Campo della Cultura / Sezione seconda
Cultura e sfera pubblica locale

cap. 13

Le città, da qualche tempo, sembrano avvertire una sorta di obbligo – condanna? - ad essere “creative”, e comunque più innovative ed effervescenti delle altre aree urbane.

1. Cultura, policies e spazi urbani


1.1 Sviluppo dei territori e città: la ‘svolta culturale’*
Le città, da qualche tempo, sembrano avvertire una sorta di obbligo – condanna? - ad essere “creative”, e comunque più innovative ed effervescenti delle altre aree urbane. L’inarrestabile proliferare di eventi e festival di ogni genere, a tutte le latitudini, esprime il tentativo di rincorrere qualità urbana e “vantaggio competitivo” anche attraverso le attività culturali. Questa crescente attenzione, ed il contemporaneo “cultural turn” nel campo delle scienze sociali e territoriali (Amin e Thrift, 2007; Evans, 2003), sono fenomeni particolarmente innovativi?
Secondo il geografo Farinelli “città è ogni sede in grado di produrre un’immagine materiale, pubblica e perciò condivisa, della forma e del funzionamento del mondo o di una sua parte”. Di conseguenza “ogni rivalità tra città si esprime, al livello più alto, nella lotta per l’affermazione e la diffusione delle immagini che esse producono”, la produzione di informazione specializzata è una delle poste in gioco cruciali, e va considerata “il motore dell’attività urbana, anche prima dell’epoca moderna” (Farinelli, 2003: 253).
Le città, si potrebbe dire, forse addirittura per esistere, ma di sicuro per funzionare e per competere, hanno bisogno, in pratica da sempre, di alimentare la loro capacità di produrre e diffondere discorso, creatività e connettività, in primo luogo fra i loro abitanti, ma anche alle altre scale. Lucio Gambi, già in un suo scritto del 1972 accennava all’ importanza delle istituzioni e dei processi culturali, nell’individuazione e nel consolidamento dei valori ambientali ed umani delle città e delle loro vocazioni, e tra queste ultime, in particolar modo, la loro capacità di indirizzare la crescita socio-economica del proprio territorio e delle aree limitrofe . Il riferimento principale del geografo romagnolo nel sottolineare la rilevanza della cultura nei fenomeni urbani, soprattutto nelle fasi di “radicale rivolgimento”, erano gli studi di Carlo Cattaneo, attenti a tali tematiche già a metà dell’Ottocento (Gambi, 1972: 31-34)
Si può quindi ipotizzare che la crescente attenzione riservata negli ultimi anni alle attività culturali prefiguri una sorta di riscoperta del rapporto tra cultura, economia e territorio, piuttosto che un “salto” epistemologico e politico-amministrativo particolarmente rivoluzionario.
La fondamentale importanza della produzione e condivisione delle informazioni “dense”, che è un processo con profonde implicazioni culturali, è stata del resto sottolineata sia nel dibattito sullo sviluppo locale - in corso almeno dall’inizio degli anni Novanta - e nelle politiche pubbliche ad esso riconducibili, sia nelle precedenti ricerche sulla “Terza Italia”, sui distretti produttivi dell’Italia centro-settentrionale e sui “milieux innovateurs”, che alle più recenti riflessioni avevano in qualche modo preparato il terreno. Harvey, nel suo importante studio sulla postmodernità, dopo aver sostenuto che “con il ridimensionamento delle barriere spaziali diventiamo sempre più sensibili a ciò che gli spazi del mondo contengono”, cita i distretti dell’Emilia Romagna tra gli esempi di transizione dal fordismo all’accumulazione flessibile, caratterizzati da una forte capacità di valorizzare le peculiarità territoriali (Harvey, 1993: 359).
La riuscita combinazione tra crescita economica, coesione sociale e gestione virtuosa del territorio di Modena in particolare e dell’Emilia in generale sono quasi passate in proverbio; minore attenzione è stata forse dedicata, da un lato, alla natura di processo culturale di questi fenomeni di sviluppo locale, e dall’altro, al ruolo svolto dalla vita culturale nei suoi vari aspetti (dibattiti, eventi, istituzioni) nell’innescare, consolidare e riprodurre tali dinamiche di sviluppo.
Definire la “cultura” eccede di gran lunga le nostre capacità e non rientra tra gli obiettivi di questa ricerca; può tuttavia essere utile richiamare l’opinione di Raymond Williams, secondo il quale la cultura ricomprende: “a) insieme dei prodotti dell’intelletto e dell’immaginazione; b) processo di civilizzazione, di coltivazione dello spirito e della mente, in relazione a valori assoluti e universali, nel senso latino della parola cultura; c) descrizione di una way of life che esprime certi significati e valori non solo nell’arte e nei processi di apprendimento e acculturazione, ma anche nelle istituzioni e nelle attività della vita quotidiana (abbigliamento, lavoro, formazione scolastica, cucinare, divertirsi)” (Williams, 1961, cit. in Porrello e Pozzoli, 2004: 36).
Il cosiddetto modello emiliano può essere considerato, in base a questa definizione, richiamandosi alle teorie sullo sviluppo locale e alle riflessioni di Farinelli e Gambi, un processo culturale territorializzato, nel quale ha un particolare rilievo l’intreccio tra un sistema di valori universali e la sua esplicitazione in una way of life, in valori “territorializzati” in un sistema istituzionale.
La vivacità del dibattito culturale all’ombra della Ghirlandina, segnalata da numerosi interlocutori della ricerca “Il campo della cultura” come molto forte, almeno sino alla metà degli anni Ottanta, ispessita anche da una facoltà di Economia e Commercio che, nata alla fine degli anni Sessanta, si segnalò immediatamente per originalità e attenzione ai rapporti col territorio, può essere ragionevolmente ritenuta uno dei fermenti vitali di quel processo virtuoso, che ha condotto il sistema locale modenese a favorire la sedimentazione di processi produttivi e sociali endogeni, non artificialmente giustapposti ai luoghi, ma piuttosto espressione di un’autonoma capacità di elaborazione.
L’impegno delle autorità locali per la creazione di una scuola pubblica di qualità, di una rete di biblioteche capillare e molto aggiornata, di una serie di istituti culturali municipali, anche in ambito teatrale e musicale, in aggiunta a quelli statali, si è accompagnato alla presenza di un fitto tessuto di associazioni sportive, di volontariato, culturali, ed ha favorito la sedimentazione di “spessore istituzionale” (Amin, 1998), che ha in qualche modo “fertilizzato” il territorio, favorendone la crescita sociale, culturale ed economica.
La vocazione alla ricerca della coesione e della condivisione, storicamente riscontrabile a Modena e tipica della sua way of life, sembra quindi essersi espressa anche attraverso le politiche e le attività culturali. Si può ipotizzare che Modena abbia superato lo shock della crisi petrolifera del 1973 e della prima deindustrializzazione dell’Occidente, con le sue conseguenze, pesanti soprattutto nelle aree urbane, anche grazie a queste risorse sociali e culturali “territorializzate”, radicate nel sistema locale.
