Campo della Cultura / Sezione quarta
La nozione di campo di Pierre Bourdieu

cap. 22

Ho molto apprezzato questo progetto [il campo della cultura a Modena, ndr], con la sua ambizione un po’ folle ma necessaria. Sono le “missioni impossibili” che generano risultati interessanti, nuovi e utili per progredire nella conoscenza; utili anche dal punto di vista degli amministratori e dei funzionari responsabili: possono aiutare a procedere in maniera meno cieca, meno approssimativa che se ci si affidasse semplicemente all’intuizione.

Il pensiero di Bourdieu fornisce strumenti preziosi per una simile impresa. Vale quindi la pena di accostarlo, benché non sia di quelli che si riassumono in qualche immagine suggestiva -come “società liquida” di Bauman, per esempio. Bourdieu non ha proposto concetti slegati, ma un insieme di ipotesi che ha cercato di rendere sempre più sistematico e coerente, pur esortando a non leggerlo come un sistema chiuso: ogni teoria scientifica è per definizione un apporto -provvisorio e rivedibile- a un work in progress collettivo e cumulativo. Mi limiterò qui a cercare di spiegare perché la teoria di Bourdieu è particolarmente interessante per chi vuol studiare e capire il funzionamento dei fenomeni culturali.
Bourdieu è stato un sociologo della cultura, in tutti i sensi del termine. Per quanto riguarda la cultura nel senso dell’antropologia, come stile di vita e modo di pensare, Bourdieu ha forgiato la nozione di “habitus”, presentandola come un “senso pratico”, un insieme di schemi mentali che sono modellati dall’esperienza, dalla traiettoria sociale, e, interiorizzati, orientano l’azione. Ha studiato la cultura anche nel senso più usuale di produzione e consumo di opere intellettuali e artistiche, nonché modalità di riproduzione, trasmissione, diffusione e consacrazione delle stesse: sistema di insegnamento, musei, accademie, fondazioni, riviste, cenacoli, editoria, critica. Con la nozione di campo Bourdieu designa gli effetti della divisione del lavoro: con il tempo ogni attività culturale arte, letteratura, filosofia, scienze, religione diventa un microcosmo relativamente indipendente dagli altri, con la sua storia, le sue istituzioni, i suoi modelli, le sue regole, le sue gerarchie, che sono ad ogni momento oggetto di lotta, a causa della concorrenza. E ogni campo può specificarsi in sottocampi. La complessità sempre crescente del mondo sociale e il fatto che ogni individuo possa essere coinvolto in più campi, ognuno con la sua logica, spiega le tensioni e la possibilità del cambiamento. L’esistenza stessa, i confini dei campi sono sempre in discussione nonché le posizioni che gli individui vi occupano. Al tempo stesso, ogni campo non smette mai di essere in relazione -in rapporti di scambio e di competizione- con altri campi.


Cultura e religione

In una conferenza del 1980 Bourdieu ha riassunto in una frase (“Penso che la cultura sia la religione del nostro tempo”) il motivo dell’attenzione particolare che ha dedicata allo studio della cultura: se all’epoca di Weber l’analisi dei fenomeni religiosi era essenziale per capire i modi in cui l’ordine sociale si riproduce e si legittima, in una società laica bisogna studiare come funzionano in generale gli schemi mentali, le credenze e le rappresentazioni che contribuiscono a modellare la realtà, a produrre e a giustificare i rapporti di forza e le diseguaglianze. Non perché Bourdieu pensasse che la dimensione economica e materiale non fosse importante. Non era un idealista, era un realista. Pensava che il mondo sociale non è semplicemente una rappresentazione, ma ha una dimensione oggettiva, costruita e modellata dalla storia. Tuttavia la cultura non è solo una sovrastruttura, un riflesso dell’economia materiale del mondo, contrariamente a quanto sosteneva la tradizione marxista. Bourdieu aveva un grande rispetto di Marx, riconosceva di dovergli molto, per esempio la visione agonistica e relazionale della realtà. Ma diceva che Marx, impegnato a superare l’hegelismo, non era riuscito a fare quello che nella prima tesi su Feuerbach auspicava, cioè elaborare strumenti per una migliore conoscenza dell’aspetto soggettivo della realtà e della logica specifica dei processi culturali.
