Campo della Cultura / Sezione prima
Sfondo e primo piano: dislocazioni e retroterra della scena culturale modenese

cap. 8

La scena della cultura modenese negli ultimi vent’anni ha subito significative trasformazioni; se da una parte è cambiato sostanzialmente il ruolo della pubblica amministrazione e con esso la percezione che i cittadini hanno del rapporto tra ente pubblico e vita culturale, dall’altra sono emerse nuove diverse realtà nell’associazionismo culturale che hanno arricchito e variegato la scena cittadina, mentre alcuni istituti culturali più tradizionali hanno ridimensionato la propria efficacia così come i circoli culturali di ispirazione politica.

In questo scenario sono poi emerse le fondazioni di diritto privato: Fondazione San Carlo, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Gorrieri, Fondazione Biagi, Fondazione Mario Del Monte.
Oggi sono molte le associazioni che rappresentano sul territorio i cambiamenti della società modenese: tra le tante, associazioni di cittadini stranieri curdi, africani di origine francofona o di altra etnia o, ad esempio, nuove tendenze del pensiero e della vita culturale modenese legate a temi etico-filosofici quali la Casa della Pace, l’associazione Luca Coscioni, il Circolo degli atei razionalisti o le associazioni legate alla cultura cattolico-cristiana. Esiste poi l’associazionismo storico dell’Arci, che raccoglie migliaia di aderenti e svolge un ruolo di legame sociale con una rete di circoli impegnati in tanti settori della società, dallo sport alla musica all’intrattenimento.
Sono poi emerse da alcuni anni associazioni culturali dedicate alla vita musicale e teatrale in città – quali gli Amici dei teatri, la Gioventù Musicale o l’Associazione Musicale Estense per la diffusione della Musica – che hanno contribuito a promuovere festival musicali come Grandezze e meraviglie, stagioni concertistiche di rilievo e in generale percorsi culturali autonomi, conquistando una loro visibilità, anche se spesso legata a un pubblico di nicchia.
Un importante discorso andrebbe fatto per i circoli culturali orientati da riflessioni politiche quali il Formiggini, poi divenuto istituto Gramsci, ed altri di area socialista e democristiana che hanno visto diminuire la loro influenza e sono progressivamente spariti dalla scena. Senza essere un circolo culturale, anche l’Istituto Storico per lo studio della Resistenza e della società contemporanea ha visto la propria centralità diminuire, in coincidenza con un quadro politico nazionale sconvolto rispetto al dopoguerra. Vi sono poi iniziative legate al mondo cattolico modenese quali la nascita nel 1978 del centro culturale Francesco Luigi Ferrari, che ha posto al centro lo studio delle dinamiche economiche e sociali riguardanti la famiglia e la qualità della vita, con particolare attenzione alle dinamiche di trasformazione della società in contesto europeo. In stretta relazione con il centro culturale Ferrari è da segnalare la nascita nel 2005 della Fondazione Ermanno Gorrieri, che fa riferimento all’area della sinistra cattolica e antifascista modenese. La Fondazione Gorrieri si occupa prevalentemente di mantenere viva la memoria degli scritti e delle riflessione dell’ex comandante partigiano e politico modenese e di studiare le dinamiche inerenti alla disuguaglianza e l’iniquità sociale.
Un altro capitolo della vita culturale modenese è rappresentato dallo sviluppo di istituzioni come la Biblioteca estense, l’Archivio storico e dall’Accademia di scienze e arti di Modena oltre che dalla Deputazione di storia patria.

