Campo della Cultura / Sezione quarta
C’è qualcuno che rimpiange gli ittiti?

cap. 27

Nella primavera del 2008 ho pubblicato per Il Mulino un libretto dal titolo L’assedio del presente. Sulla rivoluzione culturale in corso: una premessa e tre capitoli che parlano di mass-media, università e del rapporto tra quelle che ho chiamato ‘prima cultura umanistica’ (romanzi, poesia, arte, storia, filosofia, musica classica, eccetera) e ‘seconda cultura umanistica’ (cinema, musica pop, fumetti, televisione).

Senza diventare un best-seller, il libro ha avuto un discreto successo: due edizioni, un buon numero di inviti a parlare di questi temi in scuole e università, molte e-mail di assenso o di dissenso, queste ultime soprattutto da parte di lettori di sinistra, secondo i quali si tratta di un libro reazionario, e di lettori cattolici, che non hanno gradito le mie ironie e le mie critiche circa il modo in cui oggi la religione mi pare venga vissuta da parte della gran parte dei credenti. Inoltre, il libro è stato seriamente discusso da alcuni recensori, su riviste online e su giornali e riviste cartacee. Salvo qualche breve cenno, non ne hanno parlato i giornali maggiori. Un amico avvocato mi ha scritto che «anche solo questo è un segno del fatto che il Paese sta andando a rotoli», e io devo dire (anche se non potrei, dato che sono l’autore) che sono d’accordo con lui: un libro del genere meriterebbe di essere discusso, magari solo per essere criticato, smentito, ridicolizzato. Ma questo genere di discussione è sempre più rara nelle pagine culturali dei giornali italiani, il che mi pare oggettivamente un male, specie perché in quelle pagine si trova spesso – al posto di un intelligente dibattito sul mio libro – robaccia para-culturale (inediti di Paulo Coelho, reportages da un festival della letteratura preso a caso) o recensioni telefonate al libro di un amico, o semplici pettegolezzi.
Comunque sia, la discussione non è mancata nelle – come si dice – sedi opportune: scuole e università. E nella discussione sono emerse obiezioni, critiche, richieste di chiarimento a proposito di alcune questioni che nel mio libro ho soltanto sfiorato. Qui vorrei dire qualcosa su quattro di queste questioni: (1) l’influenza che internet ha o potrà avere sull’apprendimento; (2) il significato della ‘democratizzazione del sapere’ che ha interessato i paesi sviluppati negli ultimi decenni; (3) il nuovo modello di intellettuale che questa vera o presunta democratizzazione del sapere contribuisce a disegnare; (4) il futuro di quel tipo di formazione culturale che viene impartita tradizionalmente a scuola e all’università.

1.
In che modo internet sta cambiando il modo in cui si apprendono le cose? Come cambia l’acculturazione in un mondo nel quale ogni informazione è immediatamente disponibile, ogni curiosità può essere soddisfatta rapidamente grazie a un motore di ricerca, ogni opera d’arte può essere vista, ascoltata, letta, scaricata praticamente gratis dalla rete, e nel quale chiunque può partecipare liberamente a una discussione globale, planetaria, grazie al web 2.0?
La risposta più naturale a questa domanda sarebbe «non lo so», e sarebbe una risposta assennata. Non lo so perché la generazione nata con internet veloce e il web 2.0, la generazione che ignora il mondo anteriore a internet veloce e il web 2.0, questa generazione entra adesso nell’età scolare, cioè non c’è ancora, non la vediamo ancora. Gli studenti che io vedo a lezione, ma anche gli studenti delle superiori, sono studenti che sono cresciuti durante la rivoluzione informatica, dunque sono per così dire bilingui, cioè hanno memoria del tempo che ha preceduto questa rivoluzione e adoperano indifferentemente entrambi i canali di apprendimento. Per capire davvero come la rivoluzione informatica sta modificando l’informazione e l’acculturazione bisognerà aspettare ancora: aspettare, voglio dire, se non vogliamo limitarci a prendere nota dei fenomeni superficiali, che sono evidenti a tutti.
Aggiungo che non ho figli, dunque non posso misurare su di loro il cambiamento in atto. Chi ha figli teen-agers mi dice effettivamente di un uso regolare, continuo, di internet. «Tu te la prendi con la televisione e non vedi che i giovani oggi non la vedono nemmeno, la televisione», mi dice un collega sessantenne. Può darsi (anche se non credo), ma con due importanti precisazioni:
(1) che l’uso di internet – l’uso estensivo, non occasionale di internet – resta ancora in Italia un fatto d’élite (il che viene naturalmente dimenticato o taciuto da opinion makers che altrettanto naturalmente all’élite appartengono), dunque è probabile che i figli dei miei amici usino internet e non vedano la TV, ma solo perché sono dei privilegiati. Nel mondo delle persone normali, non specialmente acculturate, le mode, i costumi, gli argomenti di discussione si decidono ad Amici o a L’isola dei famosi, non sul sito di Repubblica o nelle communities dei social-networks;
(2) che non so quanto l’uso di internet per l’informazione e per l’apprendimento sia effettivamente diffuso: cioè quanto del tempo passato in rete sia speso effettivamente nello studio, nella ricerca delle informazioni, nell’acculturazione nel senso più ampio del termine. Chattare o scambiarsi pareri o files musicali è una legittima e spesso buona cosa, che però va tenuta distinta dall’acculturazione: la quale presuppone in ogni caso un discente e un docente (umano o virtuale, non importa: un professore, un giornalista, Wikipedia, altro).
Provo comunque a rispondere alla domanda, ma prima voglio cautelarmi. Chiedersi ‘come cambiano le forme di informazione e di apprendimento’ non significa in prima istanza chiedersi se le cose cambiano meglio o in peggio – il che è, per dirla in breve, filosoficamente indecidibile – ma, appunto, come cambiano. Questo va esplicitato, perché quasi sempre il discorso sui nuovi media diventa una battaglia tra gli entusiasti e gli sconsolati, e il dibattito si riduce a una sorta di tifo a favore del mondo di ieri o del mondo di domani (in una partita, bisogna aggiungere, nella quale gli entusiasti si trovano nella posizione più comoda, dato che difendono la squadra che alla lunga vincerà). Si tratta di capire, non di giudicare.
Le risposte che conosco alla domanda circa l’influenza di internet sull’acculturazione, le risposte che ho sentito, oscillano tra l’aneddotica e la generalizzazione, cioè fra il troppo concreto, il troppo particolare da un lato e l’astratto dall’altro. Difficile poter contare su dati attendibili, difficile trovare una via di mezzo tra questi due eccessi. Del resto, come ho detto, il fenomeno è ai suoi inizi. E del resto, di quali ‘dati’ andremmo in cerca? Dovremmo misurare l’ignoranza e la scienza degli studenti di oggi paragonata a quelle degli studenti di ieri? E che cos’è l’ignoranza? Non sapere l’inglese? Allora gli studenti di oggi sono meglio di quelli di ieri. Non sapere il latino? Allora è vero il contrario. E poi di quale ieri stiamo parlando? E dell’Italia di ieri? Dell’Europa di ieri? O della campagna di ieri, con la sua aria buona e le sue febbri malariche? È sempre difficile trovare dei parametri oggettivi, ma lo è ancora di più quando si tratta di una cosa immateriale e mal definibile come l’apprendimento.
Perciò, in mancanza di meglio, devo cominciare con l’aneddotica, cioè con gli effetti immediati, istantanei, verificabili oggi che – per quello ho potuto constatare – internet ha sull’apprendimento. Potremo poi usare questi aneddoti come base per qualche osservazione e qualche cauta generalizzazione.
(1) La figlia di un’amica, studentessa delle medie, deve preparare una relazioncina sulle foibe. La relazioncina viene scritta in parte rielaborando in parte copiando pari pari quello che dice il sito internet x, pescato praticamente a caso tra i molti che danno informazioni sulle foibe. La relazioncina mi viene fatta leggere per sapere che ne penso, e io noto due cose evidenti: la prima è che la studentessa ha copiato lunghi brani di ciò che si dice nel sito, lo si vede dallo stile (chiamiamolo errore intenzionale: la ragazza sa di aver copiato); la seconda è che il sito da cui la ragazza ha copiato è un sito di destra, direi di estrema destra: lo si avverte, oltre che dalla sostanza delle tesi, dal tono dell’argomentazione (chiamiamolo errore preterintenzionale: la ragazza non sa che sta ripetendo tesi, opinioni, di una particolare parte politica).
