Campo della Cultura / Sezione quarta
La città specchio, la città riccio e la città volpe

cap. 30

Si calcola che durante l’ultima festa di Primavera circa cento milioni di cinesi abbiano cercato di tornare a casa nel tentativo di vedere la famiglia per un’unica volta durante l’intero anno lavorativo. Il fenomeno, che ha dell’incredibile solo se si trascura di ricordare la densità abitativa di molte nuove città e la capacità produttiva della Cina degli ultimi anni, ha però mostrato il lato drammatico dell’attuale urbanizzazione di quella parte del mondo. Un vortice così significativo di persone ha infatti portato al collasso delle linee ferroviarie, delle strade, dell’insieme delle infrastrutture e dei trasporti pubblici.

Come banchi di sabbia al moto delle maree
Si calcola che durante l’ultima festa di Primavera circa cento milioni di cinesi abbiano cercato di tornare a casa nel tentativo di vedere la famiglia per un’unica volta durante l’intero anno lavorativo. Il fenomeno, che ha dell’incredibile solo se si trascura di ricordare la densità abitativa di molte nuove città e la capacità produttiva della Cina degli ultimi anni, ha però mostrato il lato drammatico dell’attuale urbanizzazione di quella parte del mondo. Un vortice così significativo di persone ha infatti portato al collasso delle linee ferroviarie, delle strade, dell’insieme delle infrastrutture e dei trasporti pubblici.
Il giornalista del Times Oliver August (August, 2008) ha descritto l’insieme delle città che si affacciano sulla costa meridionale delle Cina tra Shanghai e Honk Kong con l’efficace immagine del banco di sabbia che si modella al moto delle maree. La potente opera di deregolamentazione economica effettuata dai dirigenti del governo cinese già a partire dagli anni del post Mao-Tze Dong ha sostanzialmente offerto il territorio alla conquista dell’impresa preoccupandosi poco o nulla dell’effetto che questa azione avrebbe avuto sul patrimonio costiero, ambientale e paesistico.
Le città sono dunque nate e scomparse allo stesso tempo.
A distanza di tre mesi una cartina geografica della città di Xiamen potrebbe risultare parziale, mentre dopo soli dodici mesi essa è sostanzialmente inutile poiché la città è irriconoscibile: cantieri si affacciano ovunque e palazzi dai nomi altisonanti affollano strisce di territorio colmate per intero da ambiti urbani ‘inventati’.
La retorica che accompagna questa trasformazione, o per meglio dire l’ideologia che la governa, non è naturalmente quella del decisore politico che ritiene di dover tappezzare i luoghi simbolo di slogan su improbabili striscioni, ma quella feroce del liberismo economico. Un’ideologia che vede la città come funzione, specchio del discorso economico produttivo e che quindi lega inevitabilmente a quel discorso un’idea stessa di trasformazione. La città non è più il luogo della pianificazione territoriale, ma piuttosto il luogo della trasformazione economica e produttiva: alla pianificazione partecipano quindi sempre meno gli attori del vissuto cittadino. La città riflette un insieme di luoghi la cui coerenza sociale è ipotetica.
 Tra gli aneddoti divertenti che troviamo nel testo di August (August, 2008: 72) c’è l’incontro con uno dei tanti migranti venuti dalle campagne a cui viene chiesto di confermare la collocazione di un dipartimento all’interno di un sontuoso edificio poco distante. La risposta del contadino-operaio è che lui nemmeno aveva visto quell’edificio perché da mesi aveva perso l’abitudine a guardare verso l’alto. Tracce minimali di un discorso antropologico che accompagna la radicale trasformazione urbana: i gusti lontani dimenticati a casa, la nostalgia, l’abitudine al sonno breve e rumoroso, il rischio costante nel lavoro così come lo sguardo basso e distratto e il motto: “morire poveri è peccato” (Chang, 2010: 52)
Questo breve prologo solo per accennare a uno dei temi principali del presente contributo: l’idea della città specchio, ovvero l’idea di una città che acquista la forma e l’identità che le si vuole imprimere trascurando di pensarla attraverso la sua tradizione, il suo reticolo urbano, i suoi luoghi, i suoi cittadini e le sue risorse; una città che diventa di volta in volta lo specchio di aspettative ‘inevitabili’ perché fissate da standard, indici e riqualificazioni. Il sogno del pianificatore cinese, sogno condiviso da altri urbanisti lungo le sfide impossibili dell’abitare e della città nella storia del 900, è quello della tabula rasa.
Scorrendo anche velocemente l’insieme dei contributi recenti che discutono la città, nella storia dell’urbanistica così come in sociologia e antropologia, l’impressione che se ne ricava è quella di uno spazio spesso conteso tra diverse discipline senza che a nessuno di questi saperi o di questi interessi corrisponda una visione o un legame sociale riconoscibile. L’idea che se ne ottiene è che la città è un luogo-specchio di un insieme di interessi che trovano una collocazione e una disponibilità geografica e fisica. La città come qualcosa che si mostra divenendo riconoscibile e delimitabile nel momento in cui determinate visioni e interessi si coagulano. Intendiamoci, la città, la forma-città, non risponde solo o in prevalenza ad accelerazioni moderne e globalizzanti. L’esempio cinese porta a riflettere sulla profonda trasformazione della cittadinanza nel contesto di una trasformazione devastante, ma riporta anche alla città come dimensione storica inseparabile dall’uomo. Esso contiene diverse aspetti forvianti per la riflessione sulla città poiché propone una visione radicale ed estrema di un fenomeno che interessa solo alcune zone del pianeta investite da fenomeni di industrializzazione pesante.