Bourdieu vedeva il suo lavoro sul simbolico come una continuazione della ricerca di Marx, applicata alla sfera meno studiata da Marx. Per quanto riguarda Gramsci, mi sembra che Bourdieu con la teoria dei campi offra degli strumenti più sofisticati per pensare le differenze sociali, in particolare la posizione degli intellettuali. Max Weber ha contribuito in modo decisivo a mettere in luce la dimensione  simbolica del mondo e i meccanismi attraverso i quali essa interviene nella costruzione della realtà sociale. In particolare gli studi di Weber sul giudaismo antico (in Economia e società) sono stati per Bourdieu, come ha riconosciuto lui stesso, il punto di partenza della riflessione che lo ha portato a elaborare la nozione di campo. Weber ha mostrato come la sfera della produzione di beni religiosi si sia progressivamente specializzata e autonomizzata rispetto al pubblico profano. Inoltre ha notato i rapporti di concorrenza e di lotta tra i produttori, legati alla differenziazione delle posizioni e dei ruoli.
La cultura laica, secondo Bourdieu, ha molto in comune con il funzionamento della religione. Uno dei principali ostacoli alla scienza della cultura, secondo Bourdieu, è il culto della cultura, la tendenza a sacralizzarla, che è fin dall’antichità un atteggiamento molto comune tra tutte le persone che per mestiere si occupano della cultura, in quanto risponde all’esigenza di dare importanza a ciò che si fa. La concezione carismatica e elitaria della cultura come fattore di distinzione va combattuta anche perché non è un vezzo innocuo, ma esercita una forma di violenza simbolica: distoglie dal riconoscere le condizioni sociali della democratizzazione della cultura, intesa sia come patrimonio di conoscenza che come titoli scolastici. Bourdieu è stato attaccato come fosse uno che voleva distruggere la cultura (mentre amava l’arte e la letteratura e ha contribuito come pochi a affinare gli strumenti e a rinnovare le prospettive della storia letteraria e artistica) proprio perché ha dedicato una parte della sua opera a mettere in luce i meccanismi sottili e per lo più inconsapevoli attraverso i quali la cultura e l’insegnamento diventano strumenti di dominio e di esclusione. La conoscenza di questi meccanismi era ai suoi occhi una condizione per poter arrivare a concepire un’organizzazione della cultura capace di rendere accessibile a tutti un patrimonio che tende troppo spesso a essere il privilegio di pochi.
La pretesa di spiegare le condotte, anche quelle apparentemente più personali e “uniche”, come le creazioni artistiche e intellettuali, è spessa valsa a Bourdieu l’accusa di determinismo. Nelle Regole dell’arte ha risposto citando una frase di Goethe che dice pressappoco questo: “E’ lecito pensare che non riusciremo a spiegare tutto, ma non dobbiamo porre limiti alla nostra ricerca”.  Penso che se ognuno di noi si guarda un po’ intorno -e soprattutto se assume un occhio un po’ sociologico, cioè non guarda soltanto i tre o quattro casi che conosce, ma ha sottomano gli studi statistici- si rende conto che i condizionamenti sociali, i determinismi, ci sono. E noi di fatto ci comportiamo nella nostra vita sapendo bene che è così. Se un’analisi vuole spiegare deve mettere in relazione dei fatti, in modo non dico causale, ma almeno statistico o probabilistico. Come faceva osservare Calvino, le teorie che hanno attribuito all’uomo una libertà radicale hanno combinato disastri, producendo illusioni, e quelli che – per esempio gli illuministi- riconoscevano l’esistenza di determinazioni si sono dati degli strumenti per capire il funzionamento della realtà e per tenerlo un po’ a bada. In questo senso Bourdieu dice che in realtà la sua visione permette di defatalizzare il mondo. Se si conoscono i limiti, le cecità a cui si è esposti per la propria posizione professionale si ha una maggiore possibilità di tenere queste determinazioni sotto controllo. Così la libertà comincia nel momento in cui si riconosce che non si è così liberi come si tende a credere, e si studiano i propri condizionamenti, soprattutto quelli che sono legati alla formazione e alla posizione che si occupa nel proprio campo. Per questo Bourdieu ha preso come oggetto il suo percorso, come ha fatto per esempio nel volumetto Questa non è una autobiografia, che si può leggere come un esempio del tipo di lavoro che ognuno può fare su se stesso.
