anni sessanta. Partenogenesi di un assessorato
La politica delle amministrazioni modenesi del secondo dopoguerra, in aperto contrasto con le interpretazioni liberale e fascista, è il prodotto della costante volontà di modificare alla radice la concezione di autonomia locale e le modalità di governo del territorio, operando per la realizzazione di un progetto di società fondata sui valori di uguaglianza, partecipazione e decentramento dei poteri.
Alla nitida affermazione di questi valori non corrisponde però una chiara programmazione delle scelte di governo. Le contingenze da affrontare sono molteplici e onerose, le difficoltà innumerevoli e occorre inoltre consolidare il patrimonio di consensi che le sinistre al governo del Comune, il partito comunista in particolare, hanno conquistato grazie alla lotta di liberazione nazionale.
Sulle orme delle esperienze dell’amministrazione democratico-socialista del triennio 1910-1913 e del governo della società modenese durante la Grande Guerra, sviluppando ulteriormente i presupposti teorici della tradizione socialista sul ruolo delle amministrazioni locali e dell’analisi gramsciana dell’istruzione e della cultura, forti dei risultati elettorali ottenuti nelle consultazioni amministrative del 1946 e dell’alleanza con i socialisti, gli amministratori modenesi perseguono una coerente politica di rinnovamento della società, trasformando profondamente il Comune e rendendolo l’indispensabile propulsore di un nuovo modello di sviluppo cittadino a tutto campo.
A questo proposito occorre considerare che il Comune di Modena ha, sin dal 1946, un assetto politico molto diverso da quello delineatosi nella Penisola, con l’alleanza tra socialisti e comunisti al governo e la Democrazia Cristiana relegata all’opposizione. All’interno dell’alleanza di sinistra il ruolo svolto dal partito comunista è sempre decisivo e trainante, tuttavia non deve essere sottovalutata né l’azione delle diverse formazioni socialiste che, pur variando nel tempo, collaborano con la componente di maggioranza relativa, né la costruttiva opposizione democristiana sovente disponibile a un dialogo costruttivo.
Il ruolo di partito di maggioranza relativa del partito comunista, con la sua decisa impronta popolare e antifascista, favorisce lo sviluppo di una concezione dell’amministrazione comunale in aperto contrasto con quella affermata dalla legislazione in vigore.
La coerenza politica della maggioranza alla guida del Municipio trova sostegno e conferma nel dettato della Costituzione della Repubblica Italiana, approvata al termine del 1947 ed entrata in vigore l’anno seguente.
La Costituzione repubblicana è un testo fortemente innovativo rispetto alla tradizione costituzionale nazionale. Nell’immediato, però, riesce a incidere solo parzialmente nella dinamica politica italiana della seconda parte del Novecento, in conseguenza della necessità di armonizzare il nuovo testo alla realtà delle norme preesistenti e della mancata o della differita e parziale attuazione degli istituti introdotti dai padri costituenti.
La Costituzione si occupa di comuni e di province specialmente con l’affermazione di alcuni principi fondamentali contenuti nell’articolo 5: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo, adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”; inoltre anche il Titolo quinto della Carta costituzionale richiama l’importanza degli enti locali sottolineandone l’autonomia, in particolare all’art. 128 dove si afferma che “le Province e i Comuni sono enti autonomi nell’ambito dei principi fissati da leggi generali della Repubblica, che ne determinano le funzioni”.
Al momento dell’approvazione della Carta costituzionale, però, l’equilibrio politico al governo della nazione si deteriora definitivamente. Nel marzo 1947, infatti, De Gasperi crea un esecutivo monocolore democristiano, con l’appoggio di alcuni indipendenti moderati, che determina la definitiva uscita di socialisti di unità proletaria e comunisti dalla compagine governativa. Le successive elezioni politiche del 1948 decretano il successo della Democrazia Cristiana che ottiene, sola, il 53% dei voti, conquistando una posizione di prevalenza nel panorama politico italiano che rimarrà inalterata sino ai primi anni Novanta.
Dagli ultimi anni Quaranta, dunque, nel modenese si configura una situazione del tutto particolare. Il partito comunista rimane stabilmente alla guida degli enti locali, lasciando la Democrazia Cristiana all’opposizione, mentre nella politica nazionale accade esattamente il contrario e la temperatura dello scontro politico cresce costantemente toccando punte di estrema drammaticità sino ai primi anni Sessanta, quando si costituisce il primo governo di centro-sinistra.
Lo scontro ideologico in atto nella società si concretizza anche nella gestione dell’ordinamento amministrativo, poiché le norme affermate dalla legislazione in vigore sono applicate da un apparato burocratico la cui nomina è di competenza ministeriale e questo non consente facilmente all’Amministrazione comunale modenese di ignorarle o di promuovere una loro modifica. D’altronde le modalità della loro applicazione possono variare, anche in modo sensibile, ma solamente in seguito ad una forte e insistente pressione politica e sociale dal basso, percorrendo anche la strada del contenzioso giuridico-amministrativo. Il sistema delle attribuzioni e delle competenze degli enti locali, per esempio, come il sistema della finanza comunale e il sistema dei controlli (di merito e di legittimità) sono ancora regolati secondo la normativa fascista.
Le norme in vigore si fondano sull’idea che gli enti locali siano emanazioni passive dello Stato: occorre in sostanza garantire l’integrità del patrimonio dei comuni, contenere la discrezionalità degli amministratori, evitando l’indebitamento e il conseguente esaurirsi delle fonti di sostentamento del bilancio.
All’esordio delle amministrazioni locali repubblicane, il primo problema che si presenta è quello di differenziare le funzioni fra lo Stato e gli enti locali, tentando di evitare la prassi di imputare alle amministrazioni l’onere finanziario di funzioni statali e la creazione di nuove funzioni senza la necessaria dotazione di mezzi economici.
Per quello che riguarda i controlli di merito, occorre rilevare che la Costituzione assegna tale incarico alla Regione. L’ordinamento regionale tuttavia entrerà in vigore solamente dopo il 1970 e nei primi decenni dell’Italia democratica, quindi, la prassi amministrativa non cambia.
La volontà del Comune modenese di gestire diversamente l’autonomia che la Costituzione gli riconosce si scontra ripetutamente con i controlli della Prefettura, che applica le norme previste nei testi unici del 1915 e del 1934. Soprattutto il testo normativo fascista afferma in modo inequivocabile la decisa dipendenza degli enti locali dall’apparato statale, una sudditanza non solo puramente politico-amministrativa, ma anche economico-finanziaria, se si ricorda lo sviluppo di una serie di decisioni che addossano agli enti locali le spese per le attività statali (spese obbligatorie), consentendo la possibilità alle amministrazioni locali di decidere le spese facoltative solo quando rimangono altri fondi disponibili. Le spese per la cultura sono tradizionalmente reputate spese facoltative, quindi è molto difficile ottenere l’avvallo dell’autorità prefettizia per questo capitolo di spesa e quasi impossibile ricevere finanziamenti statali.
Questa impostazione viene progressivamente cambiata dalle amministrazioni del secondo dopoguerra, quando per rispondere alle pressanti esigenze della ricostruzione e dello sviluppo, il bilancio del Comune di Modena è concepito come un mezzo decisivo per stimolare la ripresa economica e sociale e non è più vissuto come il puro e semplice obbligo di far quadrare i conti. Tuttavia gli impedimenti giuridico-amministrativi riguardo alle spese culturali rimangono inalterati.
Senza nulla togliere alla specificità dell’esperienza modenese che in queste pagine s’intende esplorare per la prima volta, occorre tenere presente che questa visione complessiva dell’amministrazione comunale non è una prerogativa esclusivamente locale. Percorsi simili sono realizzati in altre città emiliane guidate da alleanze di sinistra, ad esempio per la creazione del sistema delle biblioteche, dei Quartieri e dei Centri Civici.
L’atteggiamento pragmatico delle amministrazioni Corassori (1945 – 1962) afferma un’interpretazione della ricostruzione post-bellica come volano del progresso economico e civile della popolazione, mai limitata al puro e semplice ripristino di quello che esisteva in precedenza.
La risoluzione dei problemi fondamentali della maggioranza della popolazione modenese viene strettamente legata sia al miglioramento delle condizioni di vita, sia alla predisposizione dei cardini sui quali sviluppare l’economia, senza mai trascurare di incentivare tutte le possibilità di partecipazione diretta dei modenesi alla gestione della cosa pubblica.
Il Comune modenese sceglie la strada dell’impegno finanziario per sostenere gli aggravi di bilancio che annualmente si generano, attraverso la stipula di mutui per cifre sempre più consistenti, al fine di favorire lo sviluppo degli investimenti nei lavori pubblici indispensabili per la ricostruzione e lo sviluppo della città. Questa attiva politica di investimenti è agevolata anche dalla consistente autonomia tributaria della quale il comune gode. Ogni decisione assunta dalla Giunta municipale o dal Consiglio comunale, naturalmente, necessita dell’approvazione dei competenti organi di controllo ministeriali.  
Il braccio di ferro che le giunte modenesi intraprendono con le autorità statali non si limita ai soli problemi finanziari, ma col tempo coinvolge tutti i più importanti ambiti dell’amministrazione cittadina: dal decentramento democratico dei poteri allo sviluppo urbanistico, dalla gestione degli asili e delle colonie alla creazione delle biblioteche.
Per comprendere meglio la situazione può essere utile qualche esempio.
Una pianificazione dello sviluppo urbano è rintracciabile nel Piano della Ricostruzione approvato nel settembre 1948 e in seguito si provvede all’elaborazione del Piano Regolatore Generale del 1958, rinviato con osservazioni all’esame del Consiglio comunale da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel giugno 1961. Le modifiche approvate nel 1962 sono di nuovo considerate insufficienti dal Consiglio Superiore ed il Piano Regolatore cittadino ritorna non approvato all’attenzione degli amministratori modenesi, che lo ripresentano nel 1965 e ne ottengono la definitiva approvazione nel marzo 1966.
La realizzazione del decentramento amministrativo in quartieri ha una gestazione ancor più difficile e complessa, iniziata nei fatti sin dall’immediato secondo dopoguerra ma attuata con la necessaria determinazione solo con i primi anni Sessanta.
Nelle due relazioni introduttive ai bilanci preventivi del 1961 e del 1962 è prevista la ripartizione amministrativa del territorio comunale in quartieri, al fine di consentire al Comune di creare un più soddisfacente contatto con la popolazione e con le sue esigenze. Ma nonostante i ripetuti tentativi dell’Amministrazione comunale (soprattutto tra il 1962 e il 1967) l’autorizzazione della Giunta Provinciale Amministrativa al progetto modenese non giungerà mai e la situazione di fatto sarà regolarizzata solo con il testo di legge del 1976 che istituisce i Consigli di Circoscrizione.
Per quello che concerne l’apertura delle biblioteche comunali, la Lega dei Comuni Democratici della Provincia di Modena apre un contenzioso con la Prefettura sin dal 1952, per appoggiare i provvedimenti deliberati da diversi comuni per l’istituzione di biblioteche comunali o l’incremento della dotazione libraria di quelle già esistenti.
La posizione della Prefettura cittadina, di fronte alle scelte dei comuni, evidenzia con grande chiarezza i termini del contendere. La risposta del Prefetto è perentoria: “All’infuori delle biblioteca scolastiche e popolari, soggette entrambe al controllo del Provveditore agli Studi, e quelle del Capoluogo di provincia, vigilate invece dalla Sopraintendenza Bibliografica, le cui spese sono da considerare obbligatorie, non possono essere consentite ai Comuni spese per biblioteche comunali, nemmeno sotto l’aspetto di istituzioni facoltative, in quanto esse esulano dalle attribuzioni del Comune – valutate anche in senso amplissimo – e dalla possibilità dello stesso di svolgere tale attività nel campo culturale” (AG, 1952).
Naturalmente la lotta per le biblioteche costituisce uno dei tasselli fondamentali per la diffusione dell’istruzione e l’affermazione del diritto allo studio, un veicolo ritenuto indispensabile per la costruzione di una nuova cultura antifascista, alternativa a quella ufficiale, scevra da ogni intellettualismo e sinceramente popolare.
Il definirsi dei diversi piani di attività scolastica e culturale del Comune si scontra quotidianamente con le fortissime divergenze ideologiche che attraversavano l’intera società italiana e gli schieramenti politici presenti nel Consiglio comunale. Un sensibile disaccordo, peraltro contenuto e mai distruttivo, si manifesta, per esempio, al momento della deliberazione di apertura del primo asilo infantile comunale mai esistito in città, in Villa Santa Caterina (ora la Crocetta), il 21 aprile 1950.
Con la delibera si afferma “il criterio dell’Amministrazione di far sorgere a poco a poco Asili Infantili nelle zone periferiche”, iniziando da quel quartiere in seguito all’insistente richiesta degli abitanti. La delibera è approvata con 23 voti favorevoli e 2 astenuti su 25 consiglieri presenti, ma il consigliere Nava dichiara la sua astensione motivandola con un dubbio, “quello che l’Asilo da comunale diventi comunista” (CCA, 1950, 21 aprile).
Risulta evidente che la decisione comunale di aprire un primo asilo (in precedenza il Municipio aveva rapporti definiti con un solo asilo, il “Raisini”, tutti gli altri erano in genere gestiti da religiosi o privati) poteva apparire come un tentativo di colonizzazione culturale della maggioranza di sinistra al governo del Comune ai danni della cittadinanza e di sleale concorrenza ai danni dei tradizionali gestori degli asili modenesi. A smentire quest’ipotesi concorre, però, l’intera politica sociale delle amministrazioni modenesi che, non appena superate le difficoltà legate alla ripresa post-bellica, affrontano con decisione i problemi legati alla galassia dei servizi sociali, a iniziare dalle scuole dell’infanzia, strategiche anche per alleviare le condizioni di vita delle donne lavoratrici.
L’impegno per creare o rafforzare l’ambito dei servizi sociali è fondamentale per l’affermazione di un’amministrazione comunale attiva, autonoma e democratica, insomma nuova e diversa rispetto a ogni altra forma di governo della città prima esistita, figlia della Costituzione e dei suoi ideali fondanti. Le singole scelte sono giustificate, di volta in volta, con motivazioni diverse (rimediare all’assenza dell’iniziativa statale, rispondere a una pressante domanda sociale, sviluppare una nuova didattica, mantenere viva una tradizione preesistente, creare nuovi spazi di confronto pubblico, rinnovare il rapporto tra il centro storico e la periferia) ma l’intento politico rimane sostanzialmente lo stesso dagli anni Cinquanta in poi.
Insieme a quest’azione muscolare gli amministratori modenesi del secondo dopoguerra curano anche la ripresa dell’attività di tutti gli istituti culturali di tradizione (il Museo Civico di Preistoria, Archeologia ed Etnologia, il Museo Civico d’Arte e di Storia Medioevale e Moderna, la Biblioteca Poletti, la Galleria Campori, l’Archivio Storico Comunale e il Museo Storico del Risorgimento) operando per assicurare loro i finanziamenti necessari per riprendere a svolgere le loro funzioni, almeno in un primo tempo. In seguito gli amministratori comunali iniziano ad interrogarsi sull’utilità di perpetuare l’operatività di questi istituti, quali muti conservatori del patrimonio che la collettività aveva ricevuto in custodia dal passato. Procedere a un’opera di svecchiamento delle strutture e del personale non è, tuttavia, un’impresa semplice; trasformare istituti di tutela e conservazione in servizi promotori di iniziative culturali, nei fatti, si rivela ancora più difficile che crearne di nuovi.
Il Teatro Comunale costituisce un caso a sé in quanto, nell’immediato dopoguerra, di comunale ha ben poco, se si considera che la gestione dell’attività artistica è normalmente appaltata ai privati e che il Comune non controlla neppure la disponibilità dei posti per gli spettatori. Molti palchi, infatti, sono stabilmente e tradizionalmente assegnati ai privati. In questo caso (l’unico tra gli istituti culturali del Comune) si promuove, con non poche difficoltà, una politica di riappropriazione del teatro da parte dell’Amministrazione ai danni dei privati, che giunge a compimento nel 1956, anno in cui l’Amministrazione assume la gestione diretta delle attività artistiche. La prospettiva sulla quale si lavora è quella di rendere il teatro un luogo imprescindibile per lo sviluppo della vita culturale cittadina, di costituire un vero e proprio servizio di alfabetizzazione teatrale per il pubblico, facendone contemporaneamente il centro dell’azione di riforma dell’intero teatro italiano. Ancora una volta il Comune rivendica la propria autonomia in campo culturale e la capacità di fornire un contributo indispensabile per la soluzione dei problemi del teatro, avviando un’azione di coordinamento delle attività teatrali tra diverse amministrazioni locali modenesi e della regione, che si concretizza con la costituzione dell’Ater (Associazione Teatri Emiliano Romagnoli) (CCD, 1966, 166).2
Infine gli amministratori tentano di creare relazioni stabili e momenti di collaborazione con le associazioni e i circoli culturali e artistici cittadini, dal “Formiggini” al “Vanoni”, dal “Portico” agli “Amici dell’arte”.
Di fronte a un campo così ampio di intervento e alla molteplicità e complessità dei problemi da affrontare, occorre chiarire che le amministrazioni modenesi hanno costantemente presenti i propri limiti. In nessun caso l’iniziativa comunale può risolvere da sola i problemi della città e occorre stimolare l’intervento dello Stato. E’ l’azione stessa del Municipio, anzi, che deve indurre il potere centrale a intervenire a sua volta. Ben lungi dall’essere una scelta di subordinazione, quest’atteggiamento è parte integrante della strategia politica che le amministrazioni modenesi adottano per premere sul governo centrale, sollecitando il coordinamento degli interventi. Contemporaneamente, l’azione del Comune con i suoi connotati ideologici e i forti limiti finanziari deve porsi l’obiettivo di stimolare l’iniziativa privata ad accettare la sfida, rinnovando i propri metodi di lavoro in relazione a ciò che il Municipio propone.
Al termine della fase di ricostruzione della società modenese, l’Amministrazione inizia ad affrontare i problemi relativi alla promozione d’iniziative “capaci di garantire ai cittadini un più alto tenore di vita sociale e culturale”, la realizzazione di “un completo programma di edilizia scolastica e l’ammodernamento di tutti i servizi pubblici”, poiché i membri della Giunta municipale sono consapevoli della necessità di doversi adeguare rapidamente a una realtà in continuo cambiamento, ponendosi anche il problema di predisporre piani di sviluppo per affrontare le sfide future (CCA, 1960, 6 maggio).
Ovviamente non è possibile separare nettamente l’intento politico dell’Amministrazione comunale modenese in ambito culturale dagli incarichi amministrativi assegnati via via nei diversi settori d’intervento del Sindaco e degli Assessori.
Senza dover ripercorrere l’intero organigramma delle maggiori cariche dell’Amministrazione comunale, in queste pagine pare sufficiente ricordare come sin dalla prima Giunta municipale nominata immediatamente a ridosso della liberazione (aprile 1945), quindi dal C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) della provincia di Modena, uno degli assessorati istituiti è dedicato all’Istruzione; nel 1946 l’incarico è modificato associando all’Istruzione la Beneficenza; nel 1951 all’Istruzione è affiancata la Sanità e dal 1956 si ricostituisce un assessorato dedicato solamente agli Affari dell’Istruzione; nel 1960 l’incarico di Assessore all’Istruzione è assegnato a Rubes Triva che nel 1962 ottiene, dall’allora Sindaco Alfeo Corassori, anche la delega agli “Affari relativi ai problemi della Gioventù. Triva si occuperà dei problemi relativi alla Cultura, Ternelli di quelli con attinenza allo Sport” (AG, 2650).
Questo è il primo incarico affidato in Giunta che riporta il termine Cultura, inserito nel contesto dell’istruzione e dedicato alla fetta giovanile della società. Si tratta tuttavia di una scelta molto significativa, poiché esplicita il profondo legame, un vero e proprio cordone ombelicale, che salda l’istruzione alla cultura nel progetto politico degli amministratori modenesi. 
Nel settembre 1962, il nuovo Sindaco Triva nomina Germano Bulgarelli Assessore agli Affari dell’Istruzione e della Cultura, incarico che nel 1964 passa a Liliano Famigli, l’artefice del dibattito interno all’Amministrazione sfociato, nel 1972, nella separazione delle competenze dell’Assessorato e nella creazione dell’Assessorato agli Affari della Cultura.
L’istituzione di un Assessorato all’Istruzione e per la Cultura trova la sua ragione di essere, quindi, nella visione complessiva della società modenese che la maggioranza alla guida del Municipio afferma con coerenza, grazie all’azione dei suoi esponenti più qualificati, dal periodo della ricostruzione post-bellica in poi.
Naturalmente non è possibile ignorare del tutto le personalità dei maggiori protagonisti di questa vicenda, da Alfeo Corassori a Rubes Triva, da Germano Bulgarelli a Liliano Famigli: ognuno meriterebbe un’attenzione che esula dai limiti di questa trattazione, ma è tuttavia doveroso rilevare da un lato quanto il loro impegno – pur con incarichi diversi e una dissimile sensibilità umana – abbia inciso nella vita politica modenese e nell’esperienza dell’Amministrazione comunale in particolare, dall’altro la latitanza della storiografia, anche quella locale, verso lo studio della classe dirigente della ricostruzione e del decollo economico e sociale.
L’azione delle amministrazioni nel campo della cultura, come negli altri in realtà, è caratterizzata, in tutto il ventennio in esame, dall’incessante necessità di adeguare azione e riflessione al perpetuo mutare delle esigenze della società e della visione del mondo dei protagonisti. Le pause e le accelerazioni dei diversi processi in atto, tuttavia, non devono essere interpretate come momenti di frattura politica o generazionale, ma come ineludibili fasi di riadattamento di un simile orizzonte di valori all’incessante mutare della percezione della realtà.
Una puntualizzazione in proposito può essere necessaria. Tutti gli amministratori ricordati (tre Sindaci e un Assessore) appartengono al Partito Comunista Italiano, come la maggioranza degli amministratori che guidano il Comune dal 1945 al 1991, quando il partito inizia una fase di trasformazione che oggi non è ancora conclusa. Dai loro atti e dai loro discorsi risulta evidente l’adesione a un patrimonio ideale comune e la condivisione di valori e certezze nettamente opposti all’interpretazione borghese e capitalistica della realtà. Ogni ambito dell’azione dell’Ente locale è coerentemente interpretato come uno spazio di lotta contro il cieco interesse privato, contro le speculazioni e i clientelismi d’ogni natura, contro la conservazione dell’esistente fine a se stessa, contro il monopolio dell’industria culturale, la schiavitù dell’ignoranza, la barbarie del consumismo, la passività della rassegnazione, ma la natura borghese e moderata dello stato nazionale è riconosciuta e rispettata, la dialettica democratica non è alterata, la partecipazione sociale aperta a tutti è sempre ricercata e nei limiti del possibile sostenuta, la coesistenza fra pubblico e privato è incentivata, la burocrazia comunale viene costantemente considerata al servizio dei cittadini e dell’interesse pubblico.
Bisogna considerare, inoltre, che questi amministratori si trovano spesso ad affrontare problemi nuovi che sono il risultato imprevisto o indesiderato delle loro stesse decisioni, con uno scarto temporale così breve da rendere difficile una revisione della linea di condotta in tempo utile.
Un’importante fase dello sviluppo dell’impegno culturale del Comune si concretizza a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, con l’apertura della Sala di Cultura (settembre 1958) che nel 1974 diverrà la Galleria Civica e la realizzazione del primo Festival nazionale del libro economico (maggio 1962), promosso da Rubes Triva, allora Assessore all’Istruzione, che inaugura una serie di appuntamenti annuali rinnovati sino al 1969.
Nei programmi degli amministratori, l’organizzazione di questa grande mostra-mercato deve servire a incrementare la diffusione del libro economico, concepito come un mezzo per allargare l’area dei consumatori di cultura, per estendere le conoscenze dei cittadini e avvicinare nuovi strati della popolazione, invitandoli a partecipare attivamente al dibattito e a divenire protagonisti del rinnovamento culturale cittadino.
La realizzazione dei festival prosegue una coerente politica d’attenzione per il libro e la lettura che l’Amministrazione ha già manifestato in precedenza e costituisce inoltre, col succedersi delle edizioni, l’occasione per organizzare conferenze e convegni di notevole interesse culturale e politico.
Affrontato un primo periodo di bisogni immediati, di azioni mirate e interventi sporadici, all’esordio degli anni Sessanta l’Amministrazione comunale modenese pensa alla valorizzazione e alla piena utilizzazione degli Istituti culturali di competenza municipale per riuscire a soddisfare le esigenze di un numero di cittadini molto superiore rispetto al passato (una motivazione, questa, che sarebbe interessante poter verificare).
Per raggiungere questo traguardo occorre rivedere radicalmente il Regolamento degli istituti culturali del Comune di Modena, che risale al 1908: perciò nel 1961 si nomina una Commissione composta da consiglieri comunali ed esperti qualificati con l’incarico di definire una proposta di regolamento per gli istituti adeguata alle esigenze culturali e di funzionalità che la nuova situazione richiede.3 Questo periodo si caratterizza, quindi, sia per l’attività d’approfondimento teorico e per il tentativo di consentire agli istituti di tradizione di dotarsi degli strumenti necessari a svolgere una reale attività di promozione culturale, sia per le iniziative concretamente realizzate dal Comune. Questo contrastato e difficile percorso determina la maturazione dell’idea che la politica culturale non è solamente un aspetto decisivo dell’azione di governo del Comune, ma l’ispiratrice dell’intera visione amministrativa del Municipio modenese.
Dopo le elezioni amministrative del novembre 1964 Rubes Triva, confermato nella carica di Sindaco, affida a Lina Casarini l’incarico di Assessore agli affari dell’Economato e del Decentramento, un ambito d’azione prima mai assegnato in Giunta; inoltre il Consiglio comunale nella seduta del 3 dicembre 1965 istituisce all’unanimità una Commissione consiliare per lo studio dei problemi riguardanti la costruzione del decentramento democratico nel Comune di Modena.
Il decentramento in quartieri comporta la creazione e la gestione di servizi sociali costruiti attorno a un Centro Civico, il luogo della partecipazione dei cittadini direttamente interessati al progresso morale e materiale del territorio di residenza e dell’intera città.
La partecipazione sociale è promotrice di un nuovo coordinamento tra l’azione delle scuole, della biblioteca con una sala per conferenze annessa, di un presidio sanitario, di un ufficio dei vigili urbani e di uno sportello amministrativo, fornendo le aree da gioco e le attrezzature sportive e ricreative per giovani e adulti. Si inaugura insomma una vera gestione sociale del territorio e quindi, in ultima analisi, una vera trasformazione culturale.
Il decentramento modenese assegna una particolare importanza alla cultura, grazie a uno stabile rapporto con la scuola, alla sistematica istituzione di commissioni per la gestione delle attività culturali e soprattutto con la creazione delle biblioteche comunali nei quartieri.
Con la metà degli anni Sessanta, il dibattito interno all’Amministrazione modenese sui temi della cultura segna una svolta significativa, frutto del lavoro precedentemente svolto e delle riflessioni su un concetto di cultura più ampio e approfondito. L’obiettivo principale dell’Ente locale è ora quello di identificarsi con la comunità, non di sovrapporsi a essa. Una comunità che si esprime attraverso partiti politici di maggioranza o di minoranza, richiede una politica culturale che sia espressione della propria volontà: comprendere e sintetizzare questa volontà, orientandola verso un’ulteriore crescita della democrazia e della partecipazione di tutti i cittadini, è il compito principale del Comune. 