La città è sradicamento, ma subisce anche uno sradicamento di ordine istituzionale e non. Non esiste dunque solo una forma di aggressione della città nei confronti dell’uomo, migrante o meno, ma viceversa la città è aggredita da un insieme di politiche radicali di occupazione di quella socialità fisica fatta di spazi che ha comunque governato la crescita e la formazione di generazioni. La città è un territorio denso e fitto di relazioni che lotta con altri soggetti e forze che ne vorrebbero limitare l’autonomia strategica e geografica, a volte per sovrapporsi a questa sedimentazione storica a volte semplicemente per usarla. In questo senso l’immagine dello specchio è ambivalente mentre cerca di mostrare un’ambivalenza: essa infatti ci ricorda che esiste una volontà – o meglio una pluralità di intenti – di riconoscere la città, ma anche un riconoscersi della città.
Accanto ad una serie di antinomie e contraddizioni, molte delle quali significative per l’esplorazione della città, emerge l’idea che spesso i discorsi urbanistici di trasformazione ripieghino sempre più volentieri su retoriche che legittimano la modificabilità del territorio in vista di un uso e un ambito settorializzato di saperi.
Molto prima di giungere a una lamentela istituzionale sui limiti del discorso specialistico e sulla divisione del lavoro, va osservato che la specializzazione dei saperi appartiene alla città da sempre in forme e contesti diversi così come la trasformazione della stessa. La città è da sempre un paesaggio fisico dove le trasformazioni umane sono più o meno sedimentate, prodotte dal lavoro culturale dell’uomo. Le ragioni del venir meno del progetto di città trovano quindi la loro determinazione in luoghi più recenti del nostro pensare e del nostro agire e vanno quindi visti attraverso le lenti opache, ma brillantissime della contemporaneità.
La stessa espressione riqualificazione urbana allude a una frammentazione fatta di riconquiste progressive, limitate operazioni di qualità urbana accanto ad occasioni perse, ma allo stesso tempo sembra immaginare una seconda natura per città e luoghi con vocazioni tradizionali ormai in disuso. Sembra però essere anche, se non l’unica forma oggi conoscibile, almeno una delle dominanti. Le cause sono molteplici e distanti tra loro: l’insieme spesso limitante delle reti istituzionali con apparati di regole e logore, ma anche la perdita di una visione e un centro direzionale di ordine politico (dove per politico si intende una forma urbanistica coerente che organizza i problemi con la misura del territorio) oltre ad un esibizionismo molto debole del progettista che investe la propria opera di valore simbolico limitandosi a spettacolarizzare l’evento-edificio e trascurando il resto, spesso fatto di marciapiedi, strade, commercio di vicinato, palazzi circostanti, vivibilità e cura della città. Riqualificare nei fatti è stata spesso l’occasione per ampliare e non per diminuire quella contraddizione con lo spirito oggettivo incorporato nelle cose di cui parlava Georg Simmel, nelle conoscenze come tra istituzioni e individualità. Il risultato, contraddittorio e certo non univoco, è che le città, alle prese con un forte ridimensionamento di politiche pubbliche capaci di organizzare e saldare un legame sociale duraturo, sono di volta in volta l’oggetto di una destinazione che – anche quando è decisa, spiegata, organizzata e gestita dal centro stesso del potere cittadino – tende a estendersi molto oltre e sopra la città. La riqualificazione diviene sinonimo di un’interferenza funzionale al classico e ben sedimentato discorso concentrico della città e dei poteri che la abitano tradizionalmente. La città, nodo di reti e di relazioni, sorta di network society dove diversi segmenti con obbiettivi diversificati, provvisoriamente orientati da spazi economici coesistono e si relazionano nella rete, si trova a essere – con le parole del sociologo spagnolo Manuel Castells (2004) – un processo e non un luogo. Quest’idea, sostenuta da apparizioni più che da una realtà organicamente diffusa, mostra naturalmente la propria vocazione nel momento in cui funzionalizza spazi interi di città pretendendo di modificare l’assetto istituzionale orientandolo al divenire dei flussi. Il cittadino e la cittadinanza stessa dentro questi flussi sono poi sostenuti da gerarchie di saperi e da un ordine piuttosto severo di competenze che permettono l’accesso alla città. Che l’accesso alla città sia limitato o parziale non può sorprendere se va perdendosi l’idea che la città sia principalmente un luogo di socialità. Sostenere la spontaneità dei flussi e la centralità del processo è anche un modo sociologicamente delicato per affermare la fuggevolezza di alcuni obblighi che la vita urbana dovrebbe garantire in termini di costruzione della cittadinanza.
L’architettura provvisoria, i luoghi virtuali, i flussi mobili e non riproducibili, l’evento, sono la descrizione di una conoscenza e di un insieme di saperi transitori che organizzano competenze. Senza voler riproporre la distinzione tra civilizzazione e cultura, assegnando alla prima il segno dell’artefatto e alla seconda la spontaneità dei fiori nei campi (Spengler, 2002), sembra di poter dire che in alcune riflessioni odierne sulla città né l’idea di una progressiva e utile civilizzazione, né quella di una spontaneità della cultura sembrano avere successo.