Paradigmi che cambiano, territori in cerca di sé

Tutto ruota intorno alla Bildung
Richard Sennet

Per comprendere la diversa relazione che oggi esiste tra pubblica amministrazione, soggetti privati e istituzioni sul territorio, è necessario interrogare i mutamenti di paradigma, i diversi orientamenti culturali della trasformazione sociale. Non si tratta di una noiosa ricostruzione sociologica, ma di uno sguardo su alcuni cambiamenti sociali importanti a livello culturale. Lavoro significa formazione, conoscenza, apprendimento, trasformazione del proprio fare e dire in mestiere e capacità. Oggi, però, al contrario di quanto accadeva nel secolo scorso, lo sfondo della trasformazione culturale ha sempre più a che fare con lo spettro dell’inutilità, ovvero con il progressivo e veloce corrodersi delle competenze, dei saperi e delle capacità riconosciute e tramandate. La cultura, la stessa riconoscibilità dei saperi e dei contenuti educativi e formativi è largamente discussa e discutibile in un mondo molto meno stabile e certo per gli uomini che lo abitano. Ciò che sembra cambiato e che offre uno sfondo completamente diverso nel rapporto tra cittadini e cultura in relazione alla città è proprio il rapporto con le istituzioni: alla vecchia ma solida gabbia d’acciaio weberiana delle istituzioni, si è sostituita, in ampi settori della nostra vita, una relazione molto più mobile e instabile che offre ai cittadini e alle associazioni il ruolo di nodo di una rete. Il senso di questo mutamento a livello esistenziale in rapporto alle istituzioni sta nel più o meno riuscito e sapiente rapporto tra autorità, potere e individuo. Individui abituati a lavorare e vivere durevolmente in un luogo, a relazionarsi costantemente a determinate istituzioni per i propri bisogni educativi e culturali, si trovano ora di fronte a un panorama mutato dove, al generale smarrimento dovuto all’indebolirsi delle istituzioni tradizionali, si accosta il venir meno di un’autorità riconosciuta nei diversi ambiti, dalla pianificazione territoriale fino alla scolarizzazione elementare passando per il lavoro vero e proprio. Una storia di vita nella quale un individuo è importante per altri implica un’istituzione che dura una vita. Che gli individui posseggano e sentano il senso del fare e cambiare qualcosa in relazione alle istituzioni dove lavorano e con le quali si rapportano è fondamentale. Oggi, comunicazione e innovazione tecnologica, perdita dei riferimenti tradizionali del mondo del lavoro con la precarizzazione elevata a paradigma del cambiamento, rendono difficile immaginare un rapporto consolidato tra individui e istituzioni, in primo luogo in ambito culturale. L’integrazione delle masse, la possibilità che ampie fasce di popolazione siano comprese nell’organizzazione sociale e coinvolte nelle decisioni fondamentali e che quindi medino e discutano il proprio ruolo all’interno del sistema, appare un compito difficile.
In altre parole la cultura trainante sembra essere centrata non sulla vita dell’individuo all’interno delle istituzioni, ma piuttosto fuori da esse.
Il risultato di questa cultura, che vede nel durevole e nello stabile i criteri di un mondo antiquato e incapace d’innovazione, sono particolarmente evidenti nelle biografie individuali e nella difficoltà di accettare il senso di precarietà e la sfida del fallimento come costanti. Ma esistono effetti significativi anche sul piano istituzionale ed è proprio di questi che si dovrebbe discutere rispetto al rapporto tra cultura e cittadinanza: la sensibile riduzione delle aspettative e della progettualità da affidare all’iniziativa culturale sul territorio, la forte centralità dell’evento e del progetto culturale di breve, brevissima durata, lo sviluppo non più lineare della decisione, lo svuotamento del senso d’autorità del soggetto pubblico, la mancanza di soggetti che nel tempo investano il progetto culturale di spessore, competenze, qualità specifiche.
Che rapporto esiste oggi tra cultura e città a Modena? Com’è cambiata la relazione tra pubblica amministrazione, associazionismo e soggetti privati sul territorio? Quali soggetti sono emersi nel panorama cittadino degli ultimi 20-25 anni?
Per poter offrire un quadro d’insieme si è ricorso a interviste, documenti d’archivio sull’evoluzione e la storia dell’assessorato cultura e materiali inerenti la storia della Fondazione San Carlo e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. Molti tra gli intervistati ammettono un generale senso di smarrimento e testimoniano il venir meno di un punto di vista comprensivo capace di dare senso all’insieme frammentato dell’associazionismo. L’impressione è quella che alla perdita di un centro riconoscibile, rappresentato dalle amministrazioni comunale e provinciale, non ci si sia trovati orfani del tutto, ma che piuttosto alla centralità politico-economica delle istituzioni cittadine si siano sostituite la capacità economica della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e il lavoro culturale svolto dalla Fondazione San Carlo, in particolare per il Festival Filosofia. Le politiche culturali sembrano aver attraversato la stessa crisi che le politiche sociali e territoriali hanno maturato negli ultimi venti-venticinque anni. Sembra dunque che il potere si sia progressivamente trasferito altrove rispetto ai luoghi deputati istituzionalmente, mentre il senso di autorità è evaporato generando in parecchi protagonisti un senso di novità legato al venir meno di alcuni riferimenti. Ciò che sembra radicalmente cambiato è il rapporto che il territorio (ricco di associazioni, enti e istituti culturali) ha con gli aspetti strategici della politica culturale. Il senso profondo di questo cambiamento sembra avere un effetto riconoscibile nell’accentuarsi della complicatezza come eterogeneità e friabilità della vita culturale modenese. Il risultato è un nuovo protagonismo di soggetti apparentemente meno centrali e decisivi dei tradizionali soggetti pubblici. La mancanza di un centro, di un punto di riferimento politico sicuro con il quale misurarsi e dal quale eventualmente distinguersi, ha prodotto una minore capacità di comprendere da dove e verso chi si muove l’offerta culturale della città. La stessa idea di pubblico è migrata, contaminandosi sempre più con soggetti privati capaci di estendere la loro influenza culturale oltre i propri programmi e incontri.
E’ questo uno scenario inedito a livello locale che si accompagna a una prospettiva nazionale dominata dall’evento, ovvero da un’offerta culturale centrata sul legame tra città e marketing che ha colonizzato fortemente l’immaginario del consumatore, rendendo meno appetibili i percorsi tradizionali di formazione e acculturazione. A questo mutamento ne corrisponde in larga parte uno più generale che ha riguardato le stesse istituzioni. Grandi mostre, festival, giornate ed eventi segnano le tappe della concentrazione e diffusione della cultura tra i cittadini, forse meno disposti di un tempo a intraprendere percorsi di crescita nelle istituzioni cittadine. Questa minore disponibilità ha certamente a che fare con una difficoltà maggiore a interpretare e comprendere le nuove istituzioni o – più nello specifico – il senso e l’origine non solo di determinare scelte, ma delle stesse strutture che le supportano e sostengono. Oggi è molto più difficile comprendere e interloquire con le burocrazie e con l’esperienza maturata in esse da funzionari e dirigenti pubblici. La cultura comprende sempre il risultato di un’interazione, di una lettura delle istituzioni e non la passiva accettazione delle direttive emesse da queste.
Da questo punto di vista il Festival della Filosofia rappresenta uno spartiacque nella vita culturale modenese. Esso ha mostrato come sia possibile oggi fare politica culturale avendo un rapporto con alcune istituzioni cittadine pubbliche marginale, per esempio con l’Università, e come la proposta e la direzione della vita culturale modenese non sia più identificabile con le stanze di sindaci e assessori. Il Festival è stato ideato e coordinato nella sua gestione dalla Fondazione San Carlo, che ne ha stabilito l’orientamento culturale.