Nelle ricerche, tuttavia, ed ancora di più nel discorso pubblico, è stata prevalente, fino a tempi piuttosto recenti, l’attenzione per l’elemento economico e per l’intreccio tra questo e le dimensioni sociali e politiche, mentre la dimensione culturale non sembra essere stata particolarmente valorizzata; parodiando un po’, si può sostenere che nella vulgata sul modello emiliano si tende ad evidenziare come l’omogeneità politica e l’attenzione delle classi dirigenti alle esigenze redistributive abbiano favorito la coesione sociale , che ha agevolato la crescita economica, la quale a sua volta ha facilitato la riproduzione dello schema. La dimensione più direttamente culturale viene “recuperata” (per continuare con le semplificazioni parodistiche) attraverso il sociale – ad esempio con l’attenzione riservata alla diffusione della conoscenza come momento redistributivo – e attraverso il politico – sottolineando il ruolo pedagogico e di acculturazione svolto dai partiti (in tempi che però sembrano ormai lontanissimi). Si può quindi ipotizzare che la cultura sia stata considerata un elemento sì centrale, ma non determinante, nei molti successi passati e nei – forse meno frequenti – successi presenti che costellano la via Emilia. L’intenso dibattito nazionale e internazionale degli ultimi anni sul ruolo della conoscenza, allo stesso modo, tende a concentrarsi prevalentemente sulla funzionalità economica dei processi culturali, riservando spesso un ruolo secondario a presupposti e implicazioni socio/territoriali del rapporto cultura-economia, come è stato rilevato da una letteratura critica oramai abbondante (ad esempio Garcia, 2004; Gibson e Kong, 2005; Gray, 2007; Vestheim, 2007). Si può ipotizzare che un’adesione acritica agli aspetti più “produttivistici” della rinnovata attenzione per la cultura in ambito urbano induca a trascurare le specificità dell’intreccio cultura/società/territorio. Le recenti ricerche sulla “riflessività” (Donolo, 2006), sulla “autosostenibilità” (Magnaghi, 1998) o sulla “territorialità attiva” (Dematteis e Governa, 2005), molto diverse come impostazione e ambito disciplinare, concordano invece nel sottolineare l’importanza, nei processi di sviluppo locale, di una sorta di progetto partecipato, di un’atmosfera di condivisione degli sforzi e dei risultati, di una comune tensione valoriale e culturale, da un lato come aspetti qualificanti di contesti già caratterizzati da un fluido interscambio economia-società-territorio, dall’altro come obiettivi da perseguire in situazioni meno brillanti. La capacità dei sistemi locali di non subire passivamente le influenze esogene, riprogettandosi costantemente, appare, in particolar modo, un processo di estrema complessità, non riducibile alle sole variabili economiche e/o politiche e/o sociali, a tutte le latitudini (Dematteis e Governa, 2005).
Una riflessione sui rischi dell’economicismo sembra quindi imporsi, e forse in modo particolare a Modena, se riconosciamo, nella sue dinamiche di sviluppo, la specifica sensibilità per i valori della relazionalità e dell’integrazione sociale da un lato, e per il ruolo svolto dalle politiche e dalle attività culturali nella “territorializzazione” di tali valori, dall’altra.
Il peso che marketing territoriale, appeal turistico, valorizzazione immobiliare di aree degradate hanno conquistato, alle varie scale, nelle teorie e nelle pratiche collegate al campo della cultura rischierebbero di avere nel contesto locale, in assenza di un adeguato processo di adattamento, un carattere essenzialmente esogeno, in contrasto con gli aspetti più meritori sedimentati nell’immagine e nella memoria dei luoghi. Il monito di Bourdieu, secondo il quale l’arte e il consumo culturale adempiono, consciamente o inconsciamente, alla funzione di legittimare e “naturalizzare” le differenze sociali, sembra rappresentare un ulteriore invito a tenere a freno gli entusiasmi su presunte “città creative” e più o meno miracolosi “rinascimenti urbani”.
Le politiche e le attività culturali rischiano paradossalmente, se si adagiano sui tratti, come dire, “anestetici” ed acquiescenti segnalati dal sociologo francese, e sostanzialmente promulgati dalle visioni economicistiche presenti nel dibattito internazionale, di contribuire alla - ulteriore ? - destrutturazione di uno degli elementi forti dell’armatura socio-economica del territorio modenese, rappresentato appunto dall’ attenzione e dall’impegno per la coesione sociale.
Un eventuale atteggiamento di sonnolenta accettazione di supposte “dinamiche globali” appare ancora più pericoloso se si considera che la conflittualità diffusa, espressa ad esempio dai fenomeni di nimby, legati alle ossessioni privatistiche e securitarie, sono presenti anche sul territorio modenese, e rappresentano uno dei segni più evidenti delle difficoltà di un modello inclusivo che va ripensato e aggiornato.
Il crescente interesse per le attività teatrali, figurative, filosofiche, attualmente riscontrabile a Modena, è quindi senz’altro positivo, ma occorre tentare di coglierne la dimensione “attiva”, chiedendosi fino a che punto esprima la capacità del territorio di reimmaginare le proprie vocazioni, di proiettarle in orizzonti diversi, di collocarle nel mutevole intreccio tra le varie scale, come il capoluogo geminiano e altre città emiliane sono spesso riuscite a fare, e fino a che punto si tratti invece di un passivo adeguamento a tendenze internazionali, oppure di una fioritura di iniziative legate a interessi economici immediati e/o alla riproduzione del consenso politico, oppure ancora alla combinazione di questi elementi appena citati, da considerare negativamente, in quanto espressioni di visioni parziali, disattente rispetto alla peculiarità e alle vocazioni dei luoghi. Le città possono produrre cultura, ma anche consumarla passivamente; e possono anche autoconvincersi di produrre cultura, importando modalità standardizzate di produzione “mainstream”, di facile consumo; le attività culturali sono quindi al contempo assolutamente necessarie per “fertilizzare” i territori e foriere di seri rischi legati a pericolose autoindulgenze e/o alla ricerca di facili legittimazioni, che alla lunga possono affievolire la capacità di riprogettarsi.
Vari ricercatori sottolineano ad esempio come la cultura non si sottragga alla prevalente attenzione per il valore di scambio contro il valore d’uso, che proprio a partire dal già citato 1973 conosce un’accelerazione (Harvey, 1993; Gray, 2007); Harvey sosteneva anzi, già in un suo lavoro dei primi anni ’90, che i grandi progetti di ristrutturazione e risanamento centrati sulla creazione di distretti culturali e turistici  debbano essere considerati aspetti della tendenza a sostituire alla riflessione sulle criticità socio-politiche una sorta di ballo in maschera autocelebrativo, che è componente costitutiva dell’ideologia neoliberista (Harvey, 1993).