In occasione della quinta edizione del Festival nazionale del libro economico (28 maggio – 16 giugno 1966), si tiene in città il Convegno Nazionale degli Assessori alla Pubblica Istruzione e ai Servizi culturali dei comuni e delle province. Liliano Famigli, Assessore all’Istruzione e ai Servizi culturali del Comune di Modena, partecipa ai lavori con un intervento che rivendica all’Ente locale la funzione di realizzare una programmazione culturale sistematica, capace di rimuovere definitivamente gli ostacoli che impediscono la completa diffusione della cultura nel territorio comunale come nell’intera nazione. Famigli rivendica esplicitamente il ruolo svolto dall’Amministrazione comunale modenese in questo senso: “Abbiamo affermato e riaffermo il diritto dovere dell’Ente locale di assolvere ad una sua funzione di programmazione culturale perché l’Ente locale della Costituzione deve essere considerato come momento di organizzazione delle esigenze di progresso civile, sociale e culturale che vengono proposte ai cittadini” (Famigli, 1966 : 61).
Proseguendo nel suo discorso, Famigli afferma che questa convinzione non deve essere limitata ai soli assessori alla Cultura, ma deve essere finalmente condivisa dall’intera società, “perché è ancora messo in discussione dalla legge vigente, da una serie di resistenze, da una serie di abitudini tradizionali, che l’Ente locale abbia il diritto e il dovere di intervenire nel settore culturale. Le ragioni che obbligano l’Ente locale ad intervenire nella vita culturale sono talmente evidenti che non è necessario riprenderle. […] Basti pensare che l’Ente locale è un organismo che rappresenta in modo primario i cittadini, è l’organismo che è più in grado di conoscere la realtà del suo ambiente e quindi l’Ente locale ha il dovere e il diritto di intervenire nel settore culturale come deve intervenire per fare gli acquedotti, come deve intervenire per fare le strade. […] Per noi assessori ai servizi culturali è chiaro che le spese culturali debbano essere considerate prioritarie, perché siamo convinti che alla base di ogni problema di sviluppo economico e sociale vi è l’esigenza di un progresso culturale, perché la cultura serve a formare l’uomo. Le spese culturali sono da considerarsi per noi le più produttive, perché servono a formare l’uomo” (Famigli, 1966 : 59 - 60).
Promuovere tra gli amministratori e la cittadinanza l’Umanesimo integrale di Famigli non è un compito facile, le difficoltà finanziarie, economiche e giuridiche sono enormi, soprattutto se si pensa che Modena, come molti altri comuni, ha già da anni i bilanci in passivo. Tuttavia l’esperienza amministrativa dei venti anni trascorsi consente a Famigli questa riflessione: “Sarebbe troppo facile se da questo convegno noi ci limitassimo a rivendicare una nuova legge, ci limitassimo a rivendicare nuove competenze, se ci limitassimo a rivendicare che sia finalmente posto fine all’assurdo considerare le spese culturali come spese facoltative, fra le spese superflue. Sarebbe troppo facile rivendicare nuove competenze adeguate alle esigenze nuove. Tutto ciò deve essere fatto. […] Ciò che però è determinante è fare esperienze, è incontrarci periodicamente per mettere a confronto le diverse esperienze che hanno fatto enti locali, perché nuove competenze, nuovi diritti nella nuova legge potranno essere recepiti solo da un movimento, solo da esperienze dirette” (Famigli, 1966 : 61).
Per gli assessori è fondamentale riflettere su quale programmazione culturale adottare, come intervenire, con quali strumenti, per quali fini. A parere di Famigli, nella realtà modenese è già stata affrontata l’esigenza di consentire a tutti i cittadini l’accesso alla cultura, quindi la politica del Comune di Modena non può fermarsi a questo punto: “L’Ente locale deve intervenire per potenziare i servizi culturali, per creare e sviluppare l’infrastruttura necessaria alla società moderna nella civiltà di massa. Tutto ciò deve essere fatto dall’Ente locale, ma contemporaneamente occorre fare in modo che questi strumenti nascano, si sviluppino sotto il controllo della collettività perché diversamente sarebbe avere portato dall’alto una cultura a gruppi di élite e ricreeremmo nuovamente questa rottura tra le due culture. Occorre sviluppare gli istituti culturali tradizionali, svilupparne altri, ma sempre avendo per obiettivo centrale quello di sollecitare l’autonoma partecipazione del cittadino alla vita sociale e alla vita culturale” (Famigli, 1966 : 62).
Il processo di unificazione culturale dei cittadini, di allargamento dell’area dei consumatori consapevoli di cultura, passa attraverso il decentramento delle competenze culturali, quindi tramite il funzionamento dei Quartieri, l’organo per eccellenza della partecipazione popolare alla gestione sociale. Al Comune non spetta dettare gli assiomi di una cultura ideologica, ma neppure proporre una politica culturale neutrale, un concetto quello della neutralità ritenuto insostenibile: “Noi pensiamo cioè che si debba essere conseguenti sino in fondo al principio della libera ricerca, della ricerca di espressione artistica; non vogliamo imporre alcuna direttiva culturale dall’alto e dall’esterno, ma vogliamo mettere a confronto le diverse idee, stimolare le correnti” (Famigli, 1966 : 63).
Famigli, infine, affronta il problema posto dagli istituti culturali esistenti e si domanda “se i vecchi, antichi istituti culturali tradizionali, creati per una cultura di élite, creati per una cultura di privilegiati, siano ancora validi in una situazione nuova dove l’area dei consumatori di cultura si sta sempre più allargando […]. Se noi li trasformiamo in modo adeguato, se li gestiamo democraticamente, se togliamo il polverume, il vecchiume di secoli, questi istituti possono diventare efficaci strumenti di dibattito, di scontro, di idee, di divulgazione scientifica” (Famigli, 1966 : 64).
L’unica esperienza di ristrutturazione e di sviluppo realizzata in città di un’istituzione culturale tradizionale ereditata dal passato, ma con caratteristiche piuttosto settoriali, riguarda il Teatro Comunale. Seppure molto interessante sotto diversi punti di vista, l’esperienza del teatro è difficilmente adattabile alla situazione degli altri istituti culturali del Comune.
Famigli dedica l’ultima parte della sua relazione proprio ai problemi teatrali: “Noi abbiamo cercato di rivitalizzare i teatri comunali, considerandoli come centri importanti per risolvere i problemi del teatro italiano. Abbiamo cominciato col cacciare i privati dal gestire i teatri. Fino a pochi anni fa anche a Modena, anche a Reggio Emilia, anche in altre città i teatri erano appaltati; i consigli comunali appaltavano la gestione teatrale del melodramma o della prosa al privato […]. Abbiamo unito i teatri gestiti dagli Enti locali in una unica associazione che cerca di coordinare l’attività teatrale a livello regionale. Pensiamo che possa essere una delle prime esperienze regionalistiche e non dico che sia facile. La cosa è molto difficile e complicata” (Famigli, 1966 : 64).
L’attenzione particolare dedicata all’intervento di Liliano Famigli non si giustifica solo (e non sarebbe poco) perché ha costruito le fondamenta ideali del dibattito che porterà alla creazione dell’assessorato alla cultura, o per il panorama di riflessioni culturali proposte, ma soprattutto per il modo di concepire il legame tra politica e cultura che trasmette. Quello che più impressiona è il senso della compiuta rappresentatività che sostiene Famigli nella sua attività, la forza del contatto diretto con i modenesi che rende sicuro l’amministratore nelle sue affermazioni: tutto ciò deve essere fatto, nulla pare potersi frapporre fra la decisione politica e l’attuazione concreta. L’Assessore organizza la realizzazione delle decisioni prese da una cittadinanza che è chiamata a partecipare alla costruzione pratica di ciò che essa stessa ha richiesto e promosso, l’uso del noi non è retorico, è frutto della piena consapevolezza di appartenere alla medesima comunità.
Molte delle affermazioni dell’Assessore potrebbero, oggi, apparire frutto di un inguaribile quanto superficiale ottimismo, se non si tenesse conto che contemporaneamente, nell’ambito dell’istruzione Famigli organizza, in pratica dal nulla, il sistema delle scuole dell’infanzia del Comune di Modena.
La relazione manifesta anche l’esistenza di un forte legame tra il Comune di Modena e gli altri comuni dell’Emilia, testimonia della continua attenzione al processo di sviluppo delle autonomie locali e regionali, della volontà della città di confrontarsi con le altre realtà cittadine italiane, della partecipazione ideale al dibattito politico nazionale e alle vicende parlamentari.
In quello stesso periodo, infatti, giunge a termine anche il faticoso percorso della legge costitutiva dell’ordinamento dei consigli regionali, approvata alla Camera nell’ottobre 1967 e dal Senato nel febbraio dell’anno seguente e divenuta operativa con le elezioni amministrative del 1970.
L’istituzione delle Regioni, prevista dal testo costituzionale, è uno dei frutti della stagione, iniziata nel 1963, dei governi di centro-sinistra impegnati a riaprire il discorso del decentramento democratico dei poteri, dopo quindici anni di assoluto predominio democristiano; tuttavia la politica di collaborazione con la Democrazia Cristiana inaugura una fase di grande instabilità all’interno della compagine socialista, che subisce diverse scissioni e ricomposizioni, sia nella dimensione nazionale che in quella locale. Questa situazione determina qualche riflesso anche sulla maggioranza alla guida del Comune, ad esempio con l’uscita dalla Giunta dei rappresentanti del partito socialista unificato (P.S.U.) tra il 1966 ed il 1968.
Nel 1967, nonostante il ribadito parere contrario della Giunta Provinciale Amministrativa, si compie anche il processo d’istituzione dei Consigli di Quartiere, aggiungendo un tassello indispensabile al progetto di promozione culturale integrale a lungo cullato dagli amministratori modenesi.
Insieme alla creazione delle Regioni, l’istituzione dei Quartieri contribuisce a tracciare, nei fatti, una strada possibile per riformare l’ordinamento delle autonomie locali in Italia. Effettivamente l’istituzione della Regione facilita il riconoscimento dei Consigli di Quartiere anche da parte dell’autorità prefettizia e ministeriale; in ogni caso l’ordinamento regionale determina la fine del controllo tutorio della G.P.A. sull’operato dei comuni, controllo trasferito a un organo regionale, quindi meno intransigente.
L’istituzione dei Quartieri rilancia il progetto della diffusione delle biblioteche, iniziato in sordina nella sola frazione di San Damaso, già dal 1966.
L’intero progetto d’apertura delle biblioteche di quartiere è completato entro la fine del 1973. In ogni Quartiere agisce una Commissione di gestione della biblioteca che organizza attività culturali di ogni tipo: conferenze, conferenze-dibattito, presentazione di libri, mostre, cicli di proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali, concerti, attività di doposcuola, corsi di fotografia e di ripresa cinematografica.
Al termine del primo mandato, peraltro piuttosto breve, di un anno circa (primavera 1969 – primavera 1970) il Consiglio di Quartiere della Madonnina conta su sette commissioni di lavoro, San Damaso su cinque, quello della Crocetta su quattro e San Lazzaro su tre; ad eccezione di Quattro Ville ogni Quartiere ha una Commissione per la Biblioteca. Buon Pastore ha il suo Centro Civico in via Buon Pastore 334, con la sede del Consiglio di Quartiere, la biblioteca e la sala conferenze; a Sant’Agnese il Centro Civico è in via Vignolese 277, lo stabile ospita la sede del Consiglio di Quartiere, la biblioteca e la sala conferenze; a San Damaso il Centro Civico è in via Vignolese 1273, con la sede del Consiglio di Quartiere comprendente la biblioteca e la sala conferenze; alla Crocetta il Centro Civico è in via del Lancillotto 10, con la sede del Consiglio di Quartiere, la biblioteca e la sala conferenze. Gli altri quartieri hanno tutti a disposizione una sede dove riunire il Consiglio.
Gli otto Consigli di Quartiere realizzano complessivamente 292 riunioni, di cui 82 sedute di consiglio e 207 assemblee; gli ordini del giorno sono in parte simili (discussione del bilancio del Comune per il 1970, biblioteca, Centro Civico, verde, asili, teatro di quartiere, scuola, sport ecc.) e in parte dedicati a specifici problemi del territorio. Tutti sono chiamati a pronunciarsi su una possibile revisione della distribuzione territoriale dei quartieri (Malagoli, 2007: 98-99).
Nel frattempo giunge il Sessantotto a scompaginare programmi ed equilibri politici con conseguenze significative a tutte le latitudini, dagli Stati Uniti, dove iniziano le manifestazioni e le rivolte, fino alla Germania, alla Francia e all’Italia, contemporaneamente alla conclusione della drammatica esperienza della primavera di Praga e per esaurirsi in America Latina ed in Oriente (Ortoleva, 1988).
Nel nostro Paese la contestazione globale investe tutti i settori della società, dal movimento sindacale a quello degli studenti, spingendo Governo e partiti a prendere atto della rinnovata richiesta di partecipazione politica e sociale in atto. In seguito alle fortissime pressioni sociali che attraversano l’Italia si esaurisce l’esperienza dell’ultimo governo di centro-sinistra, che lascia a un nuovo governo, basato su un’alchimia politica da verificare, la responsabilità di affrontare la crisi in atto. Una crisi sulla cui profondità e gravità non occorre soffermarsi più del necessario: basti ricordare in proposito che proprio nel novembre 1969 avviene la tristemente famosa strage di Piazza Fontana a Milano, il primo di una lunghissima serie di episodi terroristici che insanguinano l’Italia per buona parte degli anni Settanta.
Il fermento politico e sociale interessa anche la nostra città e coinvolge direttamente gli amministratori comunali. In particolare i modenesi manifestano un forte desiderio di partecipazione politica attiva e un’importante richiesta di partecipazione diretta al dibattito culturale che le amministrazioni tentano di soddisfare con gli strumenti in loro possesso. La concretezza di questa domanda spinge gli amministratori a percorrere con sempre maggior decisione la strada tracciata da Famigli nel 1966, iniziando dal coinvolgimento diretto della società nella costruzione di una programmazione culturale del Comune, attraverso il dibattito in Consiglio comunale.
Nella seduta del Consiglio comunale del 23 marzo 1971, dopo anni di battaglie, l’Assessore annuncia la conquista del diritto di impegnare i mezzi finanziari del Comune per la difesa dei beni culturali: “Finalmente la Commissione Centrale per la Finanza locale ha riconosciuto il diritto del Comune di spendere 20 milioni per gli istituti culturali. Il riconoscimento di questo diritto, la qualificazione di “Grande Museo” decisa dal Ministro dell’Interno e della Pubblica Istruzione, la istituzione delle Regioni, che secondo l’art. 117 della Costituzione hanno compiti legislativi nel settore dei Musei e delle Biblioteche degli Enti locali, ci fanno sperare che si avvicini il momento in cui si diano al nostro Paese quei provvedimenti legislativi assolutamente indispensabili per assicurare l’impegno permanente della collettività in questo importante settore” (Comune di Modena, Bilanci,1971: 3).
I venti milioni di lire sono così suddivisi: al Museo Civico di Preistoria, Archeologia ed Etnologia lire 2.600.000; al Museo Civico d’Arte e Storia Medioevale e Moderna, lire 3.500.000; al Museo del Risorgimento lire 800.000; per l’organizzazione della Settimana dei Musei lire 800.000; per l’allestimento e l’organizzazione di mostre didattiche lire 1.300.000; per spese varie e acquisti di riviste e pubblicazioni lire 1.200.000; per la Galleria Campori lire 150.000; per l’Archivio Storico Comunale lire 500.000; per la pubblicazione “Emilia pre-romana. Bollettino e guida dei Musei” lire 2.200.000; per la Sala di Cultura lire 1.000.000; per le spese della direzione degli Istituti lire 2.400.000; e come contributo per l’Ente Modenese Manifestazioni Artistiche lire 3.500.000.
In generale si tratta di cifre molto contenute per un bilancio annuo, tuttavia le variazioni che si possono facilmente rilevare tra istituto e istituto sono piuttosto significative.
Negli ultimi anni l’Amministrazione opera con decisione per rinnovare le strutture e la gestione degli istituti culturali, grazie al riordino e al restauro del Museo Archeologico e all’organizzazione delle prime mostre: sulla preistoria, delle armi antiche e degli strumenti musicali. Per fare dei musei dei veri istituti di cultura si propongono nuove iniziative da rivolgere a settori specifici dell’utenza, identificando la scuola come l’ambito d’iniziativa privilegiato.
L’aver posto all’ordine del giorno la costituzione di un Ente Modenese per le Manifestazioni Artistiche (in collaborazione con l’Amministrazione provinciale e la Camera di Commercio) con la competenza di organizzare e coordinare le attività e le mostre di arte figurativa, vuole dimostrare in concreto la volontà dell’Amministrazione di coinvolgere nella maniera più adeguata possibile tutti i gruppi culturali e le associazioni artistiche presenti in città.
In generale dalla discussione traspare evidente il progetto di costruire un rinnovato rapporto con gli intellettuali, i giovani, gli studenti e tutti coloro i quali operano nell’ambito culturale.
Nella deliberazione si prospetta anche l’organizzazione e la realizzazione di un Censimento dei beni culturali presenti nel comprensorio modenese, al fine di garantire la loro tutela, il loro recupero e organizzarne la successiva fruizione.
Dal punto di vista amministrativo si rivede nuovamente la regolamentazione degli istituti culturali e s’introduce una riflessione su una loro prossima ristrutturazione; ad esempio, in seguito all’approvazione del Regolamento che assicura la gestione speciale al Servizio biblioteche, la Biblioteca Civica viene separata dall’insieme degli istituti culturali del Comune.
In realtà la convivenza nel medesimo assessorato di Istruzione e Cultura è divenuta ormai insostenibile, non solo per lo sviluppo delle attività culturali, pur sensibile, quanto per le conseguenze dell’impressionante ipertrofia dell’impegno comunale nel settore scolastico.
Tradizionalmente i comuni italiani avevano compiti riguardanti la costruzione degli edifici delle scuole elementari, la pulizia dei locali, la manutenzione degli stabili. Modena in particolare annovera tra i propri servizi il Liceo musicale Orazio Vecchi e il sistema delle colonie estive.
Nella strategia amministrativa del secondo dopoguerra la possibilità di costruire gli edifici scolastici diviene fondamentale per il valore politico che ricopre, anche se a metà degli anni Sessanta tale funzione viene tolta agli enti locali e affidata allo Stato. Per gli amministratori modenesi costruire più scuole significa diffondere i fondamenti della conoscenza a un numero di giovani sempre più elevato, garantire il diritto allo studio, la crescita culturale individuale e della società, ma significa anche riconvertire in modo significativo la spesa pubblica, modificare la direzione degli interventi dello Stato, insomma contribuire a cambiare la politica economica. Dalla diffusione delle scuole elementari nell’immediato secondo dopoguerra, alla creazione dei primi asili nel corso degli anni Cinquanta, l’azione delle amministrazione comunali nel campo dell’istruzione diviene sempre più consistente e qualificata, nonostante i veti degli organi di controllo prefettizi e le accese polemiche politiche.
Nel 1971 le scuole dell’infanzia attive sul territorio comunale sono 20, ripartite in 57 sezioni, ospitano 1.426 bambini, altre 8 scuole sono in via di costruzione, 3 in fase d’appalto e 3 in progettazione, mentre le scuole materne statali esistenti sono 4 in tutto. Il Comune inoltre fornisce le aree allo Stato per incentivare la costruzione di altre sedi scolastiche e consente l’uso dei trasporti e delle mense comunali anche ai giovani delle scuole statali. Nonostante questa notevolissima opera, la maggioranza dei bambini modenesi (2.900) frequenta ancora scuole materne private, 1.426 bambini sono accolti nelle scuole comunali e 305 presso le scuole statali.
Le scuole elementari comunali sono in totale 47, le aule 471, le classi 532 e gli alunni 11.063, ma 13 di queste scuole sono costrette ad organizzare i doppi turni. 4 scuole sono in via di costruzione, 1 appaltata, 2 in corso di appalto, due in corso di progettazione (Comune di Modena, Ripartizione, 1971).
Questa incessante iniziativa non esaurisce l’azione del Comune. L’obiettivo degli amministratori non è solo quello di garantire il diritto allo studio per tutti, ma soprattutto quello di creare una scuola democratica e non selettiva.
Per questi fini è necessario modificare anche il rapporto tra insegnanti e genitori: in particolare preparare nuovi insegnanti, curarne la formazione e la preparazione, rinnovando l’attenzione verso la didattica e i suoi strumenti e favorire il dialogo tra scuola e città attraverso i Comitati dei genitori prima, e più tardi i Consigli scuola-città.
Naturalmente la ristrutturazione dell’apparato comunale non riguarda un solo assessorato, poiché le trasformazioni vissute dall’Ente negli anni Sessanta hanno coinvolto molti altri settori dell’Amministrazione (basti pensare alla creazione dei Quartieri e allo sviluppo degli insediamenti abitativi), ma appare tuttavia assolutamente necessaria nell’ambito dell’istruzione e della cultura.
All’interno del quadro complessivo della ristrutturazione dei servizi comunali in atto diviene necessaria anche una revisione delle Commissioni comunali costituite negli anni precedenti.
Il compito di queste commissioni è quello di aprire concretamente il Comune al dialogo con le forze politiche e la società. In genere sono composte da consiglieri di maggioranza e di minoranza, esperti, tecnici e rappresentanti delle associazioni sindacali e di categoria.
Nel 1972 il numero delle commissioni comunali ammonta a 58, di cui 25 di carattere consiliare, 15 previste dalla normativa e 18 di gestione (comprese le Aziende municipalizzate); i membri che le compongono sono 317 in tutto (Comune di Modena, 1972).
Il 1972 è l’anno decisivo per la creazione di un assessorato alla cultura.
La programmazione culturale, la gestione sociale dei servizi, il decentramento dell’Amministrazione comunale e la richiesta di partecipazione sociale richiedono imperiosamente anche la trasformazione dell’apparato amministrativo del Municipio. Nella visione degli amministratori modenesi la politica culturale assorbe tutti i problemi dell’assetto del territorio, dell’organizzazione urbana, dell’igiene e della sanità, dell’abitazione, della scuola, della partecipazione, dello sport, del verde e la ricerca dei nessi intercorrenti tra questi diversi problemi, in una prospettiva umanistica di centralità dell’uomo e delle sue esigenze.
Con il progressivo definirsi di questa nuova dimensione della politica culturale del Comune, la convivenza con l’istruzione, all’interno delle strutture amministrative definite nel 1959, è ormai ritenuta impossibile.
“Già oggi vi è un profondo divario fra i servizi che abbiamo istituito (scuole per l’infanzia, scuole a tempo pieno, teatro, cinema, centri sportivi) e l’organizzazione di questi servizi, e la struttura che è rimasta sostanzialmente ancorata agli schemi di un assessorato che non aveva conquistato nuovi poteri d’intervento per soddisfare nuove esigenze. La vastità delle attività che abbiamo realizzato e che abbiamo in programma impone innanzitutto la costituzione di due assessorati: l’Assessorato alla Pubblica Istruzione e l’Assessorato alla Cultura” (Comune di Modena, 1972: 20).
Con queste parole Famigli comunica al Consiglio comunale l’intenzione dell’Amministrazione di creare un Assessorato alla Cultura con una funzione strategica per la vita del Municipio, poiché la politica culturale è concepita come la linfa vitale che scorre e vivifica tutto l’organismo comunale.
La scuola non è compresa nell’Assessorato solo per ragioni pratiche. Essa deve divenire in modo sempre più sistematico il punto di riferimento per ogni iniziativa culturale. Il forte legame esistente fra i due assessorati deve continuare a esistere. Nel progetto presentato al Consiglio, infatti, entrambi confluiscono in un medesimo Dipartimento, aperto anche alla partecipazione di altri Assessorati, in particolare quelli al Decentramento e ai Servizi sociali. In conseguenza di questa scelta si eliminano le due commissioni comunali di gestione dei servizi scolastici e dei servizi culturali e si delinea la struttura del nuovo Assessorato.
L’Assessorato alla cultura risulta composto da una Commissione consiliare (aperta anche ai cittadini, alle organizzazioni culturali e ai presidenti delle biblioteche) incaricata di proporre al Consiglio comunale le scelte di politica culturale e sovrintendere a tutti i servizi; da un’Assemblea delle Commissioni di Gestione delle biblioteche, col compito di elaborare proposte per il programma e il bilancio delle biblioteche e attuare le scelte adottate dal Consiglio; da una Commissione di Gestione in ogni biblioteca incaricata di elaborare un proprio programma e un proprio bilancio e da un Comitato per ogni istituto culturale che, unitamente al direttore e al personale, contribuisce all’elaborazione e all’attuazione del programma discusso e approvato dal Consiglio comunale.
Nell’ottobre del 1972, il Sindaco Bulgarelli in coincidenza con un limitato rimpasto di Giunta istituisce l’Assessorato alla cultura, affidandolo a Renato Cocchi, da poco divenuto Assessore; dopo alcuni mesi, il 23 febbraio 1973, la Giunta in carica si dimette per consentire il rientro dei rappresentanti socialisti nella compagine di governo del Comune e l’Assessorato è affidato ad Alessandro Magni.
La nuova Giunta Bulgarelli nasce grazie a un accordo di programma tra P.C.I. e P.S.I. che dedica qualche attenzione anche alla politica culturale. Veramente, tra le tante pagine contenenti i punti dell’intesa, alla cultura viene dedicato ben poco spazio, tuttavia i presupposti del programma culturale nascono dalla volontà di rendere fruibili a tutti i cittadini i beni custoditi dagli Istituti tradizionalmente gestiti dal Comune e di rendere il Municipio protagonista dello sviluppo della partecipazione sociale e culturale dei modenesi. I cardini dell’impegno per la legislatura sono identificati nella costruzione del sistema delle biblioteche pubbliche nei quartieri, nella gestione teatrale (nell’ambito dell’Ater) e nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico e storico, soprattutto attraverso il riordino e la piena agibilità dei musei comunali.
Pochi mesi dopo, l’assessore Magni interpreta gli indirizzi politici di legislatura in un documento che offre l’indicazione delle linee di politica culturale da seguire e un piano di lavoro da realizzare.
Una prima linea d’intervento è identificata nella difesa e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, iniziando dai problemi della partecipazione sociale in relazione alla dimensione culturale dell’impegno comunale per giungere alla necessità di potenziare ed organizzare meglio i rapporti con la Regione, l’Amministrazione provinciale, i comuni del Comprensorio, gli altri Assessorati, i Quartieri (attraverso le commissioni biblioteca), la scuola, i circoli culturali e ricreativi e le altre forme associative presenti sul territorio.
La ridefinizione del ruolo degli istituti culturali del Municipio costituisce il secondo ambito di lavoro ed è impostata proponendo con forza il problema della programmazione culturale dei singoli istituti e il coordinamento della loro azione, così da consentire lo sviluppo contestuale dell’attività di riorganizzazione e riordino interno e la promozione di rapporti sempre più qualificati e fecondi con l’esterno.
Il sistema delle biblioteche costituisce un fertile terreno di prova e di verifica per l’azione dell’Assessorato alla Cultura. Attraverso la loro capillare distribuzione territoriale, le biblioteche sono i sensori che captano e traducono in attività culturali ad ampio spettro i fermenti e le richieste culturali che percorrono il tessuto sociale di loro competenza. Per evitare la frantumazione delle attività e sopperire all’episodicità dei rapporti con l’Assessorato, si predispone la costituzione di un Centro di Coordinamento ed organizzazione per le attività delle biblioteche presso la sede dell’Assessorato.
Le linee di sviluppo dell’azione delle biblioteche sono tratteggiate proponendo un rinnovamento tecnologico e degli spazi da finalizzare alla conquista di una valenza educativa, che le metta in grado di proporre efficacemente valori utili al cittadino per orientarsi nei meandri della nuova società della comunicazione e dei mass-media.
L’Ufficio Cinema, dopo un felice esordio ricco di iniziative per la scuola e per la città, proseguirà l’esperienza avviata con l’attività del Supercinema Estivo di compresenza creativa e di coinvolgimento delle forze associate esterne, evitando l’onnipresenza dell’intervento diretto dell’Amministrazione in ogni singola iniziativa in progetto e coinvolgendo la cittadinanza anche attraverso gli organismi di Quartiere, i circoli del cinema e il Coordinamento delle Biblioteche in gestazione.
Il recente varo della Commissione Cinema – Teatro – Audiovisivi (CTA) apre nuove prospettive nel coordinamento dell’azione dell’Assessorato, impegnato ad affermare anche in quest’ambito una visione unitaria dell’azione municipale che mira a espandere ulteriormente l’attività già in atto, sviluppare il decentramento degli spettacoli e predisporre forze e strumenti per una produzione artistica autonoma. Per il teatro si rileva l’esigenza di rafforzare l’esperienza dell’Ater, potenziando l’offerta al pubblico dei cartelloni di lirica, prosa e della stagione concertistica, e di raggiungere i necessari accordi con l’Assessorato ai Lavori Pubblici per la ormai necessaria ristrutturazione del Teatro Comunale.
Sono questi i temi e gli ambiti principali sui quali inizia ad operare il nuovo Assessorato alla Cultura.