L’amministrazione pubblica e la cultura: uno sguardo dagli anni ottanta a oggi
Questo esito non deve apparire scontato, frutto di un inevitabile ripiegarsi sui tempi. Si tratta invece del concatenarsi di fattori storici consolidati, uniti a precise scelte politiche nazionali e locali, che hanno dato i loro effetti in un quadro legislativo spesso non chiaro e in continuo divenire. La cultura è stata oggetto di un profondo cambiamento nella sua comprensione e gestione, anche a causa di mutamenti generazionali e di prospettiva: l’idea che il servizio sociale, anche culturale, potesse essere bene comune riconosciuto e gestito direttamente dal pubblico, quindi dalla comunità di riferimento, è tramontata, lasciando spazio alla mediazione e ridiscussione degli obiettivi strategici.
Tradizionalmente l’amministrazione comunale ha rivestito un ruolo decisivo orientato sin dai primi anni sessanta alla creazione di una solida rete d’istituti scolastici; la formazione del cittadino soprattutto nei primi anni di vita attraverso asili nido e scuole materne di qualità, ma anche con biblioteche civiche di quartiere, ha contribuito a dare una risposta forte in termini di scolarizzazione e formazione alla cittadinanza. La prospettiva delle amministrazioni cittadine dal dopoguerra fin verso gli anni settanta è quella che unisce politica culturale a progetto politico, tentando di fornire una rete di strutture scolastiche e di occasioni volte alla formazione del cittadino pensato all’interno di una visione condivisa. Crescita individuale e collettiva si univano per dare l’idea di una società solidale orientata al bene comune in una visione progressista. Le stesse modificazioni dell’assetto istituzionale, quali la nascita dell’assessorato cultura e politiche giovanili, muovevano in questa direzione ed erano il frutto di un’impostazione dettata e favorita dalla coesione sociale e dalla capacità politica di amministratori quali Triva, Famigli e Bulgarelli. Da costoro la cultura era molto lontana dall’essere interpretata come intrattenimento o passatempo per uomini colti e incolti, ma era misurata in termini di efficacia e qualità possedendo, oltre ai limiti specifici del discorso, anche una sicura collocazione nella città.
Volendo dare un quadro di sintesi occorre soffermarsi su due criteri fondamentali:
L’efficacia della cultura nel rapporto con la cittadinanza, ovvero la capacità del soggetto pubblico di affermare e condividere con la cittadinanza un percorso di crescita culturale volta alla condivisione di alcuni fondamentali obiettivi civili e culturali e il rapporto della cultura con la città, ovvero la collocazione della cultura nella stessa vita e crescita urbanistica cittadina: con la rete delle scuole materne e delle biblioteche, la città cresceva implementando i servizi e l’offerta culturale.
La perdita di queste certezze è motivo dell’emergere in primo piano di quello che fino a pochi anni fa era da considerarsi uno sfondo, ovvero l’insieme di enti, associazioni e circoli che sembrano aver acquisito un forte protagonismo in città.
Il decennio degli anni ottanta è all’insegna dello slogan più governo meno gestione. L’amministrazione si pone come obiettivo un ripensamento radicale delle stesse strutture comunali: si passa quindi dal Comune sociale, che gestisce e valorizza direttamente le proprie funzioni all’interno della città, al Comune soggetto tra soggetti privati, che gestiscono e condividono obiettivi funzionali volti al contenimento delle spese e alla limitazione della crescita dell’apparato pubblico.
Il rapporto pubblico-privato assume dignità di tema politico per eccellenza in una città che ha sempre fatto della qualità dell’intervento pubblico, dalle scuole alle politiche abitative, un punto di forza: privatizzazione e esternalizzazione dei servizi sono le nuove parole d’ordine degli anni ottanta e novanta. A questi mutamenti si accompagnano le riforme del mercato del lavoro degli anni novanta e la progressiva identificazione del pubblico col rigido e del privato col flessibile; investitori importanti scommettono sulla dinamicità, che significa smantellare le reti di sapere aziendale ereditate e sostituirle con software gestionali anonimi, efficentare e trovare soluzioni nel minor tempo possibile affiancando dipendenti occasionali (a progetto appunto) ad altri, con l’obbiettivo di suscitare competizione e raggiungere traguardi. Il risultato è la perdita esponenziale del capitale sociale e della mediazione sociale delle decisioni economiche e politiche nel privato come nel pubblico.
I diversi assetti politici maturati in questi anni restituiscono poi una varietà amministrativa impensabile fino a pochi anni prima: tra il 1990 e il 1995, circa l’80% dei consiglieri comunali modenesi ha cambiato il proprio partito di appartenenza e sta quindi cominciano a intraprendere un percorso di differenziazione che porterà alla modifica dell’intera geografia politica.
Nel 1990 per la prima volta è un socialista, Andrea De Pietri, ad assumere la responsabilità dell’assessorato alla cultura dopo ben 18 anni di governo comunista, dalla creazione dello stesso assessorato nel 1972. Questa nomina non coincide con un nuovo discorso sulla cultura, ma piuttosto evidenzia il risultato di un processo avviato alcuni anni prima.
Dal punto di vista delle politiche culturali gli anni ottanta sono anni di crisi profonda, non solo per la riduzione sistematica dei fondi statali e per gli scarsi interventi di sostegno alle strutture del governo centrale, ma soprattutto perché danno corpo all’ideologia che riduce e impoverisce il ruolo della cultura per la città. Analizzando il perdiodo 1978-2008 si nota comunque un aumento significativo della spesa per la cultura dell’ente soprattutto nel primo periodo per poi stabilizzarsi con un certo calo negli anni seguenti attorno al 6% della spesa totale. La cultura è ritenuta un campo nel quale – meglio che in altri, evidentemente ritenuti più complessi, difficili e delicati – il privato, l’associazionismo e la società civile possono intervenire direttamente nella gestione, ma anche nella programmazione e definizione delle strategie. Sono ritenute possibili (e anzi, da un punto di vista amministrativo auspicabili) forme di ideazione e gestione pubblico-privato condivise. Il pubblico è spinto ad abbandonare talune gestioni per lasciare spazio ai privati: il credito, le imprese cittadine, gli sponsor vari diventano soggetti a cui il Comune si affida alla ricerca di un sostegno gestionale ed economico fondamentale nell’ottica della valorizzazione del patrimonio culturale, strutturale e di idee, presente sul territorio. Mostre, stagioni teatrali, iniziative di ristrutturazione del patrimonio, sono tutte ampiamente finanziate dai soggetti privati, almeno a partire dagli anni novanta. É proprio in questo periodo che nascono i progetti di marketing territoriale e gestione culturale quali le Grandi Mostre: obiettivo dichiarato è quello di ringiovanire l’immagine della città, anche grazie a un quadro normativo più efficace volto a favorire il turismo culturale nei capoluoghi d’arte. Si apre la stagione degli ‘eventi’ culturali che attirano le attenzioni dei soggetti privati e di un pubblico sempre più affascinato da ‘riscoperte’, grandi manifestazioni culturali, festival di ogni tipo, sagre del cioccolato, della zucca, dell’uva... Sono questi gli anni del Festival della letteratura di Mantova, che ripropone modelli inglesi di manifestazione culturale e anticipa città come Genova, Roma, Torino e appunto Modena.
Il Comune muta la propria disposizione nel campo della cultura: da soggetto produttore di cultura e gestore della stessa macchina organizzativa volta a sostenere lo sforzo, a coordinatore delle diverse istituzioni culturali sul territorio fino a divenire valorizzatore di una rete di soggetti privati e pubblici - quali ad esempio le fondazioni – che si rapportano tra loro secondo istanze, progetti e prospettive che sono spesso pensate e discusse oltre i confini della rappresentanza politica o amministrativa.