L’arte per l’arte, la cultura come fine in sé, ha un ruolo sempre meno rilevante, ormai dall’inizio degli anni settanta, anche come elemento di legittimazione delle politiche culturali pubbliche (Gray, 2007; Vestheim, 2007); il passaggio da una prevalente legittimazione in termini sociali degli investimenti in arte e conoscenza all’attuale preponderanza delle considerazioni economiche, può rappresentare una chiave di lettura sia dell’evoluzione del campo della cultura, sia del rapporto che collega dialetticamente tale specifico ambito alle più complessive dinamiche socio-territoriali.


1.2  Il punto di vista della ricerca*
La parte di ricerca qui presentata, avente per oggetto la sfera pubblica della cultura e il ruolo della dimensione culturale nello sviluppo urbano e territoriale, è articolata in due azioni di ricerca:
-la prima tesa a mettere a fuoco questi temi ed i nodi problematici che li caratterizzano nel contesto locale;
-la seconda volta a indagare questi stessi aspetti attraverso il modo in cui essi si presentano nella progettazione e realizzazione di spazi fisici destinati alla cultura.
Non entriamo, per ora, nel dettaglio metodologico della ricerca, di cui verrà debitamente dato conto nel secondo capitolo; piuttosto, ci interessa qui portare l’attenzione su alcuni fattori che stanno a premessa dell’indagine stessa. Così come “all’interno di ogni narrazione i fatti, i personaggi, lo spazio, gli oggetti sono visti da una certa posizione” (Turchetta, 1999: 7), anche nel caso della ricerca che viene presentata nei capitoli seguenti i temi e le problematiche già sinteticamente introdotte, indagati sia nel contesto locale sia in chiave comparativa, sono stati messi a fuoco a partire da angolazioni e prospettive specificamente posizionate. E’ bene allora spendere alcune considerazioni, per quanto brevi, allo scopo di esplicitare e chiarire quali sia stato il punto di vista attraverso il quale abbiamo impostato l’indagine, montato (nel senso cinematografico del termine) i ricchi ed articolati materiali di ricerca e dato corpo alla narrazione che ci apprestiamo a fare. Possiamo pertanto individuare tre terreni –– su cui la nostra attenzione si è particolarmente concentrata, e quindi tre piani di riflessione su appunto è bene chiarire l’approccio utilizzato.


1.2.1 Cultura e dimensione pubblica: attenzione ai processi
L’impossibilità di descrivere il processo di formazione ed esercizio di decisioni collettivamente vincolanti secondo le modalità consuete fino ad un paio di decadi fa è ormai divenuto luogo comune. Quella rappresentazione, fondata su una chiara demarcazione tra due sfere della vita sociale – lo stato e il mercato – e sulla conseguente identificazione della dimensione pubblica con tutto ciò che era interpretabile come una diretta o indiretta emanazione della statualità, è stata progressivamente messa fuori gioco da un’ampia gamma di mutamenti e trasformazioni sociali.
Il termine con il quale si è soliti evocare tutte queste trasformazioni ed i loro diversi effetti è quello di governance. Senza perderci nell’enorme mole di letteratura accumulatasi su questo termine e sulle sue varie declinazioni  e senza rinunciare ad una vigilanza critica rispetto alle interpretazioni semplicistiche e/o ideologiche che spesso ne ipotecano l’uso – contrariamente a quanto tendono ad affermare queste ultime, il termine governance indica un orizzonte di problemi più che la loro soluzione – possiamo richiamarne sommariamente il senso per i ragionamenti che intendiamo svolgere qui. Il mutamento che questo termine indica si produce su tre piani:
i) quello degli attori che concorrono al processo di decision-making, che sono andati moltiplicandosi sia lungo la direttrice verticale (dalle sedi del Consiglio europeo al piccolo comune di provincia), sia lungo quella orizzontale (a ciascuno di questi livelli verticali, il decisore pubblico è, in varie forme, affiancato orizzontalmente da altri attori, pubblici anch’essi, oppure privati, profit e non profit), secondo un principio regolativo che vede anche una propria formalizzazione, vale a dire quello della sussidiarietà;
ii) quello immediatamente consequenziale alla pluralizzazione degli attori coinvolti nel processo decisionale, che consiste nella pluralizzazione dei modelli di razionalità in tal modo validati e resi pertinenti nella formazione e nell’applicazione di decisioni collettivamente vincolanti;
iii) infine, quello delle forme di coordinamento degli attori in gioco, che questa duplice pluralizzazione (degli attori e dei modelli di razionalità) inevitabilmente esige .
In sintesi: non solo l’attore pubblico, non solo la ragione tecnico-procedurale della pubblica amministrazione, non solo il principio di coordinamento gerarchico-burocratico. E’ a seguito di tali trasformazioni che si impone la questione più rilevante per quanto ci riguarda, e che possiamo formulare attraverso il seguente interrogativo: nel contesto dei mutamenti che il termine governance richiama, come si può definire ciò che è pubblico? In altri termini, come possiamo identificare l’agire pubblico se esso stesso si presenta costitutivamente intrecciato con l’agire di attori privati (profit e non profit)?
La pista analitica più promettente, derivante dal riconoscimento dell’inconsistenza dell’interpretazione spesso egemone di queste trasformazioni – secondo la quale l’agire pubblico ha semplicemente perduto ogni ragion d’essere, a fronte della supposta maggior efficienza ed efficacia dell’attore privato – insiste sull’idea che ciò cui assistiamo è il passaggio da una prospettiva nella quale l’esser pubblico è una proprietà dell’attore ad una secondo cui esso è una proprietà del processo . La publicness ha dunque a che fare con le caratteristiche dei processi e dei modi con cui l’agire si configura, piuttosto che con le dimensioni sostantive che stanno a monte dell’agire (è pubblico l’agire dello stato, del comune, etc.) o con le materie trattate. La domanda allora diviene: a quali proprietà dell’agire collettivo possiamo associare l’attributo di pubblico? Ancora una volta in termini estremamente schematici, si può affermare che le materie, gli attori, gli spazi materiali e immateriali diventano pubblici laddove si presentano almeno quattro caratteristiche (Bifulco e De Leonardis, 2005: 196 e ss.): in primo luogo pubblico è tale in forza del suo essere esposto alla visibilità pubblica (laddove il privato si associa al segreto) non solo delle materie e degli attori, ma anche dei criteri stessi che gli attori utilizzano per trattare materie, problemi, etc.; in secondo luogo, esso è tale poiché proteso alla validità universalistica, al generale (contrariamente all’enfatizzazione del particolare proprio del privato); ancora, mentre il privato è per definizione incarnato dal principio della proprietà privata, “pubblico è tale in quanto i beni sono riconosciuti e trattati come comuni” (ibidem); infine, il pubblico si associa alla dimensione regolativa secondo i principi derivanti dalle proprietà fin qui richiamate, alla valenza “terza” rispetto alle interazioni tra attori singoli o collettivi, che si sostanzia nelle istituzioni, mentre il darsi regole da sé qualifica la dimensione privata.