L’eredità del passato: reinterpretare la tradizione
Il 19 luglio 1965, presentando al Consiglio comunale il programma di attività degli istituti culturali civici (CDD, 1965, 536), l’assessore Liliano Famigli traccia il bilancio di un percorso di riorganizzazione avviato nel 1961 con la nomina all’unanimità della Commissione per il riordino degli istituti culturali, allora presieduta da Rubes Triva, assessore agli Affari dell’Istruzione (CDD, 1961, 176).
La Commissione, istituita con il compito di elaborare il “Nuovo Regolamento degli Istituti culturali e il Nuovo Ordinamento del Museo Civico”, superando lo statuto del 1908, assume la responsabilità della gestione museale e, sostituendosi al precedente Consiglio Direttivo, si impegna a espletare il proprio compito da lì a sei mesi. Obiettivo dichiarato: “Attuare una adeguata organizzazione artistica, scientifica e culturale, rispondente all’interesse degli studiosi e dei visitatori, trasformando i vecchi istituti culturali in centri permanenti di incontro, strumenti capaci di sollecitare la produzione e la circolazione delle idee, per estendere la partecipazione dei cittadini alla direzione delle attività culturali” (CDD, 1965, 536). La scelta è molto chiara: parallelamente alla necessità di riorganizzare gli istituti per valorizzarne il ruolo di tutela e conservazione del patrimonio storico, archeologico e artistico cittadino, l’iniziativa punta all’allargamento della fruizione degli stessi da parte di strati sempre più larghi di popolazione.
Nonostante gli avvicendamenti amministrativi che il 10 settembre 1962 portano alle dimissioni del sindaco Corassori, sostituito da Rubes Triva, e alla nomina di Germano Bulgarelli all’assessorato Affari dell’Istruzione e della Cultura, la Commissione procede nel proprio operato e giunge nel 1963 alla definizione del nuovo Regolamento degli istituti culturali del Comune di Modena, che resterà in vigore fino al 1973.
Il lavoro non é stato semplice. Si tratta di procedere con una proposta di riordino a partire da una riflessione sulle possibili aggregazioni di nuclei di materiali profondamente diversi tra loro: testimonianze della storia cittadina, dalla Preistoria all’Ottocento, collezioni di origine coloniale, stoffe, quadri e strumenti scientifici. Attraverso l’individuazione di sezioni specifiche, si tratta di decidere quali forme organizzative dare all’intero complesso: un museo per documentare lo sviluppo storico della città, da accostare al museo delle stoffe, arricchito con materiali di provenienza esterna? Un museo del Risorgimento autonomo, staccato dagli altri complessi del Museo Civico e separato dalla sezione archeologica? Il progetto finale, che ridisegna l’organizzazione interna al Palazzo dei Musei, determina una situazione destinata a durare nel tempo: il Museo Civico di Preistoria, Archeologia ed Etnologia, il Museo Civico d’Arte e di Storia Medioevale e Moderna, la Biblioteca Poletti, la Galleria Campori, l’Archivio Storico Comunale, il Museo Storico del Risorgimento e la Sala di Cultura. Per ogni istituto si prevede un direttore, anche se, stando al nuovo Regolamento, l’amministrazione complessiva dei nuovi istituti civici sarà affidata ad un Comitato Direttivo4, articolato in sottocommissioni. Si prefigura una direzione unica di tutti gli istituti culturali che, in analogia con la Commissione Teatrale, gestisce in forma unificata il lavoro delle sottocommissioni, presentando al Consiglio comunale un bilancio preventivo complessivo di tutte le iniziative.
Si apre così l’era della gestione speciale delle spese per gli istituti culturali che, raggruppando le voci precedentemente distribuite in singoli capitoli di bilancio5, agisce attraverso un organismo unitario, composto da politici ed esperti nominati dai politici, che accentra su di sé le decisioni operative e preordina l’equilibrio complessivo della programmazione culturale. Si tratta di una svolta fortemente innovativa che, riproponendosi di adeguare le vecchie strutture alle esigenze della nuova politica culturale, supera la gestione per materie e, nella logica di una prospettiva unitaria, veicola, attraverso la ristrutturazione del vecchio, l’introduzione del nuovo. E’ il caso della progettazione legata alla costruzione della rete delle biblioteche che, attraverso la riorganizzazione della Biblioteca Poletti, istituto culturale a tutti gli effetti, entrerà a pieno titolo nell’ambito delle attività del Comitato Direttivo. Si tratta di una prospettiva dichiaratamente politica che, nell’affidare al Comitato Direttivo le funzioni di programmazione unitaria, introduce un’attività di concreta vigilanza sull’operato delle direzioni, alle quali rimane un ruolo gestionale e propositivo attraverso l’attività delle Commissioni.
Bisognerà attendere fino al 9 luglio 1964 perché si proceda alla nomina del primo Comitato Direttivo degli istituti culturali del Comune di Modena che, su istanza prefettizia, dovrà prevedere al suo interno il Sovrintendente alle Gallerie e il Sovrintendente ai Monumenti. Tuttavia, allo scadere del mandato amministrativo, anche il neoeletto Comitato giunge a scadenza e già nel febbraio del 1965 il Consiglio comunale torna a deliberare per la sua nomina, prevedendo nuove garanzie per i rappresentanti dei gruppi di minoranza.
Il 22 marzo 1965, aprendo i lavori del rinnovato Comitato Direttivo, il sindaco Rubes Triva richiama sinteticamente le ragioni costitutive del nuovo organismo: l’esigenza di allargare a nuove componenti la direzione delle istituzioni culturali del Comune e l’opportunità di nominare un Comitato di gestione che, superando le funzioni puramente consultive, giunga “all’elaborazione di iniziative e di attività da tradurre in proposte per il Consiglio comunale, al quale è riservato il potere di decidere sulle scelte di fondo che caratterizzano una politica culturale” (DI, 11). Non tutta l’attività culturale del Comune può infatti esaurirsi nel programma elaborato dal Comitato Direttivo e, proprio su questo punto, la discussione si allarga al ruolo delle istituzioni culturali autonome esistenti sul territorio, per le quali il sindaco dichiara l’interesse del Comune a sollecitare libere attività ed erogare contributi annuali.
Dopo una prima ricognizione sullo stato degli istituti, nella seduta del 14 giugno 1965 si provvede alla nomina del Comitato Esecutivo6 e delle commissioni che si prevedono in affiancamento ai direttori già incaricati: Benedetto Benedetti per il Museo Civico di Preistoria, Archeologia ed Etnologia, Gabriella Guandalini per il Museo Civico d’Arte e Storia Medievale e Moderna e Oscar Goldoni per la Sala di Cultura. Come si legge più volte nelle relazioni del Sindaco e dell’Assessore, l’impellente esigenza di trasformazione complessiva caratterizza la composizione delle nuove commissioni, qualificandole come gruppi di esperti ed intellettuali, di volta in volta allargate a personalità particolarmente competenti nel settore, “per chiamare alla gestione di questi enti non solo i consiglieri, ma anche altri cittadini, altre forze interessate a vitalizzare i musei e per diffondere la cultura” (CCD, 1965, 536).
Il 19 luglio 1965, in occasione dell’approvazione del programma di attività degli istituti culturali civici, che prevede, a carico del Comune, un impegno pari a 26.520.000 lire, l’assessore Famigli ripercorre l’intera vicenda costitutiva del Comitato e, nel dettagliare i passaggi programmatici, specificamente dedicati agli istituti di tradizione, introduce in premessa quello che sarà il nodo mai risolto della “questione museale: non essendo possibile l’eventualità di proporre oggi la costruzione di una nuova sede, ed essendo i materiali stipati nelle sale, occorre studiare un progetto di ridistribuzione e utilizzazione elastica dello spazio, prevedendo cioè sale mostre e sale per deposito di materiali, mettendo in evidenza quel materiale ritenuto più interessante” (CCD, 1965, 536).
Nonostante questa premessa, che di per sé evidenzia i limiti di qualunque iniziativa di valorizzazione, si richiamano in dettaglio gli obiettivi scientifici che costituiranno gli impegni del nuovo Comitato: avviare attività di restauro e riordino delle collezioni dei musei; riordinare il patrimonio librario della Biblioteca Poletti e i dipinti della Galleria Campori; realizzare mostre alla Sala di Cultura e avviare la costruzione di una “rete di biblioteche di quartiere, centri di vita culturale, di informazione, di studio e di aggiornamento” (CCD, 1965, 536).
Non manca infine la riflessione sul personale: l’urgente necessità di completare le nomine dei direttori, di garantire la sorveglianza nei musei e di assicurare l’attività delle biblioteche in progetto7.
Difficile mantenere le promesse. Lo stanziamento previsto nel bilancio comunale per l’esercizio 1965 viene ridotto dalla G.P.A. a 20 milioni di lire8; tutti gli istituti, funzionanti o in corso di definizione, risentiranno dei tagli imposti, ma nell’elenco delle priorità rimane, almeno per ora, l’investimento a favore della conservazione del patrimonio esistente (restauri, riordini e inventari).
Sei mesi dopo però, nella prima metà del 1966, completata la definizione dell’apparato organizzativo degli istituti culturali – un direttore e una commissione di esperti per ogni istituto – e avviati i lavori progettati, il Consiglio, in sede di bilancio preventivo, individua “fra le iniziative più importanti […] quelle che vanno nella direzione di sollecitare la partecipazione alla vita culturale di nuovi strati della popolazione” (CCD, 1966, 246). La consapevolezza di muoversi in una dimensione sperimentale, che valorizza le spese culturali come spese prioritarie, perchè fra le più produttive, è l’elemento cardine dell’attività dell’Assessorato, che interpreta l’Ente locale come centro di coordinamento di una rete di istituti e, nel contempo, come organismo propulsore di servizi e iniziative, senza contrapposizioni tra realtà associative autonome e rappresentanza elettiva.
Superata la prima fase di riorganizzazione degli istituti culturali, il 1966 si preannuncia denso di novità, concretizzando, attraverso la costruzione della rete delle biblioteche di quartiere, quanto fino a ora era rimasto solo in prospettiva. Il 23 maggio 1966, la convocazione d’urgenza del Comitato Direttivo, prima della discussione del bilancio da parte del Consiglio comunale, ribadisce ulteriormente che “l’attività per le biblioteche pubbliche resta l’impegno centrale per l’Amministrazione comunale, proprio perché appare opportuno accentuare le iniziative che interessano la maggioranza dei cittadini” (DI, 11), e questo anche a scapito di altri istituti culturali, per i quali sono previste riduzioni degli stanziamenti9.
La prospettiva viene di nuovo ribadita in sede di Consiglio comunale: “Dovremo concentrare l’impegno del Comitato degli Istituti culturali nel settore che riteniamo determinante per lo sviluppo della vita culturale modenese. Intendo parlare delle biblioteche di quartiere […]. Per accentuare questa linea la Giunta, in accordo col Comitato degli Istituti culturali, ha proposto alcune modifiche sul piano della spesa e, dopo un esame approfondito, ha convenuto che devono essere ridotte le spese per i musei a favore delle biblioteche” (DI, 14).
Si definisce così, in modo sempre più netto, il percorso che caratterizzerà negli anni a venire l’attività dell’Assessorato: rivitalizzare gli istituti culturali di tradizione ma, nel contempo e soprattutto, potenziare la nascita di reti di servizi, in stretto legame con il territorio. Questa linea operativa, ribadita dal Consiglio comunale nel luglio del 1967, in occasione della presentazione del programma di attività degli istituti culturali, mette in stretta relazione i progetti per la costruzione della rete urbana delle biblioteche, il fondo finanziario a favore dei circoli culturali e i programmi di riordino e restauro dei patrimoni museali e bibliografici secondo una prospettiva che interpreta l’attività dell’Ente locale come occasione per la crescita della “partecipazione autentica del cittadino alla vita culturale, contrastante l’organizzazione puramente mercantile dell’industria culturale, che sovente si manifesta a danno della personalità del consumatore” (CCD, 1967, 311).
Tuttavia, ancora nel 1968, gli obiettivi di programma per la gestione degli istituti culturali devono fare i conti con le difficoltà finanziarie imposte dalle valutazioni della Commissione Centrale per la Finanza Locale. Così si esprime nella relazione introduttiva al bilancio preventivo l’assessore Famigli: “Non ritengo sia necessario dedicare molto tempo alla illustrazione delle cifre del bilancio preventivo del 1968, che dal 1965, cioè da quando il Consiglio comunale decideva di dare un nuovo ordinamento agli istituti culturali del Comune, restano pressoché identiche e nemmeno sufficienti ad affrontare i problemi della conservazione e della tutela del patrimonio storico, archeologico e artistico […]. La G.P.A. riduce annualmente lo stanziamento a 20 milioni e la Commissione Centrale per la Finanza Locale non si è ancora decisa a riconoscere la opportunità dello stanziamento […] costringendo non solo a presentare dei bilanci al di sotto delle esigenze fondamentali di mantenimento degli istituti in gestione, ma a prendere impegni soltanto nei limiti previsti dalla G.P.A. “ (CCD, 1968, 302)10.
Nonostante l’attiva opposizione del Consiglio comunale ai veti statali, il bilancio a disposizione continuerà a rimanere insufficiente e gli investimenti dovranno faticosamente dividersi tra i tre principali filoni di intervento: le biblioteche, il restauro di selezionate collezioni museali e la gestione della Sala Mostre, la cui attività sembra assumere una nuova configurazione, alla luce dell’ipotesi di costituire un Ente Manifestazioni Artistiche, in grado di organizzare e finanziare le manifestazioni modenesi di maggior risalto. Il Comitato Direttivo, che ne discute già nell’ottobre del 1968 (DI, 25), esprime però le proprie riserve su un’iniziativa che per le dimensioni individuate (coinvolgimento di Comune, Provincia, Camera di Commercio ed Ente Provinciale per il Turismo) rischia di configurarsi come centro di potere delle singole amministrazioni e degli enti che lo costituiscono.
In questo scenario di precarietà programmatica, determinata dal continuo permanere di un assestamento al ribasso dei finanziamenti destinati agli istituti culturali, il 1970 si apre con alcune novità, capaci di alimentare nuove speranze per una inversione di tendenza: il pronunciamento della Commissione Centrale per la Finanza Locale, che ammette il diritto di spesa, seppur minima, per gli istituti culturali; il riconoscimento da parte del Ministero degli Interni e della Pubblica Istruzione della qualifica di Grande Museo al Museo Civico e la nascita della Regione.
I cambiamenti non si fanno attendere e già sul finire dello stesso anno si decide di chiudere l’esperienza del Comitato Direttivo che, seppur utile nella prima fase di riordino e riorganizzazione di materiali e strutture, si rivela ora troppo stretto per contenere l’esplodere di nuovi bisogni partecipativi.
La riunione del 9 novembre 1970 sancirà la definitiva sospensione dell’attività del Comitato che, limitandosi alla predisposizione delle linee del bilancio per il 1971, attende che il Consiglio comunale nomini una Commissione per la rielaborazione del Regolamento degli Istituti Culturali e la loro gestione. Il bilancio dell’esperienza, presentato in Consiglio comunale dall’assessore Famigli, sottolineerà l’importanza del lavoro svolto, pur ribadendo la necessità di un suo superamento alla luce dell’effetto dirompente dell’esperienza della contestazione e del movimento studentesco, spartiacque imprescindibile nel percorso di costruzione della politica culturale dell’Ente locale. L’obiettivo non è più solo l’allargamento delle possibilità di fruizione e conoscenza del patrimonio culturale a strati sempre più larghi della popolazione, ma la volontà di garantire nuovi modi della partecipazione dei cittadini alla gestione dei servizi e degli istituti culturali.
Si apre così un percorso che porterà al rinnovamento delle strutture all’insegna della necessità “di andare oltre alla partecipazione di gruppi specialistici, limitata agli operatori culturali, per sperimentare, anche in questo campo, iniziative che tendano a realizzare la gestione sociale dei beni culturali” (DI, 54). L’Ente locale viene ormai inteso come “strumento coordinatore, stimolatore e produttore […] come interlocutore […] che mette a disposizione mezzi e strumenti, per produrre in rapporto ai problemi delle città” (DI, 54), il tutto attraverso un rapporto nuovo tra rappresentanza elettiva e intellettuali, studenti, operatori culturali e gruppi giovanili. Da qui l’idea dell’attuazione di un nuovo sistema culturale, dove le biblioteche autogestite dai Consigli di Quartiere agiscono come centri di vita politico-culturale, e gli istituti culturali si aprono a una rinnovata partecipazione popolare, anche sul piano gestionale.
Non c’è spazio per fraintendimenti: “No all’autogestione corporativa, no alla delega del Comune a gruppi di esperti, no al Comune come semplice erogatore di ordini e di servizi” (DI, 54); su tutti i fronti si ribadisce la linea del dialogo, con la quale la gestione sociale si reinterpreta nell’incontro tra operatori culturali, collettività e istituzioni culturali pubbliche.
Non mancano immediate ed evidenti ripercussioni sul piano organizzativo: il distacco della Biblioteca Civica dalla gestione degli istituti culturali; la progettazione dell’Ente Modenese Manifestazioni Artistiche, con la conseguente revisione della fisionomia della Sala Mostre comunale a fini didattici (“Credo che, anche con la costituzione dell’Ente, la Sala Mostre del Comune di Modena debba continuare a svolgere una sua attività, ma soprattutto una attività di carattere didattico – in collaborazione con la Biblioteca Poletti, con l’Istituto d’Arte Venturi, con la Commissione Cinema – con l’organizzazione di mostre, proiezioni, lezioni, conversazioni”, DI, 54); il ripensamento delle modalità gestionali degli istituti culturali, sia sul piano di una nuova regolamentazione, capace di aprire alla partecipazione dei fruitori, superando l’esperienza delle Commissioni di lavoro, sia sul piano delle priorità, da individuare nel reperimento di nuovi locali e personale.
E’ una relazione di prospettiva, che conta sul contributo di un dibattito cittadino diffuso, capace di dare concretezza a un quadro ancora in divenire, che porterà, nel gennaio del 1971, alla nomina della nuova Commissione che in sei mesi dovrà ridisegnare l’intero sistema.
Il 10 dicembre 1971, dopo vari incontri finalizzati all’insediamento, alla ratifica delle spese previste per la realizzazione del programma di attività deliberato dal precedente Comitato, la Commissione entra nel vivo e, a partire dalla riflessione su struttura, natura e funzionalità degli istituti, prefigura alcune ipotesi in ordine alla loro configurazione e gestione. Diverse le idee a confronto: lo scorporo dell’Archivio Storico dalla gestione degli istituti culturali, in vista di un suo affidamento alla Segreteria generale del Comune, pur riconoscendone la proiezione culturale; la revisione della gestione dei Musei civici attraverso un regolamento unico o, addirittura, attraverso una gestione in forma speciale, in collegamento con la Galleria Civica e la Biblioteca Poletti e, soprattutto, il ripensamento del ruolo della Galleria Civica: per alcuni locale e strumento tecnico al servizio dei musei, o addirittura, semplicemente sala di esposizione e iniziative ad uso dell’Assessorato, per altri vera e propria istituzione cui riconfermare l’affidamento delle attività riguardanti le mostre e la documentazione nel settore delle arti figurative, per altri ancora inscindibile dalla Biblioteca Poletti, al punto di prevederne un’unica direzione.