(2) Mi capita di fare lezione a graduate students dell’università di Chicago: un’ottima università, con studenti buoni, se non ottimi. Leggo a lezione una poesia di Dante. Chiedo agli studenti di preparare un breve commento, a casa, per la lezione successiva, due giorni dopo. Tutti portano il loro commento, e la gran parte condivide un errore veramente grave, di quelli che in filologia si chiamano monogenetici: non possono averlo commesso indipendentemente l’uno dall’altro, ci dev’essere una fonte comune. E in effetti la fonte comune c’è, è un recente saggio americano su Dante che si trova in rete, o più precisamente: il primo saggio che si trova in Google se si digita il primo verso della poesia in questione. Ed è un saggio pubblicato in un’oscura rivista di letterature comparate del Midwest, e l’autore è probabilmente, come i miei studenti, un giovane dottorando.
(3) Un’università online mi chiede di organizzare e dirigere un master in studi danteschi per studenti stranieri. Dico che non mi sembra un’idea né buona né originale: Dante lo si studia anche troppo, è diventato una specie di sciocca, retoricissima bandiera dell’Italianità. Non importa, un master in studi danteschi serve ugualmente all’interno dell’offerta formativa. Come organizzarlo? Nel modo più semplice, rispondo. Per conoscere Dante non c’è che da leggere le sue opere, tutte, coi commenti migliori (segnalo i commenti) e, in più, un numero molto ridotto di studiosi: Moore, Contini, Auerbach, Nardi, Singleton. Non altro. La risposta dell’università online è che questo programma non va bene: occorre qualcosa che, cito dall’e-mail di risposta, «sfrutti le potenzialità della rete», e dunque mi si chiede di farmi venire un’idea che «coniughi approfondimento e spettacolarizzazione», e metta insieme insomma letteratura, suono, arti visive, performance (?), interattività.
Mi pare che da qui possa già venire qualche spunto per la riflessione.
E intanto cominciamo pure dal basso, dai problemi di forma. La questione del plagio (caso n. 1) o, diciamo, dell’uso troppo pedestre delle fonti (caso n. 2) non è una questione secondaria. Naturalmente, anche in passato la ricerca degli studenti, specie degli studenti delle medie o delle superiori, era un’attività di taglio e cucito. Ma era appunto, di solito, un patchwork risultante dalla lettura, dalla collazione di più fonti. Il patchwork era una sintesi di più punti di vista, cioè di più libri, letti o almeno consultati. Le fonti in internet rendono il lavoro più semplice: è sufficiente usare un motore di ricerca, prelevare qualche pezzo di testo non dai siti che sembrano più affidabili ma dai siti che compaiono per primi nella lista di Google, e copiare tutto su un nuovo file. È difficile non concludere che questa facilità di reperire il materiale, e di servirsene, limita ancora di più la parte creativa dello studente, il suo sforzo. E ho detto degli studenti di medie e superiori, ma tutti i docenti universitari possono citare il caso di compiti scritti o di tesi fatte per larghi tratti in questo modo: plagiando non solo il contenuto ma anche le parole della fonte. Era possibile anche un tempo, ma oggi è più facile e, se non sbaglio, la cosa sembra meno grave agli occhi del plagiario, quasi che si trattasse non di furto ma della lecita o non troppo illecita appropriazione di un materiale diffuso e volatile, che in fondo non ha padroni.
Veniamo alla sostanza. Nel caso n. 1 la studentessa non si è accorta di aver attinto a una fonte orientata: cosa particolarmente grave, dato che l’argomento si presta appunto a letture ideologiche. Dire ‘le foibe’ non è lo stesso che dire ‘le api’ o ‘i re di Roma’. Si obietterà: forse che i manuali di liceo o le enciclopedie che abbiamo usato e ancora usiamo non sono anch’essi orientati? Giusta obiezione. Quante parzialità politiche, razziali, sessiste nei libri che leggevamo a la scuola! Anzi: quanto più pericolosa quella parzialità, camuffata come falsa oggettività del libro di testo, rispetto a questa parzialità, che in genere si palesa da sé, nei siti internet, attraverso titoli, slogan, sottolineature. Il sito di destra dal quale ha attinto la studentessa certamente dichiarava di essere un sito di destra. Al polo opposto rispetto all’ufficialità grigia dei libri di testo, internet è, di norma, il regno dell’esplicitezza: s’inganna solo chi vuol farsi ingannare.
Due contro-obiezioni a questa obiezione. La prima è che l’idea che internet sia un supermarket in cui tutta la merce e tutti i prezzi sono chiaramente esposti, e dunque tutti possono liberamente scegliere sapendo quello che comprano, questa idea è in buona misura falsa, cioè riflette il punto di vista di chi ha già un approccio critico alle cose, un approccio maturo, maturità che gli viene da una buona educazione scolastica, o familiare, o dall’aver viaggiato, o dal conoscere più lingue. La gran parte degli utenti di internet non ha (sottolineo sempre: oggi) questa maturità di giudizio, ed è disarmata davanti a un’offerta sterminata per quantità e diversissima per qualità. Come acquisire allora questa maturità? Qualcuno dice: la rete stessa finisce per autoregolarsi, facendo diventare popolari, o più alti nella scala di Google, i siti migliori e più attendibili. Può darsi che alla lunga accada questo, ma non si tratta di una previsione ottimistica? Non c’è invece il rischio che ‘popolare’ diventi soltanto ciò che è abbastanza facile da essere capito senza grande sforzo? O ciò che è scritto in inglese? O ancora più precisamente: ciò che è scritto oggi in inglese (vedi il secondo dei tre aneddoti citati)? E che dunque gli argomenti più difficili, o non facilmente attualizzabili, vengano semplificati in modo indebito o ancora peggio spariscano dall’offerta culturale di internet?
La seconda obiezione è che la parzialità del libro di testo o dell’enciclopedia è una parzialità che ha comunque dovuto passare il vaglio di molte verifiche: di un editore che ha incaricato uno o, come accade di solito, più autori tra quelli di sua fiducia; della comunità scientifica, che attraverso il dibattito ha fatto prevalere certe posizioni rispetto ad altre; degli insegnanti, che hanno privilegiato questo o quel libro di testo. Naturalmente, questa procedura non è ipso facto argomento di veridicità o di equilibrio. Ma è comunque un filtro, per quanto difettoso, un filtro che trattiene tutto ciò che internet invece lascia passare: errori di fatto, idiozie, semplificazioni eccessive, parzialità sfacciate.
Le nozioni attinte dai motori di ricerca sono infatti nozioni, alla lettera, immediate: che cioè, nella gran parte dei casi, non hanno dovuto passare attraverso questi filtri, non hanno dovuto sottostare a queste verifiche (la forma stessa della comunicazione su internet implica, in certo senso, l’assenza o la labilità della verifica: perché non c’è tempo). Questo non vuol dire che il modo di trasmissione dell’informazione o della cultura anteriore al web fosse necessariamente migliore di quello attuale (perché, e mi limito a questa banale osservazione, la gran parte delle persone, nel mondo anteriore al web, non aveva accesso ad alcun canale d’informazione). Vuol dire soltanto che una mediazione è saltata, che è caduto un anello nella catena che lega chi produce l’informazione e chi la riceve. Aumenta la libertà di chi – mi scuso per il gergo da sociologo vieux jeu – produce informazione e cultura, e aumenta anche la libertà di chi la consuma. Ma si pone di conseguenza il problema, cruciale fra tutti, dell’autorità e della scomparsa dell’autorità, o della sostituzione di quelle che possiamo chiamare per comodità autorità tradizionali (scuola, editori, genitori) con autorità vicarie (gli amici, i compagni, la rete medesima). Si obietterà di nuovo: è internet stessa che seleziona le proprie autorità, che premia l’attendibilità e punisce l’inattendibilità. Un sito (culturale) popolare, un sito alto nella lista di Google sarà certamente un buon sito – perché accade ciò che accade con la reputazione dei venditori su e-Bay: i siti si autoregolano. Non sono sicuro che sia così; anzi, so che per ora (2009) non è sempre così: i casi che ho citato ne sono la prova. Ma certamente è questa una delle sfide culturali più importanti oggi: coniugare il libero mondo della rete con l’autorevolezza, orientare la libertà della rete attraverso l’autorevolezza, promuovere un sistema in cui la qualità non solo prevalga, ma scacci, respinga al fondo delle liste di Google la cattiva qualità.
Che cosa ci dice, invece, il caso n. 3, scelto in una casistica davvero infinita? Ci dice molte cose. Intanto, come ho accennato sopra, ci dice che studenti lontani, i quali non hanno accesso alle biblioteche o alle università (ed è la condizione della grande maggioranza delle persone, anche se tendiamo a dimenticarlo perché troppo assuefatti ai nostri privilegi), possono ugualmente essere raggiunti da programmi di studio pensati per loro, e per i quali non occorrono strutture che non siano un computer, una connessione internet e, semmai, una stampante. Come non rallegrarsi per un risultato del genere, come non giudicarlo grandemente positivo?