Tali proprietà costituiscono un nucleo irriducibile per stabilire la natura pubblica o meno dei processi decisionali che avvengono in un contesto in cui il confine pubblico/privato, come abbiamo detto, non è più riconducibile in modo lineare agli attori o alle materie da essi trattate. Esse prescindono da ogni visione della società viziata da retoriche contrapposizioni tra società civile e società politica e invocazioni di una utopica società orizzontale autoorganizzantesi , e chiamano invece in causa il ruolo determinante – per quanto diversamente interpretato – delle istituzioni pubbliche. E’ questo, dunque, un primo ancoraggio analitico che stabilisce la prospettiva in cui si inscrive il lavoro di ricerca qui presentato e la narrazione da esso derivante. L’interrogazione circa le trasformazioni della cultura, delle politiche e della sfera pubblica che ne fanno il proprio oggetto di intervento si presenta in effetti come terreno privilegiato per l’indagine sull’agire pubblico, sulle sue metamorfosi e sugli scenari ed i dilemmi che tali mutamenti delineano.


1.2.2 Cultura e sviluppo territoriale: alla ricerca dei potenziali
La ricerca ha assunto come sfondo problematico rilevante quello dello sviluppo, delle sue qualificazioni e del ruolo che la cultura svolge in esso. “Per sviluppo (senza aggettivi) si intende qui il processo di aumento delle dotazioni di beni pubblici e comuni, di crescita dell’enciclopedia dei diritti soddisfacibili e infine delle capacità degli attori singoli e collettivi” (Donolo, 2007: 4).
La chiave interpretativa di riferimento, in questo caso, è quello della distinzione tra crescita e sviluppo. Mentre la prima si riferisce unicamente a parametri di tipo economico, il secondo implica quelli variamente articolati (in ambito ambientale, sociale, cognitivo) della sostenibilità, della coesione sociale, del radicamento territoriale, della giustizia sociale, della capacitazione degli attori (fondata sul riconoscimento del loro progetto di vita e della pluralità di senso che tale riconoscimento implica). Al contrario della rappresentazione prevalente nella torsione economicistica del senso comune, la crescita “non è la soluzione, ma un problema. Un problema che però ammette ancora soluzioni. Ma al di fuori di sé, all’interno di un altro paradigma, quello dello sviluppo” (Ibidem, p. 19).
Si tratta di una prospettiva concernente l’intreccio tra territori e sviluppo su cui converge oramai un’ampia letteratura, cui possiamo rimandare . Tuttavia occorre soffermarsi qualche istante su tale intreccio, per evitare fraintendimenti causati da un uso di questi termini non adeguato alla complessità ed alla natura delle questioni oggi effettivamente in gioco. Ad essere centrale qui è il conflitto sulle rappresentazioni legittime, sui codici e i linguaggi attraverso cui tematizzare lo sviluppo territoriale. In questo senso, se l’arena dello sviluppo locale continua a presentarsi come uno spazio di conflitto di potere, essa lo è in modo nuovo, rispetto al quale la cultura svolge un ruolo cruciale, confermando così la rilevanza di questo terreno della nostra indagine. Infatti, in un contesto di (almeno potenziale) espansione della produzione e consumo di informazioni, il potere viene sempre più a coincidere con la possibilità di “creare e percepire il senso di ciò che viene comunicato” e si esercita attraverso il controllo del “modo in cui si produce e si riceve il senso” (Melucci, 2000; 136). La prospettiva qui privilegiata insiste sull’idea che il sistema locale non coincide con una realtà la cui essenza è quella di “produrre qualche cosa di particolare”, siano essi prodotti specifici, strumenti di lavoro, servizi turistici, etc.. Il sistema locale concerne piuttosto il modo di “produrre e riprodurre se stesso” (Dematteis, 1994: 14; Ceruti, 1987: 13). In altre parole, la questione dello sviluppo locale si configura, non come un problema di mercato, di competizione su costi e vantaggi strettamente economici relativamente a fattori dati, ma semmai come un problema di significato e comunicazione, di vocabolari cui si può attingere, di linguaggi che è possibile utilizzare, di rappresentazioni, di schemi cognitivi all’opera, di istituzioni come ‘contesti formativi’ e così via (Dematteis, 1994).
La difficoltà dello sviluppo, dunque, ha a che fare con la difficoltà di superare visioni semplicistiche del ‘locale’ – centrate sostanzialmente sulla inerziale riproduzione di rappresentazioni (di prodotti e di servizi) date, supposti caratterizzanti una ipostatizzata identità locale – e con la rischiosità del lavorare per far emergere i potenziali. Con il concetto di “potenziali” si fa riferimento alla natura condizionale dell’esistente, alla possibilità di cogliere e far emergere possibilità di sviluppo presenti sottotraccia, capacità di innovazione e di trasformazione che possono anche produrre uno scarto, più o meno marcato, dalle direzioni evolutive supposte più omogenee e conformi alla realtà territoriale data, forme di sviluppo che consentano di attingere al passato e al patrimonio pure esistente senza assumerli come una gabbia di ferro. “Si tratta di capacità, o anche di abilità, che esistono allo stato latente e che spesso sono state coltivate al di fuori di un processo di valorizzazione economica […]. Ma al di sotto e alle spalle di queste superficiali abilità ci sono motivazioni, interessi, orientamenti, desideri e paure. Tutto ciò è la molla verso capacità che si rivelano in pratica solo fino a un certo punto, e precisamente solo fino al punto in cui lo permette la struttura delle opportunità. In caso di ambiente ostile, molti di questi presupposti vengono bruciati immediatamente; e non possono facilmente riformarsi. La disponibilità ad apprendere, più ancora che il sapere e il saper fare, è latente. Processi formativi, socializzanti, più che addestramenti, possono tirarla fuori, estrofletterla in usi sociali” (Donolo, 2007: 117).
Si tratta allora di interrogarsi, come ci siamo sforzati di fare in questa ricerca, sulle potenzialità della cultura, sulla capacità di interpretarla non solo in funzione di riproduzione e valorizzazione economica dell’esistente da parte degli attori locali, nonché sulla capacità di questi ultimi di elaborare visioni condivise dello sviluppo territoriale (potenziale, appunto) in cui la cultura divenga fattore di innovazione sociale di largo respiro e non subordinata a supposti imperativi della crescita (intesa secondo le modalità prima richiamate). Naturalmente, questo implica anche una riflessione sul senso della cultura e del perché le istituzioni pubbliche debbano occuparsene (tramite policies), che infatti costituisce il terzo ed ultimo vincolo prospettico assunto dalla nostra ricerca.


1.2.3 Cultura e policies: capacitazione e democrazia
Abbiamo già chiarito all’inizio delle nostre considerazioni che non rientra nelle nostre intenzioni e capacità l’obbiettivo di giungere ad una definizione esaustiva del termine cultura. Ma al di là di quanto già detto più sopra sul rapporto tra dimensione pubblica e cultura, si tratta ora di introdurre qualche elemento di orientamento relativo al significato del termine in questione, limitatamente allo scopo di circoscrivere gli obbiettivi che si ritiene dovrebbero perseguire le politiche che fanno della cultura il proprio oggetto di intervento. In buona misura, infatti, il rapporto tra cultura e politiche pubbliche è costitutivamente strumentale. Si tratta allora di sottoporre tale costitutiva strumentalizzazione, e le argomentazioni che di volta in volta legittimano una determinata opzione a tale proposito, ad una analisi attenta ed approfondita. A scopo puramente analitico, possiamo servirci della schematizzazione avanzata da Vestheim.
