Campo della Cultura / Sezione quarta
Cultura e culture nella comunicazione

cap. 23

Se ipotizziamo che l’effetto della comunicazione interculturale non è l'ibridazione, ma è dato dalle interdipendenze che si creano tra i soggetti che comunicano, possiamo capire meglio anche la separazione delle culture, che comunque si basa sull'interdipendenza.

Cultura, comunicazione e sistemi sociali
Il tema che tratto di seguito è il rapporto tra cultura e comunicazione. Il punto di partenza della mia analisi è la teoria dei sistemi sociali di Niklas Luhmann (1990). Luhmann, in realtà, non parla di cultura, ma di semantica, per mettere l'accento sull'uso dei concetti all'interno della società (e della comunicazione). Luhmann articola una teoria della produzione della semantica: da un lato come dipendente dalla struttura della società e dall'altro lato come orientamento dei processi comunicativi. La comunicazione è l’operazione fondamentale dei sistemi sociali, e in particolare della società intesa come insieme di tutti i sistemi sociali. L’idea è che la cultura da un lato è sostenuta dalle strutture sociali, che sono le forme della differenziazione della società (Luhmann, De Giorgi, 1992), dall'altro lato è orientativa per i processi sociali fondamentali, che sono processi comunicativi. Se da un lato la cultura dipende dalla struttura della società, dall'altro lato, orientando i processi comunicativi, determina le variazioni che permettono il cambiamento di tale struttura.
Si può anche affermare che la cultura è sia un prodotto, sia un orientamento della comunicazione (Baraldi, 2003). La cultura nasce nella comunicazione, in conseguenza di come i processi comunicativi sono strutturati, poi parte di essa è selezionata come insieme di orientamenti fondamentali della comunicazione e in questo modo può diventare anche un motore del cambiamento sociale. Partendo da questi presupposti, si possono studiare ad esempio i fenomeni culturali associati alla nascita della società europea moderna, a partire dal XVII secolo, e vedere come l'economia capitalistica, la democrazia politica, l'affettività familiare, l'educazione scolastica, e molto altro, dipendano da una nuova struttura della società, definita da Luhmann “differenziata per funzioni”, e nel contempo siano anche il motore del cambiamento in questa società. Un esempio che qui cito brevemente, è quello dell'individualismo: si tratta di una forma culturale che appare in questa società, prodotto della sua strutturazione in sottosistemi che danno un peso inedito alla prestazione individuale, riducendo invece il peso dei gruppi sociali all'interno dei quali gli individui erano collocati come membri vincolati a logiche collettive. Questo emergere della rilevanza dell'individuo per le sue prestazioni diventa un orientamento dei processi comunicativi: quindi l'individualismo, da prodotto della strutturazione della società, diventa orientamento di specifici processi sociali.


Dalla cultura alle culture: la comunicazione interculturale
Il tema che a me qui interessa evidenziare non è però l'emergere della cultura della società europea moderna, che meriterebbe ampi approfondimenti, ma è il passaggio da un'idea di cultura al singolare ad un'idea di pluralità di culture. Si tratta di un cambiamento radicale negli studi sulla società: se fino alla fine degli anni settanta, dominava nella sociologia lo studio di una di struttura della società mondiale, che rifletteva il dominio della cultura europea, negli ultimi trent’anni c'è stato un trasferimento di interesse verso lo studio di società definite come multiculturali. Corrispondentemente, c’è stato un passaggio di interesse dal concetto di cultura al singolare a quello di culture al plurale, quindi ai rapporti tra culture. Il mio interesse specifico riguarda la configurazione dei rapporti tra comunicazione e culture al plurale. Se è vero, come sostiene Luhmann, che la cultura funge da orientamento nella comunicazione, che cosa succede se emerge una diversità e una pluralità di culture all'interno di una società?
Come afferma oggi l'antropologia culturale (ad es. Fabietti, 2004), diventa sempre più difficile parlare di cultura come insieme omogeneo, come si faceva fino a tempi recenti. Si dissolve progressivamente l'idea che esistano degli orientamenti monoculturali, cioè degli insiemi di simboli coerenti e condivisi dai partecipanti alla comunicazione, che indirizzano i processi comunicativi. Una cultura unitaria non è più visibile nell’osservazione empirica. Allora la domanda è: che cosa accade ai processi comunicativi, se non esiste più la possibilità di un orientamento unitario? Il concetto di “comunicazione interculturale” è utilizzato per rispondere a questa domanda.