Le Fondazioni e la cultura modenese
Il rinnovato ruolo di enti privati e istituti culturali che osserviamo oggi sembra quindi frutto di una politica che trova i suoi fondamentali punti di riferimento nella seconda metà degli anni ottanta, che si consolida negli anni novanta e che giunge a maturazione nel cambio di secolo. Vi sono poi altri fattori quali l’affermarsi sulla scena cittadina di soggetti come la Fondazione San Carlo e la Fondazione Cassa di Risparmio di Modena che hanno intrapreso percorsi autonomi e fortemente caratterizzanti a livello culturale, ergendosi a soggetti alternativi e riconoscibili.
La cultura come molte altre attività umane necessità di risorse, spazi e progettualità, ma anche di percezione e riconoscibilità da parte della gente comune che interagisce con essa. In questo senso, e volendo riassumere, Fondazione San Carlo e Fondazione Cassa di Risparmio di Modena rappresentano i due poli di questa scena: da una parte un soggetto pensante, autonomo e radicato nel tessuto della città che si rinnova e istituisce con essa un rapporto fatto di idee, conferenze, incontri, dall’altro la Fondazione Cassa di Risparmio, che acquisisce nel tempo un’identità e una potenza economica tale da rendere impraticabile qualsiasi sforzo significativo in campo culturale senza il suo appoggio. Non a caso il Festival della Filosofia trovava nella Fondazione Cassa di Risparmio un partner strategico senza il cui sostegno sarebbe stato impensabile organizzare un evento di quella portata ancor prima del suo ruolo atuale nel consorzio del festival, il cui recente riassetto peraltro esula dalla presente ricerca per motivi temporali.