Naturalmente, queste argomentazioni del senso delle politiche pubbliche della cultura difficilmente si ritrovano in forma pura nella realtà sociale. Esse tendono a presentarsi in forma combinata; e tuttavia, è presumibile che, a seconda dei contesti analizzati e delle fasi storiche considerate, sia possibile identificare quale delle argomentazioni tende a prevalere ed a divenire egemonica. Lo stesso Vestheim (2007: 234), nel discutere questa griglia analitica, conclude rilevando uno slittamento, in base al quale “il ruolo dello stato nella cultura pubblica è cambiato o ha spostato il proprio focus. Istituzioni culturali, attività, progetti e investimenti devono essere considerati in misura crescente delle imprese economiche. Per ottenere denaro dallo stato, le istituzioni e le iniziative culturali devono dimostrare la propria produttività economica. Lo stato si attende qualcosa in cambio, qualcosa che possa essere misurato in termini quantitativi”.
In termini molto generali, possiamo dire che la nostra ricerca ha assunto che la rilevanza della dimensione culturale, anche come oggetto delle politiche pubbliche, sia rintracciabile preminentemente nella sua insopprimibile valenza antropologica. Considerato da questo punto di vista, ogni sistema culturale è in sostanza caratterizzato da tre aspetti: 1) come accade nel caso del linguaggio, il senso di ogni elemento di questo sistema è dato, più che dalla sua natura individuale, dalle relazioni che intrattiene con gli altri elementi del sistema; 2) ogni cultura alimenta aspetti di condivisione e istanze di dissenso e divergenza: il conflitto, la diversità, la differenza (di senso, di aspirazione, di desiderio, di punti di vista, etc.) vanno pertanto assunti come elementi vitali e comunque fisiologici della cultura e non come patologie; quello che di volta in volta varia è la capacità di sostenere il dissenso e di valorizzarne le potenzialità per l’innovazione e l’evoluzione del sistema stesso; 3) i confini dei sistemi culturali risultano assai laschi e quindi lo scambio e l’osmosi vanno considerati come componenti del normale funzionamento di qualsiasi sistema culturale. Così delineata, la cultura costituisce un fattore trasversalmente indispensabile per tutti gli obbiettivi che sono indicati nello schema delle politiche pubbliche sopra riportato.
Eppure, il fatto che sia trasversalmente presente nei diversi obbiettivi non implica automaticamente che i diversi tipi di strumentalità risultino tutti ugualmente efficaci per l’obbiettivo della cura e della qualificazione della cultura stessa. Come è stato riconosciuto anche da organizzazioni con evidenti obbiettivi di natura economica  (e quindi non sospette di indulgere in visioni aprioristicamente culturaliste), la cultura costituisce una sorta di meta-capacità, che alimenta – se adeguatamente coltivata e non distorta da obbiettivi e logiche di breve respiro – quelle proprietà del legame sociale che sono alla base del principio stesso di autodeterminazione degli individui. La cultura infatti va considerata una sorta di meta-capacità, in quanto è attraverso essa che prende forma la “capacità di aspirare”, vale a dire la capacità di definire liberamente il senso stesso delle proprie azioni (Appadurai, 2004). La possibilità di desiderare una vita migliore, di ritenere che possa esserci un miglioramento della qualità della propria vita, della sua dignità, dei diritti sociali che si possono esigere; o, detto in altre parole, la possibilità di non ritenere un destino inevitabile ciò che la vita (cioè: la nostra appartenenza sociale) pare prospettarci, è di fatto una capacità, una qualità della nostra relazione con la realtà, che va costruita, alimentata e che, al contrario, in determinate circostanze può essere indebolita, se non del tutto annullata. E’ lo stesso terreno in cui si generano (o invece si inibiscono) le capabilities – la capacità di essere e di fare – su cui ha ampiamente lavorato Amartya Sen ; ed alla cui concettualizzazione si ispira anche l’elaborazione di Appadurai. Tale capacità non è un dato, non è una proprietà ascritta una volta per tutte nelle caratteristiche personali. E’ il risultato di un processo, una qualità della relazione sociale, che come tale emerge e prende corpo nel tempo e nello spazio, nel passaggio generazionale, negli attraversamenti e riattraversamenti delle soglie sociali che ciascuno compie (dalla famiglia, ai coetanei, alla scuola, al lavoro, etc.). E la cultura, che connota la qualità di tali relazioni, degli spazi in cui esse si configurano, costituisce al tempo stesso un fattore di produzione di questo processo ed un suo esito.
Come lo stesso Appadurai rende esplicito, la “cultura come capacità di aspirare” può essere concepita anche a partire da altre radici teoriche, che ne argomentano ulteriormente la solidità interpretativa: una di queste è la distinzione operata da Hirschman (1982), relativamente al rapporto tra cittadini e organizzazioni (e servizi erogati da queste ultime), secondo la quale le opzioni contemplabili sono l’uscita dalla relazione (exit), il suo opposto, vale a dire la piena adesione alla qualità della relazione così come essa si presenta (loyalty) e, infine, una terza possibilità in base alla quale il cittadino risulta pienamente validato come interlocutore competente nella discussione e nella (ri)definizione della qualità di una relazione giudicata inadeguata e comunque perfettibile (voice). La cultura, allora, risulta anch’essa un terreno tanto più solido e ricco quanto più spazio è consentito a quella possibilità di voice – lo spazio appunto della espressione di un dissenso, della elaborazione di soluzioni alternative - che, nel modello messo a punto da Hirshman rappresenta l’alternativa a quella della mera uscita dalla relazione (exit) o della piena adesione allo stato delle cose vigente (loyalty). Anche in questo caso, non si tratta di una possibilità che si genera inerzialmente in seno alla società; al contrario, essa va alimentata, coltivata, ne vanno costruite le condizioni sociali e organizzative, vanno realizzati gli spazi ed i tempi in cui essa può prendere forma ed esercitarsi.
Approfondendo ancora i fondamenti teorici di questa prospettiva, la “cultura come capacità di aspirare” definisce in altre parole ciò che altre analisi hanno individuato nei termini delle basi sociali dell’integrità morale. Tale meta-capacità, infatti, è il fondamento dell’esigenza morale costitutiva dell’umano che viene indicata come esigenza di riconoscimento, articolabile in diversi gradi (Honneth, 2002), e le cui istanze sollevano molteplici sfide nel mondo contemporaneo non limitabili esclusivamente al confronto tra valori e concezioni del mondo diverse, ma con ampie implicazioni anche sul concreto terreno della redistribuzione (Fraser e Honneth, 2007).