 Bisogna articolare e affinare l’analisi in modo da adeguarsi il più possibile alla complessità dei processi. Se si considera la traiettoria si possono spiegare le scelte diverse di due individui che presi in un dato momento sembrano avere posizioni identiche. Che cosa differenzia due professori della stessa età, disciplina, università? È questione di andare a vedere nella loro storia i fattori che fanno la differenza. Per esempio se uno è intellettuale di prima generazione (i genitori non sono intellettuali) o invece di seconda generazione: differenza enorme; se è cresciuto in città o in campagna, se è un uomo o se è donna, ecc. Certo nessuno potrà mai spiegare tutto, ma il lavoro della conoscenza è questo, si procede aggiustando man mano le ipotesi.


Capitale culturale e capitale simbolico

In questo senso Bourdieu invita a riconoscere nella cultura una forma di capitale, che come ogni specie di capitale è distribuito in modo diseguale. Bourdieu è stato il primo, all’inizio degli anni 60, a usare la nozione di capitale in modo più generale di quanto facesse Marx. Nel suo pensiero, ogni proprietà individuale e collettiva può costituire una forma di capitale, dal momento in cui funziona come un fattore distintivo: il colore della pelle, la religione, sono forme di capitale, risorse cui, secondo la configurazione sociale, è riconosciuto più o meno valore. Il valore delle proprietà (o del capitale) dipende dalla storia e dallo stato del mercato in cui gli individui si trovano a competere. Quindi non è la proprietà in sé che funziona come un capitale, ma il modo in cui è socialmente percepita. Il simbolico nel linguaggio di Bourdieu è fondamentalmente questo: il senso e il valore che le cose assumono per i soggetti. Per questo la lotta intorno al simbolico, intorno alla rappresentazione della realtà, è fondamentale, anche nei conflitti apparentemente materiali. Perché l’economia ci appaia importante, perché la borsa funzioni, bisogna che qualcuno creda nei titoli in borsa, che qualcuno investa. Economico e simbolico sono sempre imbricati, non c’è fenomeno che sia solo materiale.
Bourdieu distingueva il capitale culturale “oggettivato” – in particolare i titoli di studio - e il capitale “incorporato”, cioè il patrimonio culturale mentale, che non vuol dire solo i saperi, ma anche gli schemi cognitivi, più o meno sofisticati, acquisiti nel corso dell’esistenza, e i modi di acquisizione: nascere e crescere in un ambiente colto, per esempio, costituisce un vantaggio sociale decisivo, in quanto permette una precoce familiarità con la cultura legittima.
L’idea che esistano diverse forme di capitale ha permesso a Bourdieu di costruire un modello dello spazio sociale capace di rendere conto di differenze che la nozione marxiana di capitale non permette di cogliere. Nelle società complesse e differenziate il volume del capitale culturale è particolarmente importante. È questo che permette, per esempio, di distinguere nella classe dominante due poli, quello che detiene il potere economico e quello degli intellettuali, generalmente più ricchi di capitale culturale. Questo antagonismo strutturale spiega le altre differenze che caratterizzano lo stile di vita, la visione del mondo e i valori delle due categorie. Spiega, inoltre, l’atteggiamento distante e sprezzante che molti artisti e scrittori hanno manifestato fin dall’Ottocento nei confronti di categorie come gli imprenditori e i commercianti, designati come “borghesi”. Gli intellettuali non sono semplicemente dei borghesi che disprezzano la loro classe, né piccolo borghesi o proletari colti. Occupano una posizione specifica nello spazio sociale, e esercitano il potere simbolico che conferisce il capitale culturale.
La nozione di simbolico ha un ruolo molto importante nell’opera di Bourdieu: si può dire che il suo progetto fondamentale è stato quello di fare una scienza del simbolico. Bourdieu usa questa parola per designare sostanzialmente tutto quello che ha a che fare con il ruolo del soggetto nella costruzione e nel funzionamento della realtà. I rapporti umani sono sempre, al tempo stesso, rapporti di forza e rapporti di senso. Perciò, per spiegare la realtà bisogna tenere presenti tutti e due. Il simbolico riguarda la sfera del soggettivo, della percezione e della rappresentazione, contrapposta a quello che chiamiamo oggettivo.