La cultura della città e la cultura in città
Se ci si concentra sul legame tra cultura e città si dovrà osservare che spesso chi interroga questa relazione porta con sé un desiderio identificativo di volta in volta speso per giustificare gli insuccessi o glorificare i successi, trascurando di norma il respiro breve (seppur qualche volta intenso) delle politiche pubbliche a livello culturale.
L’organizzazione sociale e la cultura intrattengono con la città e le politiche urbanistiche rapporti che intrecciano e determinano stili di vita, lavoro, famiglia, la gestione e produzione stessa di ruoli spendibili in società, ma anche il traffico e i tempi della vita. Che a una città corrisponda una cultura è un’idea che trova favori più spesso di quanto si creda, anche oggi, soprattutto da parte dei soggetti che investono il discorso sulla città della loro specifica ansia comunicativa, trascurando di coglierne il vivo là dove spesso si trova, accanto. Le politiche legate all’evento – alla reazione all’evento, è forse meglio dire – mostrano frequentemente più che i successi dei loro specifici contenuti (filosofia, scienza, mente, grandi mostre, notti di ogni colore e tentativi etici di riguadagnare lo spazio del divertimento) una buona capacità organizzativa che si sostanzia e si vanta di aver prodotto una rete di volontari.
Mobilità sociale, densità abitativa e demografica, facilità nelle relazioni, creazione di masse critiche, apertura alle influenze esterne, specificità delle relazioni tra città e luoghi della cultura, sono alcuni degli elementi che rendono visibile l’organizzazione sociale dei processi culturali. Individuare un nesso diretto tra politica culturale, organizzazione sociale e forma della città, tra cultura e urbanistica, può però provocare una serie di divergenze negli studiosi e generalmente viene vista con difficoltà anche da coloro i quali investono nel proprio lavoro una parte consistente di questa relazione: gli urbanisti, appunto.
Una grande generazione di progettisti, costruttori e architetti ha operato nelle città della prima metà del 900 col fine di organizzare la vita dei cittadini attraverso visioni di coesione sociale orientate alla miglior abitabilità e diversificazione qualitativa del vivere. L’idea, tradotta di volta in volta in progetti pilota, città di nuova fondazione e utopie concrete, aveva al centro politiche urbanistiche di accoglienza e civilizzazione che vedevano nel tessuto urbano e nel territorio l’opportunità per le masse di una vita nuova, in opposizione al pessimismo della distanza necessaria e della perdita del cittadino. Le politiche della casa, l’esigenza di urbanizzare il territorio accompagnando alla crescita l’organizzazione dei servizi e degli usi, sono alcuni momenti distintivi di quel momento storico, che oggi incontra una fase di pausa e di ridiscussione che investe le stesse priorità che lo hanno generato, aprendo però paradossalmente il campo a una nuova vitalità politica della città non centrata sulla crescita.
Se come scrive Vittorio Gregotti (1987, 11) “il progetto è il modo in cui vengono organizzati e fissati gli elementi di un certo problema”, oggi sembra che il progetto abbia perso il suo referente principale, ovvero il problema stesso della città. I materiali, le azioni e la discussione pubblica del progetto-città sono divenuti nel tempo elementi di volta in volta opachi, meno precisi e netti di quanto si pensava fino ad alcuni anni fa, poco o molto sedimentati, sostanzialmente sconosciuti agli attori.
Il tentativo di una certa sociologia di pensare la città nei termini quasi esclusivi della rete, condanna una parte significativa della vita della città all’esclusione da quella rete e dai collegamenti economici, politici e sociali che la legittimano. Le reti sono spesso traduzioni interpretative più che innovative vie aperte nella città e la griglia interpretativa che utilizza questa metafora sembra imparentata costantemente con un pensiero attento alla forma-impresa e alle relazioni che questa forma genera, più che alla reale ricaduta dei saperi sul territorio. Un pensiero che organizza la realtà nello schema della rete dovrebbe preoccuparsi anche di stabilire cosa non viene raccolto e intrecciato da questa rete poiché proprio qui si rischia di trovare l’analfabetismo di ritorno, la crisi di ogni intelligenza istituzionale, la rottura sistematica del legame sociale e quindi, in conclusione, la perdita della cultura della città come ambito coerente o presumibilmente coerente. Non occasionalmente il discorso sulla città è discorso politico e utopico: la città è utopia perché vista, intravista o accennata nelle sue linee fondamentali dai sociologi, dagli urbanisti e architetti che ne immaginano le forme e le relazioni. Il paradigma delle reti aiuta a comprendere la città come depositaria di un potenziale comunicativo e relazionale non centrato sulla gerarchia; esso organizza un’aspettativa di globalità smarcata e antagonista alla costituzione dello spazio dei poteri tradizionali, produce e rinnova l’idea che il processo comunicativo orizzontalmente generato dalla rete sia, di volta in volta, rinnovabile potendo uscire dai limiti della retorica dominante.
Ma dov’è il pubblico? Dove nasce oggi la decisione pubblica? Che cosa è riconosciuto come necessariamente trasformabile e cosa invece conservabile? Come fa i conti il progetto della città con quello che Cristina Bianchetti ha chiamato “l’evaporare del pubblico”? Dove trovare e rinnovare il legame sociale, la socialità dei quartieri, degli spazi? Si ha ancora bisogno di quell’utopia della ricostruzione che Mumford auspicava come relazione con il mondo esterno? Certamente si ha necessità di vedere una relazione nuovamente autorevole tra gli elementi del progetto e della socialità e la ricerca dei cittadini di domani, che potranno essere dissolti nello spazio-tempo virtuale oppure portatori più tradizionali di diritti e doveri legati a una democrazia e a uno spazio fisico-politico tradizionale.


