Campo della Cultura / Sezione quarta
Sviluppo locale e cultura: la città

cap. 28

Ho studiato parecchi anni fa, quando mi occupavo di distretti industriali ai tempi di Sebastiano Brusco e di Charles Sabel, Modena come modello. Modena negli anni ‘80 era infatti un modello di cui si parlava a New York e a Boston, di congiunzione fra un sistema di produzione ed un sistema urbano, il sistema della città. Anche se magari il tema della città non era stato in quella stagione di studi messo ancora sotto la luce necessaria. Quindi vorrei partire da alcune questioni di ricerca, che formulerò in primo luogo in maniera molto drastica per poi cercare di trovare qualche - non risposta soddisfacente - ma tentativo di soluzione.

Il problema da cui intendo partire è il seguente. La città contemporanea, la nostra città, è ancora installata in un territorio? E’ ancora centrata su un sistema territoriale? E, ancora, domina uno spazio e un territorio, come certamente è stata la città nella sua storia? La città nella sua storia è stata esattamente questo: un punto facendo centro sul quale si costruisce un mondo. Un mondo che può essere di diverse dimensioni, ma che certamente ha un centro: questo centro nella città antica era addirittura un punto, un segno. Era il centro del sistema che da quel punto veniva per così dire “irradiato”. Nella città antica si scavava una fossa. Mundus, la parola mondo, quello che noi oggi chiamiamo mondo, in origine è una buca scavata nel terreno, in cui i fondatori della città mettevano primizie, simboli di fertilità, e mettevano anche la terra, il suolo da cui venivano, e mescolavano assieme questa terra da cui venivano nella buca del terreno, in questo mundus, simbolo di una città che stava formandosi. Quindi stiamo toccando l’origine della città, il suo essere città. Città che fa centro su un punto, e su quel punto costruisce attorno a sé un mondo. E’ ancora questa la nostra città? Siamo ancora in grado di dire che noi viviamo in una città installata in un territorio? E, seconda domanda che rende forse ancora più evidente la sfida: poiché noi veniamo da un mondo in cui con la stessa parola – la parola demos – si è detto popolo e territorio – perché popolo e territorio sono i due significati di questa parola, demos significa popolo, ma significa anche territorio - possiamo noi oggi vivere separando popolo e territorio? Da un lato cioè la città, e dall’altro i flussi di popolazione che sembrano in modo esponenziale crescere e, in tutte le direzioni, per così dire, muoversi entro il territorio? E la città che è sempre stata un centro, che senza centro sembrava non poter esistere nello spazio, può essere oggi pensata in uno spazio a-centrato, privo di centro? E ancora in questa sequenza di domande iniziali: la regione, possibile nostra risposta nel senso che viviamo in città ma abbiamo anche la dimensione del vivere in regioni. Anche la regione all’inizio vuol dire l’atto di un rex che più nella funzione sacerdotale che non nella funzione politica traccia un confine sacro(regere fines), legittimo perché pieno di significati. Ecco, la nostra regione può essere una regione senza confini? Perché noi quando oggi parliamo di regione abbiamo di fronte ormai dei territori che non hanno un preciso confine. Certo ci sono i confini amministrativi della regione, ma essi sono totalmente ormai perforati dai processi, dai flussi di ogni tipo ed in ogni direzione che la attraversano. Quindi la regione da un punto di vista amministrativo non dice più nulla su quelle che sono le dinamiche che attraversano i territori. E non a caso gli studiosi di territorio hanno coniato un nuovo termine che è “città-regione globale”.
Come è fatto il mondo? E’ fatto di “città-regioni globali”, che non sono più città e non sono più regioni. E che cosa sono? Sono delle amalgama, delle misture di pezzi di economia, di pezzi di società, che non hanno una precisa rappresentazione politica e istituzionale. Forse la stanno cercando in qualche maniera, e tendenzialmente sono territori “città-regioni globali”, nel senso che i flussi che passano per questi territori, per questi sistemi territoriali, non sono flussi localizzati territorialmente, tanto meno confinabili in una dimensione cittadina o regionale, ma sono appunto flussi globali. Quindi questo processo di perdita dei luoghi, di perdita dei centri, questa nostra dis-locazione, cioè questo nostro spostarci da una dimensione di luogo, questi processi sono ormai giunti al punto da impedire qualsiasi margine, qualsiasi bordo, qualsiasi limite, rispetto al mondo globale? Non c’è più alcun limite ed alcun margine che “definisca” - appunto che abbia in se la capacità di dire il confine rispetto al mondo globale - o invece ormai città e mondo, urbs et orbis vogliono dire “dappertutto e non importa dove”, come ha scritto Jean-Luc Nancy, uno dei pochi filosofi che stanno riflettendo sul tema della città, nel suo libro molto bello che si chiama “La città lontana”. Dedicato a Los Angeles – dove Nancy insegnava qualche tempo fa - ma è la città in generale che viene trattata. E’ lontana da che cosa, questa città? E’ lontana da se stessa. Si sta allontanando vertiginosamente da se stessa, cioè da quello che è stata la città nella storia, in un’epoca, quella attuale appunto, in cui città e mondo stanno “dappertutto e non importa dove”. In cui, dice ancora Nancy in questo piccolo libro, il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte. O il contrario, che è sostanzialmente la stessa cosa.