A queste incertezze di prospettiva, si aggiunge la difficoltà di immaginare una diversa forma di gestione complessiva degli istituti: il nuovo Comitato sarà infatti costituito da rappresentanze della scuola e degli studenti e da un ridotto numero di consiglieri comunali ed esperti, con l’esclusione dei Soprintendenti. I dubbi non mancano; si tratta infatti di evitare la costruzione di un gruppo troppo numeroso e soluzioni operative che possano escludere il Consiglio comunale dal processo decisionale.
Nell’estate del 1972 la Giunta, dopo aver esaminato le proposte di ristrutturazione elaborate dalla Commissione, attua un ripensamento complessivo e, nell’intento di valorizzare i processi partecipativi interni a quartieri e organismi di base, mette in discussione la validità delle Commissioni di Gestione in genere e, tra queste, anche quella prefigurata per gli istituti culturali; nasce l’ipotesi “di istituti culturali autonomi nell’operatività, di una commissione consiliare che elabori le scelte di fondo per l’attività degli istituti stessi, lasciando spazio agli organismi di base, e riservando a sé o al Consiglio, secondo le competenze, l’adozione degli atti deliberativi riguardanti assunzione e liquidazione di spesa” (DI, 32bis).
Il 13 luglio 1972 il Consiglio comunale, chiamato a pronunciarsi definitivamente sulle prospettive aperte dal dibattito, richiama le linee fondamentali della politica culturale attuata dall’Ente e, partendo dalla considerazione della crisi profonda attraversata dal Paese, ribadisce la necessità di una “politica culturale globale […] un modo di essere della politica del Comune in tutte le sue strutture, in modo che le iniziative programmatiche della nostra amministrazione siano piene di contenuti culturali” (CCD, 1972, 434). Una prospettiva a tutto campo, che trova però un freno nei limiti organizzativi del settore: mancano organici e strumenti operativi; manca un funzionario per il settore culturale; le biblioteche funzionano grazie alla presenza prestata di insegnanti a metà tempo e i direttori dei musei sono insufficienti.
E’ in questo quadro che approda a conclusione la riflessione sulla gestione degli istituti culturali per i quali la nascita di due assessorati separati – l’Assessorato all’Istruzione e l’Assessorato alla Cultura – costituirà il punto di partenza della riorganizzazione gestionale: “Occorre una modifica dell’Assessorato e dei suoi servizi. Già oggi esiste un divario profondo fra i servizi istituiti e le strutture. La vastità delle attività che abbiamo in programma impone innanzitutto la costituzione di due Assessorati: un dipartimento obbligatorio fra Assessorato all’Istruzione e Assessorato alla Cultura” (CCD, 1972, 434). La scelta definitiva prevede infatti istituti culturali autonomi sul piano operativo, un Assessorato in grado di avocare le funzioni amministrative precedentemente svolte dal Comitato Direttivo, una Commissione consiliare preposta, insieme agli organismi di base, all’elaborazione delle scelte di fondo e un Consiglio comunale in grado di adottare direttamente gli atti deliberativi in merito al bilancio degli istituti, ad esclusione del Teatro, per il quale si continua a validare una gestione speciale separata11.
In questa logica collaborativa tra assessorati diversi, riveste particolare significato la nascita nel 1973 di un’unità di ricerca didattica all’interno dei musei, un servizio educativo rivolto alla scuola. L’idea, che segue una linea operativa più volte ribadita dal Comitato Direttivo e dalla successiva Commissione per gli istituti culturali12, trova ora una solida prospettiva e si concretizza in azioni mirate, destinate alla conquista di un nuovo pubblico. In una lettera del novembre 1973 l’assessore Alessandro Magni sottolinea la necessità di superare l’occasionalità tipica delle esperienze precedenti e di approdare a una programmazione annuale, capace di consentire una miglior fruizione del patrimonio degli istituti culturali che, si dice, possono ottenere dalla scuola un contributo di vivacità e vitalità (AC, 1). L’obiettivo si concretizza nell’iniziativa Invito ai musei, rivolta alla scuola dell’obbligo, alla quale si propongono percorsi espositivi dedicati alla storia della città, materiali didattici e incontri tra direttori dei musei e insegnanti. Tra il 1974 e il 1975 l’esperienza si allarga ad altri ordini scolastici, anche se la carenza di personale e di spazi impedisce l’espandersi di un progetto in corso di definizione13. Nel 1976 la proposta sperimentale di affiancare alle visite tradizionali momenti specifici di contatto tra ragazzi, reperti e tecniche operative apre la strada al concetto di laboratorio didattico. La proposta supera l’occasionalità dell’incontro estemporaneo, e si articola in momenti successivi, che vedono iniziative formative per gli insegnanti, materiali didattici concordati, visite alla città e appuntamento al museo come luogo di analisi e riflessione.
A consuntivo dell’attività svolta nell’anno scolastico 1976-77 l’Assessorato parla di una rinnovata politica conservativa, che vede nel mondo della scuola uno dei più significativi interlocutori, non solo in adempimento ad un ruolo istituzionale, ma come “spinta e stimolo efficaci per il rinnovamento stesso degli istituti” (AC, 2). Sulla stessa linea si muove anche il programma della Galleria Civica che definisce la scuola interlocutore privilegiato. Questo tema del rinnovamento degli istituti culturali, che torna ripetutamente nelle riflessioni dell’Assessorato, costituisce uno dei temi centrali dell’incontro regionale del 1977 dedicato alla didattica del museo14, sprone significativo per approdare a una nuova concezione del rapporto tra istituti culturali e scuola, secondo le logiche della costruzione di un servizio a tutti gli effetti. Da ora in poi, due le direttrici operative: dare continuità e razionalizzare l’intervento dedicato alla scuola e integrare i servizi didattici comunali con attività e strumenti promossi da altri istituti presenti sul territorio (Archivio di Stato, Pinacoteca e Biblioteca Estense).
La rinnovata strategia operativa apre a una rivisitazione complessiva dell’attività degli istituti culturali: cambia la logica della tutela e della conservazione, ora intesa come parte integrante di un progetto più generale volto alla ricerca di nuovi spazi di pubblico e, già nel 1978, si preannuncia “un intervento di restauro a carattere conservativo per il Palazzo dei Musei” (Comune di Modena, 1978), presupposto per salvezza e vitalità delle strutture e premessa necessaria per una corretta fruizione di musei e istituti culturali cittadini.
La centralità delle istituzioni museali all’interno della politica culturale del Comune, viene riconfermata all’inizio degli Ottanta con l’Assessorato di Dino Motta che, puntando a un completo ripensamento della politica culturale dell’Ente locale, ribadisce la necessità di un’analisi a tutto campo dei servizi e degli istituti culturali cittadini, tra i quali primeggiano, per urgenza di intervento, le istituzioni museografiche. L’idea è quella di impegnare l’Assessorato alla Cultura in una politica di sviluppo e di qualificazione dell’attività e del ruolo degli istituti culturali civici, definendo un “progetto di riorganizzazione culturale e funzionale e, parallelamente, il rafforzamento e la riqualificazione del personale” (AC, 46)15.
Se negli anni precedenti l’Assessorato si era distinto per un’attività a carattere prevalentemente promozionale, con il potenziamento e l’estensione dei servizi culturali gestiti dall’Ente locale e un rilevante incremento del numero delle manifestazioni, delle iniziative e della partecipazione di pubblico, ora l’Assessorato deve fare i conti con l’inadeguatezza delle strutture, le cui insufficienze possono compromettere i livelli di partecipazione acquisiti.
Particolare riferimento va agli istituti culturali concentrati al Palazzo dei Musei, sempre più inadeguati e insufficienti, che denunciano la perdita della loro naturale capacità aggregativa, presentandosi come un incongruo ammasso di oggetti collocati in sale trasformate a deposito, dove i materiali vengono sottratti alla più moderna fruizione e le modalità stesse della conservazione e dello studio vengono messe in discussione. Le ripetute osservazioni sul mancato ruolo del Palazzo dei Musei ai fini della conservazione e dell’esposizione dei materiali storici cittadini e le frequenti segnalazioni in ordine al degrado della struttura, articolata in settori disomogenei, spesso di difficile controllo sul piano statico ed igienico, porteranno nel 1982 alla maturazione di un vasto progetto di riorganizzazione, che vede al centro l’idea di una rinnovata sistemazione museografica, capace di guardare “alla salvaguardia attiva delle caratteristiche unitarie della struttura collezionistica e allo sviluppo del suo potenziale informativo” (Comune di Modena, 1982)16.
L’avvio di questo progetto risale al 1981, quando l’Amministrazione comunale decide di costituire un gruppo di lavoro specifico; ne fanno parte esperti indicati dall’Assessorato alla Cultura in accordo con l’Istituto Beni Culturali regionale, rappresentanti delle Soprintendenze e operatori culturali impegnati all’interno dei Musei. Obiettivo dichiarato: mettere a disposizione dell’Assessorato dati e materiali di studio, per arrivare ad una riflessione che troverà la sua sintesi nelle Proposte per un riordino dei Musei Civici di Modena (1983), punto di partenza per la definizione di un progetto di riassetto e di restauro dell’edificio ma, soprattutto, per lo studio e la prefigurazione sotto il profilo urbanistico, di un sistema urbano di istituzioni culturali.
Rigorosa conservazione, piena accessibilità dei materiali, chiarezza informativa sui singoli oggetti, sulla coerenza delle collezioni e sull’intero complesso museale, oltreché un rinnovato rapporto con il pubblico, costituiscono i termini chiave dell’opzione riorganizzativa dei musei civici, individuati come occasione, per una riflessione più complessiva sulle istituzioni culturali cittadine.
Se da un lato risulta improponibile l’ipotesi di riconfigurare i Musei Civici all’interno degli spazi già in uso, così come viene esclusa, per ragioni di identità storica delle collezioni, l’idea del trasferimento di parte di esse in altro luogo, nel 1982 si fa strada l’ipotesi che il trasferimento possa interessare i restanti istituti collocati all’interno del Palazzo dei Musei, tenendo conto sia della possibilità che un altro contenitore possa rivelarsi più confacente alle funzioni espresse, sia valutando che lo scorporo dall’aggregazione tardo-ottocentesca possa rivelarsi occasione per una rinnovata e significativa autonomia delle singole unità. Il riferimento va alle Biblioteche Estense e Universitaria, per le quali si immaginano nuove progettazioni, anche all’interno di edifici storici; all’Archivio Storico Comunale, a sua volta da collocare, nel rispetto delle sue esigenze espansive, all’interno di un polo culturale, capace di accogliere spazi didattici ed espositivi attrezzati; al Museo del Risorgimento, per una specifica interpretazione dell’allestimento dei materiali e, infine, seppur per motivi diversi, alla Galleria Civica e alla Biblioteca Poletti. Per quanto riguarda la Galleria Civica, prevale l’idea di un suo trasferimento contestuale a una sua riorganizzazione, prevedendo spazi adeguati, nella logica della creazione di un centro polivalente di produzione culturale, nel quale possano esprimersi, in forma integrata, informazione, didattica e ricerca. L’evidenza che una biblioteca, un archivio di documentazione, una fototeca, una diateca, una emeroteca e attrezzature per una didattica attiva richiedano una flessibilità ambientale difficile da immaginare all’interno degli spazi occupati, spinge così, a conferma di un indirizzo già espresso dall’Amministrazione comunale, a concretizzare l’idea di trasferire la Galleria Civica all’interno del Palazzo dell’ex Patronato dei Figli del Popolo in corso Canalgrande, prevedendo ulteriormente l’utilizzo della Palazzina dei Giardini per mostre d’arte contemporanea di modesta calibratura. A completamento di questa ipotesi, la proposta di accorpamento alla Galleria della Biblioteca Poletti, destinata a giocare un nuovo ruolo, nel più generale processo riorganizzativo del polo culturale di tipo storico-artistico, in una logica di valorizzazione delle specifiche opportunità di tipo conservativo, funzionale e fruitivo.
Si prefigurano così quattro poli culturali: quello dei Musei Civici di Modena (Museo Archeologico ed Etnografico, Museo di Storia ed Arte medievale e Modena e Galleria Estense) collocato nel Palazzo dei Musei; il polo delle Biblioteche Estense ed Universitaria, comprendente anche l’Archivio Storico e il Museo del Risorgimento, in una sede da individuare; il polo storico-artistico presso l’ex Patronato Figli del Popolo, costituito da Galleria Civica e Biblioteca Poletti, e, infine, il polo dei Musei Universitari, recuperando quanto rimane degli antichi musei di anatomia, botanica, fisica, zoologia, geologia e paleontologia.
L’ampiezza della proposta trova un’occasione di confronto pubblico nell’incontro dibattito del 23 aprile 1983, intitolato Sviluppo e qualificazione dei musei e delle istituzioni culturali della città. Problemi e prospettive, organizzato dall’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni artistici e storici di Modena e Reggio Emilia e la Biblioteca Estense e Universitaria di Modena17. Sin dalle premesse dell’assessore Dino Motta emergono le motivazioni e i criteri ispiratori dell’iniziativa: la volontà di porre al centro delle scelte politico-programmatiche dell’Amministrazione la qualificazione e lo sviluppo delle istituzioni culturali della città, in particolare i musei e le biblioteche, valorizzando il ruolo attivo di operatori e cittadinanza. Il valore dell’iniziativa, che negli anni del trionfo dell’effimero attua una progettazione culturale che, a partire dal ripensamento dei servizi, pone le basi per una riqualificazione urbana di interi comparti cittadini, si esprime ulteriormente nello sforzo di dialogo intrapreso nei confronti delle istituzioni culturali statali e regionali che, nel rispetto delle reciproche autonomie, vengono direttamente coinvolte nella riflessione.
Nella consapevolezza della complessità dell’iniziativa, dell’articolato intreccio delle considerazioni derivanti dai vivaci pronunciamenti registrati e delle difficoltà pratiche connesse all’iniziativa, non si parla ancora di un progetto di riordino, bensì di una proposta, premessa metodologica, generalmente riconosciuta, di un confronto a tutto campo tra le componenti culturali cittadine e le variegate competenze e sensibilità intellettuali riconducibili peraltro al mondo degli utenti delle istituzioni stesse. Oggetto del contendere, anche con vivaci polemiche giornalistiche, il destino delle biblioteche fino a ora collocate all’interno del Palazzo dei Musei e, in particolare, le considerazioni sulla Biblioteca Estense, non soltanto alla luce del futuro di questo istituto e della sua legittimità di collocazione all’interno dell’Albergo Arti, quanto, in riferimento all’impostazione della proposta, limitatamente all’arco cronologico prescelto (1860-1880) per giustificare l’aggregazione di determinati istituti a scapito di altri L’incontro, particolarmente intenso e ricco di contributi vivaci e talvolta fortemente critici, costituisce il primo passo, indubbiamente coraggioso, di un percorso di riqualificazione lungo e tormentato, che vedrà di lì a poco la nascita di un gruppo di lavoro incaricato di dare sintesi progettuale alla proposta avanzata dal gruppo di ricerca.
Con una lettera del 2 gennaio 1984 l’assessore formalizza la costituzione di una Commissione tecnica18, i cui compiti spazieranno dall’analisi strutturale e architettonica del Palazzo dei Musei e dell’Ospedale Estense, alla verifica delle esigenze di prospettiva espresse dai singoli istituti in ordine a conservazione e fruizione, dalla valutazione delle compatibilità tra singoli istituti e loro collocazione all’interno del complesso individuato, alla previsione di tempi di realizzazione e costi economici.
Inutile sottolineare la difficoltà di far coesistere all’interno della proposta alcune premesse ineludibili: l’inseparabilità delle raccolte, in quanto elementi compositi di un unico complesso museale; l’impossibilità di risolvere il problema della carenza di spazi immaginando il trasferimento in blocco dei musei, considerato il legame tra collezioni e loro allestimenti e la contiguità tra collezioni civiche e collezioni nazionali; la complessità di un disegno che nel prevedere l’acquisizione di nuovi spazi destinati ai musei predispone il trasferimento della Galleria Civica al Palazzo Santa Margherita, dell’Archivio Storico Comunale al piano terra del Foro Boario e della Biblioteca Estense negli spazi, sempre compresi nel Palazzo delle Arti, ancora occupati dall’Ospedale Estense.
Un impegno gravoso, che la Commissione condividerà con la Commissione Tecnica dei Musei Civici, incaricata di formulare le proposte di riordino degli istituti culturali e di trovare soluzioni operative a fronte della necessità di chiudere al pubblico il Museo Civico per l’inadeguatezza degli impianti e l’inagibilità dei locali. Non si interrompe tuttavia l’azione di conservazione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale della città. Il consistente programma di censimento delle raccolte, che in quegli anni caratterizza l’attività dei musei, ribadisce la volontà e l’impegno dell’Amministrazione verso la tutela dei patrimoni conservati: l’inventariazione completa della raccolta Malavolti, la schedatura dei tessuti precolombiani e la ricognizione della sezione etnologica del Museo Civico Archeologico. E non mancano le occasioni di studio e approfondimento: la ricerca sulle terramare, gli interventi di scavo sui resti di una abitazione etrusca e di tombe villanoviane e le premesse per la realizzazione della carta archeologica di tutela per il Comune di Modena e il suo territorio amministrativo, esempio di connubio tra ricerca scientifica e intervento di pubblica utilità. Numerose infine le iniziative di valorizzazione di studi e ricerche sul patrimonio cittadino, come nel caso delle mostre sulla centuriazione romana Misurare la terra e sullo sviluppo urbanistico della città Natura e cultura urbana a Modena, le manifestazione sul Duomo e successivamente sul Settecento Estense, nell’ambito del più vasto programma regionale di manifestazioni su La cultura e la vita civile del Settecento in Emilia Romagna.
Nel 1985, a fine legislatura, il disegno ancora incompiuto che, a partire dal 1980, aveva visto un’inversione di tendenza nell’attività dell’Assessorato e, più in generale dell’Amministrazione comunale, costituirà un punto di riferimento per gli anni a venire. L’intuizione non era stata tanto quella di inserire l’attività di conservazione e tutela del patrimonio artistico e culturale all’interno della linea programmatica, idea che, seppur in forme diverse, aveva comunque caratterizzato anche le esperienze precedenti, quanto la decisione di dare concretezza, fuori da corporativismi locali e avvalendosi di alte competenze, ad un percorso particolarmente impegnativo, sul quale coinvolgere, a partire da un’idea, l’intera società civile. Il restauro completo della facciata del Duomo e le manifestazioni culturali successive, il recupero e il restauro a fini espositivi dei Giardini Pubblici e della Serra, il restauro del Teatro Comunale e l’avvio del recupero del Teatro Storchi e del Palazzo Santa Margherita, destinato ad ospitare la Biblioteca Civica e la Galleria, oltreché l’analisi e la riflessione sulla ristrutturazione e la riorganizzazione del Palazzo dei Musei, agiscono come segni tangibili di una esperienza che, in continuità con la politica culturale globale teorizzata da Famigli, si sviluppano attraverso l’azione collegiale di una giunta per la quale la gestione della politica culturale costituisce azione intrinseca ai percorsi decisionali connessi al governo della città.