In sostanza, è possibile mostrare come diverse prospettive teoriche e diversi approcci ai temi dello sviluppo umano convergono, esplicitamente o implicitamente, nell’enfatizzazione del ruolo determinante della cultura intesa, come abbiamo detto, in termini di meta-capacità, come capacità di aspirare di cui si alimenta irriducibilmente la dignità umana. Per quanto possa risultare complicato, è a partire da questo orizzonte generale che occorre riflettere sul senso delle politiche pubbliche della cultura e sui problemi che esse incontrano: in che misura esse contribuiscono ad una intensificazione di questa meta-capacità e in che misura possono invece rischiare di impoverirla? In che misura esse sostengono un processo di crescita qualitativa della capacità di voice dei cittadini e in che modi invece possono rischiare di comprimerla? Anche questi interrogativi hanno orientato il nostro percorso di approfondimento del caso locale e della sua comparazione con altri contesti.


2. Metodologia e campione della ricerca
La ricerca sul tema dell’integrazione sociale della cultura si è articolata in tre azioni di indagine:
-un approfondindimento sul tema della governance e sfera pubblica della dimensione culturale;
-una analisi sugli stessi nodi condotta attraverso due studi di caso sulla costruzione sociale di luoghi urbani destinati ad attività culturali. Questa seconda sezione di ricerca ha approfondito l’esperienza di riprogettazione delle Ex Fonderie Riunite e quella della Casa delle Culture
-l’approfondimento sul ruolo delle reti nel contesto della produzione di attività culturali, anch’esso condotto attraverso un approccio di tipo comparativo


2.1 Governance e sfera pubblica della dimensione culturale
La sezione “Governance e sfera pubblica della dimensione culturale” ha comportato una ricerca documentaria e bibliografica, in chiave comparativa, sulla letteratura italiana e internazionale, e una serie di interviste semistrutturate ad attori privilegiati (indicati nella tabella 2).
Le interviste, partendo dalle rappresentazioni legate alla dimensione culturale, hanno sondato in primo luogo la fisionomia istituzionale, gli attori e le dinamiche delle politiche. La configurazione della sfera pubblica, le forme le sedi e i processi della pubblicness sono state tra i temi su cui si è insistito maggiormente; il rapporto pubblico-privato è stato uno degli assi di questo approfondimento, soprattutto rispetto alle “frontiere” percepite e alle eventuali interconnessioni tra i due ambiti.
Si è poi affrontata la questione del rapporto tra “immagine della città”, modello di sviluppo territoriale e dimensione culturale; partendo dall’offerta, comunicazione e possibilità di fruizione degli eventi culturali, ed affrontando anche le rappresentazioni legate al concetto di “patrimonio”, si è affrontata la questione del rapporto tra risorse culturali e risorse economiche, tra sfera culturale e sfera economico – produttiva, proponendo all’attenzione degli interlocutori soprattutto i temi dell’innovazione, della contemporaneità e della multiculturalità. Rispetto a tale ultimo aspetto, è stata chiesto agli intervistati, nello specifico, se conoscessero l’esperienza della “Casa delle culture” e cosa ne pensassero.
Si è lambito anche il tema del finanziamento delle attività culturali, e del rispettivo ruolo di attori pubblici e privati in tale ambito.
Le questioni del rapporto tra pianificazione urbanistica e cultura, da un lato, e tra cultura e coesione sociale, dall’altro, sono state affrontate nella parte conclusiva delle interviste. Sul primo tema, si è chiesto agli intervistati un parere, in particolar modo, sull’esperienza di progettazione partecipata relativa alle ex Fonderie.
Le interviste verranno richiamate nel testo con la sigla indicata nella tabella 2.
La ricerca ha compreso, sia per la presente sezione che per le altre, una serie di interviste collettive a protagonisti della scena culturale modenesi, ed alcuni seminari con docenti universitari, operatori culturali e figure istituzionali. Si farà riferimento a questi incontri citando i nominativi per esteso


2.2 La costruzione sociale dei luoghi della cultura
La sezione di ricerca che si è concentrata su due specifici luoghi della città di Modena, le Ex-Fonderie e la Casa delle Culture, ha avuto l’obiettivo di comprenderne la costruzione sociale, intesa come significati e rappresentazioni, ma anche come pratiche e strategie di azione. Lo scopo è stato soprattutto quello di dare visibilità, muovendo da questi luoghi, a una riflessione su alcuni temi che sembrano non essere pienamente inclusi nelle politiche culturali della città.
In entrambi i casi, ci si è avvalsi, oltre al materiale disponibile in letteratura, di interviste semi-strutturate ad attori direttamente coinvolti nella progettazione e nella realizzazione di attività connesse agli spazi in oggetto, ma anche a osservatori relativamente esterni, che potessero fornire un punto di vista più ampio sui modi in cui la città si rapporta ai temi che i due luoghi chiamano in causa. L’ottica comparativa è stata tenuta presente, sia per ragionare sulle peculiarità dei casi modenesi, sia per fornire suggerimenti e spunti critici.
In particolare, per quanto riguarda la Casa delle Culture, le interviste, della durata di circa un’ora, si sono concentrate su:
-gli attori e le definizioni che essi danno del luogo, della sua storia, e degli obiettivi per il futuro;
-i significati e le rappresentazioni che il luogo incarna rispetto alla realtà della città di Modena, focalizzando l’attenzione sul tema della “città plurale” e della diversità culturale;
-le pratiche e le strategie di azione messe in campo, sia per quanto riguarda la gestione e i fini della Casa delle Culture, sia in relazione alla città nel suo complesso, e a come questa, dal punto di vista delle politiche e delle pratiche culturali, stia orientando la sua azione.
Oltre alle interviste, i materiali utilizzati sono stati quelli messi a disposizione dalla Casa delle Culture stessa per ricostruirne la storia, a cui si è affiancato l’uso di fonti bibliografiche (in particolare sui modi in cui le politiche culturali stanno affrontando il tema della diversità nel contesto europeo), e una lettura di alcuni casi comparativi. In particolare, la comparazione si è mossa sui due livelli del luogo Casa delle Culture, che è stato confrontato con la realtà dei centri interculturali presenti in Regione, e della città, attraverso le politiche urbane orientate alla diversità.
Per quanto riguarda le Ex-Fonderie, le interviste (anche in questo caso semi-strutturate e durate circa un’ora) hanno avuto struttura analoga, indagando:
-gli attori e le definizioni che essi danno del luogo e della sua storia;
-i significati e le rappresentazioni associate, in particolare guardando al tema della memoria nella vita sociale e culturale della città;
-le pratiche e le strategie, cercando di comprendere quali immagini hanno gli intervistati rispetto futuro del luogo, quale ruolo possa svolgere per la città, come sia possibile concretamente realizzare i progetti auspicati.