Queste sono le domande di partenza. Le domande da porci nel momento in cui, dovunque siamo collocati, dovunque siamo “dislocati”, apparteniamo a questa dimensione inevitabilmente. Una dimensione che certo presenta caratteristiche diverse a seconda dei contesti, dei continenti. Certamente la città europea ha delle sue peculiarità su cui tornerò, ma la sfida che noi abbiamo di fronte è questa. Alla Biennale dell’architettura di Venezia 2006) dedicata alla città, era questa la città che veniva mostrata. Compresa la nostra, perché non si mostrava solo la megalopoli asiatica o sudamericana, ma anche la nostra, la città europea. C’era Milano che non è più Milano, perché è Milano-Torino. E anche una bella fotografia che mostrava Venezia arrivare fino a Padova. Non c’era nessun bordo, nessun confine che definiva Venezia rispetto a questa specie di quasi-continuum urbano che la fotografia mostrava assai bene. Quindi sono rappresentazioni anche delle nostre città. Non stiamo parlando soltanto di Los Angeles o di Tokyo.
Forse qualche parola in più su questo tema dei flussi va spesa. Ho detto che la possibilità di definire la città sembra messa fortemente in crisi nel momento in cui il mondo appare leggibile soprattutto come un mondo di flussi, che appartengono a tipi di relazioni che sfuggono a un controllo “puntuale”. Cioè la città può essere un punto, un nodo, ma questi flussi non sono in alcun modo riconducibili a un governo spaziale. E qui sta forse il punto più forte di crisi che noi vediamo. Perché noi abbiamo pensato ancora per tutto il ‘900 che questo controllo spaziale fosse ancora possibile, realizzabile. E questo controllo era fondato sulla forma che la città ha pienamente assunto nel ‘900, la forma metropolitana. Si diceva che il governo e il controllo erano affidati alla città e alla sua forma metropolitana. E’ proprio questo il punto di massima crisi. Il punto in cui l’intelletto metropolitano, di cui parlava Simmel come una forza in grado di ordinare uno spazio, lo viviamo ormai come punto di massima crisi. Nessun governo di nessuno spazio da parte di nessun intelletto metropolitano noi oggi vediamo. Vediamo perdita invece di capacità di governo, attraversamento in tutte le direzione di flussi, di tipo fisico e sempre più di tipo immateriale. Sto sottolineando degli aspetti di novità, anche se i flussi non nascono oggi. Braudel guardava all’Europa del Rinascimento come a un’Europa di flussi. Però erano appunto altri flussi, erano altre dimensioni ed erano altri tempi, anche dal punto di vista del rapporto spazio-temporale.
Quindi il tema principale almeno nella riflessione contemporanea è proprio la forte evidenza di questa crisi. Nell’epoca dei flussi globali la città rischia di perdersi come punto che ordina lo spazio. Quindi bisognerà riflettere su questo aspetto e vedere quali modelli nuovi stiano emergendo dal punto di vista della città. Ho già parlato di “città-regione”, che certamente è uno dei temi su cui riflettere, credo anche nella dimensione delle nostre città. La “città-regione” padana, per esempio, è una cosa che ha una sua connotazione e che possiamo definire? E’ una “regione di città”? Probabilmente è questa una pista interessante, più che una “città-regione”, nel senso in cui la pensano i geografi californiani che hanno formulato questa idea, è una “regione di città”. Particolare tessuto, certo. Ma anche la nostra “città-regione” padana è certamente interessante e pone evidenza su questi fenomeni. Fenomeni appunto di flussi globali che si stanno dilatando, che stanno crescendo e che stanno mettendo a dura prova la forma città, la forma che noi abbiamo sin qui conosciuta.