Varietà, eterogeneità, tradizione

La città raccoglie e concentra l’eterogeneo fino all’intimità e alla promiscuità
Jean-Luc Nancy

La città, scrive Ulf Hannerz nel suo Esplorare la città (1980), “più di altri habitat umani, è un luogo di scoperte e sorprese, più o meno piacevoli, un luogo dove può capitare di vedere oggi cose che non si sono viste ieri, e incontrare persone diverse da noi” (p.407). Questa considerazione possiede una semplice, ma radicale verità. Essa infatti ci interroga circa la capacità del nostro contesto urbano di interessare la novità e la trasformazione ponendo la dimensione della cultura al centro della riflessione, perché cerca nell’esperienza della visione e dell’incontro il proprio centro.
La cultura per la città, osserva il sociologo svedese, è oggi in diverso grado eterogenetica: attinge a diverse fonti e ambiti spesso mescolati tra loro. Risulta importante da questo punto di vista interpretare l’apertura culturale come aspetto decisivo non solo a livello individuale, ma soprattutto per l’insieme delle tradizioni, degli usi e dei significati che attraversano la città. La multiculturalità è parte della stessa definizione della città nei suoi contorni urbanistici, nei suoi luoghi e nelle sue prospettive di relazione e socialità. Le città che Hannerz individua come modello di questa apertura, che dona vivacità culturale a contesti urbani e storici tra loro diversificati quali Calcutta, San Francisco o Vienna, trovano proprio nell’eterogeneità delle fonti la propria risorsa. La capacità di guadagnare punti di vista critici su se stessi e di affrontare la tradizione in modo asimmetrico rappresenta una qualità specifica di città aperte. Dove per aperte si intende capaci di accogliere e trasformare le influenze esterne e donargli una propria dimensione e forma anche a livello del sé: ovvero come abilità nell’ambientarsi, gestire, ascoltare e riflettere su una quantità ampia di ordini simbolici, significati e linguaggi, anche distanti tra loro. Se si formano in città grumi di cittadini che danno vita a una massa critica, questi potranno organizzare un sostegno intellettuale, collettivo e materiale a diversi significati. La prestazione di cui stiamo parlando ha quindi valore orientativo: mentre discute la città, infatti, si tratta di una peculiare capacità che la cultura dona alla città, quella di poter essere autoriflessiva e di produrre punti di vista eterogenei alla propria tradizione. Decisivo è quindi cogliere non tanto la varietà, l’insieme disordinato delle individualità e dei fenomeni che popolano la città, ma soprattutto la capacità di trasformare queste mescolanze e questo carattere non autoctono in una forma riconoscibile. La riconoscibilità della città o della comunità all’interno della città o del quartiere si presenta come momento discriminante: che tipo di riconoscibilità si dà una città? A quale riconoscibilità ambisce?.
Su questo tema, valorizzando il contributo di un’educazione multiculturale ma attenta al locale, si è espressa con saggi e contributi specifici la filosofa americana Martha C. Nussbaum (2006). Il punto di vista adottato da questa studiosa può aiutarci a comprendere a quale tipo di educazione pensavano gli antichi – romani e greci in particolare – rispetto al rapporto tra cultura e città. Decisivo per Nussbaum, seguendo le antiche tracce di Aristotele e Diogene il Cinico, è il confronto con Atene, città che aveva con le civiltà straniere e in particolare con usanze e costumi alternativi un rapporto privilegiato. L’idea stessa di una cittadinanza del mondo nasce secondo Nussbaum dai comportamenti di Diogene il Cinico che obbligava i suoi concittadini a riconsiderare razionalmente molti dei comportamenti da essi interiorizzati attraverso l’esibizione di atteggiamenti scandalosi. Esaminare con distacco le nostre abitudini e ricollocarle nel contesto di una maggiore varietà diventa elemento decisivo dell’approccio che si ha nei confronti dei propri cittadini. Gli ateniesi valorizzavano l’influenza di altre culture nel definire lo spazio della loro città e costruivano la loro identità di cittadini attraverso questo confronto.
Volendo riassumere almeno parzialmente le considerazioni fatte, si potrebbe dire che la cultura – quando non è assunta come elemento ornamentale, ma piuttosto come veicolo di aggregazione e determina flussi, azioni e abitudini di elites, circoli e ambiti culturali – dona alla città due qualità caratterizzanti: in primo luogo la capacità di organizzare i materiali della tradizione e l’insieme eterogeneo delle varietà urbane in forma riconoscibile e autonoma. Riconoscibile in questo contesto non significa dotata di una propria identità certa e strutturata, ma si riferisce soprattutto alla capacità di trasfigurare e unificare il flusso costante nello spazio urbano, la capacità relazionale, ovvero la stessa capacità di creare un “vortice culturale” che trascina tutte le correnti tra loro separate abbattendo consuetudini e barriere culturali. In questo senso la cultura per la città significa soprattutto confronto e apertura a un’educazione multiculturale che valorizzi l’identità come risultato di un processo di costruzione ampio e articolato. Oggi questa possibilità appare al tempo stesso più significativa e maggiormente problematica per la quantità di materiali ai quali abbiamo accesso e che possiamo manipolare e organizzare. La ricerca di una valutazione complessa, ricca e strutturata della diversità in ambito urbano pone problemi di selezione molto significativi.
In secondo luogo la città vede nella cultura un elemento che ne diversifica e stimola la capacità autoriflessiva. Molti interpreti si sono concentrati sull’ importanza strategica che la conoscenza ha per l’economia come per la città. La conoscenza è sia globale che locale accentuando in questo secondo caso la specificità urbanistica e di quartiere. La città, come sostiene efficacemente il sociologo Paolo Perulli (2007), è un integratore di cultura, poiché media tra livelli di conoscenza, quella globale e astratta e quella locale e particolare. Il cervello sociale di cui parlava Marx torna attuale proprio come capacità cognitiva della città, come elaborazione e riflessione su se stessa, sulle proprie potenzialità. Anche se a rigore la città non è un soggetto sociologico, poiché lo sono in definitiva solo i gruppi e gli individui che la compongono, questa capacità autoriflessiva intreccia peculiarmente cultura e luoghi, mostrandoci come questa relazione sia solo apparentemente lo sfondo in cui si collocano le relazioni tra individui.
Se, come appare sempre più, il sentiero storico delle appartenenze e delle identità consolidate è perduto o tende a essere insufficiente di fronte ai mutamenti della globalizzazione, la cultura gioca e giocherà sempre più un ruolo decisivo per cogliere la direzione verso la quale andranno le città dopo fasi anche molto serie di transizione da culture consolidate in ambito lavorativo e produttivo verso scenari ancora sconosciuti. Importante però è non credere che la cultura serva solo nel momento in cui deve strutturare in modo riconoscibile a determinati soggetti economici e istituzionali queste fasi di transizione.
La cultura introduce elementi riconoscibili e compone tracce di discorsi ancora frammentari, ma con ciò non si dovrà intendere lo sviluppo di un discorso legittimante e giustificativo che ordini le tante variabili e i tanti imprevisti del cammino verso una maggiore aderenza alla globalizzazione. E’ vero forse il contrario: la cultura porta paradossalmente a cercare le diversificazioni e la riflessività nella relazione tra luoghi ed esperienza urbana, col fine di allargare e includere l’altro del discorso economico dominante. Essa non contiene, ma valorizza elementi eterogenei e non autoctoni rispetto all’ideologia.
La capacità di coagulare varietà di materiali eterogenei e non autoctoni può essere descritta come una sorta di forza plastica che possiede una comunità o, con qualche velleità ideologica, una civiltà. E’ un tema sedimentato nella storiografia sulla civiltà occidentale in particolare in riferimento al contesto greco. Winckelmann, Burckhardt, Nietzsche, Schiller: sono tutti autori che sottolineano il contributo decisivo dell’apertura culturale della civiltà greca, che descrivono soprattutto come la città greca riuscì nell’impresa di trasformare il seme straniero in qualcosa di proprio, dando forma all’informe. 