Il caso n. 3 ci dice però anche che il mezzo attraverso il quale si parla condiziona la natura del discorso. Non è vero che il mezzo è il messaggio: si possono dire, e si dicono, anche cose estremamente serie e profonde attraverso un mezzo superficiale come lo schermo televisivo o cinematografico. Ma è vero che un dato mezzo sollecita, favorisce, e in fondo esige l’uso di determinate forme d’espressione. Come dev’essere un sito, anche un serissimo sito culturale, per poter avere successo? Più colore, più immagini, più spazio tra un paragrafo e l’altro del testo, testi più brevi e più semplici perché li si possa leggere più comodamente online. Si tratta di dare alla lezione o al sito online un profilo gradevole, divertente, cioè anche (ed è questo il significato etimologico della parola) distraente: la lettura dei libri, attraverso la quale passava l’acculturazione ancora per la mia generazione, nata nei primi anni Settanta, non è più sufficiente: occorre integrare con ‘materiali’ visivi, tabelle, collegamenti ipertestuali, eccetera (senza contare che è il mezzo stesso, l’infinità stessa del mezzo a essere distraente: mentre scrivo questo righe m’interrompo in continuazione perché su un’altra pagina ho YouTube aperto sulle interviste di Julia Roberts al Letterman Show: una specie di droga, per me. E questo succede a me, che ho trentasette anni e faccio il professore. Cosa succede, oggi, a un sedicenne?).
Si dirà: integriamo, dunque. Integriamo senza eliminare il buono che c’è già: usiamo internet per facilitare e arricchire il normale apprendimento scolastico. Il desiderio di tutti è questo, naturalmente, ma ci sono due problemi.
Il primo è che l’apprendimento extra-scolastico o il non apprendimento possono finire per prevalere su una scuola che appare, che è per molte ragioni screditata, e viene sentita appunto come non più autorevole ma obsoleta e retorica. Niente in contrario ai nuovi mezzi di informazione e di acculturazione. Ma se invece di affiancarsi a quelli vecchi essi li soppiantassero, li eliminassero (non sta succedendo qualcosa del genere coi giornali?), possiamo essere certi che niente di veramente importante, di insostituibile, andrebbe perduto?
Il secondo problema è che, se anche riusciamo a far convivere i due sistemi, la carta e lo schermo, una mente assuefatta alla comunicazione o all’istruzione spettacolarizzata della rete, una mente abituata ad essere di-vertita potrebbe avere difficoltà a tenere aperto anche il primo canale dell’apprendimento, quello legato ai libri e alle lezioni a scuola o all’università, e potrebbe avere difficoltà ad affrontare argomenti che non possono essere resi divertenti. L’unica verità sulle foibe potrebbe essere, alla fine, quella raccontata dalla propaganda – di destra o di sinistra – nei siti internet o nella stampa popolare (non è quello che è accaduto nel dibattito recente sulle vendette anti-fasciste negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale? Il parere degli storici, di chi ha studiato quell’argomento, non è stato silenziosamente esautorato a vantaggio delle spiegazioni più semplici, più schematiche, o solo più retoricamente convincenti di giornalisti e opinion makers senza alcuna conoscenza dei fatti? Non è evidente che l’aumento della libertà nel campo della cultura può non coincidere con la scomparsa dell’autorità ma solo con la proliferazione di autorità vicarie in nessun modo autorevoli?). O per tornare all’esempio n. 3: chi legge Auerbach impara a conoscere Dante; chi non lo legge, e passa attraverso una spettacolare, interattiva lezione online non impara allo stesso modo, non vede le cose con la stessa chiarezza (si obietterà: d’accordo, ma impara qualcosa di diverso, forse qualcosa di meno, e tuttavia impara: perché non rallegrarsi di questa enorme democratizzazione del sapere, anche se essa comporta, ogni tanto, qualche compromesso? Tornerò tra poco su questa questione).
C’è insomma o ci può essere, nell’apprendimento attraverso la rete, un elemento di infantilizzazione che mi sembra venga sottovalutato dagli entusiasti della rete (nel cui entusiasmo – perché non dirlo? – si nota spesso appunto qualcosa di bambinesco). È possibile che molte cose non possano essere spettacolarizzate senza che il loro senso si perda, ed è possibile che queste cose non spettacolarizzabili spariscano dal mercato culturale, o lascino spazio a surrogati più piacevoli, seducenti, colorati. Ma non è soltanto la rete: sono in generale le nuove tecnologie applicate all’educazione che, mentre da un lato moltiplicano all’infinito le possibilità di accumulo e di organizzazione dei dati, dall’altro spingono a una ipersemplificazione che finisce, quei dati, per tradirli, per svuotarli di senso. Faccio soltanto un ultimo esempio, tratto dalla vita accademica.
Perché usare Powerpoint in una seduta di laurea in cui si parla di filologia, o di filosofia, o di storia? Risposta: perché l’esposizione diventa più chiara, più facile da seguire per i membri della commissione se, mentre il candidato parla, scorrono immagini, grafici, tabelle, citazioni che spiegano di che cosa effettivamente si sta parlando. Ma intanto: più chiara o più facile da seguire? Come non vedere che semplificare, in molti casi, significa dare un’interpretazione inadeguata di argomenti complessi, che la semplificazione non la tollerano? E il tentativo di rendere un argomento ‘facile da seguire’ non implica anche la necessità di espungere dall’argomento ogni cosa che non si possa, senza sforzo, afferrare al volo? In questo caso davvero il mezzo è il messaggio, e il messaggio è la riduzione in pillole, la semplificazione forzata di un’argomentazione che è o dovrebbe essere, all’origine, complessa. Qual è il guadagno in un caso come questo? Non significa appunto trattare i propri interlocutori come bambini che vanno intrattenuti? E se l’intero sistema dell’educazione tratta i suoi discenti come bambini, come faranno questi discenti a maturare? O il segreto sta nell’infantilizzare anche i docenti a colpi di Powerpoint?
Ho parlato fin qui di istruzione, perché è il campo nel quale sono più competente. Ma la rivoluzione informatica riguarda, più ancora che l’apprendimento, l’informazione, e qui naturalmente ci sono infinite cose da dire su come sta cambiando il paesaggio. Infinite: e nel mio libro non ne ho detta nemmeno una, e mi sono limitato a parlare di giornali e di televisione, perché la situazione mi pareva e mi pare troppo fluida perché si possa anche solo tentare un’analisi.
Qualcosa però vorrei dire adesso riprendendo il filo della infantilizzazione, anche perché in questo caso il compito è abbastanza agevole. Non ci sono verità che il Sistema pretende di nasconderci, non c’è da estrarre la quintessenza delle cose che abbiamo di fronte e tradurla in parole, non dobbiamo fare particolari sforzi per spiegare quello che è spiegato chiaramente, candidamente da chi l’informazione la gestisce e la fa. E mi limito a citare e a commentare brevemente quello che scriveva cinque anni fa uno dei fondatori del Tgcom, uno dei siti di informazione più visti in Italia (E. Carelli, Giornali e giornalisti nella rete, Milano, Apogeo 2004). Leggiamo con attenzione, perché ogni parola è importante:

Quando mi sono affacciato alla Rete nel 2001 come fondatore del Tgcom, ho avuto l’impressione di trovare molti siti, ma pochi chiari. Mi ha disturbato, per esempio, il fatto che si usassero caratteri molto piccoli, che i titoli delle notizie fossero tutti uguali, senza permettere al navigatore di capire quale fosse la notizia principale […]. Le pagine web erano poco colorate (p. 19).
Nella mia mente la home page doveva sempre stupire, sorprendere […]. Quello che ho voluto fare è proprio un sito ‘caldo’, che non sapesse mai di stantio e che, cavalcando la tempestività, coinvolgesse e stupisse il suo lettore (p. 20).
Per prima cosa è utile essere brevi e chiari, utilizzando il minor numero di parole possibili. Bisogna evitare blocchi lunghi di testo, per far questo è preferibile scomporre un argomento in vari livelli di lettura e inserire elenchi a punti, più adatti a una comprensione immediata […]. Si consiglia di utilizzare verbi forti anziché deboli […]. Infine, il lettore deve sempre essere al centro delle attenzioni di chi scrive, cercando di fornirgli la possibilità di una navigazione facile e piacevole (p. 36).
Dunque la nuova informazione ha, deve avere secondo chi la fa, alcune caratteristiche anch’esse, a ben vedere, nuove. Intanto, la chiarezza. Chi potrebbe eccepire contro la chiarezza? Non è una virtù per eccellenza democratica, vitale dunque in una democrazia? E che novità sarebbe questa? Non è invece, come ci ha insegnato la stampa anglosassone, il primo requisito dell’informazione? Ma qui per chiarezza s’intendono due cose un po’ diverse. Da un lato, semplicemente, chiarezza nella presentazione grafica, visiva, della notizia: significa che bisogna impaginare le notizie in modo che il lettore non debba pensare troppo, che si orienti subito verso la notizia principale, attraverso caratteri grandi (e dunque testi più brevi), fotografie, effetti grafici di varia natura (pop-up, banners pulsanti, eccetera), colori («le pagine web erano poco colorate»).