Gli studi sulla comunicazione interculturale (ad es. Castiglioni, 2005; Gudykunst, 2005; Guirdham, 2005; Kotthoff and Spencer-Oatey, 2009; Ting-Toomey 1999) sono piuttosto variegati, quindi di comunicazione interculturale si parla in molti diversi. Qui intendo evidenziare due dilemmi generali in questi studi.
Il primo dilemma riguarda il rapporto tra comunicazione e culture. Nelle principali teorie della comunicazione interculturale, troviamo l'idea che esistano anzitutto delle culture diverse, che possono essere studiate separatamente. Queste culture, che secondo Hofstede (1980) sono culture nazionali, entrano in contatto attraverso la comunicazione: da questo contatto sorgono problemi, in particolare fraintendimenti o conflitti, perché gli orientamenti culturali dei partecipanti sono diversi. Un paio di esempi spesso citati nei testi sulla comunicazione interculturale possono permettono di evidenziare l’approccio e insieme i problemi di interpretazione che determina.
Una distinzione fondamentale utilizzata è quella tra culture individualiste e culture collettiviste, per cui è possibile distinguere culture che sono fondate sul valore primario dell'autonomia individuale e culture che invece danno un peso prevalente all’appartenenza ai gruppi. Quando s’incontrano individui che provengono da culture individualiste e individui che provengono da culture collettiviste, sorgono difficoltà nel raggiungere un accordo sull’interpretazione delle azioni, se sono da attribuirsi agli individui o ai gruppi. Geert Hofstede per primo ha proposto questa distinzione studiando un’organizzazione multinazionale (l’IBM) e ponendosi domande sull’organizzazione del lavoro, del tipo: come dovrebbe agire un manager americano, che proviene da una cultura individualista in una sede di qualche paese asiatico dove prevarrebbe una cultura collettivista? L'idea fondamentale qui è che soggetti che provengono da nazioni diverse, e quindi sono portatori di prospettive culturali diverse, si “incontrano” e comunicano.
Una seconda distinzione spesso citata è quella tra “basso contesto” (low context) e “alto contesto” (high context): l'idea è che ci siano culture nelle quali tutto (o quasi) viene esplicitato nella comunicazione (low context) e culture nelle quali al contrario molto viene dato per scontato, quindi si comunica sulla base di un background culturale che non viene esplicitato (high context). L’incontro tra soggetti provenienti da questi due tipi di cultura crea problemi di interpretazione delle informazioni. Ad esempio, secondo il racconto di Tang (1994), a un party tra una delegazione cinese e una delegazione americana, dopo che il leader della delegazione americana ha proposto un brindisi esternando la propria soddisfazione per l’andamento del party e raccomandando ai colleghi cinesi di continuare a divertirsi, con sua grande sorpresa la delegazione cinese abbandona la festa. Il motivo è che nella cultura cinese (high context) il messaggio del manager americano è interpretato come un commiato.
Questo modo di argomentare da parte delle teorie della comunicazione implica una scelta metodologica: ci si concentra prioritariamente sulle culture anziché sulla comunicazione. La conseguenza è che questo approccio tende a costruire degli stereotipi culturali: ad esempio, un americano che incontra un cinese, dovrebbe aspettarsi che il cinese sia collettivista e segua un orientamento high context, così come il cinese dovrebbe aspettarsi che l'americano sia individualista ed espliciti tutto nella comunicazione. Se ci si concentra sulla comunicazione, invece, ci si pone una domanda diversa: che cosa può emergere nei processi sociali? Si tratta anzitutto di verificare se effettivamente la diversità culturale emerge nella comunicazione (Baraldi, 2003; Carbaugh, 2005; Gumperz, 1982; Gumperz and Cook-Gumperz, 2009; Verschueren, 2008). In questa seconda prospettiva, non ci si preoccupa della definizione a priori di una differenza tra le culture (ad es. cinese e americana), ma si guarda se questa differenza si esprime nella comunicazione, quando persone di nazionalità cinese e americana s’incontrano. In questo modo, si evita di generalizzare categorie culturali, creando gli stereotipi dei “cinesi” e degli “americani”: si osservano e si comparano situazioni comunicative specifiche per chiedersi se vi si può osservare la costruzione di una diversità culturale.
