Campo della Cultura / Sezione prima
Prima dello spettacolo

cap. 10

Lavoravamo con la febbre: fu stupendo
Germano Bulgarelli

All’inizio non è neppure chiaro se i comuni debbano occuparsi di cultura oppure no. Il consiglio del 17 maggio 1962, infatti, “ravvisa l’opportunità che una civica amministrazione intervenga con la propria capacità di iniziativa per sollecitare tra i cittadini un sempre più largo interesse per il libro” e, nel discorso introduttivo dell’assessore Triva, il libro è considerato come “uno dei canali fondamentali per diffondere e affermare una cultura di massa”. A ravvisare l’opportunità che il comune di Modena si impegni nella diffusione e nell’affermazione di una cultura di massa, allora, saranno 34 consiglieri su 34, il voto a favore della prima edizione del Festival nazionale del libro economico è unanime. Così, il 30 maggio 1962 c’è un pensionato che scivola dalle scale e si procura una grave lesione al ginocchio (ne avrà per quindici giorni), i carabinieri denunciano un uomo per insolvenza, al cinema Metropol danno un film di John Ford in technicolor e alle sei del pomeriggio, nell’atrio del Palazzo dei Musei, viene opportunamente inaugurata la fiera del libro tascabile. Mancano poche ore, nel carcere di Ramla, alla morte per impiccagione di Adolf Eichmann.
Nei giorni successivi a Modena arriveranno Italo Calvino, Giulio Einaudi, Alberto Mondadori e Valentino Bompiani, ma la libera stampa locale sembra molto più eccitata dalla presenza in città di Luigi Silori, redattore e presentatore della rubrica televisiva Libri per tutti. “Silori e Carla Bizzarri – scrive qualcuno sul Carlino del 9 giugno – stanno girando alcuni filmati sul festival modenese e la trasmissione della settimana prossima sarà quasi interamente dedicata alla manifestazione realizzata nel suggestivo cortile del palazzo dei musei”. Per dovere di cronaca, lo stesso giornale annuncia il giorno dopo che “Silori ha terminato di girare il filmato per la televisione che martedì si occuperà della manifestazione modenese nella fortunata rubrica televisiva Libri per tutti”. Al di là delle forti probabilità che un filmato per la televisione finisca nel palinsesto di un’emittente televisiva, è inevitabile notare come le attenzioni della cronaca consacrate alla notizia del reportage superino di gran lunga e finiscano per oscurare i resoconti dedicati al contenuto dell’iniziativa. Fa eccezione, in questa profetica inversione dei primi e dei secondi piani, la notizia che Giovanni Arpino non possa raggiungere Modena a causa di un malore, conquistandosi l’unico posto riservato a un intellettuale nel gran mondo dei titoli e dei trafiletti. Fa quindi eccezione un fantasma, vale a dire il nome o l’immagine disincarnata di un ospite molto più catodico dei colleghi che nelle stesse ore discutono, passeggiano e si stringono le mani a beneficio di quella “moderna società di cittadini”, come vorrebbero i politici, che per la stampa locale è già un “pubblico”.
Ma se lo sguardo del giornalista sembra posseduto da una tendenza alla spettacolarizzazione che lo induce a lasciare una serie tanto coerente di ditate semantiche e lessicali, è anche contro questa tendenza che la politica si considera legittimata a intervenire nelle faccende di cultura. A pre-cisare il senso di questo intervento, l’8 giugno 1963, è l’assessore Germano Bulgarelli, che nel frattempo ha preso il posto di Triva e che, in occasione del convegno conclusivo della seconda edizione del festival, legge una relazione intitolata La diffusione del libro economico. Tecniche nuove e tradizionali. Lo sviluppo economico e lo sviluppo culturale, dice Bulgarelli, “si scontrano con gli interessi di fondo di vecchi gruppi dirigenti responsabili della politica culturale passata i quali, non potendo impedire alcuni sviluppi, tendono a svuotarli dall’interno (vedi i programmi scolastici retorici e nozionistici) o a dirottarli su posizioni di evasione (e qui il discorso dovrebbe fermarsi sulla Rai, la tivù, la politica cinematografica, censura compresa, e la politica del tempo libero)”. A questo processo di svuotamento dall’interno e di dirottamento, l’azione municipale oppone il tentativo di impedire allo sviluppo sociale di capitolare in una rivoluzione passiva, costituendosi innanzitutto quale superamento della funzione compensatoria della cultura come svago, catarsi e propaganda.