Creare il nuovo
A giudicare dallo slancio e dall’impegno che verranno riservati per più di un decennio alla costruzione del servizio di pubblica lettura a Modena, che alla fine degli anni Sessanta va a riempire un vuoto nell’offerta culturale cittadina, sembra che gli amministratori modenesi abbiano idee molto chiare sulle priorità da assegnare agli interventi di politica culturale.
Era certamente viva la consapevolezza di dover affrontare il problema delle preesistenti, tradizionali istituzioni culturali; la sollecitazione in questa direzione giungeva anche dagli esponenti del mondo della cultura cittadina coinvolti nel dibattito promosso dalla stessa Amministrazione comunale: al Convegno degli assessori alla Pubblica Istruzione e Servizi Culturali del 1966, ad esempio, l’allora presidente dell’Associazione Il Portico, Luciano Guerzoni (DI, 12) invita gli amministratori modenesi a lavorare “prima di tutto” su ciò che esiste, concentrandosi sulla ristrutturazione e su un diverso uso degli istituti, e poi a studiare la situazione culturale della comunità per conoscere meglio l’ambiente.
Ma a Modena si decide che prima di tutto vengono le biblioteche.
Si può dire anzi che quella per le biblioteche rappresenti, per il Comune di Modena, una vera e propria battaglia per conquistare al pubblico il diritto di occuparsi di cultura in un modo nuovo, più rispondente alle esigenze della società, oltre che più conforme ai presupposti ideali e alle scelte politiche generali dei nuovi amministratori.
Dispiegando un impegno di intensità analogo a quello profuso per le scuole dell’infanzia, il Comune crea in pochi anni una rete di biblioteche pubbliche decentrate che catalizza una parte cospicua delle risorse e delle energie dell’Assessorato e che si basa su un modello definito con chiarezza nella sue linee essenziali già molto prima della sua realizzazione concreta (che avviene dal 1966 al 1973).
Nella storia dell’autonomia e del decentramento l’organizzazione della cultura occupa un posto di rilievo. Terreno conteso palmo a palmo fra Stato, Regioni ed Enti locali: lo rivela l’esperienza di Modena, ma anche quella di molti altri comuni e province che intervengono concretamente, in forme molteplici, nel campo delle attività culturali, allargando o forzando i limiti disposti dalla legislazione. Nel contenzioso che ne scaturisce sulle competenze dei comuni in campo culturale vanno ricercate le ragioni del lungo intervallo che spesso intercorre fra proclami e realizzazioni.
Il Comune di Modena, infatti, già nel 1952 tenta di far nascere una biblioteca comunale per un servizio di pubblica lettura, ovvero un servizio differente per funzione e obiettivi dalle istituzioni bibliotecarie già esistenti in città, come la civica Biblioteca Poletti, specializzata per gli studi di architettura e arte19. L’opposizione della Prefettura è ferrea, e ancora dieci anni dopo il Comune di Modena, come gran parte dei Comuni, compresi quelli amministrati dalla sinistra, non possiede una propria biblioteca per la pubblica lettura: in provincia di Modena, in realtà, più della metà dei 46 comuni ne sono privi, e solo 14 delle 22 biblioteche esistenti possono dirsi minimamente funzionanti e adatte alla funzione di servizio di pubblica lettura.
Anche la politica culturale dello Stato è però internamente contraddittoria. Alle iniziative di origine governativa come i Centri di lettura, le Biblioteche del contadino, il Piano L (sotto il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione) finisce per contrapporsi, nonostante tutto, il Servizio nazionale di Lettura a opera della Direzione generale delle Accademie e Biblioteche.
I Comuni più intraprendenti, unitamente alle Soprintendenze Bibliografiche meno burocratizzate, inventano allora soluzioni di compromesso pur di avvicinare il momento, che si crede imminente, in cui alle Regioni verranno attribuite tutte le competenze relative alle biblioteche, e lo Stato non potrà più ostacolare la spinta al rinnovamento.
 I tempi in effetti stanno rapidamente cambiando: l’innalzamento dell’obbligo scolastico, i mutamenti in atto nell’attività editoriale (seguiti con attenzione dal Festival Nazionale del Libro economico che si svolge a Modena tra il 1962 e il 1969), la campagna lanciata da Einaudi a favore di un programma di finanziamento pubblico delle biblioteche attraverso il progetto della biblioteca modello di Dogliani20, rendono più impazienti gli amministratori, che sempre meno tollerano i veti della Commissione Centrale per la Finanza Locale e delle Prefetture che con i tagli alla spesa per la cultura impediscono di fatto l’istituzione di nuove biblioteche e la loro crescita, nonostante la legislazione non lo vieti. Quella che gli enti locali contestano è la gerarchia fra spese essenziali e facoltative prevista dalla legislazione sulla finanza locale (distinzione che verrà eliminata solamente nel 1979); allo stesso tempo rivendicano lo status di spese obbligatorie per le spese in attività culturali.
Nel 1965, al primo convegno nazionale degli assessori alla Pubblica istruzione e ai Servizi culturali, Liliano Famigli (DI, 12) sostiene che i Comuni, così come sono tenuti a elaborare i piani regolatori, “debbono” porsi il problema delle strutture culturali, prime fra tutte le “biblioteche pubbliche quali istituzioni aperte a tutti i cittadini per renderli più coscienti del loro esser cittadini inseriti nella realtà, nella società democratica di oggi”.
Perché delle biblioteche come “centri di conservazione frequentati da qualche sparuto studioso” (DI, 12) non si accontentano i nuovi amministratori. Concepiscono la biblioteca come strumento per “assicurare a tutti i cittadini ovunque vivono condizioni uguali nell’accesso all’informazione, alla lettura e alla cultura. L’integrazione europea, i problemi dell’urbanistica, il diritto di sciopero, i rapporti internazionali, la realtà del 3° mondo, il livello professionale dei lavoratori e quindi la loro capacità contrattuale sono momenti della realtà e quindi debbono essere momenti dell’attività culturale, da affrontare nelle biblioteche” (DI, 12). La biblioteca “non deve essere solo il luogo dove si vanno a leggere o a prendere in prestito i libri; si tratta di far assolvere alla biblioteca il suo ruolo fondamentale, di inserirla nella vita della collettività, di farne cioè un centro comunale di cultura: centro cioè di manifestazioni culturali, conferenze, audizioni di dischi, mostre di pittura ecc., un centro dove il cittadino sviluppi le proprie facoltà in tutti i campi per partecipare attivamente alla vita della propria comunità” (DI, 12). La visione che Famigli offre al suo uditorio si spinge anche a descrivere l’architettura di un modello ottimale di biblioteca: priva delle stanze chiuse dove si appartano gli studiosi, deve presentarsi “come una passeggiata coperta, gradevolmente accessibile lungo la quale oltre che leggere e prelevare libri in prestito si può sostare per incontri culturali, per dibattiti di idee, per assistere a trasmissioni audiovisive” (DI, 12). Gli esempi a cui esplicitamente si guarda sono quelli della biblioteca Dogliani, delle biblioteche di quartiere di Milano e del Consorzio provinciale di Bologna, o ancora delle biblioteche per ragazzi di Firenze e di Livorno.
In questa dettagliata prefigurazione della biblioteca (DI, 12) o meglio delle biblioteche che si vogliono creare nelle frazioni e nei quartieri di Modena, è già tutta impostata una linea di lavoro. Anzitutto per quanto riguarda la gestione, che deve essere democratica: “Le biblioteche devono essere gestite dai cittadini non dall’alto […], non bastano i libri, delle attrezzature e un buon tecnico”; per quanto riguarda il patrimonio bibliografico, “culturalmente valido”, nel quale non deve esserci “un’opera che non possa essere utilizzata e intellettualmente consumata con profitto dal comune lettore”; poi per quanto riguarda il personale, costituito da un nuovo tipo di bibliotecario, “il bibliotecario animatore”, in grado di promuovere “l’animazione culturale” della biblioteca e di suscitare gruppi di interesse fra lettori.
Nel frattempo la Commissione per la Biblioteca Poletti - sezione libro, nominata dal Comitato direttivo degli istituti culturali, viene trasformata nel giugno del 1965 in Commissione per le Biblioteche pubbliche, e destinata a regolamentare il futuro sistema delle biblioteche sulla base delle linee generali e dei concetti guida elaborati dall’Associazione Italiana Biblioteche.21
Il modello politico-amministrativo del Servizio Nazionale di Lettura, polarizzato sul rapporto centro-periferia, viene utilizzato per disegnare un sistema che prevede una biblioteca centrale nel capoluogo di provincia e appendici nei quartieri. Il Regolamento della Biblioteca Civica, approvato accogliendo le controdeduzioni della Giunta provinciale amministrativa solo nel 1968, prevede infatti un’articolazione del servizio in un sistema urbano di biblioteche di quartiere (istituite con delibera consiliare) che, assieme al servizio di lettura per ragazzi, fanno capo alla sede centrale della Biblioteca civica, di cui la Biblioteca Poletti (l’unica biblioteca di competenza comunale già esistente a Modena) costituisce una sezione separata. La gestione, distaccandosi da quella degli istituti culturali, è affidata a una Commissione eletta dal Consiglio che dispone di uno stanziamento annuo iscritto nel bilancio comunale.
Su questo doppio binario, centralizzazione dei servizi interni versus decentramento operativo, nascono i primi sistemi bibliotecari in Emilia Romagna, il Consorzio Provinciale di Pubblica Lettura di Bologna e le Biblioteche di Quartiere di Modena, che riveleranno presto una propensione a privilegiare il polo partecipativo, spostando a partire dai primi anni Settanta l’accento decisamente a favore di un decentramento culturale carico di valenze politiche molto forti.
A Modena infatti la forte influenza di una più generale politica di decentramento e di partecipazione democratica traspare con evidenza sotto la formale architettura adottata dal sistema bibliotecario. Anche se, in un primo momento, questa impostazione sembra essere soprattutto una efficace strategia per aggirare il controllo della Gpa: se non è possibile istituire una biblioteca di tipo del tutto nuovo, come si desidera, si fa mostra di lavorare per estensione di una struttura già presente, dunque autorizzata. Basta ridefinire, nel nuovo regolamento, l’unica biblioteca comunale esistente (la Poletti, appunto) come sezione precocemente distaccata di un centro che deve ancora essere istituito. In sostanza, si attribuisce a una biblioteca centrale (che ancora non esiste) la facoltà generatrice di altre possibili e infinite appendici; in questo modo si giustifica a posteriori il fatto che una nuova biblioteca di periferia in realtà è già nata, più di due anni prima. Precisamente la domenica mattina del 6 marzo 1966, quando viene inaugurata la Biblioteca comunale di San Damaso, primo tassello del futuro sistema bibliotecario modenese.
A Modena dunque si parte dalla periferia e non dal centro, e prima ancora di disporre di una formale regolamentazione. Ma per realizzare quel disegno teorico di biblioteche pubbliche che si era venuto precisando nel corso dei convegni promossi dal Festival nazionale del libro economico mancano ancora due tasselli fondamentali: un regolamento formale e personale adeguato. Entrambe le cose prendono forma nel corso del 1968; nella stessa seduta del 14 giugno vengono deliberati, oltre al Regolamento cui abbiamo già accennato, un corso di preparazione per bibliotecari in collaborazione con la Sovrintendenza bibliografica22, l’acquisto dei libri che costituirà la dotazione iniziale per la Biblioteca Centrale Civica e per le tre prossime biblioteche di quartiere, e gli incarichi per catalogarli.
Di lì a poco, fra il 1970 e il 1972, lo Stato passerà effettivamente alle Regioni le funzioni già attribuite a esse dall'articolo 117 della Costituzione, fra cui figura anche la voce Musei e biblioteche di enti locali.
Modena non si fa cogliere impreparata. Già nella primavera del 1970 tutto è pronto per iniziare a pieno ritmo la creazione del servizio di pubblica lettura nei quartieri: le prime biblioteche ad aprire, fra la fine di maggio e i primi giorni di giugno, con una dotazione iniziale di circa mille volumi ciascuna, sono quelle dei quartieri Crocetta, Buon Pastore e Sant’Agnese, il cui funzionamento è affidato a due animatori culturali segnalati dai Quartieri stessi che si alternano e tengono aperta le biblioteche circa 30 ore alla settimana tra pomeriggio e sera23.
Nel 1970 la Commissione per la Biblioteca Civica mette a disposizione la cifra di venti milioni di lire per il primo programma di attività delle biblioteche modenesi e il 14 novembre 1970 viene inaugurata la Biblioteca Civica Centrale, più grande (tremila volumi), che costituisce il centro organizzativo di tutto il sistema bibliotecario e assolve anche alla funzione di biblioteca del quartiere Centro storico: contando anche la Biblioteca di San Damaso, il servizio è così articolato in quattro biblioteche periferiche, quella Centrale, e la Poletti. Quando, il 16 maggio 1971, il Sindaco Triva consegna le prime Biblioteche di Quartiere ai Consigli di Quartiere, l’appuntamento è sottolineato con una certa enfasi, come l’attesa concretizzazione di una lunga vicenda.
Siamo alla vigilia della nascita dell’Assessorato alla cultura, e molte cose ancora restano da fare; nel consuntivo sui dieci anni di amministrazione, che rappresenta, più che un consuntivo, un programma per il decennio futuro (verrà infatti inserita tra i materiali di studio del corso di aggiornamento per bibliotecari ancora nel 1976), è ancora Famigli a tracciare le linee di lavoro: fondamento della politica culturale dell’Amministrazione sono il decentramento e la partecipazione, la biblioteca ne è lo strumento, “momento unificante dei diversi interventi del Comune, dei contenuti culturali della gestione dell’Amministrazione Comunale” (Comune di Modena,1972), punto di riferimento fondamentale nel quadro che si vuole disegnare.
Il completamento della rete del sistema bibliotecario nel rispetto della nuova articolazione dei Quartieri, che da nove sono diventati dodici, avviene nel giro di pochi anni: nel dicembre 1971 apre la biblioteca del quartiere Modena Est, un mese dopo le biblioteche dei quartieri Madonnina e San Cataldo, seguite nell’aprile del 1972 dalle biblioteche di San Lazzaro e di Saliceta San Giuliano; con l’apertura delle biblioteche di San Faustino e Quattro Ville nell’ottobre 1973 l’Amministrazione Comunale completa, con notevole rapidità, l’ambizioso progetto di aprire una biblioteca in ogni quartiere della città24.
Collegati a queste, a un ulteriore livello di decentramento, nel 1977 si inseriranno poi nel sistema anche i Centri di lettura e di iniziativa culturale del Villaggio Artigiano (presso il Centro Civico), di Albareto e di Baggiovara (presso le rispettive scuole elementari), con apertura serale assicurata da un gruppo di volontari collegati alle Commissioni Biblioteca.
Da un organico appena abbozzato (il personale a metà tempo presso le biblioteche e un responsabile del coordinamento affiancato da un gruppo di lavoro impegnato essenzialmente nelle operazioni di schedatura e organizzazione del prestito) si passa in pochi anni ad una struttura costituita da un gruppo di lavoro – il Coordinamento Biblioteche di Quartiere – presso l’Assessorato, un dipendente comunale a tempo pieno in ogni biblioteca, e un gruppo di bibliotecari presso la Biblioteca Civica Centrale25.
Nel 1973 il nuovo assessore alla cultura Alessandro Magni (DI, 30), a pochi mesi dal ricevimento del mandato che conserverà fino al 1980, redige un piano di lavoro per il nuovo Assessorato che si pone in sostanziale continuità con i principi e gli obiettivi indicati da Famigli nel consuntivo dell’anno precedente e riconosce la giovane struttura delle biblioteche come perno dell’intera attività dell’assessorato; le biblioteche vengono infatti esplicitamente definite come “le unità e gli strumenti operativi di base, meglio idonee e capaci di agire sul territorio, di tutta la politica culturale dell’Amministrazione nella varia gamma delle sua attività”.
Ora le attività culturali, prima caratterizzate da una certa frammentarietà, si intensificano grazie anche all’apporto di gruppi spontanei di interesse che gravitano attorno alle biblioteche e collaborano all’organizzazione di corsi, mostre, attività teatrali e cinematografiche e dibattiti sui problemi di maggior attualità e toccando i campi più diversi26.
Tutte le attività, compresa la scelta dei libri, sono promosse e coordinate da una Commissione di Gestione che, eletta da un’assemblea di cittadini, viene riconosciuta dal Consiglio di Quartiere come organo di promozione di attività culturali. Questa Commissione gode di ampia autonomia, anche rispetto agli istituti di rappresentanza politico istituzionale cui pure è collegata: i Consigli di Quartiere da un lato, e il neonato Assessorato alla Cultura dall’altro.
In realtà i rischi di sovrapposizione dei livelli decisionali e la non sempre chiara definizione dei ruoli nell’intricata articolazione della struttura partecipativa e democratica renderanno spesso problematici i rapporti fra Biblioteca e Quartiere, come testimoniano la frequente necessità di confronti sul tema27 e le modifiche stesse al Regolamento, che nel 1976 è costretto a precisare che “eventuali gravi difficoltà che insorgessero nei rapporti tra Consiglio di Quartiere e Commissione di Biblioteca saranno risolti attraverso l’intervento dell’Amministrazione comunale” (CCD, 1976, 578).
Per gestire i rapporti con l’Assessorato alla Cultura, che ha ereditato la competenza sulle biblioteche, precedentemente in capo alla Commissione Consiliare per la Biblioteca Civica, nasce l’Ufficio di Coordinamento Biblioteche, con il ruolo di referente unitario e con compiti di indirizzo tecnico e di servizi nei confronti di biblioteche che conservano comunque tutte pari dignità. E’ a cura del Coordinamento anche la Guida alla formazione di una biblioteca per ragazzi che esce nel 1975 per i tipi dell’editore Guaraldi.
 La necessità di organizzare nel modo migliore il coordinamento si fa sentire sempre più dalla seconda metà degli anni Settanta, quando la crescita del sistema evidenzia rischi di dispersione e occorre fare i conti con i poteri in campo culturale attribuiti alle nuove Commissioni Dipartimentali Istruzione-cultura-sport delle Circoscrizioni, che divengono ufficialmente i primi interlocutori della programmazione culturale delle biblioteche decentrate.
Al radicamento territoriale che ogni singola biblioteca deve avere nella dimensione del quartiere si aggiunge poi un altro campo d’intervento: la scuola e la novità dei suoi organismi collegiali.
 Quello della scuola era rimasto infatti un problema aperto: le biblioteche presso i plessi scolastici, di fatto in capo all’autorità scolastica, erano rimaste estranee alla gestione della Commissione prima, e dell’Assessorato poi, anche se il Comune forniva loro il personale e i libri. Anche per le biblioteche scolastiche l’Amministrazione Comunale avrebbe voluto vedere sorgere, dai Comitati dei Genitori, una gestione sociale, ma è solo nel 1976, dopo una fase di indagine sulla situazione esistente, che prende forma un vero e proprio progetto comunale per la riqualificazione delle biblioteche scolastiche. Presupposto di questo rinnovato impegno è la convinzione che istituzioni scolastiche e servizi culturali del territorio debbano integrarsi in un sistema educativo e formativo per concorrere a raggiungere un obiettivo comune, quello di allargare il più possibile l’accesso agli strumenti conoscitivi e critici della realtà. Si punta a recuperare e rendere fruibili per la scuola stessa, e per un eventuale pubblico esterno, le risorse librarie e le strutture esistenti, ma anche a promuovere un nuovo modello di biblioteca scolastica come strumento per un modo diverso di fare scuola.
L’impegno è oneroso e riguarda tutti i gradi di scuola, dalle elementari alle superiori, con intensità diverse di intervento. Attraverso l’Ufficio Coordinamento Biblioteche il Comune interviene con proprio personale e con proprio patrimonio bibliografico, con l’obiettivo di sistemare le biblioteche unificando metodi e criteri di classificazione e coordinando e integrando gli acquisti.
Dal 1976 al 1980 viene fornita una dotazione di base a tutte le scuole elementari, con successivi aggiornamenti; nel 1979 viene stipulata con le medie Simonazzi una convenzione che istituisce all’interno dell’istituto una biblioteca per la scuola di base (infanzia, elementare e media). Per quanto riguarda le scuole superiori vengono stipulate convenzioni con il Liceo Muratori (che nel 1976 inaugura la messa a disposizione del suo prezioso patrimonio librario con una conferenza del prof. Luciano Anceschi) e con l’Istituto Magistrale Carlo Sigonio (1979) per l’apertura al pubblico delle rispettive biblioteche; viene poi unificata la Biblioteca del quartiere San Faustino con quella dell’Istituto Tecnico Fermi, a seguito del trasferimento dell’intero Centro Civico nei locali della scuola. Si fornisce consulenza per la riorganizzazione dei patrimoni librari e si promuove formazione e aggiornamento per gli insegnanti che si occupano delle biblioteche scolastiche. Viene infine stipulata una convenzione con l’Opera Universitaria per l’apertura al pubblico di una biblioteca nei locali del collegio maschile (1980).
Con il coinvolgimento di istituti diversi, non di competenza comunale – le biblioteche scolastiche convenzionate prima, e successivamente anche altri soggetti, come la Biblioteca della Casa delle Donne (1983) – il sistema bibliotecario, anche alla luce delle possibilità offerte dai processi di informatizzazione, si trasforma: il decentramento si viene caratterizzando non più solo come diffusione capillare di un servizio omogeneo, ma come dislocazione territoriale di servizi di vario tipo e livello, coordinati attraverso servizi comuni centralizzati.
Modena si attribuisce il merito di aver in un certo senso anticipato quello che sarà poi l’obiettivo della Legge Regionale del 1983, il sistema bibliotecario integrato28. Sistema aperto e integrato non solo perché vi trovano posto istituzioni pubbliche e private, ma soprattutto tipologie differenziate di biblioteche, in grado di rispondere a bisogni informativi multiformi e quindi di intervenire su fasce di utenti differenziate e individuabili. E’ il caso per esempio del Punto di lettura aperto nel 1980 presso la struttura del San Geminiano, con una dotazione di opere scelte (fumetti, gialli e fantascienza) indirizzate non più a un pubblico indifferenziato, ma rivolte ai ragazzi e ai giovani, pensato in raccordo con il Centro Giovani, la scuola e il Centro Civico che condividono la stessa struttura.
Tutto questo sembra nascere dall’interno del servizio biblioteche stesso, dal costante lavoro di riflessione e di studio del Coordinamento Biblioteche che produce, nel corso degli anni, molteplici documenti di analisi sulla attività svolta e sulle linee di lavoro.
E’ dunque nel momento della massima articolazione e apertura che la concezione della biblioteca pubblica come biblioteca universale nelle raccolte documentarie e universale per utenza, e il modello di biblioteca – cui faceva esplicito riferimento ancora il regolamento modenese del 1976 – come “centro polivalente di attività culturale, intendendo con questo il decentramento teatrale e cinematografico, le attività audiovisive e fotografiche, musicali, artistiche, di informazione e di dibattito culturale”, stanno per essere messi fortemente in discussione. Una tappa importante del percorso è segnata dal convegno milanese del 198129 che apre una fase di ripensamento e di ridefinizione della fisionomia e delle funzioni della biblioteca pubblica di base.
Modena si presenta all’appuntamento tutt’altro che impreparata, pronta ad accogliere la sfida degli anni Ottanta che chiede alla biblioteca di misurare la propria capacità di qualificarsi come servizio primariamente legato alla lettura, all’informazione e alla documentazione. Nel maggio 1981 – alla vigilia della emanazione della attesa legge Regionale sulle biblioteche – il Comune organizza una giornata di studio sullo stato e le prospettive delle biblioteche modenesi con il coinvolgimento delle principali realtà bibliotecarie cittadine30.
Le Biblioteche di Quartiere sono sempre dodici, come alla fine del 1973, seppur con un patrimonio triplicato, mentre la Biblioteca Civica, che per entità e ampiezza dell’utenza e del suo patrimonio svolge un ruolo cittadino, attende con impazienza un trasloco che si farà desiderare ancora per diversi anni31.
 I riferimenti culturali della città sono andati complicandosi: da un lato è aumentata l’incidenza attiva di istituzioni bibliotecarie importanti, quali la Biblioteca Estense, la Biblioteca della Fondazione San Carlo, quella Universitaria di Economia e Commercio; dall’altro la polivalenza culturale non è più appannaggio esclusivo delle biblioteche pubbliche di base, concorrendo a fare cultura diffusa e generalizzata numerosi altri soggetti presenti nel territorio (polisportive, gruppi teatrali e musicali, cicli, associazioni…).
Inoltre, nella seconda metà degli anni Settanta, sull’onda dell’emergenza droga, nascono a Modena i primi Centri Giovani32. Rivolti principalmente ai ragazzi fra i 12 e i 18 anni, i Centri all’inizio propongono diverse attività di laboratorio (falegnameria, fotografia, serigrafia, teatro, musica), di spettacolo, di intrattenimento vario, comprese anche escursioni e campeggi, con un’impostazione prevalentemente pedagogica basata sulla prevenzione del disagio. Il modello di gestione che anche questi centri intendono riproporre è quello della gestione sociale, dei comitati di gestione composti da utenti e dal movimento associativo, ulteriore tassello da inserire nella geografia dei Consigli di Quartiere e delle Commissioni Biblioteca. Successivamente l’intervento privilegia gli aspetti culturali, ricreativi e sociali con maggiori legami alle strutture del tempo libero già esistenti nel territorio, come le Polisportive, e i gruppi giovanili. Risale agli inizi degli anni Ottanta l’esperienza dei circoli giovanili autogestiti come occasione di sperimentazione di attività culturali, con collaborazioni nella gestione dell’estate modenese e con esperienze di Teatro sperimentale33. Tutto questo mette in discussione alcuni aspetti della politica culturale dell’Ente, che comincia a essere considerata “dispersiva e tendente a riempire in modo indifferenziato tutti i vuoti” (AC, 31). Si confida anche che i Centri Giovani siano uno strumento capace di operare una svolta nei rapporti fra Comune e movimenti associativi, rinsaldando legami che si avvertono allentati. L’emergere della questione giovanile interpella i servizi culturali in una fase di espansione nella quale l’interesse crescente nei confronti dell’utenza si fa sempre meno indifferenziato: si inizia a percepire che le potenzialità di ulteriore espansione dell’offerta culturale sono legate all’articolazione dell’offerta per categorie di utenti, si mira a un’attenzione più individualizzata nei confronti dei cittadini, o per lo meno di alcune categorie di cittadini.
Importanti conseguenze discendono da queste novità per il sistema bibliotecario comunale, che non può più accontentarsi di un’identità ricavata “sulla base delle insufficienze degli istituti di tradizione o sul piano prevalente di un vivace eclettismo culturale nella promozione di attività decentrate” (AC, 86). Occorre altro. Nel processo di automazione e nell’apertura del sistema ad altre tipologie bibliotecarie e istituzionali, la biblioteca si ridefinisce come archivio limitato di libri, e il discorso si concentra sulla qualificazione del servizio (un servizio differenziato e qualificato da offrire al lettore, anzi ai diversi tipi lettori), sulla vocazione specifica alla promozione della lettura, e sugli aspetti tecnici (catalogazione centralizzata, automazione, formazione professionale del bibliotecario, servizio di reference, progettazione di spazi adeguati, pianificazione territoriale e valutazione dell’attuale distribuzione delle sedi, strategia pubblicitaria ecc.). Tutti elementi che portano a rivendicare per il bibliotecario una nuova posizione di autorità e priorità rispetto alla Commissione di Gestione. Il libro come primo gradino dell’accesso al sapere riacquista insomma una centralità rispetto all’animazione culturale sul territorio. Le Biblioteche di Quartiere ora vengono definite “punti decentrati di una rete informativa territoriale al servizio del cittadino con la funzione di promuovere e favorire la fruizione del libro, del materiale documentario in genere, e di servizi informativi vari” (AC, 56), per garantire al maggior numero di cittadini l’accesso agli strumenti conoscitivi di base.