La posizione strategica della cultura in città
Oggi soprattutto stati e imprese globali hanno la capacità di decidere le scelte strategiche del nostro futuro, ma proprio in questo spazio allo stesso tempo inedito e consueto nel quale le città ridiscutono sé stesse mentre affrontano il nodo rappresentato dai saperi e dalla conoscenza, sta la possibilità di veder emergere le città come soggetti globali, distinguibili attraverso la cultura che esse producono e trasmettono e nei confronti della quale si espongono, rendendosi riconoscibili.
La cultura ha una funzione chiave nell’interpretare il mutamento del legame sociale e nel governare questo mutamento. La realtà urbana è orientata alla mutevolezza dei rapporti interni: dalla solidarietà al conflitto il passo è brevissimo, ma spesso questo spazio viene colmato da un’idea di città-impresa che ridimensiona il complesso delle relazioni tra individui e istituzioni riducendolo al piano economico. La necessità, anch’essa storicamente sedimentata nei contesti urbani, di trasmettere una rappresentazione di sé, della città come essere in comune, fa della città stessa un luogo che necessita di cultura e che in modi differenti e complessi ne richiede e legittima un ruolo. Questo essere in comune è decisivo per comprendere come interpretare il rapporto tra cultura della città, luoghi e trasformazione.
Per evitare incomprensioni è bene chiarire che la critica al piano economico non può rappresentare una via d’uscita da un problema centrale per ogni città: le forme di approvvigionamento. Il problema del come, con quali mezzi e quali economie una città o una comunità si sostiene è decisivo e orienta in modo significativo la cultura di un luogo. Allo stesso tempo però va evitata la riproduzione del rapporto tra economia e cultura volendo far discendere dalle forme economiche le diverse culture caratterizzanti: la cultura della castagna, dei motori, della piastrella etc.. Serve quindi una maggiore complessità categoriale per rispondere della ricca tela di questi rapporti.
La città è luogo dell’agire di molti soggetti che sono soprattutto attori sociali depositari di mentalità e visioni stratificate in relazione tra loro. Essa è anche un deposito di capitale sociale inesauribile, purché trovi forme di un rinnovamento non estetizzante. Il concetto di capitale sociale, a lungo indagato dalla sociologia e tuttora al centro di numerose riflessioni, è spesso descritto in modo abbastanza generico come l’insieme delle norme o reti che rendono possibile l’azione collettiva. Nella descrizione di ambiti urbani, questo concetto è stato spesso usato, come nel caso di Jane Jacobs e del suo Vita e morte delle grandi città (2009), in termini parzialmente nostalgici a sfondo comunitarista: alla ricerca cioè di spazi di socialità dettata dal vicinato e dalla sicurezza offerta dalla tela di relazioni locali.
In sintesi: la città rappresenta un luogo di stratificazioni culturali, linguistiche, ma anche economiche e normative che non permettono più di intuire e visualizzare un insieme coeso e coerente di significati. La città è un organismo solo come oggetto di studio e le sue funzioni somigliano a descrizioni solo negli effetti che gli studiosi vi intravedono. Più che mondi di significato aderenti o parzialmente aderenti a luoghi e a popoli, ora dovremmo sostenere l’idea che esistano habitat di significato tra loro molto complessi e diversificati (Hannerz, 1992). I nostri habitat urbani dipendono solo in parte dalla presenza fisica sul territorio, mentre dipendono molto dal grado di relazione culturale che produciamo: con quanti linguaggi e situazioni riusciamo a interloquire, quante forme simboliche ci interessano e coinvolgono, quanto stock di capitale muoviamo e che relazione questo capitale sociale (mutuo rapporto, reciprocità, regole condivise, fiducia) intrattiene con quello fisico (disponibilità di beni fisici, risorse non rinnovabili, qualità degli elementi quali aria e acqua) e tecnologico (reti, connessioni, interfacce, disponibilità di strumenti tecnici di comunicazione avanzati).
Per l’insieme di relazioni transnazionali, il valore regionale e sopranazionale delle economie e il ruolo strategico per gli assetti istituzionali, la città è divenuta nel tempo molto di più di quanto era in passato, ma anche, paradossalmente, molto di meno. In essa infatti non sono più riconoscibili elementi di continuità determinati dall’identità tra cultura e popolo o cultura e territorio. Gli spostamenti tra locale e globale, le intersezioni di questa relazione sono molto maggiori oggi di quando non lo fossero in passato, soprattutto per l’influenza di media innovativi che hanno prodotto sottocategorie del nostro rapporto con la città: città-portale, città-interfaccia, città-apparato (per citarne alcuni).
Come si è detto, la cultura promuove una possibilità solo se non viene interpretata esclusivamente nei termini di una compensazione identitaria. Quest’ultimo caso è tipicamente quello nel quale la cultura è descritta come iniezione di capitale simbolico-immaginario nel rapporto beni-servizi. La scelta di visitare una mostra o assicurarsi un preciso bene viene spiegata come movimento identitario prodotto da un consumatore post-industriale alla ricerca di una posizione all’interno di una società sostanzialmente alternativa alle fatiche della vita materiale. Esaurite le disponibilità di carbone, metalli, ferro e gas, l’economia delle città ritrova se stessa nella dimensione di una strutturazione maggiormente immateriale, anche se produttrice di fatto di luoghi diversificati, spesso a beneficio di zone urbane dimenticate, parzialmente in disuso o abbandonate dall’economia pesante e centrata sulla produttività che ha dominato molte città occidentali per decenni. La città che ha trasformato ogni cosa dentro di sé, dai metalli all’industria alimentare, oggi tenta di trasformare sé stessa alla ricerca di una produttività ‘leggera’. La dicotomia materiale-immateriale offre dunque un altro piano di riflessione.
Il nuovo progresso delle società umane ha nell’ intangibile rappresentato dal capitale simbolico e culturale una nuova via, che investe le stesse scelte e abitudini del cittadino-consumatore. L’evento culturale ha la meritoria funzione di determinare una possibile via delle economie mature allo sviluppo umano ad almeno tre livelli, tre drivers, come identificati da Giorgio Tavano Blessi (2006):
-la dimensione delle conoscenze e delle competenze specifiche;
-la dimensione dei rapporti interpersonali e dei modelli di socialità;
-la dimensione identitaria e simbolica.
Questi drivers sono anche il possibile futuro di un ambito territoriale, dove gli aspetti immaginari e culturali assumono valore strategico per uno sviluppo non esclusivamente economico, ma certamente legato all’economia del territorio.