Come possiamo provare a iniziare una riflessione politica su questi problemi? Ecco, non prima di aver messo in evidenza – e io credo che sia uno dei compiti di una critica che noi dobbiamo fare a una serie di teorie, ma anche di pratiche nella città contemporanea – che nella città contemporanea è presente – penso molto all’architettura in questo momento – un’idea uniforme di questo processo. Un’ideologia più che una idea. C’è proprio un’ ideologia - più che un’ idea, che rischia di essere vincente in questo periodo, che la città contemporanea è uniforme. Cioè che ha una sola forma che è la forma – quella che uno degli architetti alla moda, Rem Koolhaas, un architetto olandese che oltre a progettare anche scrive, ha chiamato la “città generica”. Il nostro riferimento per Rem Koolhaas è appunto la città generica; è finalmente – lui dice – il liberarsi dal centro, dalla schiavitù del tessuto e della storia della città, e accettare quasi come una liberazione l’avvento di questa città generica. Una città cioè che uniforma lo spazio, che lo rende indifferente. E’ in fondo una tipica ideologia. Cioè il fatto di assumere un punto di vista e pretendere che sia universale, fare della città generica la città senza alcuna derivazione. Ecco questo credo che sia il vero punto da sottoporre a critica. Cioè, pur nella evidenza di processi di trasformazione territoriale radicali e anche drastici in corso che vedono l’affermarsi di uno spazio di flussi rispetto a uno spazio di luoghi, pur all’interno di queste evidenti dinamiche dobbiamo tenere ferma l’idea che la città è un fenomeno plurale. Cioè che non esiste una forma. Che non esiste un discorso uniforme sulla città. La città fin dall’inizio – e cerco di dirlo anche in un libro recente (Perulli 2007) – è sempre stata insieme uno stare e un andare oltre, è sempre stata doppia. E’ sempre stata stare in un punto e in un luogo, e da quel punto costruire un mondo, anche dal punto di vista simbolico oltre che politico. Ma è sempre stata anche un andare oltre, un muoversi in tutte le direzioni. Quindi noi dobbiamo esercitare una critica a queste posizioni che sono molto presenti nel dibattito e anche nelle pratiche che si esercitano sulla città contemporanea, che pretendono di omologare, di uniformare, di dare una sola forma alla città e quella forma poi andare a riprodurla in giro per il mondo. Credo che questa critica sia un lavoro da fare. Perché anche nelle posizioni di studiosi come Marc Augé - che è uno studioso di tutt’altro spessore rispetto a Koolhaas - c’è il rischio che molto pensiero sulla città converga verso quella ideologia. O sia interpretabile attorno a questa nuova vulgata della città generica o peggio ancora nella versione priva di fondamento scientifico della “città infinita”.
Quindi proprio questo mi pare il compito principale che noi abbiamo. Vorrei proporre alla riflessione un ragionamento che cerco di fare nel libro poco sopra citato, ma che poi ho continuato, che va un po’ oltre la riflessione del libro. Noi possiamo, dobbiamo, rispondere criticamente a questi discorsi sulla città generica nell’epoca della globalizzazione con un vero e proprio programma di ricerca. E anche con un vero programma non soltanto di ricerca teorica, ma anche di ricerca politica. Come la vedo? Penso che noi dobbiamo cercare di ragionare su un modello, cercare di ripensare un modello nel senso impegnativo del termine, che riesca ad avere dentro di sé tre livelli di riflessione, tre livelli di analisi e di proposte. Un primo livello è quello più di superficie, però è quello che pratichiamo tutti i giorni nel momento in cui agiamo nelle città, viviamo nelle città, governiamo le città. Perché poi le città sono anche luoghi dove si realizzano forme di governo. E’ il livello di azione della politica, per così dire. E su questo primo livello vorrei che potessimo allineare alcuni punti focali. Il primo punto riguarda il concetto di sviluppo locale. Noi abbiamo un’idea un po’ riduttiva - io credo - di sviluppo locale, perché pensiamo spesso che lo sviluppo locale significhi sostanzialmente una cosa di piccola scala, una cosa che riguarda la dimensione dell’immediato nostro quartiere, del vicinato, al massimo di un ambito distrettuale per tornare ai temi di cui dicevo all’inizio. Abbiamo una visione di sviluppo locale insufficiente: per allargarla abbiamo bisogno di scendere un po’. Ecco, il modello è fatto su tre strati. Dobbiamo scendere da questo livello della nostra azione sullo sviluppo locale, ad un modello un po’ più impegnativo. Dobbiamo