A pochi giorni dalla conclusione del festival – il 14 giugno – il consiglio comunale approva un Regolamento degli istituti culturali che manda in congedo il vecchio regolamento del 1908, oramai inadeguato alle “più estese esigenze di una cultura moderna” e alla volontà di favorire “la partecipazione dei cittadini”. In quella sede, Bulgarelli sottolinea come sia necessario cominciare a considerare il patrimonio storico “nella sua validità attuale e futura”. Due anni dopo, nel corso di una riunione del direttivo istituito dal nuovo regolamento, sarà importante che a riassumere il lavoro svolto nel primo biennio di attività nella formula “nessun intento commerciale, ma impegno per la diffusione della cultura” sia il responsabile della Sala Mostre, un settore sensibilmente più esposto di altri alla mercificazione.


Gli elementi essenziali
Eppure, in occasione della quarta edizione del festival – siamo nel giugno del 1965 – l’argomento indicato per il convegno conclusivo, “il ruolo degli enti locali nella diffusione del libro e della cultura”, lascia supporre che le opportunità ravvisate dal consiglio nel maggio del 1962 non abbiano ancora assunto una forma condivisa. Di questa mancanza di definizione, del resto, si tornerà a parlare nel 1972 in sede di bilancio decennale, ma quello che allora sarà considerato un ritardo, al momento, può tranquillamente rappresentare un metodo e una risorsa. A rendere necessario un lavoro di interrogazione collettiva, in primo luogo, sono le grandi mutazioni sociali, a partire dalla presenza sempre più vistosa dei giovani che, oltre a non aver fatto la guerra, sono andati e vanno a scuola. Giovani ai quali, negli stessi anni, viene consegnata una pesante soggettività economica e che agiscono pertanto al centro del conflitto tra partecipazione ed evasione, creatività e consumi, sviluppo e passività. Soprattutto per loro, dice il nuovo assessore Liliano Famigli, gli istituti dovranno diventare “centri permanenti di incontro, strumenti capaci di sollecitare la produzione e la circolazione di idee per estendere la partecipazione dei cittadini alla direzione delle attività culturali”. Nessun cambiamento di prospettiva, quindi, ma un ulteriore e sempre più valido motivo di convalida e di approfondimento delle ragioni – le stesse ragioni – che hanno persuaso l’amministrazione a occuparsi di libri.
Nel consiglio del 19 luglio 1965, così, viene finanziata l’apertura di una biblioteca a San Damaso che per molti anni rappresenterà il modello di ciò che la politica, a Modena, vuole fare con la cultura. Cioè includere, “estendere la partecipazione dei cittadini alla direzione delle attività”, operare ogni scelta in collaborazione con i residenti, “scegliendo i libri adatti agli abitanti di San Damaso e prendendo le iniziative” congrue. Qualche mese dopo, nell’aprile del 1966, la biblioteca è già in funzione e l’aumento dei lettori, dei prestiti e della partecipazione degli abitanti all’organizzazione delle attività rende auspicabile l’apertura di altre biblioteche di quartiere e di un biblioteca centrale, che inaugurerà nel 1967 con funzioni di coordinamento.