Non che siano improvvisamente sparite dall’orizzonte le attività culturali, ma vengono ormai inquadrate nell’ambito più generale della programmazione del Consiglio di Circoscrizione, cui è affidato istituzionalmente il compito di promuovere e coordinare le iniziative culturali del territorio e di gestire i laboratori, le sale riunioni e tutte le strutture del Centro civico.
In tutto questo ripensamento pesa una valutazione più realistica sull’efficacia dei servizi culturali e scolastici nel perseguire la democratizzazione della cultura. Si è fatta strada l’opinione che la politicizzazione degli anni Settanta abbia sovraccaricato le biblioteche di compiti e aspettative eccessivi. Ora sembra che le biblioteche, per poter far bene il loro mestiere, debbano essere solo biblioteche, spogliandosi di quel ruolo di interpreti primari della politica culturale dell’Amministrazione Comunale di cui erano state investite all’inizio, ruolo che ora è assunto dal Coordinamento Biblioteche. La riflessione interna34 assegna proprio alla presenza di questo ufficio il merito di aver evitato la frammentazione delle Biblioteche di Quartiere in unità periferiche votate alla marginalità, come di fatto è accaduto in quasi tutte le esperienze di sistemi bibliotecari urbani. Senza un efficace livello di collegamento in effetti è difficile immaginare il percorso di automazione delle procedure e il progetto di schedatura unificata su dimensione provinciale che viene avviato a partire dal 1978 con la Provincia, la Biblioteca Estense Universitaria e l’Università di Modena, così come lo stesso progetto riguardante le biblioteche scolastiche.
Nel corso del tempo l’Ufficio ha anche maturato, a fianco della funzione di servizio centralizzato per le biblioteche decentrate, una propria fisionomia di centro di produzione autonomo di attività culturali, assumendo un ruolo di vera e propria centrale operativa dell’Assessorato alla Cultura. Dal punto di vista operativo, infatti, l’Assessorato in senso stretto non ha una struttura forte, essendo composto sostanzialmente dall’Assessore, dal capo settore con rispettive segretarie, due impiegate amministrative e un usciere. Nato da pochi anni, l’Assessorato dispone di poche risorse, che all’inizio dirotta quasi esclusivamente sulle biblioteche, e comunque su personale da impiegare nei servizi esterni. In realtà sono da considerarsi parte di questa cabina di regia anche lo staff del Coordinamento Biblioteche e in un certo senso l’Ufficio Cinema, che non dispone di un servizio territoriale in senso stretto (non c’è ancora il Centro Cinema né ci sarà mai il Cinema Emilia, progetto di gestione diretta di una sala da parte dell’Amministrazione Comunale).
Alla vigilia delle elezioni del 1980, che porteranno Mario Del Monte alla guida della nuova giunta e Dino Motta all’Assessorato alla cultura, l’apparato fa il punto sui risultati e gli obiettivi raggiunti dalla sua nascita, appena sette anni prima. La funzione dell’Assessorato – si legge nel consuntivo – si è andata configurando come struttura di direzione e coordinamento amministrativo e culturale attraverso i propri uffici e “i nuclei che si propongono come punti di riferimento esterno per i vari settori di attività: Coordinamento biblioteche, Unità di ricerca didattica dei Musei Civici, Ufficio Cinema” (AC, 30).
Oltre alla necessità di rispondere alla crescita quantitativa dei servizi e alla loro estensione territoriale (a sostegno di questa esigenza vengono portati i positivi dati di partecipazione che meticolosamente l’Assessorato raccoglie ogni anno), una configurazione di questo tipo è funzionale ad alcuni obiettivi, primo fra tutti quello di non chiudere in loro stessi i servizi comunali, ma di aprirli alla collaborazione e all’apporto di altre istituzioni e di altri soggetti. Fra questi, i circoli e le associazioni culturali nei cui confronti l’Assessorato svolge una funzione di sostegno e sollecitazione, con l’erogazione annuale di contributi finanziari per la realizzazione di progetti culturali e la concessione di spazi e strutture civiche (sale di quartiere, attrezzature espositive). In secondo luogo è strumento necessario per promuovere iniziative dal “centro” che per qualità e importanza si collocano in un contesto culturale più generale. Sono gli anni, i primi Ottanta, nei quali il Coordinamento Biblioteche realizza importanti iniziative culturali di interesse cittadino, intessendo relazioni di collaborazione e scambio con altri soggetti autorevoli del mondo della cultura locale e non solo: dal ciclo Capire l’economia alle Letture dei poeti, ai convegni Il sapere come rete di modelli e Walter Benjamin: tempo, storia, linguaggio, alle conferenze su Darwin, sull’archeologia (in collaborazione con chi sta lavorando al rinnovamento dei Musei modenesi), al convegno su Antonio Delfini (1983).
In una sorta di osmosi con l’Assessorato alla Cultura, il Coordinamento Biblioteche produce riflessioni in ordine a problemi generali, che interessano il governo culturale della città intera: “riteniamo che oggi sia facile pensare delle iniziative prestigiose che garantiscano sicuro successo di pubblico; riteniamo assai più complicato raccordare e coordinare il piano dei servizi e delle strutture o l’attività di vari centri culturali cittadini a un piano generale e coordinato delle iniziative” (AC, 56). Questa pare la vera sfida della nuova stagione.
Viene da domandarsi se la priorità dedicata per più di un decennio alla costruzione delle biblioteche vada ricercata in un’intrinseca superiorità assegnata dagli amministratori al medium che la biblioteca rappresenta, il libro, rispetto al museo, al teatro o al cinema. O ancora se il semplice fatto che Modena possieda già un teatro o un museo di tradizione basti a giustificare la scelta di concentrarsi sullo strumento avvertito come più debole. In realtà, già all’inizio dell’itinerario, la città non può dirsi priva di istituzioni bibliotecarie; ma è ingannevole l’uso dello stesso termine, “biblioteca”, per realtà così diverse: la Poletti comunale o l’Universitaria Estense non hanno molto in comune con le nuove biblioteche decentrate. Certo la biblioteca non esiste a prescindere dal libro, e quanto gli amministratori modenesi credano nella diffusione del libro come mezzo per la formazione culturale dei cittadini traspare anche dall’impegno non estemporaneo profuso nell’organizzazione del Festival Nazionale del Libro economico nel corso degli anni Sessanta. Ma per contenere i libri la biblioteca necessita di uno spazio, ed è proprio il ragionamento sull’uso nuovo di questo spazio che produce un salto di qualità rispetto al puro e semplice diritto di accesso di tutti alle pagine stampate.
Il nuovo che si costruisce a Modena e che in un certo senso costituisce il segno identificativo della politica culturale del ventennio preso in considerazione dalla presente ricerca, è precisamente la nascita dell’idea di servizio culturale territoriale, nel senso di servizio pubblico per la diffusione della cultura sul territorio, rivolto a una larga base sociale, risposta ad un bisogno già individuato ma al tempo stesso atto di volontà pedagogica nei confronti della società migliore che si vorrebbe creare. “Il sistema delle biblioteche di quartiere è il perno [di questa politica culturale] giacché la biblioteca di pubblica lettura, per il doppio ruolo, di servizio e di promozione culturale, cui assolve, è lo spazio fisico in cui si concretizzano le linee (diffusione di massa di fatti culturali/elaborazione, produzione di iniziativa culturale) del nostro lavoro” (AC, 2). Così l’Amministrazione stessa rappresenta il proprio operato nella fase matura della sua realizzazione.
Ogni processo di innovazione, come spesso accade, non è determinato tanto da un’invenzione originale, ma da una congiuntura favorevole che permette l’incontro di conoscenze, di possibilità, di volontà, oltre al decisivo apporto delle persone che concretamente agiscono nel campo. La formazione culturale e politica degli amministratori protagonisti di quella stagione, che si sentono investiti di un ruolo che trascende il presente, costituisce in effetti un terreno particolarmente fertile per accogliere il modello di nuova biblioteca che sta emergendo in Italia dal dibattito più illuminato degli addetti ai lavori, e che viene accolto e coniugato con la volontà di costruire un governo del territorio basato sulla partecipazione diretta e democratica di tutti i cittadini. Del resto, se lo schema a rete di biblioteche come centri culturali polivalenti viene percepito come lo strumento più adatto e flessibile per un intervento capillare di animazione culturale del territorio, è anche perché quello schema richiama una struttura molto familiare alla formazione e alla cultura politica degli amministratori, uno schema molto simile a quello dell’intervento sociale e politico sul territorio tradizionalmente adottato dai partititi di massa (le sezioni) ma anche dalle parrocchie (gli oratori). Il presidio del territorio corrisponde all’esigenza di rispondere a richieste di contenuti culturali, ma anche di sollecitare se non creare del tutto quelle richieste nelle più larghe fasce di popolazione che non avvertono ancora quel bisogno, proponendo un sistema di apprendimento diffuso nel quale s’intrecciano scuole, istituzioni e risorse del territorio, con un accento sulla socializzazione del sapere e sulla sua funzione civica. Nelle commissioni di gestione delle biblioteche si parla in realtà assai poco di libri, ma tanto di tutto il resto, si organizzano dibattiti e conferenze, si promuovono indagini conoscitive del territorio, si proiettano film con inevitabile dibattito a seguire, si organizzano spettacoli teatrali.
Il decentramento culturale trova dunque nelle biblioteche e nei quartieri non solo la sua organizzazione spaziale e operativa, ma anche la sua forma teorica e politica, segno fondamentale delle scelte culturali dell’ente pubblico negli anni Settanta. Il suo miglior prodotto è l’espansione reale dei consumi e degli interessi culturali della città, tra cui in particolare il teatro e il cinema.
Agli inizi degli anni Settanta il Teatro Comunale punta allo sviluppo del decentramento degli spettacoli di prosa e musica nei quartieri e nelle scuole con una politica dei prezzi coerente ricca di facilitazioni per fasce specifiche di pubblico, in primo luogo gli studenti. Il decentramento teatrale nasce nell’ambito dello sviluppo delle strutture della partecipazione democratica dell’ente locale (consigli di quartiere, commissioni biblioteca, comitati di gestione delle scuole) con l’obiettivo di accostare un pubblico nuovo all’esperienza teatrale e di allargare le fasce sociali potenzialmente interessate.
La programmazione degli spettacoli, caratterizzata dal rifiuto degli spettacoli di più evidente carattere commerciale ed evasivo e da una politica dei prezzi particolarmente incentivante, è affidata al Teatro Comunale con la collaborazione attiva delle biblioteche e dei Quartieri che gestiscono l’attività di promozione e organizzazione del pubblico, promuovono dibattiti al termine delle rappresentazioni, e organizzano assemblee aperte dei cittadini di programmazione partecipata.
Nella stagione 1971/72, per fare un solo esempio, si realizzano 33 spettacoli decentrati con una media di 160 presenze a spettacolo. Nei programmi vengono inclusi alcuni appuntamenti del cartellone del Teatro Comunale per offrire al pubblico anche spettacoli che, per dimensioni e oneri, non potrebbero essere decentrati: ma è anche un modo per contribuire a far crescere e a rinnovare il pubblico del Teatro Comunale.
Ma dopo cinque anni di esperienza la situazione non viene più percepita come soddisfacente dagli operatori stessi, come mette in luce il dibattito aperto nelle Commissioni Biblioteca, da cui emerge il timore che una polverizzazione dell’attività teatrale e cinematografica in un tessuto urbano in fondo ristretto come quello della città di Modena rischi soltanto di portare alla dispersione del pubblico e a una certa disorganicità delle proposte. Sorge l’esigenza di individuare nuovi spazi qualificati di attività teatrale, con sedi relativamente stabili nelle quali sia facilitata una programmazione più organica, che arricchisca quella del Teatro ma resti integrata ad essa.
Possiamo interpretare questa fase come una crisi di crescita, una ricerca di maggiore qualità di una proposta che, da “generica promozione culturale” (AC, 42) spezzettata in modo omogeneo e distribuita in ogni singolo quartiere, può diventare una rete di proposte articolate, certamente decentrata sul territorio, ma ciascuna di richiamo e rilievo cittadino. Si propone di concentrare singoli generi in alcuni poli: il teatro di prosa presso la Polisportiva Modena Est, il teatro ragazzi nella sala delle scuole Carducci, le attività legate alla cultura musicale in diverse sedi del quartiere Crocetta, il cinema nei quartieri San Damaso, Quattro Ville, Modena Est e nella sala dell’Istituto Jacopo Barozzi.
Si intensifica contemporaneamente l’impegno sulle manifestazioni estive, che da occasionale intrattenimento di bassa stagione diventano un appuntamento di primo piano delle attività teatrali, sotto il titolo di Teatro in piazza; anche queste organizzate in stretta collaborazione con le Biblioteche di Quartiere, oltre che con le associazioni ricreative e culturali del territorio. Nell’estate dell’anno 1978 si realizzano circa settanta iniziative in sedici sedi diverse della città, centrali e periferiche.
Scelta decisiva per gli sviluppi dell’attività è quella di investire sulle risorse interne, offrendo a chi si occupa del decentramento teatrale l’opportunità di un percorso formativo professionale di alto livello, creando un capitale umano e professionale che si deposita nel tempo. Dopo anni di lavoro orientato alla creazione di un pubblico teatrale nuovo, vengono mature le condizioni per la nascita, nel 1982, di un Centro permanente di ricerca e documentazione teatrale. Il Centro Teatrale San Geminiano nasce con lo scopo di promuovere e sviluppare l’attività formativa e di spettacolo attraverso seminari, laboratori, corsi, conferenze e dibattiti, e per fornire possibilità produttive concrete e formazione di qualità ai giovani gruppi teatrali, promuovendo anche la produzione di spettacoli da parte di gruppi ospiti. Con le sue proposte di teatro di ricerca, che si rivolgono ad un’utenza prevalentemente giovane, il San Geminiano costituirà un’esperienza esemplare riconosciuta a livello internazionale.
Altrettanto originale e promettente si presenta, a partire dai primi anni Settanta, la decisione di intervenire in modo non occasionale sul terreno della cinematografia. Attività che grazie a una scelta immediatamente di alta qualità assume rapidamente dimensioni significative fino a diventare una delle esperienze di punta in Italia sotto l’aspetto della continuità e organicità, oltre che della quantità di offerte. Si tratta di una vera e propria svolta in un settore culturale che non aveva registrato significativi interventi dell’ente pubblico nei decenni precedenti, se si escludono alcune esperienze, mutuate da analoghe iniziative bolognesi, con cicli cinematografici domenicali per ragazzi al cinema Astra o al Teatro Storchi. Quando nel 1971 l’Amministrazione nomina una Commissione consultiva per il cinema e le attività audiovisive di fatto riconosce e affronta un vuoto che ritiene sia necessario riempire quanto prima.
Il programma che la Commissione elabora prevede diversi interventi, dal cinema d’essai al cinema per ragazzi, dal cinema per le scuole alla proposta di cinema estivo. I referenti principali individuati sono: un gestore di una sala cinematografica (il Cavour), le Commissioni biblioteca per decentrare l’attività (soprattutto quella rivolta a i ragazzi) e per collaborare nell’aggiornamento delle segnalazioni cinematografiche; i Consigli Scuola-città, i Consigli scolastici e la Commissione comunale di gestione della scuola a tempo pieno per proporre nelle scuole materne ed elementari proiezioni o piccole sperimentazioni produttive con la cinepresa a opera dei ragazzi; il circolo dell’Azienda municipale per concordare l’uso dell’area per un cinema estivo.
L’obiettivo ambizioso, per usare le parole di allora, è quello di “rendere possibile la formazione di unità di base capaci di appropriarsi criticamente degli strumenti della comunicazione e di autogestire la propria informazione” (AC, 16), di favorire attivamente tutto ciò che può rendere gli uomini più consci e critici nei confronti del mondo, un mondo in cui l’influenza dei mezzi di comunicazione di massa è tanto forte quanto sottovalutata.
Dopo i primi due anni di attività promozionale, il decollo di un organico intervento pubblico nel settore cinema coincide con la nascita dell’Assessorato alla Cultura, nel 1973, quando si unificano le attività teatrali e cinematografiche, fino ad allora divise e squilibrate a vantaggio del teatro, attraverso un regolamento che prevede un’unica commissione di gestione, lo stesso personale, lo stesso bilancio.
La nuova Commissione consiliare Cinema Teatro Audiovisivi (Cta) esprime nella composizione e nella sua stessa denominazione il concetto dell’unità dei vari momenti dello spettacolo, in una visione globale di politica culturale che si propone di promuovere e conquistare per tutti i cittadini l’accesso reale ai beni della cultura e di individuare interlocutori nuovi nel mondo del lavoro e della scuola, sempre in collaborazione con i Quartieri e le biblioteche. Determinante fin dall’inizio, per un’attività cinematografica che si vuole configurare come permanente e non occasionale, è anche l’attivazione di un’arena estiva nell’area del circolo dell’Azienda municipale, dotata di ben 1.500 posti e in grado di offrire proiezioni quotidianamente alternate nell’arco di tre mesi, una formula che fin dalla sua prima edizione riscuote un grande successo di pubblico.
La programmazione fin dall’inizio è differenziata per platee differenti: bambini (alla domenica mattina al cinema Scala e Settebello), studenti, anziani (in collaborazione con il quartiere Centro storico presso la Sala di Cultura, o proiezioni presso la Casa Albergo di via Cialdini), dal pubblico generico a quello più impegnato, e si svolge con la partecipazione e la collaborazione di Arci, Acli, Cineforum, coinvolgendo le strutture partecipative dei Quartieri, delle biblioteche e della scuola. La scuola è un interlocutore privilegiato: oltre ad un servizio di programmazione che conta numerose proiezioni all’anno in tutti gli ordini di scuola, si realizzano corsi per insegnanti, e importanti iniziative come la rassegna dei cinegiornali Luce (1973 e 1974) presso l’Aula Magna dell’Istituto Barozzi, o il ciclo Europa resiste, in occasione del trentennale della Resistenza (1974), e ancora i documentari e le conferenze di Fascismo oggi organizzati assieme alle biblioteche.
Ma è nel progetto pluriennale di un Corso di storia del cinema che meglio si esprime l’impegno a promuovere le condizioni per la diffusione di una cultura cinematografica dalle basi culturalmente solide e durature. Promotore e principale ideatore Adelio Ferreo, studioso e docente di Storia del cinema all’Università di Bologna, il progetto si snoda nell’arco di quattro anni, a partire dal 1974: ogni ciclo si articola in 60 lezioni affidate ai più qualificati esperti di cinema, con 250/300 proiezioni e dibattiti.
Mostre, rassegne, convegni di studio e ricerca, accompagnati dalla pubblicazione di materiale critico e di documentazione35 affiancano un’attività permanente di programmazione cinematografica che trae ispirazione da un’idea di cinema come sintesi tra diverse discipline culturali. Le rassegne, frutto di ricerche approfondite, accompagnate sempre da occasioni di approfondimento, rappresentano un momento qualificato di produzione culturale che colloca il pubblico modenese oltre il perimetro della piccola città di provincia. Sviluppano due principali filoni: far conoscere autori del cinema scelti per la loro opera e il loro contributo culturale (Visconti, Ivens, Welles, Straub; Eisenstein, Olmi, Dreyer); indagare fatti storici particolarmente significativi in modo interdisciplinare (Tradizione e innovazione nel cinema degli autori emiliano-romagnoli, Il cinema nella Repubblica di Weimar, Il cinema francese, Dal surrealismo alle avanguardie storiche).
Il ritmo di crescita è veloce. Già nel 1975 le risorse messe a bilancio dal Comune di Modena per il cinema, trentacinque milioni di lire, sono tra le più alte tra quelle dedicate al settore degli enti locali di tutta Italia; la risposta degli utenti è più che confortante: dalle 20.000 presenze del 1973 si passa alle oltre 60.000 nel 1979, distribuite in una pluralità di appuntamenti: 306 proiezioni in 84 scuole, 59 proiezioni e 5 conferenze in rassegne, altrettante proiezioni e 30 conferenze nei corsi e convegni, 57 proiezioni nei quartieri e 80 al Supercinema Estivo.
Diverse sono le componenti di un risultato così rilevante: sicuramente la qualità degli interventi, assicurati da rapporti stretti con l’Università di Bologna e con intellettuali ed esperti qualificati, ma anche l’interesse evidentemente latente di un pubblico che aderisce con slancio e sostiene fin dall’inizio le iniziative e che certo gratifica gli amministratori e convalida la loro scelta. E’ questo successo così pronto a suggerire di fare un passo in più per il consolidamento della proposta da rete di iniziative a spazio istituzionalizzato e permanente. Nel 1976 si lavora così a un progetto di acquisizione parziale di Palazzo Solmi, dal cui restauro si spera di ricavare un importante spazio per la gestione diretta di una sala cinematografica di prima visione, già battezzata Cinema Emilia, e possibili sedi per i circoli cinematografici. Il fallimento del progetto è una delle cause che fanno maturare, agli inizi degli anni ’80, la ricerca di uno stile diverso di intervento, virato sopratutto sul coinvolgimento dei gestori privati e delle Associazioni e Circoli cittadini.
La gestione dell’offerta di cinema come servizio culturale, quindi, passa di mano, dal pubblico all’associazionismo. A partire dal 1979 la stagione estiva, compresa la programmazione del Cinema Estivo, è affidata alla gestione unitaria delle associazioni culturali che prendono in carico dalle mani del pubblico, che l’ha individuata e soddisfatta per primo, una proposta culturale a cui la città non vuole rinunciare. Nello stesso tempo alcune sale cittadine, assieme alle associazioni e ai circoli, sono coinvolte in un progetto di circuito cinematografico territoriale coordinato dal Comune, favorito dalla nuova normativa in materia di attività di promozione cinematografica, per far fronte alla crisi generale che investe il settore 36.
Dopo una prima fase di sperimentazione, nasce dunque nel 1981 il Circuito Cinema con l’intento di potenziare un circuito d’essai e di qualità a programmazione continuativa con il coinvolgimento di soggetti pubblici e privati, di valorizzare i Circoli del cinema (Cineforum Acli, Cinit, Cabassi, Mongolfiera, Ombre rosse) e le associazioni culturali della città (Acsi, Aics, Arci, Enars-Acli, Endas), che riserva all’ente pubblico un ruolo di coordinamento e di promozione. Il Circuito si struttura su due sale, il Cinema Cavour (dedicato a rassegne sulla storia del cinema e retrospettive, gestito da circoli del cinema e associazioni culturali cittadine) e il Cinema Embassy (trasformato in sala di prima visione per film fuori circuito con una programmazione collettiva a cura dei partecipanti al progetto), oltre al Supercinema Estivo affidato alla gestione unitaria delle associazioni del tempo libero. Nel 1982 viene inserita nel Circuito un’altra sala, il Nuovo Scala (dedicata alla seconda visione di qualità e a rassegne) che rappresenta la seconda esperienza, dopo il Supercinema Estivo, di gestione diretta da parte dell’associazionismo.
Intanto l’Ufficio Cinema propone nel 1980 la costituzione di un Centro cinema audiovisivi quale approdo dell’esperienza fin lì maturata e punto di partenza per sperimentare nuove strade di intervento culturale, nella consapevolezza delle rapide trasformazioni del settore in generale, anche per quanto riguarda il consumo di immagini, e della situazione locale in particolare. La svolta ora è chiaramente ammessa e anzi sottolineata: l’ente pubblico deve ritirarsi dal ruolo di gestore in prima persona per assumere il ruolo che più gli compete, quello di governo. Alla futura struttura operativa, che dovrebbe articolarsi in biblioteca, fototeca, nastroteca, saletta proiezioni, si assegna il compito di sostenere e favorire la partecipazione dei vari soggetti e aggregazioni (scuola, associazionismo, biblioteche, gestori privati) interessati al cinema, con “funzioni formative, promozionali, stimolatrici, integrative e non sostitutive delle iniziative culturali che sorgono nel territorio nell’ambito della scuola e della società civile” (AC, 28) in modo analogo – si legge nei documenti programmatici – al ruolo che svolge in altro ambito il Coordinamento Biblioteche.
E’ la formulazione esplicita di una nuova linea di intervento che non parte più dalle esigenze di un settore specifico ma discende da una riflessione più generale sulla politica dell’ente; anche se, per quanto riguarda il cinema, forse influisce il fatto che questo sia un settore – nel campo della cultura – nel quale il rischio di concorrenza tra l’intervento pubblico comunale e la società civile si manifesta con maggiore forza rispetto ad altri.
Nel 1981 il Centro Cinema Audiovisivi, servizio per la scuola e la città di nastroteca e cineteca, apre provvisoriamente presso alcuni locali dell’edificio dell’ex Patronato Figli del Popolo, l’attuale Palazzo Margherita, parzialmente ristrutturato, presto raggiunto anche dall’Ufficio Cinema che trasloca dai locali del Teatro Comunale, riunendo così un gruppo di lavoro che conta in tutto sei persone. Il distacco dal Teatro e la nuova sede poco adeguata, dove si presentano ben presto problemi logistici e di sicurezza, creano serie difficoltà operative alla struttura, che si ripercuotono nei rapporti interni fra Ufficio e Assessorato.
Pur fra diverse difficoltà il lavoro si muove su due fronti: il Circuito cinema e il servizio di documentazione, in funzione della costituzione di un Centro Documentazione e produzione audiovisiva che dovrebbe sorgere nei locali recuperati del Palazzo Santa Chiara. Si avvia la produzione e l’acquisto di materiale audiovisivo, si impostano nuove proposte alle scuole, si pensa come formalizzare il rapporto con gli altri soggetti interessati (Associazioni culturali, ma anche Università, Provincia, Provveditorato) ma la mancanza “di spazi, di attrezzature, di personale” ne rallentano la costituzione, se ancora nel 1985 è descritto come “un piccolo centro specializzato dotato di volumi, riviste, materiale vario, raccolte di recensioni da quotidiani, listini di case di distribuzione, fotografie ecc.” (AC, 101)37.
Per ora il piccolo centro, a causa dell’inizio dei lavori di recupero del Palazzo Margherita, deve accontentarsi degli uffici al secondo piano del Direzionale Cesare Costa, dove nel 1984 l’Assessorato alla Cultura ha trovato la sua nuova sede, portando con sé anche il Coordinamento Biblioteche e il Servizio Cinema e Audiovisivi, le due nuove creature nate e cresciute, assieme all’Assessorato stesso, nel corso degli anni Settanta.