puntare a dei modelli di sviluppo locale che diano conto di quella varietà, di quella molteplicità, di quella pluralità, irriducibile a quella uniformità che prima criticavo, di cui il nostro mondo è molto ricco. L’Europa da questo punto di vista è un vero e proprio laboratorio permanente di sviluppo locale, molto interessante e anche “contagioso”. Perché i modelli che abbiamo sperimentato qui (alludendo ancora a Modena) hanno fatto il giro del mondo, ma possiamo pensare anche ad altri modelli di sviluppo locale nella chiave con cui abbiamo tematizzato lo sviluppo locale in Italia e in Europa. Lo sviluppo locale di sistemi come quelli californiani – per tornare ad un tema che a me è molto caro, perché lì c’è stato un contagio molto interessante fra i modelli italiani ed europei e i modelli americani- sistemi territoriali come quelli della California sono un campo di osservazione che potrebbe e dovrebbe produrre dei modelli di riferimento in cui i temi della cultura hanno un ruolo centrale. Questi sono processi di sviluppo locale trainati da sistemi culturali, perché la California non è interpretabile che – come giustamente hanno sostenuto Castells e altri – attraverso l’affermarsi di sistemi culturali che hanno prodotto delle forme di organizzazione innovativa dell’economia, che a loro volta hanno alimentato forme di società organizzata in modo decentrato e reticolare come vediamo nel modello californiano, e in altre forme nei nostri modelli italiani. C’è tutto uno zoccolo duro sotto il tema delle politiche dello sviluppo locale che sembra un po’ l’orticello di casa nostra. Invece no, c’è uno zoccolo più importante sottostante di modelli di sviluppo locale. E c’è poi bisogno di scavare ancora sotto questo livello. Perché sotto il livello dei modelli c’è una riflessione da fare più di tipo epistemologico, su cosa significa “locale”. Lì forse c’è il giro da fare, il giro del discorso. Cioè l’idea - pochi autori hanno affrontato questo tema- che il locale sia una struttura che contiene in sé già elementi del globale. Cioè che il locale non sia una struttura di scala ridotta, ma che sia qualcosa che contiene in sé già la scala globale. Petitot è uno dei pochi filosofi che ha riflettuto su questo tema. E credo che il tema della città sotto questo punto di vista sia uno straordinario campo di applicazione. Quindi nel modello su cui sto riflettendo, accanto al tema dello sviluppo locale articolato su questi tre livelli, arriviamo al tema della città. La città è probabilmente rileggibile attraverso questa chiave. Forse possiamo sul tema della città ridefinire anche qui temi di policy, di azione politica, possiamo scavare un po’ e vedere come anche qui abbiamo delle famiglie molto ricche di modelli da tirare fuori, da mettere in campo. Qui sì, dal punto di vista per esempio della sociologia che si occupa della città, c’è parecchia roba da utilizzare. Ma anche dal punto di vista di altri approcci più di tipo antropologico, anche di tipo economico, di tipo politologico. Cioè, un discorso al plurale della città che metta in crisi e in discussione quell’ idea di città uniforme verso cui staremmo tutti quanti andando. Occorre riprendere quindi il tema della pluralità dei modelli di città, nella generazione dei modelli che noi abbiamo alle spalle e a cui dovremmo guardare e riflettere per… Per che cosa? Scaverei anche in tema di città ad un terzo livello più di tipo epistemologico, per mettere in luce la maniera in cui la città oggi, nel momento in cui si è allontanata come dice Nancy dalle sue origini, sta però ripresentando uno spazio epistemologico che si riferisce alla dimensione del “progetto”. Mi riferisco soprattutto al testo di due autori francesi, Boltanski e Thévenot, che hanno scritto un libro da cui emerge un interessantissimo “modello al plurale” di città. Non è più la città fisica, la città degli urbanisti, ma è una città di “ordini morali”, come li chiamano gli autori. Cioè la cité è anche un ordine morale, una dimensione che rappresenta un modello di validità generale, di giustificazione generale. E’ davvero interessante il fatto che gli autori analizzino una serie di modelli, dalla città di tipo domestico che si basa sull’autorità di un dominus, fino alla città civica di Rousseau, fino alla città industriale, etc. e fino oggi, a quella che loro chiamano la “città per progetti”. In questo ordine morale non abbiamo più nessun fondamento, nessuna sovranità, nessuna autorità di tipo domestico, civico, industriale etc. ma abbiamo un fondamento progettuale. La città per