Ad animare questo movimento dialettico tra il centro e la periferia sono alcuni “elementi essenziali” che Liliano Famigli espone al consiglio del 23 maggio 1966. In apertura, Famigli invita tutti i gruppi a prendere la parola, perché parlare di politiche culturali – dice – significa parlare di un settore “che investe la concezione che noi abbiamo dell’Ente Locale, della società civile e perché non esiste ancora una politica culturale già elaborata e verificata da un vasto campo di esperienze nel nostro Paese”. Nulla di più distante e antagonistico, quindi, rispetto alla liquidazione della cultura nel registro accessorio del pane e dei circensi. “Larghe categorie di cittadini – dice infatti Famigli – non trovano più soddisfatte le loro esigenze nel fumetto o nell’industria culturale e si rivolgono, per adeguare le proprie conoscenze alla complessa realtà di una società in rapida trasformazione, ad altri strumenti e ad altri servizi. Una cultura di élite si sta trasformando in una cultura di massa. […] Decisiva importanza, in queste trasformazioni, hanno anche i mezzi moderni di comunicazione di massa che, ubbidendo ad esigenze industriali e commerciali, possono produrre dei prodotti culturali artificiosi non adeguati alle esigenze dei cittadini. In sostanza, la civiltà industriale, con lo sviluppo dei consumi, tende a mettere in crisi la partecipazione diretta e spontanea del cittadino alla vita sociale e culturale”. Ecco la contrapposizione elementare tra partecipazione e consumo, una contrapposizione nella quale – non sarà sempre così – la politica interviene soprattutto per agevolare la ricerca, da parte dei cittadini, di un rapporto con se stessi meno impersonale di quello promosso dall’industria. Per un comune, quindi, fare cultura “significa dare a ogni persona la capacità di interpretare la realtà” attraverso una serie di interventi che “non debbono calare dall’alto, ma inserirsi nel tessuto sociale e fare opera di mediazione continua tra gusto diffuso e desiderio espresso dalla popolazione, per indirizzarli verso prospettive diverse e scelte autonome”. Tra provvedimenti centrali e partecipazione, quindi, viene riaffermato un rapporto biunivoco e circolare e la qualificazione del potere pubblico, di conseguenza, non dipende solo “da una bene ordinata rete di istituti culturali (ogni potere illuminato potrebbe fare questo), ma dalla politica dell’Ente locale di rendere più efficiente la sua presenza e più estesa la sua capacità di intervento, perché ha saputo rendere più diffusa e continua la presenza e l’autonoma partecipazione del cittadino alla organizzazione della rete degli istituti”.
“Ciò che noi non accettiamo – sottolinea poi Famigli in risposta a una polemica apparsa sulla rivista Note e Rassegne – è la contrapposizione tra potere autonomo associativo di base e rappresentanza elettiva. […] Non intendiamo rinunciare al diritto e al dovere dell’Ente Locale di intervenire anche con iniziative dirette per soddisfare le esigenze e il progresso culturali che vengono proposti dai cittadini”. La vita culturale della città è una precisa responsabilità della rappresentanza elettiva, quindi, che gli amministratori non possono delegare ad altri: “Questo non vuole significare che la politica culturale del Comune scelga una particolare ideologia, una qualsiasi corrente artistica e ideale, ma nemmeno possiamo pensare di avere una politica culturale che sia agnostica e neutrale”. La cultura, quindi, non solo come occasione di prossimità a se stessi e ai cambiamenti del mondo, ma come terreno di scontro e di signoria, il piano di un’assunzione di responsabilità fatale a qualsiasi ipotesi di governo tecnico e imparziale delle differenze.
Più di un anno dopo – il 12 luglio 1967 – Famigli continua a mobilitare i medesimi principi essenziali. Nel frattempo il consiglio ha approvato il regolamento che disciplina la richiesta di contributi da parte dei circoli e delle associazioni ed è alla luce di questo provvedimento, forse, che l’assessore può precisare il significato delle responsabilità che, a suo modo di vedere, vincolano il comune a una specifica politica culturale. Innanzitutto il potere municipale conosce l’ambiente in cui si possono eventualmente creare e alimentare le forme di partecipazione che comprimono il dominio del mercato. E per svolgere il compito ricavato dallo schema di opposizione tra democrazia e consumi, i contenuti non ideologici ma neppure agnostici e neutrali ai quali si dovrà conformare l’intervento pubblico “sono i principi costituzionali che regolano la nostra convivenza”. Per il comune, allora, quella dell’iniziativa locale nel campo della cultura è una forma di adesione al patto costituente. A prendere la parola in coda alla relazione di Famigli è il consigliere Franco Bisi, che sottoscrive il rifiuto dell’assessore a considerare il potere pubblico come un “moderno mecenate” e sottolinea come agendo “in forma velleitaria o per ragioni di prestigio”, il comune non “sarebbe in grado di modificare nulla, in quanto resterebbe avulso dalla ricerca delle vere carenze ambientali”.