La città rurale e la città creativa: i rischi di un dualismo urbano

L’abitazione non deve essere più fatta a metri, ma a chilometri.
Le Corbusier

Jacques Vèron (2008) ci informa che nel 1950 meno di un terzo della popolazione mondiale viveva in ambito urbano, mentre oggi a distanza di poco più di mezzo secolo ben metà della popolazione mondiale vive in città. Il legame tra sviluppo e urbanizzazione è ancora molto discusso, ma al fine del presente contributo è necessario chiarire che il mondo di oggi assomiglia in buona parte a un mondo di relazioni urbane e forse, con un po’ di ottimismo, a un mondo di cittadini. Questo senza dimenticare, però, che le attrattive della città e della cittadinanza rimangono spesso miraggi per molti individui e famiglie. Su diversi piani oggi le città rappresentano cumuli di aspettative irrisolte: sia ai livelli più avanzati, relativi alla comunicazione o all’interfaccia con ambienti molto distanti culturalmente e fisicamente dal nostro, sia al livello di sussistenza, come capacità di usufruire di servizi elementari ed inclusivi quali l’abitazione, la scuola, il trasporto pubblico. La stessa forma-città è questione di rilevanza politica e le discussioni che riguardano le dimensioni delle città e delle abitazioni non sono sprechi di carta per demografi e geografi, ma importanti rilievi sui limiti urbani a livello sociale. I moderni agglomerati urbani infatti vivono questioni demografiche direttamente traducibili in termini politici: i forti spostamenti migratori di popolazioni in condizione di vera povertà e scarsa alfabetizzazione producono scompensi e lacune nella stessa forma del welfare state fino ad oggi adottata. I servizi attuali sembrano incapaci di cogliere davvero il mutamento e mentre esistono comunque ampie parti di popolazione che trovano nell’attuale sistema sociale forme di sostegno adeguate, un’altra parte, in crescita, ne rimane tagliata fuori. Molto prima di essere un problema amministrativo, questo è un problema culturale, legato al rapporto tra demografia, urbanizzazione e sviluppo.
Si può discutere in questa prospettiva anche adottando l’idea della banalizzazione della città così come la vede Jean Luc Nancy (2002) nel suo breve testo su Los Angeles: “Los Angeles, lungi dal distruggere la città, ne avrebbe riaffermato l’essenza di luogo comune, un’essenza di luogo banale: al tempo stesso un luogo comune, un’assenza di luogo, un non-luogo, un’equivalenza indefinitivamente moltiplicata delle direzioni e delle circolazioni, di cui l’abitazione è solo un corollario”. La conclusione cui giunge Nancy è che a Los Angeles la città è perduta, non esisterebbe nessuna immagine di sé, nel senso tradizionale di immagine di città, ma solo un dispiegarsi infinito lungo le diramazioni, un mancato radicamento della città alla terra da intendersi come sparizione di ogni dialettica della città, negativa o meno.
L’immagine di Los Angeles potrebbe essere il cielo. La banlieue ha contaminato tutto, esautorando ogni discorso locale di quartiere e mostrando così la perdita di ogni ‘ragione urbana’. Nancy descrive quindi il dispiegarsi del fuori luogo come luogo di vita, l’esasperazione del bricolage della città, del suo sfascio. Le bidonville non smettono di allontanarsi da ogni domanda della città. Da molto tempo hanno trascinato nella spazzatura l’inquietudine, la nostalgia o la flânerie di questa domanda.
Jacques Donzelot, d’altro canto, ha giustamente posto l’accento sul cambio di prospettiva da adottare rispetto alla città: se alcuni decenni fa infatti la preoccupazione principale era quella di garantire una migliore qualità urbana in termini di sviluppo e implementazione, oggi il tema principale è quello della “capacità politica della città di fare società” (Donzelot, 1999; 87-114). Le politiche sulla casa e l’urbanizzazione del territorio ci aiutano a comprendere questa difficoltà: la necessità di concentrarsi nello spazio urbano si accompagna infatti all’esigenza di preservare il territorio dallo sprawl, dalla dispersione degradante e dalla conurbazione.
In altre parole, nelle città si cristallizzano potenti disuguaglianze sociali e se gran parte dei migranti provenienti dalla campagna ha difficoltà nell’inserimento urbano, questo significa anche che le città, in molti casi, si stanno ruralizzando, ovvero riproducono e modificano alcuni aspetti rurali ai margini della città invece di aggiungere il vantaggio della cittadinanza. La riproduzione di meccanismi di discriminazione e la difficoltà economica e sociale dell’inserimento in contesti cittadini racconta di un mutamento sostanziale di paradigma: dalla necessità di urbanizzare nel senso di portare servizi e sviluppo, all’inciviltà come rischio di un dualismo urbano sempre più marcato. La crescita demografica e lo spostamento di masse sempre più consistenti di migranti dal sud verso le grandi metropoli industrializzate genera spesso scompensi di ordine economico e culturale significativi. E’ importante sottolineare l’aspetto culturale di questo fenomeno, poiché l’urbanizzazione non tiene conto, nel suo crudo dato statistico, del numero di famiglie che pur essendo inserite nel perimetro cittadino o in abitazioni all’interno della fascia urbana, non hanno accesso a parecchi servizi di standard urbano . Da qui la nascita o il semplice trasferimento di mentalità rurali in ambito urbano e la perdita di quel vantaggio urbano che la sociologia sottolinea come aspetto determinante nella formazione di una personalità cittadina.
La cultura naturalmente deve cercare di trovare una propria visione per poter governare la distanza tra campagna e città, poiché questa differenza è ancora oggi e in modo significativo una differenza peculiare e culturale soprattutto nella relazione tra sud e nord del mondo. La città che produce educazione e cittadinanza si preoccupa del tema dell’inclusione soprattutto nelle forme culturali non traducibili in meccanismi sanzionatori dei comportamenti, cerca la condivisione di ordini e pensieri, forse anche nuove frontiere della giustizia nelle relazioni con l’altro.
L’urbanista Maurizio Carta (2002) ha formulato in modo sintetico alcuni approdi della teoria sociologica e urbanistica nei confronti del binomio cultura-città. Egli sottolinea come la prospettiva delle città nei prossimi decenni sarà soprattutto di ordine creativo, nel tentativo di valorizzare il genius loci.
Numerose città (Newcastle, Dortmund, Lione, Tolosa, Siviglia, Torino, Genova) stanno divenendo incubatori di creatività attirando intelligenze e spingendo la qualità urbana verso nuove opportunità. L’idea è che si possa produrre in from the margins, ovvero generare centralità dalle proprie potenzialità e risorse. Carta intende la città creativa anche, se non soprattutto, come antidoto ai problemi fondamentali dell’urbanizzazione e dello sviluppo. In questo senso la cultura ha valore prospettico e deve porsi il problema di condurre le proprie idee e prospettive verso la pianificazione in sede politico-amministrativa. Questa forma di creatività civica insegue e sviluppa l’idea di una città come organismo educativo che conosce e investe sulla propria cultura e ne cerca una ridefinizione nei luoghi e negli spazi creativi. L’idea che sembra emergere è chhe attraverso una pianificazione culturale adeguata, una pianificazione che investa i soggetti pubblici e privati, economici e associativi, attraverso percorsi decisionali coinvolgenti e strategici, la cultura possa gestire processi basati sulla creatività. La creatività è lo strumento e il metodo di valorizzare le risorse culturali presenti in città anche attraverso forme minori e non macroscopiche di trasformazione dei luoghi; importante è quindi declinare lo sviluppo urbano nei termini dell’identità della comunità, affidando un forte ruolo alla cultura nelle trasformazioni sociali ed economiche sia come matrice d’identità sia come indicatore per lo sviluppo locale.