Anche in questo caso, alle interviste è stata affiancato l’uso di fonti bibliografiche, ma anche di audiovisivi e fotografie per ricostruire la storia delle Fonderie, oltre che della ricca rassegna stampa sul tema, pubblicata negli ultimi anni sui quotidiani locali. Nel corso della ricerca è stato inoltre possibile seguire il processo partecipativo che ha interessato il luogo, sia attraverso i materiali messi a disposizione dal Comune sul sito web dedicato, sia partecipando in qualità di ascoltatori ad alcuni dei momenti di lavoro, e di presentazione dei risultati. A queste fonti, si è aggiunto il materiale bibliografico sul tema della memoria e della riqualificazione urbana, e di altri casi, nazionali e internazionali, che potessero fornire spunti ed idee per le Ex-Fonderie di Modena .


2.3 Reti, partnership, cluster e altri modelli di cooperazione nelle politiche della cultura
Per quanto concerne la seconda Parte del Rapporto, dedicata al tema delle reti e dei processi che esse generano, la ricognizione introduttiva in cui ci si concentra preminentemente sui Festival (di Filosofia, di Poesia, di Teatro, di letteratura, di Fotografia) si fonda su una ricerca documentaria e bibliografica, in chiave comparativa, sull’analisi della letteratura italiana e internazionale, e su una serie di interviste semistrutturate ad attori significativi.
Inoltre ci si è poi concentrati sui modi in cui si articolano le reti nel campo della cultura, esplorando i modelli di partnership, le forme delle relazioni (ad esempio, rispetto agli assi pubblico-privato, e locale-globale), i processi costitutivi. L’attenzione è stata posta sulle modalità di costruzione dell’evento o progetto e, in questa sezione, si è cercato nuovamente di orientare l’indagine verso iniziative forse meno note al pubblico, ma la cui analisi potesse aiutare il dibattito intorno a specifici temi che riteniamo interessanti per la città.
Abbiamo quindi messo a fuoco Modena Medina, un festival musicale animato da musicisti stranieri residenti a Modena, e Giovani d’Arte, un progetto del Comune di Modena per promuovere la produzione artistica giovanile.
In entrambi i casi, oltre ad una sintetica ricerca bibliografica che permettesse di inquadrare le questioni in campo e di avere termini di confronto, sono state realizzate interviste semi-strutturate ad attori ritenuti rilevanti, che ci hanno aiutato a ricostruire il processo di costituzione delle due iniziative, le relazioni con le istituzioni e con altri attori presenti sulla scena urbana, i legami con l’esterno, le modalità organizzative, il rapporto con il pubblico e con i cittadini, la collocazione rispetto alla “sfera ufficiale” della cultura a Modena.
Per ModenaMedina, oltre alle interviste e alla bibliografia sul tema della diversità culturale in ambito urbano, sono stati utilizzati anche i materiali audiovisivi messi a disposizione dal Centro Musica e dal Centro Stranieri, e si è realizzato un incontro con i musicisti della band torinese di Porta Palazzo come esperienza di confronto.


3. Governance e sfera pubblica della cultura a Modena

3.1 Gli attori, tra pubblico e privato: immaginare la cultura, immaginare la città
La “cultura” – qualsiasi cosa essa sia – non è la prima cosa che viene in mente pensando a Modena; anche chi ci abita, tende ad associare il capoluogo geminiano alle immagini mediatiche più diffuse, centrate prevalentemente su motori, distretti produttivi, gastronomia. Le interviste raccolte per questa ricerca descrivono, allo stesso modo, una città che si immagina e viene immaginata in funzione delle sue attività economiche, e fra queste in primo luogo di quelle industriali.
Alcuni eventi di grande risonanza organizzati a Modena negli ultimi anni, sia in ambito filosofico, che teatrale e musicale, non sembrano aver determinato particolari cambiamenti nella rappresentazione della città, soprattutto da parte dei suoi residenti.    
Si può ipotizzare che la rilevanza delle attività, istituzioni, processi ricollegabili al campo della cultura sia piuttosto sottovalutata, sia nei suoi aspetti qualitativi che in quelli quantitativi; appare in particolar modo poco trascurata la capacità di elaborazione autonoma che, in tale ambito, il sistema locale ha spesso dimostrato.
La dimensione istituzionale della cultura nella città geminiana ha infatti una forte componente civica; ai numerosi enti comunali si affiancano centri e Fondazioni culturali, un’importante Fondazione Bancaria, un associazionismo molto strutturato
La Consulta delle associazioni culturali ha censito a Modena circa 200 associazioni; l’A.R.C.I. ha, in questo ambito, una presenza storica e consolidata.
La Fondazione Del Monte, il Centro Ferrari e la Fondazione Gorrieri, strutture private, svolgono attività di ricerca e documentazione, su questioni socio-politiche ed economiche, provenendo dalla tradizione del cattolicesimo sociale, nel caso delle ultime due istituzioni, da ambienti di sinistra e dal movimento cooperativo per la prima istituzione.
L’Istituto Storico di Modena, finanziato dal comune capoluogo e da altri 36 comuni della provincia, è un prestigioso centro di ricerca e documentazione sulla storia della resistenza e dell’Italia contemporanea; il Centro Documentazione Donna è una presenza significativa e consolidata nell’ambito degli studi di genere, delle ricerca e delle attività di assistenza sulle pari opportunità..
Il Teatro comunale di Modena è uno dei 18 teatri lirici di tradizione ufficialmente riconosciuti sul territorio nazionale dal Ministero delle attività culturali, ed unisce alle sue stagioni operistiche, sinfoniche e di danza una rassegna, Altri Suoni, attenta alle contaminazioni di linguaggi provenienti da tradizioni musicali e culturali differenti; il Teatro comunale è coinvolto anche nell’organizzazione del festival internazionale delle Bande Musicali, che è ormai un appuntamento tradizionale della vita culturale modenese, così come si sono consolidati numerosi altri eventi musicali, come ad esempio il Festival Grandezze e Meraviglie, organizzato dall’Associazione musicale estense, o “I concerti della Gioventù Musicale”, organizzati dall’associazione omonima.
Il capoluogo geminiano accoglie inoltre la Fondazione Ert, Emilia-Romagna Teatro, uno dei quattro teatri stabili di prosa attivi in Emilia-Romagna, che affianca alla propria attività ordinaria di produzione e ospitalità un importante festival internazionale sulle nuove tendenze teatrali, Vie. Il successo del Festival Filosofia, organizzato dalla Fondazione San Carlo, antica e prestigiosa istituzione culturale modenese, privata e con una propria autonomia finanziaria, è ormai riconosciuto non solo a livello nazionale.
La Galleria Civica Comunale è molto attiva sul fronte dell’arte contemporanea, che è presidiato anche da una serie di gallerie private, alcune “storiche” , altre di più recente istituzione, che hanno vivacizzato parte del centro storico.
La capillarità e la grande qualità della rete delle Biblioteche comunali, ed in particolar modo della Biblioteca Delfini, già ricordate, sono uno dei punti di forza del territorio.