Nei quartieri
All’inizio del 1968, il settore delle biblioteche viene considerato “l’unico in prospettiva di sviluppo”. Da tre anni il finanziamento agli istituti rimane invariato (30.000.000 di lire), ma sul profilo delle politiche culturali cominciano a premere le stesse forze che di lì a poco si esprimeranno nella contestazione studentesca. Il ciclo di sei conferenze dedicate ai problemi di anatomia, fisiologia e psicologia sessuale, a San Damaso, ottiene un grande successo. Nella presentazione del bilancio dello stesso anno, il 7 giugno, le parole di Famigli risultano chiaramente animate dall’osservazione di quanto sta avvenendo a Parigi in seguito allo sgombero della Sorbona. Le biblioteche, dice, hanno e dovranno continuare ad avere un’attenzione particolare per i giovani, nella saletta delle mostre proseguirà il lavoro di ricerca delle nuove tendenze, all’”apparato burocratico centralizzato” vengono contrapposte le metafore della vita e della vitalità delle istituzioni. Poi, quando nel maggio del 1969 la contestazione non è solo imminente, ma effettiva, Famigli non esita a individuare nelle biblioteche di quartiere il modello al quale si potranno ispirare le azioni di governo della crisi.
L’analisi di partenza non è molto dissimile da quella elaborata da Germano Bulgarelli nel 1963: “Siamo di fronte a una crisi della politica – dichiara Famigli, - siamo di fronte all’espansione democratica dell’istruzione e della cultura, ma siamo anche di fronte a una industria culturale che si oppone a questa espansione”. Ciò che la crisi rende evidente, quindi, è la necessità “di una più ampia partecipazione dei cittadini alla gestione degli Istituti”, per giungere a una forma di inclusione della collettività più avanzata rispetto all’”autogestione degli addetti ai lavori”. Questa forma di inclusione si chiama “gestione sociale”. “Dobbiamo puntare a decentrare l’attività culturale nei quartieri – dice ancora Famigli, - evitare il concentramento nella città al Teatro Comunale o alla Sala di Cultura o al Palazzo dei Musei”. Poi, in linea con quanto aveva dichiarato nella relazione del 1966, conclude: “Non bisogna portare il prodotto culturale in modo paternalistico o illuminato dal centro, ma discutere con la base, con i lavoratori e con gli studenti. Perciò occorre costituire comitati di iniziativa nei quartieri per potere aprire presto le biblioteche, portare il teatro nei quartieri, portare il Festival del libro economico nei quartieri”.
Gli stessi temi vengono ripresi e sviluppati nella relazione del 1971, quando Famigli vuole impegnare il consiglio ad affrontare un dibattito sulla “situazione che si è venuta a creare dopo la contestazione e l’esplosione del movimento studentesco”. Dal punto di vista lessicale, è importante notare che i “giovani” delle altre relazioni, adesso, diventano “studenti”. Lo impone l’ordine del giorno, è vero, ma lo impongono pure le cronache di una mutazione sociale che ha reso urgente, da parte della giunta, una riaffermazione del proprio ruolo. E’ questa la pagina nella quale, forse, le linee fondamentali della proposta di Famigli trovano una formulazione definitiva. La gestione sociale, dice l’assessore, corrisponde alla “ricerca di un rapporto nuovo e più adeguato ai tempi fra la rappresentanza elettiva e gli intellettuali, gli studenti e gli operatori culturali”. Questo rapporto “deve avvenire su un piano di riconoscimento delle reciproche funzioni” e attribuire al comune il ruolo di “coordinatore, stimolatore e produttore non neutro”. “No – quindi – all’autogestione corporativa, no alla delega del Comune a un gruppo di esperti, no al Comune come semplice erogatore di ordini e di servizi”. Poi, con il gesto oramai consueto di chi concepisce il primato del municipio come una forma di responsabilità dialettica, antagonistica alla mercificazione ma irriducibile a qualsiasi ipotesi di stampo giacobino, Famigli conferma la propria indisponibilità “a quanti ci propongono l’indottrinamento verticistico e a quanti ci ripropongono una semplice diffusione dell’arte in modo generico che può favorire lo sviluppo del consumismo”.