La Fondazione San Carlo
Il collegio San Carlo, originariamente istituto scolastico per le nobili famiglie modenesi, diviene fondazione di diritto privato nel 1954, avviando un percorso che culmina nella fuoriuscita del liceo ginnasio nel 1970: le finalità culturali cambiano ed emerge una nuova idea di cultura coagulata nella creazione del Centro studi religiosi, del Centro culturale e della Biblioteca. Con questa nuova fase la Fondazione San Carlo avvia un percorso di sicuro effetto nella città, organizzando incontri, tavoli interdisciplinari, conferenze (ben 37 tra l’anno 2002 e il 2007) e promuovendo la formazione di percorsi culturali centrati su tematiche antropologico-religiose, ma anche filosofiche, politico economiche e sociologiche. A questo si aggiunge nell’anno 1995-96 la formazione sul modello europeo di corsi di perfezionamento della Scuola Internazionale di alti studi, riservata a giovani studiosi, riconosciuti poi come percorso di dottorato di ricerca, a partire dal 2001, la creazione del Festival Filosofia, che viene definito dalla Fondazione stessa come importante evento nazionale di “pedagogia pubblica”. La Fondazione San Carlo dispone di un patrimonio immobiliare notevole, che garantisce autonomia gestionale e permette un ricorso solo parziale al finanziamento pubblico. Alle premesse economiche e gestionali si è fatta seguire un’intensa attività di promozione e sviluppo di contatti internazionali.
Essa ha nel tempo consolidato la propria presenza a livello nazionale, dotandosi di un comitato scientifico internazionale composto da studiosi di chiara fama, capaci di garantire dignità scientifica e rigore alle proposte culturali della Fondazione. Il ruolo della Fondazione è quindi costantemente accresciuto, rappresentando negli anni un interlocutore di sicuro riferimento non solo per quella parte dei modenesi che frequentano tematiche filosofico-religiose. Non sorprende quindi che quando le istituzioni locali si sono preoccupate di creare in città un evento culturale di portata nazionale che potesse competere con l’ormai affermato Festival della letteratura di Mantova, il pensiero sia corso immediatamente alla Fondazione San Carlo, che disponeva dei contatti, delle competenze e delle qualità atte a soddisfare questo desiderio oltre che di un rapporto consolidato con il pubblico su quei temi. La stessa genesi del Festival Filosofia rappresenta, almeno dal punto di vista adottato in questo contributo, un significativo esempio di come i tradizionali soggetti istituzionali abbiano progressivamente perso la propria capacità progettuale.