Seguendo questa linea di ragionamento, può essere interpretata, ad esempio, l’interazione in classi multiculturali (Baraldi 2005). In specifico, riassumiamo brevemente l’osservazione di un’interazione tra un bambino di origine algerina, l’insegnante e il gruppo dei compagni. Partendo da una domanda dell'insegnante, il bambino algerino alza la mano per rispondere. L'insegnante non lo vede e dà la parola a un’altra bambina. Il bambino algerino protesta, e da lì si avvia un processo comunicativo in cui la classe, coordinata dall'insegnante, cerca di capire il motivo di questa protesta, identificandolo, in modo oscillatorio, nel suo disagio o nella sua voglia di protagonismo. Il bambino algerino ripete più volte il suo motivo (“ho alzato la mano per primo”), ma nessuno lo prende sul serio. In questo caso, non è possibile affermare che c’è una comunicazione “interculturale”, poiché nella comunicazione non emerge un confronto tra culture diverse: al contrario, il bambino algerino protesta per la violazione di un presupposto della cultura della classe scolastica e del sistema educativo, in base al quale chi alza la mano per primo ha diritto a parlare. Non si può dire che in questo caso si produca l’emarginazione del bambino in quanto “algerino”. Una domanda più generale che ci si può porre è in che misura e in che modo la comunicazione nelle classi multiculturali possa essere definita come comunicazione interculturale o come un problema di rapporti tra culture.
Questo è dunque il primo dilemma negli studi sulla comunicazione interculturale: si parte dalla definizione delle culture per arrivare alla comunicazione o si parte dall'osservazione della comunicazione per verificare se vi si osservano differenze culturali?
Il dilemma coinvolge il modo in cui si osserva il rapporto tra cultura e società. La cultura è stata spesso associata alle popolazioni, alle comunità. Io trovo invece convincente il discorso di Luhmann che associa la cultura ai sistemi sociali: una cultura, ad esempio educativa, è il prodotto di un processo comunicativo, che si riflette anche nel modo in cui gli insegnanti, comunicando con i loro allievi, intendono il proprio ruolo. Culture come quella educativa sono associate a condizioni comunicative sistematiche, nelle quali entra in gioco la necessità di particolari orientamenti. Pertanto, chi fa il medico o l'insegnante, e anche il paziente o lo studente, deve necessariamente confrontarsi con orientamenti comunicativi che sono analoghi in qualsiasi classe scolastica o in qualsiasi ambulatorio medico. Per le culture nazionali invece non c’è un sistema sociale di riferimento. Ad esempio, in uno stadio, o davanti a un televisore, molti “italiani” si riconoscono perché inneggiano all'Italia, ma questo non è un prodotto della cultura nazionale, perché fuori dallo stadio l'Italia spesso non ha significato. Si tratta della cultura creata in un sistema sportivo, non di una cultura nazionale. Nemmeno parlare di cultura di una classe sociale sembra oggi plausibile perché è molto difficile identificarne il contesto comunicativo. Sembra invece riprodursi ancora la cultura di genere: la differenza tra uomo e donna è visibile nella comunicazione nella quale si riproduce, ad esempio attraverso la socializzazione dei bambini e delle bambine. In sostanza, per osservare un insieme coerente di simboli culturali, è necessario osservare un sistema di comunicazioni che lo riproduce. Se partiamo da questo presupposto, le “culture” non sono mai nazionali, né “di gruppo”: sono prodotte in determinati sistemi di comunicazione.
Il secondo dilemma negli studi sulla comunicazione riguarda l’uso dell’aggettivo: “interculturale”. Esiste una tendenza, molto diffusa soprattutto in campo pedagogico ma anche politico, a intendere questo aggettivo come evocazione di apertura, rispetto, interesse reciproco tra le culture (ad es. Mantovani, 2004). Questa visione contrasta con quella che vede problemi nella comunicazione interculturale, cioè fraintendimenti e conflitti. In questa seconda prospettiva (già esposta sopra), l’aggettivo interculturale segnala un problema di comunicazione da analizzare, mentre nel caso degli approcci pedagogici e politici prevalenti segnala la soluzione di un problema di comunicazione. L’approccio di pedagogia e politica tratta negli aspetti interculturali il valore positivo della condivisione, dell'apertura, dell'interesse per gli altri, ignorandone gli aspetti problematici, i chiaroscuri. Si punta direttamente a cogliere le soluzioni efficaci dei problemi, sottovalutandone la portata. Se per comunicazione interculturale intendiamo l'emergere di una diversità, non possiamo tuttavia ignorare che questo emergere consiste anche nell'emergere di una contraddizione: la diversità è di per sé contraddizione perché non è possibile proporre due posizioni diverse senza creare una contraddizione. Pensare subito alla soluzione del problema significa non interrogarsi sul modo in cui il problema nasce, si rivela e si sviluppa in possibili forme di trattamento della diversità. Significa cercare immediatamente una condivisione, quando sarebbe molto più utile, quantomeno dal punto di vista della ricerca, capire in che modo si sviluppa la mancanza di condivisione. Quindi io preferisco pensare alla comunicazione interculturale e all'emergere delle culture come un problema, non per giungere alla conclusione che è impossibile comunicare tra persone che manifestano culture diverse, ma per poter fare ricerca sulla comunicazione interculturale con l’obiettivo di capire quali sono le condizioni nelle quali una diversità emerge nella comunicazione e questo emergere può essere affrontato.