Poi occorre «stupire, sorprendere». Se la notizia non è né stupefacente né sorprendente bisogna renderla stupefacente e sorprendente (l’inglese ha l’espressione giusta: to sex up), e se proprio non si presta occorre tacerla, o relegarla nei piani bassi della home page. Bisogna «cavalcare la tempestività», cioè cambiare spesso il menù delle notizie (vedi la rotazione delle notizie sui siti dei giornali, ogni quarto d’ora; vedi le notizie che scorrono durante i telegiornali; vedi gli aggiornamenti su politica, calcio e gossip ogni cinque-dieci minuti via sms), e soprattutto «coinvolgere e stupire» il lettore. Che l’informazione (stiamo parlando di un telegiornale) dovesse porsi come obiettivo quello di «coinvolgere e stupire» il lettore è, credo, qualcosa che non poteva neppure essere pensato, men che meno detto, trent’anni fa. Il fatto che oggi non solo lo si dica – che oggi non solo si usino per le notizie i predicati che un tempo si usavano per il varietà o i film d’azione – ma che non ci si ponga nemmeno il problema di argomentare questa necessità, che non si rimanga perplessi ascoltando il suono delle proprie stesse parole, è il segno di quanto radicale è stato, e sarà, il mutamento nel campo dell’informazione.
E infine bisogna semplificare: bisogna usare «il minor numero di parole possibili», scomporre il testo in sequenze brevi, usare verbi forti invece che deboli (qualsiasi cosa voglia dire: presumo che significhi preferire, poniamo, massacrare a uccidere) e, e questo è più sottile, mettere il lettore al centro della notizia: il lettore, non il fatto che la notizia riferisce.
Quando andavo a scuola si facevano, durante le ore di educazione civica, lezioni su ‘come leggere il giornale’. Oggi non ce n’è più bisogno: il giornale, il telegiornale, il giornale online si mette al livello del suo lettore più ignorante: usa solo le parole che il lettore conosce già, semplifica i contenuti, lo coinvolge e diverte con «verbi forti» (sic) e disegni e fotografie, eccetera. La si potrebbe chiamare una nuova forma di pedagogia: invece di portare le persone all’altezza delle cose complesse, semplifichiamo le cose (cioè: il racconto delle cose). Mi dispiace dover raccomandare autori che alcuni giudicano stantii (vedi oltre) come Adorno e Horkheimer, ma è un processo spiegato molto bene in Dialettica dell’illuminismo.
(La deformazione professionale mi costringe ad aggiungere un’altra osservazione un po’ pedante sul linguaggio di questa nuova comunicazione. È chiaro che in un contesto infantilizzante è del tutto inutile la cura della forma linguistica, cioè l’osservanza di leggi grammaticali, sintattiche che appartengono al mondo degli adulti. I brani del libro di Carelli che ho citato sono scritti da qualcuno che ignora la lingua italiana, o comunque non ha – e perché dovrebbe? – alcun interesse a scrivere decentemente. «Mi ha disturbato […] che i titoli delle notizie fossero tutti uguali, senza permettere al navigatore di capire quale fosse la notizia principale» è quello che si chiama un anacoluto; «cavalcando la tempestività» è una frase senza senso; non si dice «il minor numero di parole possibili» ma «possibile»; e il periodo «il lettore deve sempre essere al centro delle attenzioni di chi scrive, cercando di fornirgli la possibilità di una navigazione facile e piacevole» è talmente pieno di errori, imprecisioni, assurdità linguistiche da rendere la correzione un’impresa disperata. Nessuno sforzo – nessuno sforzo per capire cose o concetti difficili, per distinguere le cose serie da quelle che non lo sono, per sostituire un punto di vista comodo e banale con un punto di vista più complesso – significa anche, naturalmente, nessuno sforzo per imparare a scrivere o a leggere. Non occorre. «State lì: scendiamo noi da voi»).

2. Claude Lefort ha scritto, in «Ecrire à l'épreuve du politique»: «Fare il processo alla cultura di massa o all'individualismo senza capire che questi fenomeni sono irreversibili, senza cercare di vedere qual è la contropartita dei loro difetti, decidere per esempio che la diffusione dell'informazione, la scoperta di paesi stranieri, la curiosità per gli spettacoli e per le opere un tempo riservate a pochi eletti, il considerevole ampliamento dello spazio pubblico non hanno altra conseguenza se non quella di fare apparire in piena luce la stupidità dell'uomo moderno – tutto questo significa dar prova di un'arroganza che non è, lei stessa, esente da stupidità».
La «rivoluzione culturale in corso» di cui parlo, e di cui molto mi lamento, in «L’assedio del presente» non corrisponde in fondo anche ad una democratizzazione del sapere? Non sono, queste lamentele, un segno di snobismo o più semplicemente, appunto, di stupidità?
Anche in questo caso la risposta più giusta sarebbe probabilmente il silenzio, l’attesa: dato che ci siamo in mezzo, a questa rivoluzione culturale, siamo nella condizione peggiore per poterla giudicare. E dato poi che io sono, per formazione e professione, legato a un tipo di discorso culturale diciamo pre-mediatico, o non-mediatico, il mio parere è doppiamente sospetto, doppiamente situato, per così dire. Ma d’altra parte è chiaro che quella di ‘rivoluzione culturale’ è poco più di una formula: non si tratta di un evento che è cominciato un giorno e un giorno finirà, si tratta di un’evoluzione continua, oggi resa inafferrabile per la sua velocità. Non ci sarà mai un punto fermo da cui guardare all’indietro per comprendere, finalmente, la Verità su quanto sta succedendo. E se anche questo punto fermo ci fosse, magari tra decenni, è chiaro che qualsiasi futuro assetto culturale troverà il suo apologeta.
Detto tra parentesi, di quest’ultimo fatto – ogni futuro assetto culturale troverà il suo apologeta – mi pare non si tenga abbastanza conto quando si irridono le posizioni conservatrici, passatiste dei cosiddetti apocalittici, su cui si veda più avanti. Dopotutto, si dice, «siamo ancora qui», e le cose non vanno poi troppo male. Cioè: nonostante un secolo di profezie di sventura, la scuola, l’università, la cultura in generale ci sono ancora, e oggi certamente godono di salute migliore che in altre epoche. Gli intellettuali, mi diceva un collega per zittire i miei piagnistei, «non sono mai stati bene come oggi». Sì, «siamo ancora qui»: ma potremmo starci meglio, «qui»; e continueremo a esserci anche se le cose andranno peggio di oggi, e continueremo a trovare la situazione più che tollerabile, e senz’altro migliore che in tante altre età di cui leggiamo nei libri di storia. Voglio dire: mai sottovalutare la nostra resilienza, la nostra stupefacente capacità di fare a meno di vecchie cose, o di tollerare nuove cose, di cui i nostri predecessori mai avrebbero potuto fare a meno o che mai avrebbero potuto tollerare.
Ma veniamo alla domanda. Chi può essere contro la democratizzazione del sapere? Chi può non desiderare che in una società moderna in cui tutti sono chiamati a partecipare alla vita politica e sociale il sapere si diffonda, e non resti il privilegio di pochi? E non è evidente che l’evoluzione dei media – dal manoscritto alla stampa alla radio alla TV a internet – va in questa direzione, cioè mette a disposizione di un numero sempre maggiore di persone una quantità sempre maggiore di sapere? Chi è l’elitista che si oppone a questo progresso?
Mi farebbe piacere se, a questo proposito, venissero letti i libri di Neil Postman (Divertirsi da morire, Technopoly, La fine dell’infanzia), scritti nell’età pre-web, quando ancora il nuovo medium era la televisione; e un libro recente come quello di Lee Siegel su internet, un libro che sarebbe utile tradurre: Against the Machine. In questi libri si spiega in maniera molto convincente (e molto pacata: nessun accento apocalittico) perché a mezzi di comunicazione ultrapotenti può non corrispondere una reale acculturazione, né una reale informazione. Perché ‘più informazione’ può significare ‘nessuna informazione’, quando il rumore generato dalle notizie e dai pareri irrilevanti sovrasta le notizie e i pareri sensati al punto da cancellarli. Perché, nel campo dell’informazione e dell’acculturazione, la moneta cattiva molto spesso scaccia quella buona, cioè vince chi gioca al ribasso, e non solo vince ma costringe gli altri giocatori a scendere sul suo terreno, sicché la libera concorrenza, l’arma vincente e virtuosa nella competizione tra le merci, si traduce qui – nella circolazione di merci immateriali come le parole e le immagini – in una gara ad abbassare la qualità, la serietà, l’attendibilità del prodotto. Insomma, abbondanza e qualità non vanno necessariamente d’accordo: da una certa soglia in su può darsi che il troppo sia nemico del bene. Certo, il bene (i buoni articoli, i buoni libri) sta dentro al troppo: ma chi riesce a vederli? La solita élite plurilingue. E allora che democratizzazione è?