Bourdieu parla anche di capitale simbolico: ogni proprietà sociale nel momento in cui le è riconosciuto un valore è fonte di capitale simbolico. Ci sono forme di capitale simbolico generico e specifico. Per esempio, il capitale simbolico specifico di uno scrittore è il prestigio che gli riconoscono critici autorevoli; nel campo dell’astrofisica, il prestigio che un ricercatore ha agli occhi dei suoi pari. Alla fine di Meditazioni pascaliane Bourdieu dice che in realtà la lotta sociale, anche quando appare motivata da un interesse materiale, è sempre, al tempo stesso una lotta per il riconoscimento sociale, per sentirsi giustificati di esistere come si è. Era questo secondo lui il senso della frase di Durkheim “La società è Dio”: sentirsi legittimato, in accordo con il mondo, dipende dal riconoscimento sociale. E questo riconoscimento non è distribuito a caso. Dipende dalla composizione e dal volume del capitale globale di cui si dispone. Quindi il capitale simbolico è un po’ come la posta fondamentale di tutte le relazioni umane. 


Rappresentazione e identità

A chi gli chiedeva di riassumere in una formula il suo orientamento teorico Bourdieu lo definiva come uno strutturalismo costruttivista, per indicare la sua visione “bifocale”, che riconosce una relazione circolare, a doppio senso, tra le strutture oggettive e la rappresentazione. La rappresentazione è orientata dalle strutture, ma a sua volta contribuisce a costruirle, farle funzionare, trasformarle. L’opera di Bourdieu insiste molto sulla cultura come rappresentazione, in tutti i sensi della parola, anche nel senso teatrale. Per esempio i quadri o le foto di gruppo, le immagini in cui una collettività o un’istituzione ritrae se stessa, sono modi in cui la società si costruisce. Le rappresentazioni possono essere più o meno istituzionalizzate. Le istituzioni sociali secondo Bourdieu sono rappresentazioni “oggettivate”, diventate per noi parte della realtà, dotate di un nome, una storia, uno statuto giuridico, una sede, proprietà ecc. Si manifestano attraverso riunioni, riti, cerimonie, pubblicazioni. Quindi la rappresentazione è un aspetto fondamentale della costruzione dalla società, produce effetti reali sul suo funzionamento. La filosofia della storia di Marx non teneva conto di questo, quando ipotizzava che il proletariato per il solo fatto di condividere le stesse condizioni potesse spontaneamente trasformarsi in una classe mobilitata e coesa. In realtà è proprio la rappresentazione marxista della lotta di classe che ha reso possibile l’aggregazione e la mobilitazione, attraverso l’organizzazione politica e sindacale. Tra il gruppo costituito, il movimento organizzato e gli individui che sono nella stessa situazione di sfruttamento ma non si conoscono, si ignorano, non sanno che hanno gli stessi interessi, passa una bella differenza.  
La rappresentazione ha un ruolo decisivo, in particolare, nella costruzione di ciò che chiamiamo identità, personale e collettiva: l’Europa, la nazione, la regione, la città, la famiglia. L’identità si costruisce attraverso la lotta tra le diverse rappresentazioni che ne sono proposte. Basta pensare per esempio alla costituzione europea: la lotta aspra intorno a quelle tre parole sulle radici cristiane dell’Europa. Questo è un esempio di lotta di rappresentazioni. Perché si lotta così tanto? Perchè questa lotta ha importanti effetti reali. La lotta è dunque per Bourdieu uno dei principi di funzionamento della vita sociale. Le rappresentazioni sono sempre l’espressione di punti di vista. Ognuno di noi ha un punto di vista - Bourdieu amava molto questa espressione - che dipende dalla posizione sociale. Se io sto in montagna ho un punto di vista, se sto in pianura ne ho un altro.. Quindi ognuno vede il mondo dalla sua posizione, dal suo punto di vista, con il bagaglio che ha, con gli strumenti che ha e con gli interessi che sono associati alla sua posizione. Ogni posizione comporta degli interessi, materiali e/o simbolici, di cui per lo più i soggetti non sono consapevoli, o non del tutto, quando agiscono. Ci sono interessi diversi a seconda del campo in cui si è. Per esempio, chi fa ricerche sulla letteratura si contrappone alle posizioni di altri ricercatori per ragioni che possono sembrare assolutamente assurde ed insignificanti a chi è estraneo a questo campo.