progetti significa che questo ordine morale si definisca nell’interazione tra le persone che nella città si realizza, un percorso basato sull’idea di progetto. Tema naturalmente assai complesso perché noi veniamo da una crisi dei modelli progettuali della razionalità moderna. Quando si pensava che si potesse lanciare nel futuro qualche rete per poi da lì tornare indietro per vedere quello va fatto oggi. Questa dimensione dei progetti certamente è stata usurata negli ultimi decenni. Però ancora una dimensione per progetti della città si può pensare, ma di che tipo? Questo è il terzo anello di questo modello che parte dallo sviluppo locale, passa dalla città e tocca un altro tema, che io chiamo della pianificazione di tipo strategico delle città. Si tratta delle città che sembrano in grado di reggere all’urto della uniformazione, dell’omologazione, dalla città generica, della città banale, che vuole banalizzare ogni forma di costruito, ogni forma di pensato. E’ sostanzialmente la città che riesce a diventare una struttura riflessiva e autoriflessiva . Ma come fa a diventare riflessiva una città? Ecco, negli ultimi venti anni proprio qui in Europa, parecchie città hanno provato a darsi dei piani strategici. Un tema che mi è caro, perché rappresenta forse l’unico tentativo che abbiamo di vedere modelli di democrazia di tipo deliberativo, cioè in cui le persone che normalmente non partecipano alla decisione pubblica, oppure che subiscono le decisioni di tipo classico, diciamo, della democrazia di tipo rappresentativo, possono invece essere partecipi di tentativi e di esperimenti da parte della città di darsi orizzonti che riguardano molto da vicino una capacità di progettare in un’epoca in cui è finito il progetto del moderno. Cioè è finita l’idea per cui noi possiamo costruire degli scenari futuri e poi farli retroagire al presente. Un’epoca in cui dobbiamo ripensare al progetto in una chiave diversa, in una chiave di auto-sostegno. Un progetto che non ha alcun scenario possibile davanti, ma che si auto-sostiene, che si auto-costruisce, che si sostiene da sé attraverso un processo di sviluppo auto-sostenuto, che è una delle frontiere della riflessione che noi possiamo fare e che si sta facendo su questi temi.
Veniamo allora all’ ultimo anello di questa catena. Come fa la città da sola, nella sua individualità, a reggere, a partecipare in modo efficace ai processi di diffusione, di crescita, di banalizzazione del tessuto urbano nella sua dimensione globale? Il tema su cui chiuderei la riflessione è quello che le città possano rimontare insieme dei sistemi allargati. Qui il riferimento soprattutto è a quella letteratura che si occupa di cluster, cioè di grappoli. E’ un tema che nasce più dall’economia industriale, ma che mi pare di enorme interesse, molto fecondo anche per chi come me si occupa di città e di sistemi territoriali. In pratica è l’idea che possano esserci - anche qui scendendo verso un modello approfondito – delle “messe in forma” di cluster di sistemi territoriali che non stanno nella dimensione delle matrioske - cioè stato, regione provincia, comune-che non vogliono dire ormai quasi nulla sul piano spaziale anche se sono tuttora le nostre istituzioni. Non possono dire ormai quasi nulla sui problemi a cui ci stiamo riferendo. E’ molto interessante l’idea che i sistemi territoriali possano rimontarsi attraverso un sistema di grappolo, di cluster, di raggruppamento, in una parola che non a caso circola nei libri che stanno uscendo in questo momento nelle scienze sociali come l’ultimo libro di Saskia Sassen “Territory, authority and rights”. L’ultimo libro della Sassen è tutto centrato sull’idea dell’”assemblaggio”. Cioè che noi dobbiamo vedere i processi di trasformazione in corso come degli assemblaggi. Che sono degli assemblaggi al confine tra la dimensione globale e la dimensione nazionale, locale. E non sono né locali, né globali, partecipano di entrambi. Molti esempi sono di un certo interesse su come si stanno realizzando questi assemblaggi. Io credo che un altro autore molto interessante che parla di assemblaggi sia Bruno Latour, che ha scritto un libro che si chiama “Reassembling the social”. Riassemblare il sociale cosa vuol dire? Sottolinea Latour l’importanza di ripensare la società in generale come un insieme di siti locali. L’interesse di Latour non è direttamente al tema della città, perché Latour è un sociologo della scienza che si occupa di processi un po’ lontani dai nostri. Ma ci sono delle interessanti coincidenze. Lui parla di siti locali