Facciamo un paio di esempi italiani. Che cosa ha voluto dire la concorrenza delle reti private, per la RAI, da trent’anni a questa parte? Più varietà, senza dubbio. Ne I barbari, Alessandro Baricco scrive delle pagine interessanti su quant’era noioso il calcio in TV negli anni Settanta e quant’è bello adesso. Si potrebbe obiettare che oggi il calcio si paga. E si potrebbe obiettare che forse era meglio la noia a questa ormai triste monomania nazionale. Ma a parte questo, su quale terreno è stata giocata la battaglia? La concorrenza non ha portato con sé, oltre a maggiore varietà e a maggiore intelligenza e ironia (perché certamente molti programmi odierni sono più intelligenti e ironici di quelli di trent’anni fa), anche quei problemi, quei compromessi che oggi rendono gran parte della televisione pubblica e privata letteralmente inguardabile? E oggi, quali riflessi sta avendo internet sui giornali? Intanto, una crisi economica senza precedenti e – mi sembra innegabile – una semplificazione e una spettacolarizzazione dei contenuti: caratteri più grandi, articoli più brevi, più fotografie, più colori, più pettegolezzi, più allarmismo, titoli più urlati, più nudo. Non è soprattutto questa, per ora, la «democratizzazione»?
Ma, si dice, questo compromesso sulla qualità va messo nel conto, va accettato come effetto collaterale di quel balzo in avanti quantitativo che i nuovi media hanno reso possibile. Qui mi pare ci sia un equivoco non solo sul significato della formazione umanistica o scientifica ma sul significato dell’acculturazione tout court. Detto brutalmente: la semicultura può essere peggio dell’ignoranza. L’ignoranza si associa spesso all’umiltà e all’autentico desiderio di sapere. La semicultura è il contrario: è sicurezza delle proprie idee sbagliate, orgoglio della propria superficialità, ironia o disprezzo per il vero sapere. È meglio non avere idea di cosa fossero le foibe piuttosto che accettare senza battere ciglio la verità di questa o di quella parte politica. È meglio non leggere mai una poesia piuttosto che avere verso la poesia quell’atteggiamento retorico e bamboleggiante che hanno tantissimi ‘amatori di poesia’ (inclusi, s’intende, tanti insegnanti). E insomma: la cultura è meno un bagaglio di conoscenze che un’attitudine. Sapere tante cose – quelle che oggi si possono trovare comodamente in rete, ed è una splendida cosa – è meno importante che sapere dove trovarle, e come verificarle, e come giudicare le proprie fonti, e soprattutto come metterle in gerarchia: e questa attitudine, questa maturità mi pare la si possa acquisire solo attraverso una formazione graduale e mediata, che i nuovi mezzi di comunicazione per ora non mi pare possano dare.
Vogliamo degli esempi di semicultura, cioè di falsa democratizzazione della cultura gabellata come vera? Siamo davvero convinti – è il primo caso che mi viene in mente – che le mostre-evento del tipo Gli impressionisti e la neve, o altra paccottiglia del genere, contribuiscano sul serio a migliorare la cultura storico-artistica delle persone? A renderle più sensibili alla bellezza? A far nascere in loro un reale interesse e un reale rispetto per l’arte e, lo sottolineo, per il tipo di attitudine che lo studio dell’arte presuppone? Mi si obietterà che a una richiesta di massa di cultura non si può rispondere con delle lezioni universitarie: bisogna trovare nuove forme di mediazione. Non sono d’accordo, perché non penso affatto che un quadro, o un libro, o un brano di musica classica ‘facciano bene di per sé’: è meglio passare la domenica facendo cose più divertenti. Sono invece d’accordo, per esempio, con Jaurès: «Non vedo in virtù di quale pregiudizio dovremmo rifiutare ai figli del popolo una cultura equivalente a quella che ricevono i figli della borghesia». Ma ammettiamo che occorrano nuove forme di mediazione, di svecchiamento, aria nuova. Vediamo allora un altro esempio di ‘arte (finalmente) fuori dai musei’, di democratizzazione della cultura. 
Si discute in questi giorni di portare il David di Donatello, alla Fiera di Milano (anzi meglio: alla «Campionaria delle qualità italiane» di Fieramilanocity), e poi alla Maddalena per il G8. Perché essere contrari a un’idea del genere, che permetterebbe a tanti milanesi e a tanti turisti che vanno a Milano (e alle poche persone importanti che andranno alla Maddalena) di vedere il David? Per un paio di ragioni pratiche: perché un’opera del genere non deve, per nessun motivo, essere esposta al rischio di danneggiamenti; e perché chi va al Bargello a Firenze ha il diritto di vedere il David. Ma soprattutto per una ragione ideale più seria: perché un’opera del genere ha un senso e un interesse a Firenze, tra le altre opere del Rinascimento, mentre non ha senso, è un penoso fraintendimento, alla Fiera di Milano o sul bagnasciuga della Maddalena. Ovvero: ha il senso che può avere qualsiasi memorabilia inondato dalla luce dei riflettori: il cadavere di Mao, la maglia di un calciatore, un pezzo della vera croce. È lo stesso David, certo: ma a Firenze è un’opera d’arte, a Milano è un feticcio. E questa è appunto la democratica idea di ‘arte per tutti’ che i nostri amministratori, col plauso dei media, mostrano di avere. Come ha scritto Tomaso Montanari, è «una visione da top ten della nostra identità culturale, ridotta a pochi feticci condannati d’ora in poi a viaggiare senza sosta a vantaggio della patria»: qualcosa che si contempla in stupita ammirazione, che ci si indica a dito, che si può usare per decorare una stanza, ma che non vale la pena di conoscere veramente (per esempio andando a Firenze per vederla nel suo contesto).
E lo stesso ragionamento vale per molti altri campi dello scibile in cui il sapere, che costa tempo, fatica e attenzione, viene surrogato da pillole di sapere spettacolarizzato ad uso di «chi solitamente non si accosta all’arte o alla letteratura». «Chi solitamente non si accosta all’arte o alla letteratura», cioè chi non ha voglia di fare questo sforzo, dovrebbe continuare a non accostarsi. Conosco un mucchio di persone che «non si accostano», e sono meravigliosi e felici esseri umani. Io mi occupo, per lavoro, di Dante Alighieri, quindi la domanda che mi sento fare più spesso è se mi piace Benigni che legge Dante. Ora, io trovo che a volte Benigni sia intelligente e divertente, anche se spesso penosamente retorico (ho in mente per esempio una declamazione piagnucolosa del XXVI dell’Inferno), ma questi sono i miei gusti, che contano poco. Ciò che conta è che i suoi spettacoli sono irrilevanti dal punto di vista culturale, come lo sarebbero i miei se mi mettessi a declamare la Commedia da un palcoscenico. Esistono delle opere d’arte, e queste opere d’arte hanno un loro significato, un loro linguaggio, una loro storia. Cercare delle scorciatoie non vuol dire violare chissà quale etica dell’ascesi (no pain no gain): vuol dire non aver capito che non sono le cose in sé che contano (il David, la Commedia) ma, precisamente, il percorso che ci permette di avvicinarci a loro.

3. Queste critiche, queste lamentele sul declino della vera cultura – si dice – le abbiamo già sentite. La vera cultura è sempre in declino, è sempre minacciata dalla pigrizia, dal cattivo gusto e dalle cattive maniere della massa: lo si è sempre detto, dagli antichi greci in poi. I lamenti sono cresciuti d’intensità quando è stata inventata la televisione; oggi, con internet, sono diventati addirittura assordanti. Ma non c’è semplicemente, come altre volte c’è stata, una trasformazione nel modo in cui la cultura viene prodotta, comunicata, vissuta? E non c’è, da parte dei professori, degli intellettuali da accademia, il timore di perdere la loro ragion d’essere nel mondo liberato dall’autorità del quale i nuovi media hanno schiuso le porte? Questi apocalittici non sono semplicemente spaventati dal fatto che nel nuovo mondo non sembra esserci posto per loro, mentre sembra essercene per ogni altra specie di intellettuale ‘integrato’ (divulgatori, specialisti delle comunicazioni di massa, autori televisivi o cinematografici, creatori di best-seller)? Quello che presentano come interesse generale non è in fin dei conti un interesse di casta?
Questa domanda presuppone che la rivoluzione nel campo degli strumenti di comunicazione sia stata accompagnata dall’affermarsi di una nuova classe di intellettuali: gli addetti culturali di internet, cioè degli intellettuali-tecnici che avrebbero sfruttato i nuovi mezzi per dire cose nuove, o per dirle in modo nuovo. Ebbene, non so se rallegrarmene o dolermene, ma questa descrizione non corrisponde alla realtà: nel senso che non siamo ancora nel futuro. Può darsi che negli Stati Uniti questa classe di intellettuali integrati (tornerò su questo termine) ci sia già: mi vengono in mente i nomi di Henry Jenkins o di Philip Johnson, o – ma qui passiamo di nuovo dall’ambito dell’acculturazione a quello dell’informazione – dei giornalisti-saggisti che stanno dietro magazines online (nati online, voglio dire, non filiazioni di giornali già esistenti) come Slate o Huffingtonpost, o Drudge Report.