Partire dal presupposto che la comunicazione interculturale è un problema significa porsi in una prospettiva processuale, cioè nella prospettiva di affermare che un problema comunicativo (ad es. un conflitto) viene anzitutto posto, poi si può vedere quale tipo di soluzioni ne vengono date. È chiaro che, se la comunicazione si riproduce con successo, le soluzioni al problema “interculturale” si producono necessariamente: se non fosse così, non si potrebbe semplicemente continuare a comunicare. La comunicazione interculturale può dunque essere vista come un processo che inizia come problema, che è il problema del trattamento comunicativo della diversità, e prosegue in modi che costituiscono una soluzione comunicativa di questo problema. Ad esempio, le analisi dei tentativi di assimilazione o di melting pot, maturato negli Stati Uniti dagli anni sessanta in poi, mettono in luce come questo problema è stato affrontato. Con lo stesso obiettivo, ci si può recare nelle classi scolastiche e registrare delle interazioni, ad esempio durante lezioni nelle quali si esplora il tema della diversità culturale: si può allora analizzare, nelle azioni degli insegnanti o degli esperti, i tentativi di soluzione del problema in un'ottica di volta in volta di assimilazione, di melting pot, di fusione, di adattamento reciproco tra le culture. Attraverso i lavori di ricerca e le tesi che seguo, che sono spesso basati sulla registrazione di comunicazioni di questo tipo, emerge una diffusa tendenza a chiudere la comunicazione interculturale per mezzo di logiche di assimilazione o tentativi di fusione o di condivisione. Questo significa che si cerca di ricondurre la differenza culturale a una cultura unitaria: il tentativo è, quindi, ritornare alla cultura, partendo dalle culture.


Multiculturalismo o ibridazione?
Il tentativo più noto di procedere in una direzione diversa da questa, partendo dal presupposto che il tentativo di riportare a una cultura unitaria l'orientamento della comunicazione è problematico, è quello che va sotto il nome di multiculturalismo (ad es. Colombo, 2002; Piccone Stella, 2003). L’uso del concetto di multiculturalismo presenta molte ambiguità, ma la visione più diffusa propone di introdurre nella società i diritti collettivi dei gruppi culturali, affiancandoli e integrandoli ai diritti individuali, che sono tipici nella società europea moderna, che come abbiamo visto ha l’individualismo tra i suoi pilastri culturali. L'idea di fondo è che il multiculturalismo sia possibile, se non necessario e per certi aspetti opportuno, ma in un'ottica opportunistica: il multiculturalismo non è visto tanto come un modo più efficace di trattare i rapporti tra culture, ma come un modo di cristallizzare i dritti delle culture, sostenerli ed affermarli nella società, sul piano giuridico e politico, e in tal modo preservare delle riserve culturali per le minoranze e/o i gruppi etnici. Il multiculturalismo ha avuto il merito di porre seriamente il problema della diversità culturale, affermando che, se si osserva un problema di diversità, anziché eliminarlo attraverso un riorientamento a una cultura unitaria, lo si può riconoscere e accettare nella società. A prescindere dalle critiche liberali a questa proposta e dai dibattiti sulla fattibilità della convivenza tra diritti collettivi e diritti individuali, il più importante problema del multiculturalismo è dato dal fatto che propone una cristallizzazione della diversità culturale, definendo in modo normativo che cos'è una cultura e quali sono i diritti che esprime e che la preservano.