Le città riccio e le città volpe
Soprattutto oggi che, accanto a problemi fondamentali di natura demografica ed economica, le città sono affollate di dibattiti sull’identità dei luoghi, la prospettiva aperta dalla riqualificazione urbana gestita e valorizzata da politiche di marketing territoriale ha un suo peso, ma spesso si avverte l’inevitabile limite di porsi principalmente (anche se, come visto, non mancano le sfumature) dal punto di vista dello sviluppo, pur se concepito in ambito post industriale, su piattaforme immateriali. L’insistenza sulla città delle reti è tipica di questa impostazione e conferma la necessità di vedere la città dentro le reti, più che vedere la città nel suo effettivo dispiegarsi. L’economia delle reti e i processi relazionali reticolari sono le strutture delle possibili, quando non auspicabili, riqualificazioni. La storia delle città è però troppo lunga e spuria per poter vivere di riqualificazioni. In essa, spesso, si affacciano esperienze meno circoscrivibili, meno riconducibili alla retorica dell’urbanesimo moderno.
L’insistenza che questa letteratura pone sul concetto d’ identità lascia alcuni spazi e un residuo significativo al ragionamento sulla cultura proprio perché, come ampiamente documentato da diversi studiosi quali Hannerz o Sen, la prospettiva urbana con la quale dovremmo confrontarci nel futuro è certamente meno motivata dall’appartenenza e più centrata su altre forme di relazione non necessariamente incluse nel rapporto tra centro, luoghi ed economia. Da questo, però, autori come Sen, Neussbaum o Hannerz non fanno seguire l’urgenza della riqualificazione spettacolarizzante, ma piuttosto l’urgenza della cultura, una cultura atta a formare cittadini del mondo o cosmopoliti.
La centralità della cultura sembra possedere il senso di una ricerca identitaria, necessaria e certamente giustificata, ma anche visibilmente parziale, frutto più di un’urgenza economica dove il contesto urbano è marcato da non-luoghi e da processi di esclusione. In un recente articolo apparso sul quotidiano economico Il Sole 24 ore , un sociologo molto ben disposto verso quella che potremmo chiamare la cultura d’impresa come Aldo Bonomi, ha posto l’accento sul tema dell’esclusione sociale pur dando per scontato che la globalizzazione “ha cancellato la polarizzazione centro-periferia, che aveva a sua volta diluito la divisione tra città e campagna”. Per Bonomi la vera dicotomia è quindi quella dentro-fuori che riassume e include le problematiche di quella classe di persone che vivono nella città flipper in attesa di cadere in qualche buca. L’appello di Bonomi verso un welfare mix che coinvolga attori e saperi locali per “evitare che quelli che stanno fuori diventino una legione” risponde più ad un accorato discorso umanitario che a una proposta significativa per le nostre città. Naturalmente si tratta di una semplificazione, proprio perché in realtà molti sviluppi della globalizzazione propongono in forma rinnovata nelle realtà metropolitane alcune dicotomie classiche dello sviluppo ottocentesco, che governi e regimi totalitari hanno tentato di modificare e gestire. Città e campagna, nonostante tutte le opportunità della comunicazione tecnologica e della globalizzazione come moltiplicazione di scambi e legami, rimangono ancora entità difficili nella loro relazione, se si escludono alcuni e localizzati contesti territoriali occidentali (emblematico il caso francese, dove la separazione tra città e campagna ha valore anche politico, essendo la Francia un paese con pochi centri urbani di grandi-medie dimensioni e una forte e ben radicata cultura contadina).
Urbanizzazione e demografia, cultura dominante e relativismo culturale, descrivono ancora conflitti irrisolti: sostenere che la polarità centro-periferia è cancellata o sulla via di essere cancellata appare come un’ingenuità anche in quei luoghi che vorrebbero descrivere le nuove forme della riqualificazione urbana. Altra idea di dubbia efficacia è quella della perdita dei riferimenti tradizionali quali i centri delle città, che le opportunità offerte dalla moderna tecnologia comunicativa avrebbero reso desueti. Il centro è spesso e ancora dove è sempre stato e accanto alla mobilità fluida della comunicazione elettronica sono ben visibili le economie della logistica pesante che trasformano il territorio e gli habitat.
Per una parte di questa sociologia la cultura ha una funzione compensatoria, in essa si cercano i legami perduti, le storie dimenticate, i luoghi ormai spogliati di significato sociale, senza però attribuire a essa un vero ruolo strategico nella definizione a lungo termine delle mentalità e delle abitudini. Al contrario, un pensiero più attento agli effetti profondi della cultura e meno alla centralità della città-prodotto si aspetta più dalla cultura e, paradossalmente, meno dalla città come meccanismo di reificazione dei processi consolidati. E’ pur vero d’altro canto che i processi non sono unidirezionali e che invenzioni di marketing e strategie comunicative possono muovere e creare condizioni inedite, suggerendo poi percorsi maggiormente qualificati e produttivi.
Nei saggi compresi in Coltivare l’umanità, attraverso un’analisi del ruolo e dell’importanza degli studi di genere o sulle minoranze razziali, Martha Nussbaum ci porta alla comprensione di un difficile compito da sempre al centro dell’umanità: l’idea di una educazione alla cittadinanza non fondata esclusivamente sull’appartenenza, ma anche su di essa. I cosmopoliti – sostiene dal canto suo Ulf Hannerz (1998) rifacendosi a Isaiah Berlin (1986) – dovrebbero essere più volpi che ricci, ovvero dovrebbero guadagnare una prospettiva meno centrata su se stessi e sulla propria cultura. Scrive Hannerz (2008) che cosmopolita è in primo luogo un orientamento genuino verso l’Altro, un’apertura intellettuale ed estetica verso esperienze divergenti, una ricerca del conflitto più che della uniformità. In questo senso la ricerca identitaria di molte riflessioni sulla città e anche di molte scelte sulla città ‘qualificate’ per lo più da eventi, occasioni internazionali e modelli di marketing territoriale, rischia di diventare, a conti fatti, un processo scarsamente orientato dalla cultura e maggiormente orientato da quello che ci si aspetta dalla cultura intesa per lo più come accentratrice di desideri, motore di interessi, qualificatrice di spazi. Alla cultura si chiede anche (e spesso, aggiungerei) di comunicare più che di modificare un ventaglio di scelte, ampliandole e arricchendole con intelligenza. Qualificare la scelta è un compito culturale, rafforzare la scelta compiuta – si potrebbe aggiungere – è un compito culturalmente ambiguo.
In sintesi le moderne città, nelle politiche che le governano e delineano, sembrano orientate a divenire città riccio attraverso al cultura, ovvero cercano di essere riconoscibili dotandosi di un target di clienti e consumatori culturali esplicito per la loro qualità, spesso legata ad un evento caratterizzante (festivaliero, occasionalmente segnato da eventi storici o ricorrenze naturali, raramente centrato su fattori autenticamente tradizionali) e vorrebbero quindi darsi una sostanza, un blocco monolitico su cui far convergere il resto. In questo contesto è significativo notare che spesso l’idea che una città rinasca dalle proprie ceneri si accompagna a modelli economici e gestionali che ‘prestano’ la città all’evento, attraverso la dotazione di spazi atti a costruire poli fieristici o espositivi (Birmingham, Newcastle, Milano). Nel suo rapporto con la cultura, per tornare al titolo del presente contributo, la città così intesa è una città specchio delle ansie e delle volontà che attori istituzionali, economici e sociali le imprimono, anche attraverso l’autorappresentazione fornita dalla cultura. Decisiva per questa rappresentazione è quindi la riconoscibilità della città nel contesto di una competizione internazionale, che muove verso la maggior aderenza possibile ai termini della globalizzazione.
Al contrario, il ruolo della cultura è spesso descritto nelle esperienze che hanno significativamente trasformato le città, orientandone la fisionomia e l’immagine, attraverso la molteplicità, la varietà e incalzando la città non sulla soglia della riqualificazione al limite o spesso dopo una stagione industriale al tramonto, ma piuttosto là dove essa stessa non se l’aspetta, ai margini, al centro, nelle istituzioni o accanto ad esse. Nel suo interessante studio La complessità culturale, Hannerz (1998) sostiene l’esistenza in determinati periodi e luoghi, Calcutta e San Francisco per esempio, di un “vortice culturale” che avrebbe il merito e il compito di trascinare le diverse voci. Non solo quindi diversità e creatività come astratta moltitudine, ma lo scambio intensivo di significati e forme in un ambito denso di persone con scarsa considerazione delle barriere di pensiero. Oggi questo vortice può trovare forme inaspettate e occasioni nella forte mobilità sociale, nella comunicazione sempre più facile, ma anche forti limiti nell’ isolamento sociale, nella debolezza delle reti e nella scarsa capacità inclusiva delle politiche pubbliche.
Questa altro non è per Hannerz che una gestione del significato che agisce per reti – diremmo oggi – attraverso la forma del network. Un concetto diverso, forse non sostanzialmente diverso dalla città delle reti, ma comunque più ricco di sfumature e orientato al futuro. Masse critiche che agiscono con fini diversificati e grande apertura culturale hanno significato in esperienze autentiche di trasformazione della città, con la cultura e a partire da essa, soprattutto grandi occasioni di serendipity, ovvero disponibilità di interfacce culturali.
La città auspicata nella relazione tra locale e globale è quindi maggiormente volpe, determinata da contesti eterogenei e conflittuali, solidale con la diversità come fonte inesauribile del lavoro della cultura nella città. Se da un lato si chiede alla cultura di svolgere un compito nella strategia che rilancia e affida un ruolo e una rappresentazione a un territorio, dall’altro si può chiedere alla cultura di trasformare la città a partire da una visione non organica, ma comunque educativa e centrata sulla necessità di un’educazione multiculturale. Si può chiedere alla cultura di trasformare la città includendo e relazionando la molteplicità ed eterogeneità dei materiali, degli individui e delle comunità.