La nascita dell’assessorato
La gestione sociale, quindi, implica l’attività di una sfera pubblica molto dinamica, oltre che conflittuale, affidando al politico la responsabilità di produrre allo stesso tempo sintesi e aperture, orientamenti e inclusioni, rappresentanza e partecipazione. Una posizione dialettica, questa, che non potrà uscire illesa dalla radicalizzazione ideologica degli anni settanta. Già lo stesso Famigli, nel Bilancio consuntivo delle politiche culturali di Modena dal 1962 al 1972, tenderà a irrigidire i contenuti che hanno orientato la sua visione. Non che quei contenuti non fossero già espliciti e operanti, ma adesso, anche nel lessico, l’urto del protagonismo sociale si riflette nella necessità di una maggiore ortodossia. Famigli introduce la relazione con la sottolineatura di un fallimento, quello relativo all’assenza di una visione globale elaborata dal consiglio. Quella visione l’aveva invocata già nel 1966, dichiarando che parlare di cultura significava confrontarsi sulle differenti concezioni del rapporto tra lo stato e la società civile, ma adesso che quel rapporto sembra in parte compromesso l’invocazione assume i toni dell’emergenza. Alcuni tentativi sono già stati fatti all’esterno, dice Famigli, per esempio nei dibattiti organizzati in occasione dei Festival del libro, ma ora è urgente trasferire quei dibattiti in consiglio e impostare il lavoro culturale su basi più solide. Compaiono parole che finora non avevano avuto alcuna cittadinanza, come “cultura marxista” (quasi un sinonimo di “democratica”) ed “egemonia”, mentre il tempo del dopolavoro e della festa si corrompe nel “cosiddetto tempo libero” e della libertà dal dominio dell’industria culturale, quindi, non rimane che la presunzione. Il ritardo della cultura nazionale rispetto alla ricerca di una connessione con la società è messo sul conto della tradizione crociana, ancora una volta questo ritardo affida alle municipalità un “ruolo non neutrale nella lotta per l’attuazione della Costituzione”. Ma questo ruolo non consiste più – ecco forse il passaggio più delicato – nel confortare il cittadino nella ricerca di un’alternativa al feticismo e all’evasione, ma nel proteggerlo “dall’aggressività dell’industria culturale”.
Sono le parole di un uomo che finora si era opposto a qualsiasi forma di paternalismo. L’impostazione generale e le analisi di un tempo rimangono intatte, ma sullo sfondo di queste parole nuove cominciano a profilarsi lo spettro e i primi sintomi di una vulnerabilità sociale che comprimono lo spazio dell’egemonia a favore del comando. Se è vero che il comune deve continuare a produrre autonomia rispetto al mercato, ora che “la manipolazione faziosa del modo di pensare delle grandi masse ha raggiunto limiti ossessivi”, quel compito è trasferito nella creazione di una “piattaforma unitaria di lotta”. I cittadini, a questo punto, gli stessi cittadini che solo sei anni prima non trovavano più soddisfatte le proprie esigenze nell’industria culturale e davano perciò un impulso all’intervento del municipio nel campo della cultura, rischiano di diventare “semplici consumatori di una cultura scelta dal capitale”. Ed è per questo – ribadendo un rifiuto dell’illuminismo più controverso di quanto non lo fosse nelle precedenti occasioni – che Famigli conclude il suo bilancio proponendo di separare l’assessorato alla cultura da quello all’istruzione, in nome di un aumento delle attività che sembrerebbe motivato, almeno in parte, dall’esigenza di rafforzare la presa politica sulla vita culturale di una città sempre più sensibile alle seduzioni del mercato.