1985: consuntivo di una stagione
La cultura, intesa in tutti gli aspetti delineati nei capitoli precedenti, che l’amministrazione modenese costruisce dagli ultimi anni Cinquanta in poi continua a essere il centro della strategia politica del Comune sino alla metà degli anni Ottanta, esattamente come l’idea che questa cultura debba essere popolare, disponibile per tutti, frutto di una crescita individuale e sociale e motore di un aumento della partecipazione. Tuttavia, sul finire degli anni Settanta la realtà nazionale e la situazione sociale modenese obbligano gli amministratori comunali a prendere atto che il precedente modello di sviluppo non è più sostenibile ed i primi anni Ottanta determinano la necessità di adottare provvedimenti sempre più drastici di restrizione in tutti i settori d’intervento del Comune.
Questa riflessione e quelle che seguiranno non devono, però, mettere in secondo piano l’importanza dell’azione svolta dalle amministrazioni comunali nel campo della cultura tra il 1965 ed il 1985.
La definizione di uno specifico ambito d’intervento culturale negli anni Cinquanta e Sessanta costituisce il grande merito di una classe dirigente di maestri (tali erano Triva e Famigli), che identifica nella crescita culturale dei cittadini lo sviluppo naturale dell’opera di alfabetizzazione e di scolarizzazione delle masse promossa nel secondo dopoguerra, facendo del Comune uno dei maggiori protagonisti della trasformazione della società modenese che si verifica proprio in quegli anni.
Con la creazione dell’Assessorato alla Cultura, il Comune di Modena interviene direttamente nell’organizzazione del sistema culturale modenese, ritagliandosi spazi sempre più consistenti per influire sulle modalità di diffusione delle immagini della società. Il Municipio promuove la rivitalizzazione delle istituzioni culturali tradizionali, incentiva la nascita di nuove realtà culturali (biblioteche e circuito cinema su tutte) perseguendo, negli anni, una sistematica azione d’organizzazione e di coordinamento delle attività proposte soprattutto con la scuola.
Il Comune estende e potenzia i suoi servizi culturali anche grazie allo sviluppo della partecipazione tramite il decentramento culturale nel corso degli anni Settanta, sostenendo l’aumento della domanda di cultura, individuale o legata a gruppi, associazioni e circoli culturali, verificatosi a causa del dilatarsi del tempo libero e del miglioramento della qualità della vita; inoltre promuove la realizzazione di specifiche iniziative culturali e il recupero e la riqualificazione del patrimonio storico – monumentale della città. Infine cura la crescita culturale e professionale del personale impiegato nelle istituzioni culturali, aprendo il dibattito cittadino a competenze esterne e qualificate, capaci di orientare in modo nuovo e stimolante lo sviluppo delle strategie culturali dell’Amministrazione.
I primi anni Ottanta propongono nuovi problemi legati all’aumento della partecipazione, alla necessità di riqualificare gli interventi nel settore della cultura, anche grazie ai risultati della sistematica analisi del campo culturale cittadino che evidenzia la ricchezza e la diversificazione dei soggetti culturali attivi sul territorio comunale, rispetto ai quali il Municipio si propone come garante del coordinamento e della qualificazione delle attività e come punto di riferimento e confronto per la scuola e per l’intera società modenese.
All’Amministrazione viene chiesto di farsi carico del problema della carenza di strutture per lo svolgimento di attività culturali38, problema che non riguarda solamente le associazioni e i circoli culturali ma l’Ente stesso39.
L’Assessore alla Cultura Dino Motta predispone nella primavera del 1983 un piano di lavoro realistico e articolato che evidenzia la grande importanza che l’Amministrazione assegna ancora all’attività culturale, una programmazione che Motta riesce a guidare in prima persona solamente sino al 1984.
L’Assessore nel presentare i suoi progetti ribadisce la centralità del progetto democratico e pluralistico della politica culturale dell’Amministrazione, ma non nasconde le difficoltà che si vanno delineando: “Si tratta di salvaguardare la spesa e quindi la capacità d’intervento culturale da parte dell’Ente locale, evidenziandone non solo le finalità e l’utilità sociale, ma sottolineando gli effetti positivi che può produrre sullo sviluppo economico e produttivo e sull’occupazione, in particolare quella giovanile e intellettuale. La cultura quindi come risorsa […]. Negli ultimi tre anni si è garantito, pur nelle difficoltà generali cui sono costretti i Comuni sul piano finanziario, un trend di incremento della spesa che ha consentito di recuperare un “ritardo” rispetto ad altre città della regione, di qualificare ed attuare scelte di riequilibrio tra settore e settore ed anche riconversioni. Pur in un quadro di accresciuta difficoltà, ma anche per l’emergere di esigenze e nuovi bisogni nella città, vi è la necessità oggi di salvaguardare tali livelli di spesa” (AC, 117).
Di fronte a una generalizzata restrizione delle risorse, la cultura gode ancora di una particolare attenzione in sede di bilancio, tuttavia il panorama complessivo induce a riqualificazioni e riconversioni, a scelte negli investimenti che preludono a difficoltà ben più consistenti per il futuro.
Le difficoltà nelle quali si dibattono gli amministratori modenesi dei primi anni Ottanta non sono ovviamente da imputare alla loro conduzione del Comune, hanno radici profonde e cause complesse che vanno ricercate nelle scelte del passato anche oltre gli stretti confini del Comune e della Regione.
Dai primi anni Sessanta in poi la città e la società modenese entrano in una fase di profonda trasformazione, in buona parte prodotta dalla politica dell’Amministrazione comunale, che assume aspetti quantitativi di ampia rilevanza e induce modificazioni qualitative senza precedenti per un numero di cittadini sempre più consistente. Nel 1959 Modena aveva poco più di 130.000 abitanti, nel 1979 il loro numero è aumentato a 180.428, diventa la seconda città dell’Emilia-Romagna facendo registrare un incremento tra i più alti d’Italia, frutto in gran parte dell’immigrazione interna; nel territorio comunale il centro storico e le frazioni perdono popolazione a vantaggio della periferia immediatamente esterna al centro, in particolare nelle zone d’espansione urbana previste dai piani regolatori.
Il patrimonio abitativo è notevolmente aumentato e migliorato, il numero delle stanze è quasi raddoppiato dalle 124.729 del 1959, alle 243.301 del 1977, un numero sempre maggiore di cittadini acquisisce la proprietà dell’abitazione: se nel 1951 era il 14% dei modenesi a possedere la casa d’abitazione, nel 1978 questa percentuale è salita al 42%.
Nel 1958 Modena occupava il 23° posto nella graduatoria del reddito pro capite prodotto dalle provincie italiane, nel 1978 è seconda, dopo Milano. Modena, infine, nel 1979 registra il più alto tasso d’attività lavorativa d’Italia (il 44,2% rispetto al 38,8% della media nazionale), con un elevato numero di donne al lavoro (il 33,9% rispetto al 24,5% nazionale), anche grazie alla grande diffusione dei servizi sociali, culturali, sportivi e per il tempo libero frutto del decisivo impegno pubblico e dell’azione di associazioni e privati che integrano l’azione comunale. La distribuzione del reddito si è evoluta in modo positivo: il reddito familiare medio che nel 1969 ammontava a lire 5.838.000, nel 1978 è di lire 8.205.000. Sono diminuite le famiglie con reddito basso (il 38,9% nel 1969 contro il 27,6% nel 1978) ed aumentate quelle con reddito superiore ai 10 milioni di lire (dal 10,6% del 1969 al 33,7% del 1978). Il sistema economico modenese e del comprensorio è cresciuto in modo da assorbire una disoccupazione tradizionalmente molto diffusa sul territorio comunale; agricoltura, piccola e media industria, artigianato e commercio sono in forte crescita, gli indicatori della scolarizzazione in continuo progresso sia quantitativamente che qualitativamente.
L’evoluzione che queste scarne cifre indicano ha provocato profondi cambiamenti dal punto di vista sociale e culturale, tanto nel modo quotidiano di vivere quanto nella mentalità dell’intera collettività, le cui conseguenze già si profilano all’orizzonte delle rilevazioni statistiche dell’Amministrazione. Dal 1979, per la prima volta dal secondo dopoguerra, il Comune di Modena registra una diminuzione degli abitanti, infatti il tasso di natalità che ha toccato nel 1964 il suo apice (15,8%) è progressivamente sceso al 7,9% nel 1979, mentre il tasso di mortalità e il saldo migratorio si sono mantenuti sostanzialmente invariati. Dal 1977 Modena registra un saldo naturale negativo che aumenterà con il trascorrere degli anni, proponendo la facile previsione di una società in cui si riduce il numero di bambini e ragazzi e aumenta quello delle persone anziane (diminuiranno perciò le persone in età lavorativa e aumenteranno quelle in pensione o con indici di attività nettamente minori).
La dimensione media delle famiglie modenesi si è ridotta dai 3,64 componenti del 1964 ai 2,59 del 1979, alimentando una continua richiesta di alloggi alla quale l’iniziativa comunale tenta di rispondere allargando il bacino d’intervento e coinvolgendo l’iniziativa privata.
Nella seconda metà degli anni Settanta, quindi, la domanda di servizi che arriva dalla società si è di molto modificata, la riforma tributaria toglie agli enti locali la tradizionale autonomia impositiva, prefigurando un meccanismo di redistribuzione delle risorse erariali nettamente svantaggioso e gli esiti dello sviluppo economico precedente inducono il Comune a prendere atto della necessità di modificare le strategie sin qui usate, per evitare il collasso dei bilanci e l’involuzione politica.
La generale crisi economica legata alla dipendenza dell’economia nazionale dal petrolio e la conseguente inflazione hanno determinato un aumento sensibile del costo della vita, mentre la scuola di massa ha prodotto evidenti fenomeni di disoccupazione e sottoccupazione dei giovani a elevata scolarizzazione che, ritardando il loro ingresso nel mondo del lavoro, gravano sui bilanci familiari per un maggior numero di anni. La crisi della partecipazione e dell’impegno sociale, lo sviluppo di atteggiamenti consumistici e di una domanda sempre più individuale, la diffusione del consumo delle droghe tra i giovani completano un preoccupante panorama di mutamento sociale che incide direttamente sulla rappresentatività e la capacità di collegamento con le esigenze dei cittadini che gli amministratori modenesi, a causa anche di un notevole mutamento generazionale e culturale della classe dirigente, rilevano con forte preoccupazione e faticano a fronteggiare.
Nonostante il tentativo messo in atto dall’Amministrazione di ridurre il deficit di bilancio sin dal 1975, il preventivo del Comune di Modena per l’esercizio 1977 si presenta in passivo per 18.695.000 di lire, mentre il disavanzo dell’anno precedente ammonta a lire 11.215.000 (SD, 78). Con queste cifre la situazione di bilancio non appare più facilmente sostenibile e, se non si interviene in tempo, il sempre più consistente aumento del debito potrebbe bloccare l’operatività del sistema comunale. Continuare a pensare nei termini di una programmazione possibile, in ogni caso, diventa sempre più difficile.
Un primo intervento messo in atto per evitare un eccessivo indebitamento si configura come un tentativo di razionalizzare spese e interventi, al fine di contenere entro limiti accettabili l’ammontare del debito, pur salvaguardando la funzionalità dell’esistente, la qualità della vita raggiunta e le modalità della partecipazione popolare. Tra disavanzo finanziario e disavanzo politico, intendendo con quest’ultima espressione la scelta di ignorare le domande della collettività, le amministrazioni modenesi scelgono di aumentare il primo, finché è possibile.
Per ottenere dei risultati tangibili si deve riqualificare l’intervento comunale nel sociale, razionalizzare l’impegno finanziario, rivedere la struttura degli uffici e l’uso del personale, insomma adottare un nuovo lessico e una nuova prospettiva d’azione, incentrata sulla necessità di non impegnare l’Amministrazione locale in spese insostenibili. Questa riflessione riguarda anche i settori dell’istruzione, della cultura, dello sport e del tempo libero che hanno costantemente visto aumentare le loro spese nell’ultimo quinquennio.
In particolare l’intervento pubblico non può più assolvere da solo alle molteplici funzioni svolte in precedenza, il Comune deve continuare a definire e controllare la qualità dei servizi demandando però ad altri soggetti presenti nella società la realizzazione pratica degli interventi nei diversi campi d’azione.
Si tratta di gestire il passaggio da un sistema pubblico di gestione dei servizi sociali a un sistema misto (con il non pubblico e il privato) pieno d’incertezze e di problemi, ma capace, almeno negli intenti, di mantenere invariati i ritmi di crescita della società, spingendola a definire una nuova forma di organizzazione della partecipazione e della gestione sociale.
Le forze alla guida del Comune vorrebbero mantenere inalterata la capacità d’intervento pubblico, tuttavia il Comune non solo fatica ad affrontare le questioni sociali locali, ma deve prendere atto dell’incapacità di modificare sensibilmente le scelte di politica nazionale. Senza una collaborazione concreta con gli organi del Governo, l’amministrazione comunale può riuscire ad attutire, ma non a risolvere i grandi problemi legati alla diffusione e allo sviluppo dei servizi sociali.
Trascorso il breve periodo dei governi di solidarietà nazionale, tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano si ricrea un equilibrio politico di centrosinistra a tutto danno del Partito Comunista Italiano, che viene nuovamente relegato all’opposizione. Il definirsi di quest’alleanza di governo si riflette in termini negativi anche nella realtà modenese, tra la fine degli anni Settanta ed il 1982, quando i socialisti abbandonano la prima giunta Del Monte schierandosi all’opposizione.
L’erosione dell’alleanza tra i partiti di sinistra al governo del Comune coinvolge direttamente anche le scelte di politica culturale e si delinea dal 1979 (con un documento a cura della Commissione cultura del partito socialista in cui la sollecitazione ad abbandonare la politica d’espansione dell’intervento culturale del Municipio si accompagna ad accenti esplicitamente critici verso alcuni aspetti della politica culturale del Comune), passa attraverso la crisi di Giunta del 1982 e determina la sostituzione dell’Assessore alla Cultura, nel 1984, dopo una lunga polemica pubblica. Tuttavia, più che le diatribe politiche (più o meno strumentali), sono le drammatiche condizioni della finanza statale a colorare di cupe tinte il futuro della politica culturale modenese e dell’intera visione politica e sociale che ha, sin qui, caratterizzato l’esperienza dell’Amministrazione comunale del secondo dopoguerra.
L’impressionante debito pubblico che prosciuga le esauste finanze statali divora le risorse trasferite agli Enti locali, inducendo una costante riduzione delle attività sociali delle amministrazioni che non riescono a rispondere neppure alla necessità di controllare il continuo aumento della spesa per il mantenimento della burocrazia comunale stessa40.
La crisi di metà anni Ottanta manifesta contorni inediti e preoccupanti per gli amministratori modenesi (non solo per loro, in realtà). Non si tratta più della necessità di ridiscutere gli obiettivi di sviluppo o di guidare una trasformazione in atto, ma di definire delle priorità nella necessità di diminuire la quantità degli interventi nei diversi settori dell’Amministrazione. E in questi frangenti difficilmente l’impegno culturale riesce a mantenere un trattamento di favore.