Può darsi che questo sia anche il destino dell’Italia: un prospero mercato online che verrà conquistato dai divulgatori capaci di servirsene. Tralasciamo le domande che pure sarebbe giusto porsi: se un simile destino è desiderabile; e se, in Italia, è possibile, e in quanto tempo, e che cosa succederà tra questo presente e quel futuro radioso. E limitiamoci a osservare le cose come sono ora, in questo momento. A me non pare che la chiave del successo degli ‘integrati’ stia nella loro capacità di sfruttare i nuovi mezzi di comunicazione. La visibilità viene ancora dai media tradizionali, TV e giornali. E qui gli ‘integrati’ sfruttano senza troppi scrupoli una rendita di posizione che non gli viene né dal talento né dalla capacità di incarnare lo Zeitgeist ma, semplicemente, dalla loro mediocrità. Non siamo ancora, voglio dire, nel libero nuovo mondo in cui chi ha delle cose interessanti da dire, e sa dirle bene, ha successo. Siamo in un mondo ancora saldamente dominato da trusts che, legittimamente, usano l’informazione e l’acculturazione in vista di un guadagno. E questa prospettiva modella le loro strategie informative e culturali. Perciò le une e le altre privilegiano non i «divulgatori integrati», ma, generalmente, i personaggi più banali, o quelli più aggressivi, o quelli che – anche nel campo culturale, dove la novità, la capacità di ampliare gli orizzonti dovrebbe essere la regola – danno al pubblico quello che il pubblico vuole. Voglio dire che per capire il panorama mediatico attuale Marx o Weber continuano a essere molto più importanti di – mettiamo – Negroponte. È il denaro che conta: i mezzi di cui si serve sono secondari.
Quanto alle etichette di cui ci serviamo per descrivere, oggi, questi diversi punti di vista, questi diversi atteggiamenti di fronte all’acculturazione, ai nuovi media, eccetera. Un recensore mi ha rimproverato perché nel mio libro adopero ancora, per spiegare i media odierni, le categorie della scuola di Francoforte. E mi ha accusato di essere un ‘apocalittico’ spaventato dalla libertà. Allora ho pensato che potremmo fare un patto: io la smetto di citare Adorno e Horkheimer, che sono vecchi di più di mezzo secolo (ma che continuano a dire alcune cose ovviamente vere sul mondo attuale) ma in cambio smettiamo tutti quanti di usare come un mantra («un suono in grado di liberare la mente dai pensieri», dice Wikipedia) la coppia ‘apocalittici e integrati’, che ha anche lei quasi mezzo secolo, e che, come tendiamo a dimenticare, Eco usava come slogan o scorciatoia, senza attribuirle il potere di descrivere effettivamente la realtà (e basta leggere l’introduzione al libro per capirlo). E del resto Eco – e anche questo si tende a dimenticare – non sceglieva tra apocalittici e integrati: cioè vedeva e descriveva le ragioni e i torti degli uni e degli altri. Se oggi il discredito cade sugli ‘apocalittici’, è perché l’idea stessa di critica del presente, di ‘conservazione intelligente’, è diventata intollerabile tanto a sinistra quanto a destra, da forze che – come ho scritto in L’assedio del presente, e prima meglio di me ha scritto per esempio Finkielkraut, in particolare ne L’ingratitudine – si contendono la bandiera del progressismo. Com’è facile ridere degli apocalittici! E com’è facile mescolare, sotto questa categoria, persone e posizioni diversissime, ma che osano mettere in discussione il modello culturale vigente – diciamo Chomsky e Zolla, Postman e Ceronetti… È tutto così polveroso… Non è più bello, nobile, coraggioso, assecondare la corrente? Perché mai, come scrive Platonov in un libro scritto per celebrare il sistema politico che poi lo avrebbe schiacciato, «gli uomini si orientano verso il dolore, verso la rovina, quando la felicità è altrettanto inevitabile e spesso più accessibile della disperazione?» (Ricerca di una terra felice, Torino, Einaudi 1968, p. 81).
Se quello che stiamo cercando è un intellettuale integrato, qualcuno che sia a suo agio nell’uso dei nuovi media, io rispondo perfettamente alla descrizione. Io ho un mio sito, collaboro a riviste online, a programmi universitari online, pubblico spesso online i risultati delle mie ricerche e anche le cose non scientifiche che scrivo. Uso per varie ore ogni giorno internet, non solo per la comunicazione personale ma anche per l’aggiornamento e la ricerca, e per l’informazione in più lingue (repubblica.it, slate.com, eccetera). E naturalmente vedo la tv, ascolto la radio, sono al corrente dei prodotti buoni o cattivi prodotti dall’industria culturale. Dunque, mi sento completamente integrato, se con questa parola intendiamo qualcuno che non sta al di fuori del sistema ma ci sta dentro, e da dentro lo osserva. E ai miei studenti chiedo di fare lo stesso. Ma ‘stare dentro’ non significa chiudere gli occhi e godersi la risacca. E proprio perché conosco i sistemi di comunicazione ho il diritto e il dovere di giudicare quello che vedo e sento. Se l’unica risposta possibile è il peana, beh, allora non si cercano degli integrati ma dei sudditi un po’ tonti, degli esecutori di ordini: ordini che non vengono – è sempre bene ricordarlo – dal disinteressato ambito culturale ma dall’interessatissimo ambito economico-politico.
La verità è che la distinzione non è, non è mai stata, tra apocalittici e integrati. Chi accetta questa distinzione accetta una versione caricaturale della realtà che, come ho detto, parte dal presupposto che la critica del presente sia, per sua stessa natura, segno di misoneismo e di viltà. Condivide cioè l’idea aberrante secondo cui tutto ciò che è reale non è soltanto razionale, ma è anche intrinsecamente giusto. Invece non è così. Non è detto che qualsiasi invenzione di Endemol, per il fatto di essere reale e razionale, cioè conforme allo Zeitgeist, sia anche giusta, legittima, buona. Le ragioni di Endemol e di altri produttori di informazione-cultura-intrattenimento possono non essere pure, possono non andare nell’interesse di chi guarda o legge. Di fatto, i creativi di Endemol non lavorano per il bene dell’umanità ma per il profitto: cosa del tutto legittima, ma che dev’essere tenuta presente, perché il profitto di Endemol può non corrispondere al profitto dell’umanità. Naturalmente, io non criminalizzo i produttori di entertainment: fanno il loro lavoro e, finché lo fanno senza violare delle leggi, possono continuare a farlo tranquillamente, e senza censure. E io sono un grato e devoto consumatore di entertainment. Però vorrei che non venisse etichettato come moralismo o sciocco conservatorismo qualsiasi giudizio meno che positivo sulla cultura di massa prodotta dai media. È una merce, la più importante delle merci in un mondo che produce sempre meno oggetti e sempre più entertainment, opinioni, immagini, brand, e andrebbe studiata come si studia la produzione e la circolazione delle merci. È un aspetto, l’aspetto più importante del capitalismo attuale. E che a difenderlo a oltranza, a dileggiare i critici sia spesso il pensiero di sinistra, il pensiero progressista che un tempo si arrovellava sull’alternativa ‘Samuel Beckett o Bertolt Brecht?’ – beh, questa è una cosa che dà parecchio da pensare, no?

4.Famiglia, chiesa, scuola, erano fino a non molto tempo fa le uniche agenzie educative: l’acculturazione passava attraverso di loro. Nel corso del Novecento i mezzi di comunicazione di massa hanno cambiato radicalmente le cose. Ora internet completa, si può dire, questa rivoluzione, che è una rivoluzione libertaria, che concede a tutti libero accesso a tutte le fonti del sapere, senza mediazioni. Di fronte a questa trasformazione, quale futuro può avere l’istruzione scolastica su cui si fonda quella che ho chiamato la ‘prima cultura umanistica’? E più in generale, come cambia l’acculturazione in un mondo nel quale le immagini – o le parole sullo schermo – prendono il posto della parola stampata?