dove sono elaborate le strutture dette globali. Quindi è una critica molto interessante all’idea di globalizzazione uniformante. In realtà egli mette in evidenza l’importanza di questi siti locali. E dentro questo discorso non c’è più una scala macro e una scala micro, una scala grande e una più piccola. Perché anche il macro non designa più un sito più grande e più vasto degli altri. Un sito che si connette con altri siti. Entrambi questi siti sono in realtà fatti nella stessa maniera, anche se noi pensiamo in realtà che uno sia macro e l’altro sia micro. Siti connessi tra loro. Quindi la scala, che è uno dei punti più importanti su cui riflettere - la scala globale, locale, la città, lo stato- questa dimensione che noi chiamiamo scala, oggi è configurata prima, è predefinita: questa è una scala macro, micro, una scala globale, locale. Facciamo questo esercizio di assegnare le varie storie e funzioni, eccetera, a delle scale predefinite. Latour dice: no, la scala viene definita dagli attori che si scalano, che si spaziano, che si contestualizzano reciprocamente, grazie al trasporto di tracce specifiche che viaggiano su certi veicoli specifici. Questa è una metafora abbastanza vicina al concetto di rete su cui molti hanno lavorato, ma con una forte novità. Latour propone proprio di smontare la società e fra l’altro di smontare anche la sociologia. Di buttar via una sociologia fatta di sistemi già predefiniti, già belli preformati. Una sociologia del sociale che è fatta già di costruzioni. Polemica molto forte soprattutto con la sociologia durkheimiana naturalmente. Ma al di là di questi aspetti teorici, la cosa interessante dal punto di vista del modello su cui sto cercando di ragionare, è che ci da una chiave per capire un altro modo per assemblare i processi sociali ed anche i processi che noi chiamiamo istituzionali. A partire da una specie di localizzazione del globale. Il globale è un terreno modellato dove si formano degli intrichi, degli ibridi. E a partire da questa localizzazione del globale c’è una fase di redistribuzione del locale. La struttura locale in realtà è stata anch’essa preformata da altre cose, siti, momenti, attori. Quindi alla fine del discorso, anziché partire dal luogo partiamo dalla circolazione tra i luoghi. Questo è molto interessante. Non partiamo più dal luogo, da questo luogo, ma partiamo dal fatto che questo luogo dove siamo noi in questo momento è possibile perché è stato preformato da una serie di altri luoghi, di altri siti, di altri attori, di altri momenti che lo hanno formato e quello che noi vediamo è quindi non tanto il luogo in sé nella sua definizione, ma vediamo i sistemi di circolazione tra luoghi che hanno reso possibile ciascuno di questi luoghi. Quindi una proposta di rifondazione e di rovesciamento del discorso sulla costruzione della società e delle scienze sociali, a partire da questa idea di assemblaggio. Io credo che lì ci sia qualcosa su cui riflettere quando parliamo di città. Cioè se la città possa essere ancora un punto da cui noi riassembliamo la società, uscendo dal sistema delle scatole cinesi, delle bambole russe, delle istituzioni chiuse una dentro l’altra, e rimontando da lì una delle forme nuove sia di società, che di interazione, che di città . Perchè io credo che nonostante tutte le cose dette, valga ancora quello che Mumford scriveva “in difesa della città”. In difesa cioè di una idea, di un concetto, che ha una pregnanza di significati tale, che vale la pena di continuare a difenderlo, rispetto a tentativi di dimenticarlo, evacuarlo. E di pensare il nostro mondo globale, dentro cui pensare la città nelle forme post-metropolitane, post-nazionali, ma che conservano ancora una fortissima capacità di rimontare i sistemi sociali complessi, compresi i sistemi globali stessi. Partire da lì al di là della scala, che siamo noi a definire, a costruire. La scala della città - media, piccola o grande - non vuol dire oramai quasi più nulla rispetto al discorso che stiamo cercando di fare. Mi pare che questo sia un programma di ricerca utile ed interessante su cui impegnare sia le nostre forze intellettuali che le nostre forze politiche. Insomma, il fatto che in società civili si possa lavorare ad un programma come questo rappresenta una forte “difesa” della città nel senso di Mumford e un antidoto contro i processi di abbandono, di consegna delle città ad un processo omologante, un’omologazione che sarebbe davvero un peccato mortale.

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  • Autore: Paolo Perulli