Per una conclusione (local collective competition goods!)

La città è una totalità sparpagliata.
Jean-Luc Nancy

La città è un’ipotesi, un’idea e una rappresentazione, ma anche una realtà economica, sociale, abitativa e normativa. La città è anche luogo di ansie, aspettative e desideri che si intrecciano con la realtà socio economica, geografica e demografica.
La città è un convergere di visioni tra loro spesso in contrasto, può avere geometrie variabili o indefinitivamente durevoli, essere centrata e concentrica non meno che groviglio di zone e origine di direttrici verso ogni direzione. La città tentacolare e ramificata unisce e allo stesso tempo separa, le direzioni della città sono molteplici come molteplici e sconosciute ne sono le finalità. Il margine spugnoso delle città assorbe quindi l’urbanizzazione, mostra un lato sporco a sociologi e urbanisti, descrive lo sparpagliamento in molti agglomerati urbani.
Si è tentato in queste pagine di ragionare su alcune tendenze della città del futuro.
Al vertice del discorso sta una tendenza forse troppo spesso urlata, ma comunque inequivocabilmente reale: il prevalere dell’economico sul politico. Il punto è qualificante per tutti coloro i quali non rinunciano a interessarsi alla città nelle sue infinite sovrapposizioni e relazioni e credono alla città, al suo locale, non solo come elemento produttivo di architetture di governo, ma soprattutto come declinazione positiva e potententemente influente di immagini dell’uomo. Dispositivo e strumento, certo, ma anche costruzione di una relazione dell’uomo con se stesso.
Territorio, luogo, centro, povertà, misura, chiusura. A questo elenco di concetti e stati corrisponde sempre nella città di oggi un processo contrario e simmetrico: alla centralità del territorio si oppone la perdita di governabilità come deterriorializzazione, ai luoghi tradizionali si aggiungono e si sovrappongono i non luoghi dell’economia, i flussi immateriali e le nuove tecnologie negli scambi d’informazioni e di know-how. All’apertura dello scambio commerciale come transito e conoscenza, marittimo, fluviale o di terra, si sostituiscono le nuove chiusure della città-fortezza (Los Angeles e le decine di tristi imitazioni nei nostri quartieri in). In ogni caso la città riconquista la propria centralità per difetto o per eccesso sovrapponendosi di volta in volta ai flussi ‘liberi’ del mercato e all’economia ancora gravemente materiale della trasformazione del territorio.
Lo scenario che si apre non può essere descritto esclusivamente dal punto di vista delle reti, al contrario in questa metafora si sono intravisti alcuni limiti: l’idea che la postmodernità si accompagni a processi immateriali di produzione e che la ricerca dei beni comuni avvenga in modo accertato prevalentemente attraverso le reti e le relazioni da queste prodotte. La descrizione delle tendenze della città coincide spesso con l’idea della dismissione, dove urge riqualificare, creare, istituire e descrivere riconversioni più che aggiustamenti, modifiche, interventi di qualità urbana. E’ pur vero che la città, luogo tradizionale dell’istituzione, tende a destituire, a incontrare la differenza e modificare l’istituito.
L’immagine della rete suggerisce un mondo organizzato da relazioni non gerarchizzate che rimettono in discussione la centralità dei poteri tradizionali. La perdita di queste centralità, soprattutto rappresentate da stato-nazione e impresa fordista, allude a una nuova dimensione della città come luogo ideale della relazione tra locale e globale, momento produttivo di confronto. Senza essere pessimisti appare però troppo forzata l’idea che le reti sostituiscano questi spazi e questi ambiti di governo. La descrizione di processi e fenomeni di rigenerazione urbana fa della metafora della rete uno strumento legittimante una nuova e altrettanto gerarchizzata architettura di governo, centrata su ambiti e relazioni molto complessi e altrettanto elitari, circoscritti dalle retoriche della competenza, visioni di territori collegati più o meno capaci (Donolo, 2007).
Si è quindi tentato di accennare ad alcuni aspetti e luoghi che sfuggono alla rete e alle sue virtù relazionali: gli scarti dell’urbanizzazione, la perdita del territorio come perdita della cittadinanza o sua potenziale moltiplicazione e riproduzione, la visione di una città che muovendosi sulla scena della riconoscibilità internazionale funzionalizza se stessa e il proprio habitat ignorando legame sociale, tradizione e futuro. Una città che si rende specchio delle istanze dei poteri economici e misura la propria trasformazione attraverso questa riconoscibilità, che rinuncia a discutere la propria intelligenza collettiva.
L’idea di una città aderente alle istanze della globalizzazione contrasta con quella che vede l’urbanesimo non solo come somma di costruzioni, strade, istituzioni commerciali, scuole o abitazioni, ma come una “metafora costruita di un rapporto determinato dell’uomo con il proprio ambiente” e la “realizzazione storica di un potenziale antropologico” (Gert Mattenklott, 2002).
Certamente in questo processo esiste anche quel nebulizzarsi dell’urbanità che Jean-Luc Nancy ha descritto come un rimettersi in discussione, un possibile e potenziale trasferimento della città e della cittadinanza come smembramento produttivo di altre costellazioni. La circolazione, lo spostamento delle linee, il rimando come rinvio e impossibile chiusura descrivono la forza di questo cuore agitato che è la città: in essa tutto diviene transizione e trattativa, rimando, processo. Questa energia, sostiene il filosofo francese, è più animale, meno civilizzata, meno ordinata, essa dissipa energia: “E’ tutto un farsi, generarsi, nascere, crescere e morire; i quartieri e le funzioni si spostano, si attraggono e si respingono, gravità che urtano inerzie, specie che cominciano a mutare o a scomparire; ma questa seconda natura non offre nessun equilibrio regolatore, nessun altro ecosistema al di fuori dell’incessante modificazione che non si modella su nulla, se non sull’allontanamento crescente, la dilatazione e l’escrescenza di uno schema un momento fa ancora riconoscibile, e ormai dilatato, esorbitato extraurbanizzato” (Nancy, 2002).
La città possiede da sempre un’immagine animale: essa ha un ventre, una ferocia, una fame, pulsano in essa un cuore e una rete di arterie, è distesa e felina mentre è lenta e simile ad un pachiderma. Un organismo che, allo stesso tempo, sembra non possedere una centralità funzionale, ma anche riuscire a centrare su di sé le proprie energie, a trasferire quest’energia ai propri abitanti. Questa metafora dell’organismo possiede una propria fruttuosa ambiguità, che va a interrogare il ruolo e la funzione della cultura nella e della città. Essa è chiamata a confrontarsi con l’eterogeneità e la dispersione, con la costruzione e la dissipazione, con le istituzioni e il non istituito. Alla cultura è legittimo chiedere oggi di orientare e valorizzare questa seconda natura – spesso provvisoria e artificiale – che la città instaura, coltiva e produce nelle sue trasformazioni. A essa è quindi giusto chiedere di poter istituire una riconoscibilità della città diversa, meno centrata sulle logiche emergenziali del contesto competitivo internazionale, più attenta alle migliaia di soggetti sparsi che ne popolano le direzioni. Alla cultura, in sostanza, è giusto chiedere di non rassegnarsi alla frantumazione della totalità.

 

dettagli
  • Autore: Ivano Gorzanelli
note

1  Alcune interessanti ‘visioni’ sul tema sono contenute nel film di Michael Mann dedicato alla città di Los Angeles Collateral (2004). Decisive le antinomie urbano-selvaggio, linea-circolo, luce-ombra, desiderio-violenza. In tutto il film centrale è la città e lo spostarsi attraverso di essa.
2  Il Sole 24 ore del 20 luglio 2008.

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