Ciò comporta problemi rilevanti in una società multiculturale, nella quale i confini tra le presunte culture cristallizzate di diritto, nei fatti sono porosi, ammettono passaggi e sconfinamenti. Se è vero che la prospettiva multiculturalista ha avuto il merito di legittimare l'esistenza della diversità culturale, è altrettanto vero che sottovaluta gli effetti della comunicazione interculturale. Il problema qui è il significato della convivenza tra “culture” in termini di comunicazione. Porsi questo problema significa anche porsi il problema degli effetti della cosiddetta “globalizzazione”. Indebolitasi l'idea della globalizzazione come omologazione culturale, rimangono due visioni dell'effetto della globalizzazione intesa come incontro tra culture. La prima ritiene che sia possibile, e anche auspicabile per alcuni, mantenere un sufficiente grado di separazione tra le culture. Ciò si nota nella variante multiculturalista che riconosce i confini tra le culture, per cui ciascuna cultura si autoregola e si autodetermina. Ma questa stessa visione è sostenuta anche da spinte politiche centrifughe all'interno degli stati nazionali.
L'altra visione, che ha avuto un certo successo negli studi degli ultimi anni, è quella che introduce concetti come “ibridazione” o “meticciato” (Nederveen Pieterse, 2005; Wieviorka, 2001). Non entro qui nel merito della differenza tra questi due concetti, e delle critiche reciproche tra coloro che li usano: quello che qui importa è che entrambi segnalano una contaminazione, una costruzione di identità che non hanno più un solido riferimento culturale omogeneo, ma che invece sono ibride o meticce. La tesi che non sia possibile stabilire dei confini culturali va contro le ipotesi multiculturaliste: Nederveeen Pieterse (2005), ad esempio, critica con decisione le modalità con cui vengono rilevati i gruppi etnici nel censimento americano, sostenendo che la definizione censuaria di african american, latin american, european american e così via, è artificiosa e tende a ricostruire i confini tra gruppi anziché dare atto dell'ibridazione che ne caratterizza le “culture”.
Ci troviamo di fronte a due interpretazioni diverse del significato dell'emergere della diversità culturale: una che intende difenderla e comunque sostenere il diritto delle culture, soprattutto minoritarie, di continuare ad esistere; l'altra che ritiene che vi sia una tendenza storica verso la dissoluzione dei confini e delle differenze culturali. Questa seconda visione è a sua volta resa ambigua dal fatto di non chiarire in modo soddisfacente il significato empirico di concetti come ibridazione e meticciato. Ad esempio, alcuni modelli teorici propongono l'ipotesi che dall'incontro tra due culture emerga una “terza cultura”. Ma la “terza cultura” è una nuova forma di diversità culturale che produce una propria identità, distinta dalle altre, o coincide con la dissoluzione di culture prima diverse o contrapposte? E nel caso che coincida con la dissoluzione di culture prima diverse o contrapposte, significa che la cultura tout court si dissolve? S’intende affermare che l'identità culturale viene a coincidere con l'identità personale, nel qual caso il concetto di cultura non serve più a nulla?
Questo nuovo dilemma è stato colto da Michel Wieviorka (2001), il quale nell’analizzare la differenza culturale, giunge a chiedersi quale sia oggi il significato dell'incontro tra il soggetto e la cultura. Che cosa significa oggi diversità culturale di fronte a un proliferare di soggettività meticce o ibride? Possiamo ancora definire questo tipo di differenze come culturali oppure siamo di fronte ad un dissolvimento del concetto? Un dissolvimento definitivo del concetto di cultura non sembra peraltro ipotizzabile, a meno di sostenere che la rivendicazione di un’identità culturale nella comunicazione è un errore concettuale. Quello di “errore culturale” è tuttavia un concetto di derivazione politica, il frutto cioè di una posizione che afferma un principio, mentre chi fa ricerca non può ignorare che si rivendicano anche identità culturali. Dal punto di vista della ricerca, la rivendicazione delle identità culturali non è “sbagliata”: è un prodotto sociale. Se si osserva la rivendicazione di un'identità culturale significa che la comunicazione produce anche identità culturali. Un'identità culturale c'è perché c'è chi la rivendica. Come possiamo dire che chi rivendica un'identità culturale sbaglia? E per quale motivo sbaglia chi rivendica un'identità culturale e non chi sostiene che è sbagliato rivendicarla?