L’identità, questa falsa evidenza di cui tutti parlano, è un’immagine che si costruisce in questa lotta di rappresentazioni, di definizione continua in cui tutti agiamo e siamo agiti, classifichiamo e siamo classificati. È in gioco il potere di imporre una definizione di sé, o dell’istituzione di cui si parla,  conforme al proprio punto di vista. Anche la costruzione dell’identità, dunque, va pensata come un fenomeno relazionale. L’identità si costruisce contro qualcuno o qualche cosa. L’identità di un comune o di una tradizione culturale comunale si costruisce contro altre identità, o comunque rispetto altre identità. La questione dei confini, cioè di quello che si include e di quello che si esclude, è importantissima nella rappresentazione. La rappresentazioni è una forma di classificazione. Le lotte di classificazione sono lotte di definizione di frontiere, di confini. Cioè si lotta per decidere chi è dentro e fuori una categoria sociale, chi è dentro o fuori una certa identità.
La lotta culturale e la lotta politica, o la cultura e la politica, hanno molto più in comune di quanto si ami di solito pensare e cioè ambedue sono sempre giochi di conoscenza e di potere. Bourdieu diceva sono doppi giochi o giochi doppi, la posta in gioco è sempre una posta doppia, cioè una posta conoscitiva e una posta politica. Conoscere in un certo modo vuol dire anche classificare in un certo modo ed imporre una visione del mondo sociale. Gli scrittori, anche quelli che possono sembrare più fuori dal mondo, contribuiscono a costruire un’immagine del mondo. Adesso gli scrittori sono letti poco, ma il cinema, la televisione, internet ancora lo possono fare ... Il potere che ha la televisione non è soltanto di manipolare, ma anche di produrre immagini del mondo, produrre classificazioni, produrre separazioni, eccetera. Quindi sono poteri molto rilevanti che vanno sorvegliati. Si lotta non tanto per imporre una definizione, quanto per il potere di imporre una certa definizione. Ci si combatte, ci si scontra, per una posta in gioco che è sempre una forma di potere, cioè l’autorità sociale che consente di imporre una certa visione della realtà, quella più favorevole alla propria, al proprio modo d’essere, perché permette di sentirsi legittimati a esistere come si è. Se prevale una visione nella quale la letteratura e l’insegnamento della letteratura sono inutili quelli che se ne occupano sono svalutati.


La nozione di campo

Bourdieu sente l’esigenza di questa nozione nel momento in cui si mette a studiare la letteratura. Ha dedicato molto tempo e impegno a queste ricerche, ciò che può sembrare strano per un sociologo che aveva l’ambizione di elaborare una teoria generale. Si considera di solito che il vero sociologo si occupi di economia, mercato del lavoro, ecc. Perché la letteratura? C’era l’intenzione di mettere alla prova la teoria mostrando che poteva spiegare anche un oggetto che è considerato per lo più come un regno spirituale inaccessibile alla scienza. Era anche una prova di spirito scientifico disinteressato, perché la sociologia della letteratura è disprezzata sia dai letterati sia dai sociologi.  Lui non si è limitato a studiare il mercato letterario, ma voleva spiegare le scelte specifiche degli scrittori, le proprietà delle loro opere. Era persuaso che studiando la letteratura si riusciva a capire anche altri mondi apparentemente lontanissimi. La vita letteraria è un mondo pochissimo istituzionalizzato, dove quindi i meccanismi della concorrenza e del cambiamento sociale sono particolarmente visibili. Uno dei problemi che Bourdieu ha affrontato è appunto il problema del cambiamento: come è possibile che il mondo cambi e che cosa introduce il cambiamento. La nozione di campo serve anche ad affrontare questo problema. Permette infatti di articolare la visione dello spazio sociale, tenendo conto degli effetti della divisione del lavoro. Con i progressi della specializzazione si sono infatti creati dei settori, o campi, relativamente autonomi, ognuno dei quali ha proprietà specifiche, una sua storia e un suo modo di funzionare. Ciò permette di capire, per esempio, perché quello che rappresenta un interesse vitale per un filosofo non interessa per nulla a un geografo, è irrilevante o incomprensibile o assurdo. Ogni campo tende nel tempo a costruire proprie istituzioni, gerarchie, problematiche, regole tacite o esplicite. È una cosa che ognuno può facilmente constatare, soprattutto se lavora in un campo molto specialistico. Bourdieu, per chiarire meglio questo, citava come esempio il funzionamento del campo religioso, basandosi sugli studi di Weber. Man mano che il campo religioso si professionalizza e si specializza, si produce un effetto di espropriazione dei profani.