Festival Filosofia
Con la nascita nel 2001 del Festival Filosofia, la Fondazione San Carlo avvia una nuova stagione nella vita culturale modenese con risvolti a livello nazionale e internazionale. Si può affermare che l’evento Festival Filosofia, con 25mila presenze nella sua prima edizione e oltre 100mila presenze nelle ultime tre edizioni, rappresenta l’evento culturale insostituibile del panorama cittadino. In esso si coagulano gli sforzi dei Comuni promotori, Modena, Carpi e Sassuolo, della Regione Emilia-Romagna, della Provincia di Modena, della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena e della Fondazione San Carlo. Giunto ormai alla cecima edizione, il Festival è un modello del venire in primo piano dello sfondo, ovvero di quel nuovo protagonismo che ormai da diversi anni enti, associazioni e fondazioni di diritto privato hanno assunto in città. La Fondazione San Carlo, valorizzando un lavoro nel tempo fatto d’intense relazioni e contatti con studiosi e università nazionali e internazionali ha saputo fare ciò che ormai la pubblica amministrazione non sembra in grado di fare.
E’ riuscita infatti a far convergere su un obiettivo culturale forte e riconoscibile, popolare, ma allo stesso tempo di alta qualità scientifica, la quasi totalità del corpo istituzionale e cittadino.
Il Festival rappresenta per la città una sicura occasione di marketing territoriale, di valorizzazione turistica, di conoscenza di Modena per molti visitatori sia sotto il profilo culturale che ambientale. Ma allo stesso tempo stenta, oltre i canonici giorni con relativi eventi collaterali, a radicarsi nel tessuto della città. Più nello specifico appare chiaro che durante l’anno il Festival esiste per chi lo organizza e chi lo gestisce, ma non per chi lo potrebbe vivere. La sua ricaduta sulla città è molto parziale e questo testimonia di un mutamento di paradigma: dalla proposta di un percorso di formazione – che univa visione culturale a cittadinanza – a quella che vede nell’evento culturale, l’unico collante per un pubblico frammentato e disilluso. Anche la scarsa sinergia tra Università di Modena e Festival può essere interpretata come un’occasione mancata di collocazione degli aspetti culturali e scientifici del Festival nella città. Oltre a risultare un’occasione importante per avvicinare e incuriosire persone che non sono solite frequentare conferenze e convegni filosofici, il Festival ha mancato nel mettere radici nel tessuto cittadino, affermandosi sempre più come un evento ricco e prezioso, ma non come una possibile nuova via per Modena.
Il festival della filosofia testimonia l’emergere di un nuovo protagonismo fatto di associazioni e fondazioni, oggi i veri soggetti della trasformazione del lavoro culturale della città. Istituzione si traduce con legame sociale o cultura coagulata con annesse forme di partecipazione a tali processi ed è proprio questa trasformazione istituzionale e culturale che rimane ancora indefinita. Importante per ogni assetto cittadino, urbanistico quanto politico e istituzionale, è la riconoscibilità che i diversi soggetti hanno, ovvero che ruolo essi immaginano per se stessi in relazione agli altri ed è proprio questa autorappresentazione a risultare difficile e complessa. Un ordine di problemi al quale, in prima approssimazione, anche il nuovo assetto del consirzio per il Festival non sembra aver dato piena risposta.

La Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
A partire dalla sua nascita, 1991, e successivamente nel corso della seconda metà degli anni novanta, la Fondazione ha intensificato il supporto alle attività culturali di enti e istituti in ambiti anche molto diversi, dal sociale al recupero-restauro di beni pubblici cittadini, dalle esposizioni della Galleria civica ai concerti della Gioventù musicale fino al finanziamento del centro di ricerca sulle cellule staminali in collaborazione con l’Università. Essa ha progressivamente acquisito un ruolo da protagonista, poiché non si è limitata a supportare le proposte che provenivano dalle istituzioni o dall’associazionismo, ma ha finanziato propri eventi e promosso iniziative nate all’interno della Fondazione stessa. In questa scelta sta molta della credibilità e autorevolezza culturale di questo ente. La Fondazione – e su questo passaggio molti interlocutori concordano – rappresenta ormai il principale soggetto delle politiche culturali, avendo marginalizzato dal punto di vista economico qualsiasi altro attore, comprese l’amministrazione locale e provinciale. La portata degli interventi, un complesso di oltre 44 milioni di euro per l’anno 2007, non lascia dubbi: la Fondazione è il soggetto che sostiene e rende possibile la politica culturale modenese. In sostanza, senza la Fondazione poco è possibile: concerti, manifestazioni sportive, conferenze, ristrutturazioni, mostre, eventi.
La Fondazione sin dai primi anni 90 intraprende interventi di restauro e valorizzazione del patrimonio pubblico intraprendendo consapevolmente un percorso volto a restituire alla cittadinanza l’idea di un nuovo soggetto dotato di autonomia decisionale ed economica. Sono stati soprattutto gli eventi organizzati autonomamente dalla Fondazione a proporre alla città quest’immagine. Acquisire un’identità pienamente riconosciuta da tutti è quindi un passaggio chiave che coincide con le grandi mostre del periodo 2002-2005. La maturazione di questo percorso è naturalmente precedente e può essere collocata a partire dalla seconda metà degli anni novanta, quando la Fondazione si emancipa dall’essere una protesi dell’istituto bancario e riconosce la propria missione nel rapporto con le istituzioni e il territorio d’origine. Oggi la Fondazione è soggetto politico per eccellenza delle politiche culturali del territorio, andando ben oltre i confini dell’area cittadina. Ad essa guardano tutti quei soggetti che, impossibilitati da ristrettezze economiche e organizzative, hanno però l’ambizione di proporsi alla città con rinnovato protagonismo, stimolando la propria visibilità e importanza.