Non è possibile contrapporre ciò che è “oggettivamente” verificabile da parte di un ricercatore che osserva a ciò che è costruito da chi è osservato: ruolo del ricercatore è osservare come altri osservano, non determinare la legittimità di queste osservazioni. Il ricercatore si pone nella prospettiva di chi dice che cosa è vero o falso da un punto di vista scientifico: dovrebbe anche avere la consapevolezza che la “sua” verità è solo della scienza, mentre non c'è nessun motivo vincolante per cui chi crede in una verità di altro tipo, ad esempio religiosa, debba accettarla. In questa prospettiva, la rivendicazione dell’identità culturale è un fenomeno culturale generale, non soltanto un fenomeno politico. Ad esempio, si può essere d'accordo con chi sostiene che il fondamentalismo islamico non è un fenomeno puramente religioso, ma perché negare che sia anche religioso? Se ci sono fedeli che agiscono nel nome della religione, com’è possibile negare la rilevanza religiosa della loro azione? Affermare che esiste un'interpretazione corretta perché non fondamentalista del Corano, ha senso tanto quanto affermare che esiste un'interpretazione corretta perché fondamentalista.
In sintesi, un osservatore non può assegnare un’identità dall’esterno: l’identità è il prodotto di un'auto-descrizione di un sistema. Se la definizione fosse posta dall’esterno, non sarebbe un’identità. La costruzione di un'identità culturale è processuale: l'identità è il prodotto di una riflessione, cioè di un'auto-descrizione, che si discosta dal procedere usuale della comunicazione. La costruzione di un'identità non è un processo quotidiano sistematico, bensì un processo che si attiva in condizioni particolari.
Nella prospettiva politica, e non di ricerca, sull’identità finisce per collocarsi anche Nederveen Pieterse (2005), quando afferma che i confini fra le identità culturali sono degli abbagli, degli artifici. Si può osservare che sono artifici, cioè costruzioni nella comunicazione, tanto i confini quanto il loro abbattimento. Il problema nell’analisi è: che cosa sta prevalendo oggi? Come mai osserviamo una commistione di fenomeni così diversi e così opposti come l'ibridazione e il meticciato da un lato, e la separazione delle culture dall'altra?


Interdipendenza e dialogo
Non c’è spazio qui per rispondere esaustivamente a queste domande complesse. Voglio soltanto sottolineare che il problema della comunicazione interculturale, più che sul piano dell'ibridazione, va posto sul piano dell'interdipendenza. Nederveen Pieterse (2005) sostiene che l'ibridazione è sempre esistita, quindi è sempre esistita una contaminazione reciproca tra le culture. Questo però non significa che da sempre si siano stabilite delle interdipendenze tra le culture: queste ultime sono il prodotto di processi storici più recenti, che possiamo far originare dal colonialismo. Se ipotizziamo che l’effetto della comunicazione interculturale non è l'ibridazione, ma è dato dalle interdipendenze che si creano tra i soggetti che comunicano, possiamo capire meglio anche la separazione delle culture, che comunque si basa sull'interdipendenza. Ad esempio, il fondamentalismo islamico non è un fenomeno avulso dalle interdipendenze non solo per la sua origine, che deriva dal contatto, ma anche nel suo manifestarsi (Roy, 2003). Il fondamentalismo islamico vive solo nella sua interdipendenza con i suoi nemici, così come per un lungo periodo di tempo il cosiddetto “Occidente” è vissuto solo nella sua interdipendenza con il blocco sovietico e ora vive nella sua interdipendenza con altre “diversità” costruite, come quella dell’Islam. È solo in questa interdipendenza che la diversità si riproduce: è l'interdipendenza che può spiegare tanto i fenomeni di riconsolidamento e ricostruzione delle identità culturali, quanto quelli di meticciato e di ibridazione.
Il concetto di interdipendenza rinvia all’importanza del dialogo interculturale. Possiamo chiederci in che modo le interdipendenze possono essere orientate e consolidate in una direzione o in un'altra. In questa prospettiva si può capire la funzione del dialogo, concetto che nella letteratura presenta interpretazioni diverse, che variano tra la sovrapposizione con il concetto di comunicazione (Weigand, 1994) e una qualità “positiva” della comunicazione (Bohm, 1996). Nella mia prospettiva (Baraldi, 2003, 2009), il dialogo non è comunicazione tout court, bensì comunicazione che assume una forma particolare. L’analisi del dialogo in questa seconda accezione, che è quella in uso quando si parla ad esempio di dialogo interreligioso o politico, ha l'obiettivo di capire come la comunicazione interculturale possa essere dirottata in una direzione in cui l'interdipendenza tra le culture è gestita in modo efficace.

 

dettagli
  • Autore: Claudio Baraldi
bibliografia

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