Questo vale per tutti i campi. Più un campo è specializzato, più si crea una cesura con i profani. Lo si accetta come un fatto ovvio quando si tratta di discipline formalizzate –scienze “pure”, matematica, diritto, economia- meno se riguarda la religione, l’arte, la letteratura, la sociologia, ancor meno per la politica. Il disinteresse per la politica, il senso di estraniazione e anche l’umore antipolitico che si sviluppano nella società contemporanea secondo Bourdieu erano molto collegati al fatto che anche la politica si è autonomizzata, ha una sua logica. Quando un politico prende una posizione, è sempre spontaneamente orientato dalla struttura delle posizioni del campo politico e dal posto che lui vi occupa. Si situa rispetto ad avversari e alleati, spesso prima ancora di prendere in considerazione i problemi del paese. Perciò chi è fuori dal gioco politico ha l’impressione di assistere a qualche cosa che passa sopra la sua testa e in un certo senso ha ragione, poiché se la politica diventa una semplice concorrenza tra specialisti esclude i cittadini. Perfino il mondo della televisione, pur dovendo tener conto del consenso del pubblico, che non è fatto solo di giornalisti, tende a funzionare come un campo di concorrenti che si rivolgono gli uni agli altri, si citano (spesso giornalisti intervistano altri giornalisti), copiano formule di successo, parlano nei telegiornali delle stesse notizie. Anche i campi più specialistici, d’altra parte, quando vogliono ottenere il consenso dei profani, o vogliono avere finanziamenti, devono riuscire a divulgare, devono farsi meno esoterici. Tenere presenti queste logiche è importante, se si vuole spiegare come il mondo funziona. Quando si lavora in un certo campo si è orientati nelle proprie scelte dalla posizione che si occupa in quel campo.
Il progetto della ricerca su Modena è molto interessante, perché impone di prendere in considerazione campi diversi: non solo i vari sottocampi culturali, con le loro specificità, ma la politica, il campo imprenditoriale, l’amministrazione, l’università, la scuola, le associazioni ecc. Ogni attore coinvolto in quest’iniziativa è impegnato in un campo particolare, e spesso in più campi. Oggi tutti tendiamo a essere multiposizionali, e questo fatto va tenuto presente, perché vuol dire che siamo sottoposti alle tensioni strutturali che nascono dalle logiche diverse dei campi in cui si svolge la nostra attività. Nel 1976 Bourdieu ha pubblicato uno studio molto bello e molto dissacrante sulla classe dominante in Francia, dove ha fatto vedere che la maggior parte dei personaggi presi in considerazione occupavano più posizioni. Per esempio erano simultaneamente professori all’Institut d’Etudes politiques e all’Ena, giornalisti, consiglieri politici in qualità di esperti, membri di Consigli di amministrazione, di fondazioni, consulenti di uno o più ministeri, ecc. E ha fatto veder come questa multiposizionalità voleva dire anche, in quel caso, non semplicemente un cumulo di posizioni, ma un forte potere. Ha mostrato, inoltre, che tenendo conto di questo cumulo di posizioni si potevano capire meglio le scelte, le condotte.
Ma bisogna tenere conto anche del passato, cioè del modo in cui un individuo è arrivato alla sua posizione attuale. Come sapeva bene anche un romanziere come Balzac, che raccontava il passato dei personaggi per far capire il loro modo di agire nel presente. Un piccolo borghese in ascesa ha una percezione del mondo diversa da chi ha avuto l’esperienza del declino, personale o famigliare.
Il modo con cui ciascuno agisce dipende dal grado di coinvolgimento, di investimento –non solo materiale, ma simbolico e affettivo- nel gioco. Bourdieu indica questo coinvolgimento con il termine latino illusio, nel suo senso etimologico di partecipazione al gioco. Certo ci sono quelli che stanno sempre alla finestra, che resistono a farsi coinvolgere fino in fondo. Ma non si può riuscire pienamente in un gioco sociale se non c’è l’illusio: è una condizione fondamentale. Se non c’è, non si può dare valore, significato alle azioni, impegnarsi nella lotta che ogni attività comporta. Per dare senso occorre credere che valga la pena. Bourdieu usa proprio il temine “croyance”, credenza.
Il campo culturale è sempre in relazione con tutti gli altri campi e non è mai completamente autonomo rispetto al campo del potere in cui è inserito, nazionale e internazionale. Al tempo stesso include altri campi, frutto della specializzazione settoriale. Ma anche una rivista è in un certo senso un piccolo campo, perché quando un gruppo fa una rivista ognuno dei collaboratori principali è condizionato nelle sue prese di posizione da quelle degli altri, spesso in un rapporto di contrapposizione. Per esempio, ciò che scrive Fortini quando collabora con Officina, la rivista di Pasolini, si può capire meglio se si tiene conto del rapporto di rivalità che c’è tra loro. Per questo è importante tener presente che ogni microcosmo sociale è un campo di concorrenza e quindi di lotta.