Cominciando da quest’ultima domanda, risponderei così: l’acculturazione cambia più o meno com’è cambiata la politica. «Oh, ecco la TV! È la fine per gli uomini politici brutti»: è una vecchia battuta di Gore Vidal, credo degli anni Cinquanta, agli albori della televisione. Di lì in poi un obeso come Taft, un paraplegico come Roosevelt non avrebbero potuto diventare presidenti degli Stati Uniti. Da Kennedy in poi, e oggi più che mai, è stata soprattutto una questione di immagine. Soprattutto, non esclusivamente, ma la direzione sembra segnata, e non servono molti esempi per capire una cosa che è lampante: basta vedere le attuali donne della politica italiana, specie nella destra, e confrontarle con le donne della politica negli anni Cinquanta o Sessanta. Ciò che conta nella comunicazione politica odierna è l’aspetto fisico, la cura di sé, la notorietà acquisita in qualsiasi modo (di qui la quantità di giornalisti televisivi che diventano parlamentari: Gruber, Marrazzo; o di personaggi dello show-business che diventano parlamentari: Carlucci, Gardini, Barbareschi, Luxuria) e, per i leaders, la capacità di produrre slogan memorabili ed efficaci.
Ma non è sempre stato così? No, non è sempre stato così. La televisione (un certo uso della televisione) e l’informazione istantanea attraverso internet hanno accorciato i tempi, reso quasi superflue le idee e i programmi, premiato gli abili comunicatori. Non è detto che questi abili comunicatori siano cattivi politici, ma è un fatto che nella discussione si trovano sempre meno argomentazioni razionali e sempre più appelli all’emotività o al fascino dei corpi. È la ricetta della pubblicità, e francamente è difficile rallegrarsene, dato che la politica non è il dominio dell’Immateriale ma tratta di cose molto reali e molto razionali come il denaro, la guerra, la salute dei cittadini, la libertà dell’informazione.
In che senso l’acculturazione che passa attraverso lo schermo minaccia di imitare, o sta già imitando quest’evoluzione della politica? Nel senso, direi, che, per adesso, lo schermo non è congeniale alla discussione o a un’argomentazione seria. Uno schermo lo si guarda, non lo si legge. Un esperto di comunicazione (non di istruzione) online, Jakob Nielsen, ha scritto qualche anno fa: «Come gli utenti leggono sul web? Non lo fanno». Naturalmente, quel «qualche anno fa» è importante, perché non solo le cose cambiano rapidamente, ma cambiano anche le abitudini. E anzi, se ci fidiamo di ciò che scrivono gli scienziati (ho in mente una lettera di un neurologo su un numero recente di «The Atlantic»), cambiano anche le menti: e i nostri figli e nipoti avranno probabilmente menti allenate non solo a guardare lo schermo, ma anche a leggerlo.
Ma lasciamo il futuro agli abitanti del futuro. Mi pare che, per ora, l’idea di acculturazione cambi innanzitutto in questo senso: maggiore quantità di materiali ‘liberi’, liberamente accessibili, ma minore spazio per un reale dibattito, e semplificazione del dibattito stesso. Ma – si obietterà – non è appunto internet il luogo del dialogo perpetuo, dello scambio continuo, della comunicazione ininterrotta? È certamente così, ma parlando dell’oggi, 2009, non sopravvaluterei l’importanza culturale di questo fenomeno. A me non pare che una conversazione tra pari, su Facebook o nelle communities virtuali, rappresenti una nuova rivoluzionaria via per l’apprendimento, o per un’informazione consapevole, per una visione consapevole del mondo. Io continuo ad incontrare persone che passano buona parte del loro tempo libero su Facebook ma non per questo hanno un’idea più precisa di quello che succede, mettiamo, in Israele, o a Roma, o nel loro condominio. A me questa possibilità di parlare con persone lontane, di condividere la propria vita a distanza, sembra una splendida cosa: ma (1) non sopravvalutiamo l’importanza di quello che è, in definitiva, un nuovo strumento, diciamo un nuovo accidente, non una nuova sostanza; (2) non sottovalutiamo il suo potere, come dicevo prima, distraente. Quando fu inventato il telegrafo, e Chicago e New York vennero messe in collegamento, lo scrittore Thoreau (che caldissimamente raccomando di leggere) commentò che non gli sembrava una gran cosa, dato che «magari Chicago e New York non hanno niente da dirsi». È un paradosso, ma contiene un po’ di verità: non è detto che comunicare sia sempre, necessariamente, il modo migliore per sapere o per capire le cose.
Ciò detto, io credo effettivamente che il cambiamento sarà, nel futuro prossimo, radicale. E credo anzi che il cambiamento ci sia già stato, e che noi ci troviamo adesso, per usare un’espressione in voga nel marketing, sulla sua lunghissima coda. Il cambiamento c’è già stato, e non principalmente a causa delle nuove tecnologie: che sono dopotutto, ripeto, degli strumenti. Il cambiamento c’è stato, ed è dipeso dai profondi mutamenti che hanno interessato non tanto l’acculturazione o l’informazione quanto, molto più concretamente, la vita delle persone negli ultimi decenni.
Ogni modello culturale, ogni idea di cultura e di formazione si fonda su una decisione, o – per usare Bourdieu – su un’illusione: la decisione, l’illusione che alcune cose siano più importanti di altre e vadano dunque protette, comunicate, e persino imposte ai giovani attraverso l’educazione scolastica. Ebbene, come dirlo in breve? L’impressione è che le decisioni o le illusioni culturali che abbiamo ereditato dal passato, e che hanno contribuito a renderci quello che siamo, siano ormai obsolete, non facciano più presa sulla realtà. L’impressione è che quella che chiamiamo ‘cultura liberale’ (una cultura formata non solo dalle discipline umanistiche nel senso più largo, ma anche dalla conoscenza teorica in campo scientifico) continui forse a dire delle verità sugli uomini, ma non più delle verità sul mondo, che abbia perso il contatto con le cose, con la realtà come è e non come la sognano gli artisti o i filosofi.
Questo è, mi pare, un sentimento diffuso. È difficile tradurlo in parole ma c’è, è nell’aria. Lasciamo però da parte l’astrattezza del sentimento e veniamo alla prassi. Non è forse vero che sono sempre di meno gli ambiti in cui la cultura liberale rappresenta, per chi la possiede, un vantaggio anziché un handicap? La politica e i media preferiscono dei tecnici, cioè delle persone che sappiano svolgere una mansione specifica all’interno di una delle tante caselle create dalla divisione del lavoro: giuristi, economisti, informatici, vale a dire individui dotati di competenze o di abilità piuttosto che di conoscenze astratte. Un amico che dirige un’importante azienda di telecomunicazioni mi scrive: «Sarò presuntuoso, ma il fatto è che per loro [colleghi, dipendenti, azionisti] sappiamo troppe cose. Nei corridoi mi chiamano ‘il professore’, e giù risate». Sapere, conoscere qualcosa di non strettamente legato all’obiettivo immediato, può essere dannoso (per questa ragione trovo irritanti e miopi gli inni in onore del nuovo mondo tecnologico che ha reso il sapere così diffuso e così rapidamente pronto per l’uso. Verissimo, salvo che, come accade con l’inflazione, nel frattempo il prestigio della cultura disinteressata è vertiginosamente calato: oggi sapere ciò che non sembra necessario sapere fa ridere).
E lo stesso si può dire per altri settori importanti dell’amministrazione. Ricorderò un fatto che non credo molto noto, ma che è rivelatore: oggi, in Italia, un laureato in storia o in filosofia o in letteratura non può iscriversi al concorso che gli permetterebbe di fare la carriera diplomatica. Non importa quante lingue sappia o quanto bene conosca la geopolitica: il regolamento non glielo consente. Sarebbe interessante ragionare sulle cause di questa decisione, che è una decisione molto recente; e sarebbe interessante vedere qual è la situazione all’estero. Ma questo è, comunque, quello che si è ritenuto giusto fare nel paese di Niccolò Machiavelli.
A questo – e continuo di proposito a fare esempi concreti perché mi pare che il discorso venga svolto spesso in maniera troppo astratta, come se si trattasse di trigonometria e non di vita reale – si collega un altro fatto importante, e cioè che la qualità media degli studenti delle materie umanistiche (in senso largo, ripeto) si abbassa sempre di più, e questo non perché i giovani di oggi siano più stupidi dei giovani di ieri, ma perché gli studenti migliori finiscono per scegliere di non frequentare facoltà giustamente ritenute facili, e che hanno così pochi sbocchi lavorativi: si orientano sulle materie scientifiche applicate, o su giurisprudenza o economia. È una spirale: cala la spendibilità sociale della cultura liberale, cala il livello (cioè la preparazione, la determinazione, e perché no la combattività) di coloro che dovrebbero difenderla. Non vedo come questo fenomeno possa essere arrestato. E d’altra parte, l’indebolimento della cultura liberale seria nel luogo che dovrebbe tenerla in vita e promuoverla, l’università, non può non significare anche una sua minore presenza e un suo minor prestigio nella società, anche al di fuori del mondo del lavoro. Questo non significa che abbiamo o avremo una vita culturale meno intensa, un minor numero di ‘oggetti culturali’ di natura sempre più varia: il tempo libero è e sarà sempre di più, e andrà riempito con qualcosa. Questo significa che questa cultura non è e non verrà prodotta né amministrata da persone competenti. Un intrattenitore televisivo o una soubrette andranno benissimo.