dettagli
  • Autore: Daniela Betti, Cesare Malagoli e Paola Romagnoli
note

1 La documentazione consultata è conservata presso l’Archivio del Comune di Modena (ASCMO). Le citazioni dei documenti nel testo utilizzano le seguenti abbreviazioni, seguite dal numero della busta; nel caso delle delibere, segue l’anno e il numero dell’oggetto: AC (ASCMO, Atti di amministrazione generale, Fondo Assessorato Cultura), AG (ASCMO, Atti di amministrazione generale), CCA (ASCMO, Atti del Consiglio comunale di Modena), CCD (ASCMO, Serie delle Deliberazioni del Consiglio comunale di Modena), DI (ASCMO, Atti di amministrazione generale, Fondo Dipartimento Istruzione), GS (ASCMO, Atti di amministrazione generale, Fondo Gabinetto del Sindaco), SD (ASCMO, Atti di amministrazione generale, Servizio Decentramento).

2 Gli autori desiderano ringraziare Carlo Artioli, Aldo Borsari, Carla Costantini, Annamaria Croce, William Garagnani, Giampiero Palmieri, Luca Righetti, Mario Scianti e Nicoletta Vaccari. Un ringraziamento per la grande disponibilità e collaborazione dimostrata nel corso della ricerca va a tutto il personale degli archivi del Comune, ed in particolare a Felice Molinaro, Letizia Pinasi ed Ettore Tondo dell’archivio di Deposito.

3 Al momento della sua costituzione l’Ater riunisce i teatri di Modena, Carpi, Cento, Budrio, Ferrara, Reggio Emilia, Mirandola e Guastalla.

4 Il nuovo Regolamento è approvato nel 1963 e prevede la nomina di un Direttore per ogni istituto culturale, avviando una procedura per le nomine che giunge a compimento nel 1965.

5 Il Comitato Direttivo, presieduto dal sindaco o da un suo delegato, si prevede composto da 5 consiglieri (2 dei quali scelti tra i gruppi di minoranza), 9 esperti nominati dal Consiglio, il Segretario Generale e il Ragioniere Capo. Al suo interno il Comitato elegge un Comitato Esecutivo composto da 5 membri, il Segretario e il Caporipartizione Istruzione e Cultura o un funzionario delegato

6 Dal 1° luglio 1965 tutte le spese che prima figuravano nel bilancio del Comune per le varie istituzioni culturali vengono considerate a carico del bilancio degli Istituti culturali comunali.

7 Fanno parte del Comitato esecutivo: il presidente Liliano Famigli, Vanna Barbieri, Franco Vaccari, Sandra Forghieri, Francesco Cavazzuti, Alfredo Mango, Romolo Marri.

8 Per quanto concerne gli incarichi di direzione degli istituti, con delibera del 23 novembre 1965 (CCD, 1965, 761) l’Amministrazione riconferma alla direzione di musei Benedetto Benedetti e Gabriella Guandalini, rispettivamente per il Museo Civico di Preistoria, Archeologia ed Etnologia e il Museo Civico di Arte e Storia Medievale e Moderna; affida a Enrichetta Cecchi Gattolin il riordino della Sezione Arte della Biblioteca Poletti e a Bruno Bigi la sezione libro, aGiorgio Boccolari l’incarico della direzione del Museo del Risorgimento e a Oscar Goldoni l’incarico per la Direzione della Sala di Cultura, settore mostre.

9 Lo stanziamento previsto nel bilancio comunale per l’esercizio 1965, art. 134, di £. 26.520.000 per la gestione relativa a un semestre, viene ridotto dalla G.P.A. a £. 20.000.000 (provvedimento n. 10251, Div. S del 9 novembre1965). La Commissione Centrale Finanza Locale (da ora C.C.F.L.) in sede di prima approvazione del bilancio, nell’adunanza del 26/04/1966, elimina lo stanziamento giudicando la spesa come nuova spesa facoltativa.

10 Scopo della riunione è quello di esaminare la possibilità di provvedere ad una riduzione degli stanziamenti previsti all’art. 14 (Sala di Cultura, spese per mostre e conferenze) e all’art. 12 (Galleria Campori) al fine di istituire a bilancio per l’attività di un cinema sperimentale e di aumentare lo stanziamento previsto all’art. 15 per il funzionamento delle biblioteche pubbliche.

11 L’opposizione del Consiglio alle decisioni assunte dalla Commissione centrale per la finanza locale era iniziata già nel 1966 quando, in contrasto con le decisioni assunte dalla Commissione, erano state prodotte controdeduzioni – non accolte nel provvedimento definitivo del 17 novembre 1966 – che avevano sostenuto la tesi della obbligatorietà della spesa per gli istituti culturali. La tesi, ampiamente sostenuta anche negli anni successivi, è riferita al funzionamento di istituti comunali, quali Musei, Biblioteche, Pinacoteche e Archivio Storico; ad avvalorarla la citazione dell’art. 91/b n. 2 del T.U.L.C.P. 03/03/1934, n. 383 e la circolare ministeriale n. 15200/9, 38490 del 18/04/1932. Senza contare che, osservando i bilanci degli esercizi precedenti, tali spese erano in gran parte previste all’apposito capitolo “Spese per Musei, Biblioteche e Pinacoteche”.

12 Con deliberazione consiliare n. 950 del 1973 viene definitivamente revocato il Regolamento degli Istituti culturali, riconfermando la competenza nel settore all’Assessorato alla Cultura.

13 Nell’incontro del 21 gennaio 1972 si sottolineava come il patrimonio artistico e culturale dei musei costituisse documento a disposizione della scuola e della cittadinanza. E ancora, nella già citata Relazione dell’Assessore Famigli (CCD, 1972, 434) si legge: “Per quanto riguarda il bilancio dei musei, mi soffermo soltanto su due caratteristiche fondamentali: la tendenza ad assumere iniziative che abbiano soprattutto l’obiettivo di tendere a stabilire contatti con il mondo della scuola da parte dei musei, e assumere iniziative perché il museo esca dal museo con mostre, dibattiti, conferenze, films, ecc. per entrare nei quartieri, per essere decentrato”.

14 A questo proposito, di particolare interesse il Quadro sinottico dello sviluppo delle attività nel quinquennio 1970 del 1975, v. in AC, 1, dove la riflessione sui risultati dell’attività del quinquennio analizza la qualità dell’intervento alla luce dei risultati ottenuti dai singoli istituti nel rapporto con la scuola.

15 Il convegno La didattica del Museo, promosso dall’Amministrazione comunale modenese, si propone come occasione di sintesi delle molteplici esperienze condotte a livello regionale e nazionale. Sull’argomento cfr. i documenti in AC, 11).

16 Particolare interesse riveste in questo momento la riflessione dell’Assessorato sulla questione delle Direzioni museali che, a seguito del processo di ristrutturazione, prevedono nomine tramite concorso pubblico.

17 L’iniziativa si concretizza nel 1981, quando l’Assessorato alla Cultura, in accordo con l’Assessorato ai Lavori Pubblici, decide di avviare un’indagine conoscitiva preliminare al restauro statico e al risanamento igienico del Palazzo dei Musei.

18 Numerosi i materiali preparatori prodotti in occasione dell’incontro, raccolti nella miscellanea conservata presso l’ufficio dell’Assessorato alla Cultura, intitolata Pareri di studiosi ai quali era stato inviato il Progetto per una indagine conoscitiva in preparazione del Convegno: oltre ai contributi dei direttori dei musei, si segnalano in particolare i contributi della sezione modenese e sezione di Roma di Italia Nostra, di Giovanni Romano, Soprintendente aggiunto per i Beni Artistici e Storici del Piemonte, Rossella Ruggeri, Sandra Pinto, Oreste Ferrari dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione, Giuliano Cremonesi dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Pisa, Andrea Carandini, Giovanna Montanari Bermond della Soprintendenza Archeologica dell’Emilia e della Romagna, Emilio Mattioli, Luigi Grassi dell’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Roma, Ernesto Milano della Biblioteca Estense di Modena, Fausto Zevi della Soprintendenza speciale al Museo Preistorico ed Etnografico, Ilva Vaccari del Circolo di cultura politica “G. Matteotti” di Modena, Renato Peroni dell’Istituto di Paletnologia dell’Università di Roma, Giulio Carlo Argan dell’Accademia nazionale dei Lincei, Giorgio Boccolari, Alfondo Garuti del Museo Civico di Carpi, Ranieri Varese del Museo Civico d’Arte Antica di Ferrara, Filippo Valenti dell’Archivio di Stato di Modena, Riccardo Francovich dell’Istituto di Archeologia di Siena, Piero Innocenti, Federico Zeri, Mario Manieri, Alessandro Conti, Armando Petrucci dell’Istituto di Paleografia dell’Università di Roma, Laura Laurencich Minelli dell’Istituto di Antropologia dell’Università di Bologna.

19 Fanno parte della Commissione: Pier Luigi Cervellati, in qualità di coordinatore, Ernesto Milano, Direttore della Biblioteca Estense, Andrea Cardarelli, direttore del Museo Civico Archeologico, Iella Ponzoni, Capo-settore dell’Assessorato alla Cultura, A. Gelli, capo-settore dell’Assessorato ai Lavori Pubblici, Ezio Righi, Capo-settore all’Urbanistica, Franca Stagi e Luciano Guerzoni, Presidente della Fondazione San Carlo. Partecipano ai lavori della Commissione Luigi Balsamo per i problemi attinenti la Biblioteca Estense, e Gilberto Botti, collaboratore tecnico della Commissione.

20 Nata nel 1872 dal lascito dell’architetto modenese, la Biblioteca Poletti è l’unica biblioteca di proprietà comunale. La sua particolare caratteristica di biblioteca specialistica collegata alle raccolte d’arte e la sua stessa collocazione nel complesso del Palazzo dei Musei Civici la accomunano, negli anni che interessano il presente studio, agli altri Istituti culturali più che alle consorelle della rete bibliotecaria cittadina nata all’insegna della “pubblica lettura”.

21 Diventano un caso nazionale la biblioteca, in un locale di nuova concezione progettato da Bruno Zevi, ma ancor più il suo catalogo, edito da Einaudi nel 1969, che propone una scelta politicamente indirizzata in senso democratico e antifascista del patrimonio librario.

22 In un documento di grande rilievo intitolato La biblioteca pubblica in Italia. Compiti istituzionali e principi generali di ordinamento e di funzionamento, l’AIB fra il 1964 e il 1965 lancia il modello di un sistema capillare di biblioteche pubbliche per una cultura diffusa e un aggiornamento culturale di tutti i cittadini.

23 Le richieste di partecipazione al corso, che si terrà a settembre ed è limitato a 30 persone, sono 110.

24 Sulla figura di operatore culturale si catalizzano all’inizio i rapporti problematici fra biblioteca e quartiere, a giudicare dalla puntualizzazioni a opera della Commissione sulle caratteristiche che questi dovrebbero avere (buona preparazione culturale moderna e aperta alla più viva problematica sociale, preferibilmente residenza a Modena e impegno alla stabilità) e sul fatto che la Commissione rivendica il diritto di scelta prima a esclusiva opera dei quartieri. Anche il neonato Ibc nel 1973 organizzerà corsi per operatori culturali prima intersettoriali, poi dal 1975, suddivisi per specializzazioni.

25 Date di inaugurazione e prime sedi delle biblioteche di quartiere: 6 marzo 1966, Biblioteca di San Damaso, via Vignolese 1273; 27 maggio 1970, Biblioteca del quartiere Crocetta, via del Lancillotto 10; giugno 1970, Biblioteca del quartiere Buon Pastore, angolo via del Domenichino; giugno 1970, Biblioteca del quartiere Sant’Agnese, via Vignolese 277; 14 novembre 1970, Biblioteca Civica Centrale, corso Canalgrande 81; 5 dicembre 1971, Biblioteca del quartiere Modena Est, piazza Liberazione; 29 Gennaio 1972, Biblioteca del quartiere San Cataldo, via Cialdini 4; 18 gennaio 1972, Biblioteca del quartiere Madonnina, via Marco Polo 40, 21 Aprile 1972, Biblioteca del quartiere San Lazzaro, via Emilia Est 291/c, palazzo Clodio; 23 Aprile 1972, Biblioteca del quartiere Saliceta San Giuliano, via del Sagittario 1; ottobre 1973, Biblioteca del quartiere San Faustino; ottobre 1973, Biblioteca del quartiere Quattro Ville.

26 Le biblioteche assorbono quasi completamente, almeno fino agli inizi degli anni Ottanta, le risorse messe a disposizione nel Bilancio comunale alla rubrica 12) Musei e Biblioteche.

27 Vengono segnalati 16 diversi gruppi di interesse, sulla musica e teatro, sul cinema, sulla condizione della donna, sullo sport, sulle radio locali, sui problemi dei giovani.

28 Nel giugno 1977 l’Amministrazione comunale organizza un seminario sulla gestione sociale e ancora nel 1981 si continua a rilevare la necessità di discutere in merito a funzioni e funzionamento delle biblioteche di quartiere e a chiarire demarcazioni e competenze.

29 Cfr. intervento di Rosella Corradi sull’esperienza di Modena al Convegno L’incontro possibile. Realtà e prospettive dei rapporti tra scuola e biblioteca, Magenta, 1-2 marzo 1985, i cui atti pubblicati in Biblioteche e scuola (Brambilla et al., 1986).

30 Cfr. Biblioteca quale modello (Bellotti e Stefanini, 1982)

31 Cfr. Biblioteche a Modena. Stato attuale e ipotesi di sviluppo. Atti della giornata di studio sabato 21 maggio 1983, Modena. Coptip, 1983.

32 Nella giornata di studio il trasferimento viene annunciato fra il 1985 e il 1986, ma in realtà avverrà nel 1992.

33 Il Centro Giovani San Paolo presso gli edifici dell’istituto omonimo, nel quartiere Centro Storico, apre nel dicembre 1977; nel marzo 1979 apre il Centro Crocetta presso la Polisportiva Villadoro.

34 L’esperienza della Mongolfiera, che si protrae fino al 1983, con attività di gestione di spazi (birreria e attività culturali), lavoro volontario, organizzazione di corsi, presso la Polisportiva Wiligelmo di San Faustino, prima, poi presso l’ex bocciodromo, poi nella sede di via dei Tintori, si pone in parallelo con l’esperienza di altri circoli come il Wienna e Lo Spazio.

35 Cfr. intervento della responsabile del Coordinamento Biblioteche del Comune di Modena in: Biblioteche a Modena. Stato attuale e ipotesi di sviluppo. Atti della giornata di studio sabato 21 maggio 1983. Modena. Coptip, 1983.

36 Presso gli editori Marsilio e Longanesi vengono pubblicati una trentina di libri frutto del lavoro di documentazione e ricerca dell’Ufficio Cinema del Comune di Modena.

37 Nel 1979 una circolare della Regione Emilia Romagna invita i Comuni a dar vita a iniziative cinematografiche con i gestori del piccolo e medio esercizio al fine di qualificare le programmazioni dei locali e favorire la loro sopravvivenza.

38 Nel Bilancio di previsione 1984 le spese previste dall’ufficio per il costituendo Centro vengono azzerate.

39 Cfr. carteggio intercorso fra l’Amministrazione e il Coordinamento provinciale dell’Arci fra il 1982 e il 1983 (AC, 72).

40 Risale all’autunno 1982 la presentazione ufficiale del Progetto Zona Corassori (ex autodromo) e del dibattito sulle funzioni culturali da collocarvi. Si fanno diverse ipotesi su contenitori di grandi dimensioni ove collocare Biblioteche (l’Estense e l’Universitaria), l’Archivio Storico Comunale, un Museo della città, una Galleria espositiva, un Centro culturale per la divulgazione scientifica, uno spazio teatrale o auditorium da 500-600 posti collegato ad altre strutture in grado di accogliere l’accresciuta attività culturale e ricreativa dell’Ente e dell’associazionismo locale. Per le aspettative e le esigenze dell’Assessorato alla Cultura cfr. AC, 66.

41 Ad esempio il personale impiegato presso il Dipartimento Cultura passa da 18 persone nel 1959 a 116 nel 1993.