Quando si analizza un campo si ha il problema di individuare i suoi “confini”. Stanno dentro tutte le realtà che si riferiscono al campo e non si possono capire davvero se non si tiene presente ciò che avviene in quel campo. Al tempo stesso, siccome nessun campo è isolato, occorre tener conto del sistema di relazioni di cui fa parte, in particolare quello che Bourdieu chiama il “campo del potere”, che è l’insieme dei campi che sono in concorrenza tra loro per il potere sullo stato. Gli intellettuali sono una frazione dominata, perché comunque il potere economico e politico è decisivo, però fanno parte del campo del potere. Perché? Perché la conoscenza, la parola, la manipolazione della parola, la produzione di rappresentazioni ha un peso grandissimo nel funzionamento della società e anche nella politica.
Il campo di produzione culturale, dunque, fa parte del campo del potere. Però ha anche una sua logica propria, una maggiore o minore autonomia, nel suo insieme e anche per quanto riguarda i singoli attori. In ogni campo culturale tende a costituirsi un’opposizione tra istituzioni e persone più autonome, rispetto alla politica e al mercato, e posizioni più eteronome. Ci sono dei momenti della storia o regimi autoritari in cui la politica ha un peso straordinario, ma anche in quel caso ci sono posizioni che inventano strategie per difendere la loro autonomia, affrontando i rischi che questo comporta. Sappiamo che la pressione del mercato non è meno insidiosa per l’autonomia della cultura, anche se i media e l’editoria offrono al tempo stesso agli intellettuali i mestieri di cui vivono. Inoltre lo sviluppo del mercato culturale funziona come un contrappeso al potere politico. Gli intellettuali sono quindi in una relazione strutturalmente ambivalente rispetto alla politica e al mercato, e il margine di autonomia che riescono a mantenere dipende dalle piccole e grandi scelte che esercitano concretamente nella loro attività.
Bourdieu si preoccupava di capire come il mondo funziona perché si interrogava sulle condizioni del cambiamento. Nelle Strutture sociali dell’economia c’è un’appendice che riguarda proprio il problema del cambiamento e sintetizza le ipotesi emerse progressivamente nel suo lavoro. Uno dei fattori che ha messo in evidenza fin dai primi lavori sull’Algeria sono gli effetti  che si producono quando uno viene da una situazione, un contesto, una configurazione sociale diversa ed è scaraventato in un contesto per il quale il suo habitus non è adeguato, non è adatto. Questa discordanza produce crisi in chi non riesce a adattarsi. La complessità del gioco sociale è la spiegazione fondamentale del cambiamento. La moltiplicazione di mondi diversi, la mobilità sociale crea ibridazioni, dinamiche, tensioni formidabili. Quando si fondono campi diversi - per esempio, l’informatica e il campo delle telecomunicazioni - si ridefinisce tutto. I campi hanno rapporti al tempo stesso di scambio e di rivalità. Così le migrazioni. Contano anche le trasformazioni “morfologiche”. Per esempio la scolarizzazione fa emergere nuovi ceti che prima erano esclusi, portatori di habitus, di mentalità, di modi di funzionare nuovi. In Homo academicus (un’analisi del campo universitario francese negli anni Sessanta) Bourdieu spiega il maggio ’68 come la collusione di tante serie indipendenti di questo tipo. Gli operai della nuova generazione, che sono scolarizzati, si trovano a fare lo stesso lavoro della generazione precedente, magari gomito a gomito; lavori che loro non accettano più, perché hanno attese molto diverse. I giovani universitari, come Derrida o Foucault, bravi e impazienti, sono a quel momento ancora ai margini dell’università, come i precari oggi, e quindi solidarizzano con gli studenti. Gli studenti, che sono anche loro nuove leve, spesso intellettuali di prima generazione, scoprono che hanno ottenuto titoli di studio svalutati. Tra queste posizioni che in realtà hanno a che fare con problemi diversi, si crea una sensazione di comunanza di interessi, che ha effetti anche se è una rappresentazione, ma nasconde importanti differenze, che poi esplodono.