Ecografie del presente
Così, quando nel settembre del 1973 il nuovo Assessore alla Cultura e al (“cosiddetto”) Tempo Libero ribadisce la volontà di fare delle biblioteche di quartiere un centro nevralgico, la sua relazione ha già metabolizzato la rottura introdotta dal Bilancio decennale di Famigli e adesso, addirittura, bisogna difendere il cittadino da se stesso. Bisogna cioè contrastare “le tendenze pericolose alla passività della popolazione – dice Magni, - che si manifestano nell’indebolimento dell’interesse per ogni cosa che vada al di là della necessità di consumo dell’individuo e della sua area famigliare”. A una società più passiva e individualista corrisponde una politica più ideologica e nella contrapposizione tra passività e cultura, quindi, assistiamo al ripiegamento della “gestione sociale” nell’”autogesione”. Anche i temi che l’assessore propone – auspicando una serie di incontri con la cinematografia polacca, jugoslava, cubana e della DDR – lasciano supporre che le modalità di circolazione tra l’alto e il basso, il vertice e la base, la rappresentanza e la partecipazione abbiano subito un contraccolpo e che adesso siano permeate, se non altro, da una maggiore compulsione alla dottrina. Al termine della stagione in cui tutti gli incontri auspicati dell’assessore sono confluiti nel programma del servizio, nel 1974, sui materiali che ne promuovono le attività il Supercinema Estivo viene descritto come “uno spazio verso l’autogestione dell’informazione audiovisiva”, lo spazio di una concezione del rapporto tra società e politica, quindi, più favorevole alle reciproche autonomie di quanto non lo fosse in passato.
Non stupisce allora che a subire il medesimo contraccolpo siano, nell’impostazione del bilancio del 1976, gli stessi muri portanti della politica culturale degli anni sessanta. “I problemi su cui occorre riflettere – scrive infatti Magni a proposito delle attività decentrate – sono tra gli altri i seguenti: 1) E’ giusto fare anche questi tipi di iniziative (mostre, dibattiti, cicli di lezioni e/o dibattiti) nei quartieri? 2) C’è un pubblico, una domanda per queste cose?”. Ecco il “pubblico”, ecco la “domanda” completamente svincolata dall’analisi delle condizioni in cui viene formulata ed ecco, quindi, l’apparizione ancora embrionale ma morfologicamente completa della cultura intesa come bene privato. Negli stessi mesi, del resto, nelle premesse di carattere generale per l’elaborazione di un piano dei servizi, l’arretramento del comune comincia a riflettersi anche sulle valutazioni di carattere gestionale, giudicando “interessante approfondire anche ipotesi di forme di gestione, nuove nel campo culturale (ma già sperimentate in altri settori di attività) sullo schema ed esempio delle cooperative di servizio”. Un ulteriore passo in avanti nel futuro indicato dai dubbi e dalle nuove ipotesi di gestione lo compie il consuntivo del 1979, quando l’unica “partecipazione” degna di nota risulta quella di un “pubblico” più o meno “vasto” e indifferenziato. Della fondazione delle politiche culturali modenesi come alternativa al dominio dell’evasione e dell’industria del “cosiddetto tempo libero”, evidentemente, è rimasto solo lo spettro. Quando nel dicembre del 1981 esce il numero zero della rivista Autobus, l’esigenza che ora l’Assessorato intende soddisfare è quella di fornire “uno strumento di informazione (non di intervento, non di dibattito culturale) capace di offrire un quadro sufficientemente ampio dell’offerta, delle possibili alternative di consumo, di impegno, di partecipazione culturale”. A questo punto, come apprendiamo dalle Proposte per lo sviluppo dell’organizzazione e della vita culturale avanzate dall’assessore Motta nel marzo del 1983, all’industria culturale “va riconosciuta, al di là delle funzioni di riconosciuta ed esclusiva competenza pubblica, la complementarietà e semmai concorrenzialità, ma non conflittualità”. Nella mancanza di pudori a concepirsi come un concorrente del privato – è chiaro – il municipio ha già capitolato al processo di slittamento delle politiche culturali nel registro dello spettacolo, del prestigio e dell’economia della cultura. Nel febbraio del 1985, infatti, viene comunicata al sindaco una nota per il consuntivo di legislatura nella quale si comincia a parlare di “promozione” del territorio e del patrimonio, un settore – sottolinea il documento – nel quale “molto rimane ancora da fare”. Sono anni in cui la storia sta provvisoriamente finendo e nelle biblioteche di quartiere non va quasi più nessuno. Di partecipazione, appunto, per qualche tempo, si occuperanno le biglietterie.

dettagli
  • Autore: Pierpaolo Ascari