Qualche considerazione in conclusione
L’itinerario appena abbozzato consente di formulare alcune considerazioni generali sulla direzione delle politiche culturali modenesi degli ultimi vent’anni. Si è assistito progressivamente all’indebolirsi della capacità e della qualità dell’intervento pubblico, soprattutto per quello che riguarda la strategia, la pianificazione e la capacità di dare senso all’insieme dell’offerta culturale. Non si è trattato solo del venir meno delle possibilità economiche, ma di un percorso politico che ha portato al ripensamento del ruolo e dell’importanza delle politiche culturali sul territorio. Accompagnati da un quadro nazionale in movimento, gli amministratori locali hanno trovato nelle politiche culturali il terreno ideale per sperimentare nuove forme di relazione con i soggetti privati, le associazioni, il territorio nella sua multiforme offerta. Il Comune quindi ha progressivamente abbandonato la gestione diretta delle politiche culturali, rinunciando nel contempo alla possibilità di dettare e organizzare una visione di queste politiche individuando per sé un ruolo di valorizzatore di un sistema di soggetti sul territorio che hanno progressivamente acquisito importanza e oggi rappresentano gli interlocutori principali di chiunque si voglia muovere in questo campo. Quello che è mutato seriamente è quindi un paradigma di comprensione del proprio ruolo e dell’importanza della cultura per la città. Prima di ogni considerazione sui budget, è importante cogliere come una generazione di amministratori abbia rinunciato all’idea che la cultura rappresentasse un elemento centrale di coesione sociale. Il legame sociale è stato cercato e valorizzato altrove: nelle politiche abitative e nella crescita economica. Non sorprende quindi che l’elemento identitario e riconoscibile di maggior peso degli ultimi anni sia stato il Festival Filosofia, ovvero un evento culturale interpretato nel quadro di politiche di marketing territoriale, piuttosto che di valorizzazione della cultura in città.
In alcune delle nostre interviste, questo tema si è tradotto nell’espressione cabina di regia, un luogo di decisione che possa fare sintesi degli indirizzi e delle prospettive e del quale si lamenta la mancanza. E’ chiaro che non si pone esclusivamente un tema di coordinamento, espressione vaga e poco consistente, ma soprattutto la capacità di individuare scelte e motivare le rinunce che inevitabilmente devono esserci in tempi di ristrettezze economiche. Naturalmente l’idea stessa che possa costituirsi una cabina di regia sottintende la possibilità di far operare e interagire i soggetti culturali verso una sintesi comune e richiama in definitiva la necessità di creare un luogo di potere visibile, un’autorità riconosciuta e credibile per le politiche culturali.
In passato – certamente non sempre in modo chiaro e netto – l’amministrazione ha perseguito un’idea di città che affiancava la crescita economica al percorso culturale: in questa prospettiva determinati eventi culturali avevano il senso di qualificare un’offerta comunque ricca e variegata e certamente rivolta al futuro, alla trasformazione della città. La città trovava nella propria crescita culturale un reale percorso di affermazione identitaria.
Oggi è certamente complicato riconoscere una direzione alla molteplice offerta culturale, che si tratti di musica, scienza, mostre di pittori locali o nazionali o filosofia. Nell’insieme si stenta a riconoscere alla cultura una relazione riconoscibile con la cittadinanza e la città. L’evento culturale, ben sostenuto e pubblicizzato, sostituisce spesso la necessità di avere un confronto democratico e sereno su quali direzioni intraprendere e finanziare. L’impressione è che i centri decisionali siano sempre altrove, certamente lontani dall’essere oggetto di una discussione fruttuosa sulla cultura e le aspettative della città in ambito culturale.
Con la crisi e il cambiamento operato dalla pubblica amministrazione è cresciuto il ruolo di quei soggetti – le fondazioni San Carlo e Cassa di Risparmio su tutti – che hanno tracciato itinerari autonomi e riconoscibili in città, acquisendo nel tempo il carattere di produttori e valorizzatori di cultura. Così, quelli che fino a venti anni fa erano soggetti collocati sullo sfondo di una politica culturale orientata e spesso gestita dal pubblico inteso come Comune, ora sono diventati i protagonisti della scena culturale modenese. Proprio questo rappresenta oggi un elemento di novità sostanziale nel panorama culturale cittadino: in assenza di una politica culturale di riferimento a livello cittadino o provinciale, alcuni soggetti privati sono oggi da considerarsi a tutti gli effetti portatori di una responsabilità pubblica.

 

dettagli
  • Autore: Ivano Gorzanelli
note

1 Intervista all’ex direttrice Anna Maria Pezzuoli contenuta nei materiali della ricerca a cura di Alfredo Cavaliere.