La visione di Bourdieu per certi versi è affine a quella di Foucault (non per nulla la loro formazione è stata per certi versi molto simile) ma più articolata e più precisa. La nozione di campo e la visione agonistica della vita sociale sono differenze essenziali: le diversità dei modi di pensare in una stessa epoca e società non si possono spiegare semplicemente con la nozione di episteme. Secondo Bourdieu per spiegare il cambiamento bisogna  prendere in considerazione le lotte tra gli agenti, la concorrenza, quella cosa empirica che sono le persone con i loro interessi, materiali e simbolici, soprattutto quelli professionali, anche nel caso degli intellettuali, che non sono puri spiriti. Foucault non lo faceva, e secondo Bourdieu rimaneva nel cielo delle idee. La teoria di Bourdieu comporta un lavoro sistematico che metta in relazione habitus, posizioni e pratiche, spesso in più campi, come nella Noblesse d’Etat, che riesce così a dare un’idea complessa dei meccanismi attraverso cui le varie frazioni della classe dominante esercitano un potere sullo stato, e possono tendenzialmente trasmetterselo, attraverso il sistema delle scuole di eccellenza. Un altro studio di campo è quello che ha fatto sulla letteratura, fondamentalmente nelle Regole dell’arte. Anche se tratta di un universo lontano, vi si possono trovare modelli, ipotesi trasponibili. Nel volume Le strutture sociali dell’economia Bourdieu ha applicato la nozione al mercato immobiliare, che anch’esso coinvolge in realtà più campi, e dipende molto nel suo funzionamento da decisioni politiche, come per esempio gli incentivi all’acquisto della casa. Il proposito del libro è far vedere come l’analisi economica, se prende in considerazione solo il rapporto tra domanda e offerta, trattando gli agenti come se fossero monadi razionali intercambiabili, non può capire come avvengono le scelte. La casa è un acquisto in cui il simbolico, la rappresentazione, i desideri e i sogni hanno una parte molto importante. Aveva il progetto di un lavoro che avrebbe chiamato Microcosmi in cui avrebbe trattato in una maniera più sistematica gli effetti delle relazioni tra i campi, in un’ottica transnazionale.
Vorrei ora dire gli aspetti che ai miei occhi rendono particolarmente originale e interessante il progetto di studiare il campo della cultura a Modena, ricostruendone anche la storia. In primo luogo è importante la riflessività, l’attenzione data al quadro concettuale: esplicitare le ipotesi, aggiustandole durante il percorso, è una condizione fondamentale per produrre vera conoscenza. La decisione di prendere come oggetto la città è un altro elemento importante. Bourdieu quando parlava di campo culturale, rimaneva figlio del suo tempo e si riferiva come fosse ovvio allo spazio nazionale, mentre numerosi studi sulle città (come quelli dello storico Christophe Charle sulle capitali) hanno mostrato il ruolo determinante che possono svolgere i centri urbani come laboratori culturali e politici. La focalizzazione sulla cultura, nelle sue diverse forme, permette di mettere in luce il ruolo decisivo che ha quest’aspetto nella storia di una città. L’idea di studiare la cultura come un campo vuol dire riconoscere in partenza che i diversi settori non sono indipendenti tra loro, ma sono in relazione, si definiscono gli uni rispetto agli altri. Biblioteche, teatri, conferenze, cinema, mostre, musei, fondazioni sono in dialogo tra loro, dialogano nella testa delle persone che rendono possibili queste attività e ne fruiscono. Il vostro progetto è innovativo anche perché analizzando il campo culturale nel suo insieme evita di separare alta cultura e cultura di massa, creazione e insegnamento, istituzioni e traiettorie individuali: tutti questi aspetti, che spesso gli studi specialistici isolano, in realtà sono in relazione tra loro.  L’attenzione alla storia è un altro aspetto essenziale: non si può capire il presente se non si conosce il processo che lo ha prodotto. Infine, poiché la cultura non è mai totalmente autonoma, è giusto prendere in considerazione il quadro legislativo, amministrativo, economico e politico. La dialettica tra tutte queste dimensioni, e la tensione tra diverse logiche, attori e istituzioni situati  in posizioni molto diverse, permetteranno di spiegare anche le dinamiche che si potranno osservare, i problemi, le trasformazioni, di individuare possibili interventi e nuove prospettive che si aprono in questa realtà.

 

dettagli
  • Autore: Anna Boschetti
bibliografia

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