Vorrei essere chiaro: io non ho dubbi sull’importanza di un’autentica preparazione culturale, sulla bellezza e l’utilità del sapere disinteressato. Ma queste conoscenze sono, e saranno sempre di più, una strategia per la salvezza individuale, cioè qualcosa da coltivare privatamente: com’erano un tempo, del resto, nell’età di Petrarca o di Leopardi. La loro incidenza sulla vita comune, la loro importanza sociale è destinata a diminuire. Tra le cose che è bene sapere e le cose che è utile sapere si è aperta una forbice che non vedo come possa richiudersi: e io esorterei volentieri a inseguire il Bene e a lasciar stare l’Utile, ma ho un po’ di remore a farlo perché, francamente, non credo di avere argomenti molto convincenti (del resto, il compito di difendere la cultura seria, che qui identifico un po’ sbrigativamente, e ironicamente, col Bene, cioè, in concreto, il compito di pagare qualcuno perché porti avanti ricerche in settori che il più delle volte non hanno alcuna vera ricaduta sul dibattito pubblico, o sulle idee della gente comune, e men che meno sulla loro vita – questo compito è stato assolto, nell’età moderna, dalle nazioni. Sono le nazioni ad aver interpretato la volontà collettiva dei loro cittadini destinando ad attività disinteressate, gratuite, una parte delle loro tasse. Ma questo è sempre più un mondo di nazionalismi e sempre meno un mondo di nazioni: e mi chiedo chi altri, se non gli stati, avranno interesse a investire in settori che non danno agli investitori alcun profitto tangibile). 
E vorrei essere chiaro anche su un’altra questione su cui sono stato frainteso. Io non difendo l’attuale sistema scolastico e universitario, io vedo chiaramente i limiti, le storture, la retorica, la pura e semplice imbecillità di molti aspetti del modello culturale che mi ha formato. Io credo che ‘il mondo come è’ abbia moltissime ragioni, e il modello culturale che fino a un paio di generazioni fa veniva imposto agli adolescenti come un cilicio avesse molti torti. Credo che la critica del Sessantotto fosse, in buona misura, giustificata. E leggo con scoramento, ma devo in sostanza sottoscrivere, la frase (riferita da Martin Amis) che Saul Bellow avrebbe pronunciato mentre un gruppo di atroci professori di letteratura stavano commentando (cioè interpretando, scomponendo, decostruendo) i suoi romanzi: «L’università ha miseramente fallito». Vedo tutti questi torti. Ma – e non mi pare che gli ‘integrati’ lo facciano abbastanza – ricordo anche le buone ragioni: dunque resisto un po’ (non troppo, solo un po’) alla corrente.
Ma, come si è detto, il fenomeno più nuovo e importante dei nostri tempi è la crescita dell’offerta culturale al di fuori della scuola e dell’università. Su questo vorrei aggiungere, per concludere, un paio di osservazioni.
La prima riprende quello che ho scritto ne L’assedio del presente sull’inedita saldatura tra l’élite e la massa ignorante. Tutti sanno quant’è noioso, ripetitivo, ingiusto, il piagnisteo sul cattivo gusto del grande pubblico, che va a vedere la mostra sugli Impressionisti e la neve e non si sogna di entrare nel museo della propria città, che fa la fila per i film dei Vanzina e non per quelli di Altman, che ascolta cattiva musica, vede cattiva televisione, parla di cose stupide e irrilevanti che finiscono per rendere stupida e irrilevante anche la vita. L’obiezione a questa valanga di banalità – queste sì davvero scioccamente apocalittiche – è che la cultura, la letteratura, l’arte seria, il pensiero critico, sono sempre stati un affare d’élite, e che confrontare il numero dei fans di Gigi D’Alessio con quello dei devoti di Bartók è assurdo.
Perfettamente d’accordo: la cultura è sempre stata una cosa per le élites: quella che conta è la qualità del pubblico, non la quantità, e la cultura ‘alta’ è spesso una noia o una mistificazione, e ci sono un mucchio di cose meravigliose anche nell’intrattenimento di massa, e persino nel trash televisivo. Ma oggi assistiamo a un fenomeno relativamente nuovo nella storia occidentale recente, e cioè all’abbandono della cultura proprio da parte delle élites, all’indistinzione tra i gusti e le inclinazioni delle élites da un lato e i gusti e le inclinazioni della massa dall’altro. Capitale culturale e capitale economico, o prestigio sociale, si sono allontanati, si stanno sempre di più allontanando. Nei posti di responsabilità, nelle professioni pubbliche come la politica e il giornalismo, accade sempre più spesso di trovare persone prive di qualsiasi formazione o interesse culturale. Voglio dire: una volta riconosciuta la sua inutilità in vista del successo sociale, mi pare che sempre più si neghi alla cultura anche quel valore simbolico di distinzione alla quale l’élite, ancora nel recente passato, raramente rinunciava.
Fece discutere, qualche tempo fa, la frase di Berlusconi (o attribuita a Berlusconi: non sono sicuro che l’abbia mai detta, ma è plausibile che l’abbia detta) secondo cui il pubblico televisivo è come un bambino di otto anni, neanche tanto intelligente. Era una battuta crudele e vera, ma non abbastanza crudele e non abbastanza vera. Il problema oggi non sta soltanto nel fatto che un gran numero di utenti-consumatori è mentalmente fermo alla pubertà. Il problema è che l’élite che lavora per questo pubblico, cioè che si serve di questo pubblico per perpetuare i suoi privilegi, è essa stessa composta sempre di più da bambini di otto anni neanche tanto intelligenti. Cioè, più astuti che intelligenti. Bambini furbi che governano bambini stupidi. Benvenuti in questo brave new world!
Concludo. Si parla molto – per scandalizzarsene, o per ironizzare su chi se ne scandalizza – di barbarie, di imbarbarimento. Saremmo di fronte, secondo alcuni nostalgici, a un imbarbarimento nella cultura, nei costumi, un imbarbarimento camuffato da progresso. Io non ho mai né pensato né detto o scritto una cosa del genere. Al contrario, mentre non credo nel progresso tout court, credo fondamentalmente nel progresso morale: cioè nel fatto che la storia abbia fatto e faccia giustizia (e per sempre) di molte cose stupide e crudeli che altre età consideravano normali. Non lo vediamo oggi – quando il pregiudizio sulle razze finalmente cessa di abitare, dopo secoli, i cervelli delle persone sensate? Ma non per questo credo che la storia sia un vettore a una direzione, e che, come ha scritto lo stesso recensore che ho citato in precedenza, le cose vadano «verso il meglio e non verso il peggio». Questa è una frase, un giudizio che non ha senso: bisognerebbe prima precisare, riempire di un significato condivisibile da parte di tutti le parole ‘meglio’ e ‘peggio’, e questo non è possibile.
Quello che credo sia giusto fare è dire, secondo la propria opinione, quale tipo di bagaglio vorremmo che le generazioni future condividessero con noi, quali delle cose create e pensate nel passato crediamo possano rappresentare un nutrimento spirituale anche per i posteri. Credo che un nutrimento importante – cioè utile, bello, significativo – si trovi ancora nelle opere d’arte e di pensiero che sono alla base di quella che chiamiamo cultura liberale: credo che molte delle nostre migliori idee sulla vita, la vita individuale e la vita associata, vengano da lì. Non dimentico che la civiltà che ha espresso la cultura che amo è piena di difetti, e che ha prodotto o accettato senza battere ciglio cose che oggi ci sembrano atroci. Ma ha generato anche le idee per sconfiggere i suoi stessi vizi, ha prodotto il suo stesso antidoto, e molte delle cose buone che vediamo intorno a noi: l’intelligenza, la tolleranza, il senso democratico, l’ironia, l’idea di uguaglianza. Così non posso non chiedermi se l’erosione del terreno che ha generato questi frutti splendidi non debba allarmarci. Forse no. Parlando di quest’argomento, di questa rivoluzione culturale in uno dei suoi ultimi saggi, Richard Rorty si è domandato: «Forse che rimpiangiamo la cultura degli ittiti?». Intendendo dire che molte altre cose, molti altri nuovi problemi ma anche molte altre nuove risposte sono venute dopo gli ittiti, e noi, i posteri, degli ittiti non abbiamo alcun rimpianto. Può darsi che, presi in mezzo al flusso, noi persistiamo a rimpiangere, idealizzandole, le cose meravigliose che ci sembra di perdere, mentre non vediamo, o non diamo abbastanza importanza alle nuove cose meravigliose che riempiono ogni giorno il nostro mondo. E certamente anche così. La mia non è tristezza: è ansia. Dopotutto, gli ittiti hanno avuto molto più tempo di quanto non ne abbia io per metabolizzare la loro scomparsa.

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  • Autore: Claudio Giunta