Il museo lapidario del Duomo accoglie capitelli, arredi sacri ed altre vestigia della cattedrale romanica, che insieme a Piazza Grande è stata inserita dall’Unesco, nel 1997, nell’elenco del Patrimonio Mondiale dell’umanità.
I musei civici comunali accompagnano, con una certa regolarità, all’ordinaria attività espositiva delle mostre tematiche (ad esempio l’importante mostra “Romanica”, organizzata dal Museo Civico d’arte, allestita presso il Museo Lapidario del Duomo).
La Sala Truffaut, di proprietà comunale, ed il Cinema 7B, entrambi gestiti dall’Associazione Circuito Cinema, sono tra le più significative realtà regionali nell’ambito del Cinema d’essai, sia rispetto alle nuove tendenze, che per quanto riguarda la riproposizione dei classici.
La Galleria Estense, museo statale, ospita una collezione di arte, soprattutto medievale e rinascimentale, molto importante, così come rilevantissimo è il patrimonio della Biblioteca Estense Universitaria, anch’essa di gestione statale, ricca di libri antichi, manoscritti, carte rare, oltre che di pubblicazioni recenti; entrambe le istituzioni sono state segnalate da alcuni interlocutori di questa ricerca come meritevoli di maggiori attenzioni e investimenti.
L’Ateneo cittadino ha storicamente compreso le Facoltà Scientifiche e Giurisprudenza, si è arricchito di una prestigiosa facoltà di Economia e Commercio dalla fine degli anni Sessanta, come già ricordato, e si è aperto ad una facoltà umanistica in tempi recenti
Questa confusa, un po’ casuale e colpevolmente lacunosa elencazione può suggerire la varietà e la ricchezza di soggetti della scena culturale modenese, già consolidata storicamente ed in via di ulteriore strutturazione.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, da alcuni anni, ha acquistato una funzione cruciale in questo ambito, in primo luogo in chiave economica, ma anche in chiave “creativa” – proponendo in proprio e/o in collaborazione con altre istituzioni delle iniziative culturali, in particolar modo nel settore delle arti figurative.
Nel corso del 2006, sul suo territorio di competenza, la Fondazione ha erogato 16.193.310 euro per arte attività e beni culturali, suddivisi tra 88 finanziamenti; la città di Modena è stata interessata da erogazioni per 14.155.816 euro . L’investimento più significativo ha riguardato la ristrutturazione del comparto San Paolo, destinato a sedi universitarie, per il quale l’impegno nel corso del solo 2006 è stato di 7 milioni di euro; le erogazioni collegate a eventi espositivi, musica e teatro hanno raggiunto i 5.740.816 euro.
Le cifre sono di grande rilievo, a maggior ragione se si considera che a quanto riportato vanno aggiunti i 10.692.445 euro destinati dalla Fondazione alle attività di ricerca scientifica e tecnologica, e che anche nell’ambito dei 14.348.749 destinati ad attività sociali e assistenziali gli elementi di interesse culturale non sono trascurabili .
La rilevanza dell’impegno della Fondazione risalta ulteriormente se si considera che l’insieme delle risorse che il Comune prevede nel PEG 2007  per le politiche culturali – nell’ambito del settore cultura, sport, turismo, marketing e politiche giovanili – ammontano a 11.005.675,98 euro. Le disponibilità finanziarie del Comune di Modena sono assorbite in buona parte dalle spese strutturali per gli istituti (Biblioteche, Musei Civici, Teatri)  e sono destinate anche, sia pure in misura decisamente minore rispetto al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio, a finanziare eventi come il festival filosofia (60.000 euro di contributo, contro i 400.000 erogati dalla Fondazione per l’edizione 2006) o eventi puntuali come le serate culturali estive ai Giardini (anch’esse, comunque, finanziate dalla Fondazione, sul 2006, per 210.000 euro); appare significativo, nell’ambito degli impegni finanziari del Comune, il ricorso a privati per la gestione di strutture, servizi di accoglienza e iniziative culturali .
Nel 2006 la Fondazione Cassa di Risparmio ha erogato per iniziative in campo teatrale e musicale 620.119 euro ad associazioni culturali e 105.000 euro alla amministrazione comunale, che ha a sua volta nel PEG 2007 una previsione di 28.000 euro per contributi a programmi culturali di circoli e associazioni ; il confronto tra queste cifre è un’ulteriore dimostrazione di quanto l’ente privato di matrice bancaria sia diventato cruciale per la vita culturale della città .
La Fondazione è tra i soci fondatori tanto della Fondazione Teatro Comunale, finanziata nel 2006 con 1.195.685 euro, quanto della Fondazione Ert, finanziata per 258.228 euro nel 2006 , ed opera soprattutto nel finanziamento di festival, singoli eventi, mostre, e comunque su attività integrative rispetto all’ordinaria amministrazione dei soggetti beneficiari.
Il Festival Vie – finanziato con 300.000 euro, aggiuntivi rispetto al contributo già citato, per l’edizione 2006 – ed il festival Filosofia – 400.000 euro di finanziamento sul 2006 – non sarebbero possibili senza il contributo della fondazione, così come le mostre della Galleria Comunale – finanziata con 525.000 euro per le sue attività espositive del 2007 – ed alcune rassegne della Sala Truffaut, dedicate a cinematografie emergenti e/o a classici della storia del cinema ben difficilmente potrebbero svolgersi senza il suo sostegno.
L’ente privato svolge quindi una rilevante funzione pubblica, e sostiene l’amministrazione comunale, ma anche la Provincia, e soprattutto l’associazionismo, in una fase di arretramento delle disponibilità finanziarie degli enti locali.
Il contributo dello Stato, infatti, sembra limitato prevalentemente all’ordinaria amministrazione per le stesse istituzioni di gestione ministeriale che, soprattutto nel caso della Galleria Estense, ma anche della Biblioteca Estense universitaria, continuano con qualche difficoltà le loro attività, e comunque senza la ricchezza di iniziative di altri attori. La serie di incontri “Un quadro, un evento”, conferenze su grandi artisti del rinascimento accompagnate dall’esposizione temporanea di un dipinto, e la mostra “Vermeer. La ragazza alla spinetta e i pittori di Delft”, organizzate dalla Sovrintendenza ai beni artistici presso la Galleria Estense, principali attività ospitate in quella sede nel 2007, sono stati ad esempio finanziate dalla Fondazione, con 100.000 euro per la prima iniziativa e 727.000 per la seconda; ma lo stesso ente ha erogato un contributo di 300.000 per la realizzazione persino del nuovo impianto di climatizzazione del museo.
La florida situazione finanziaria della Fondazione Bancaria e il suo compito istituzionale di promuovere attività di interesse sociale, la contemporanea, relativa difficoltà economica dell’amministrazione comunale, legata anche ai tagli dei finanziamenti statali, e la tiepida attenzione dell’imprenditoria locale per il settore culturale, danno alla Fondazione un ruolo, da essa non sollecitato, di sostanziale primazia, di decisore di ultima istanza, verrebbe da dire, sulla vita o la morte di molte iniziative.
La stessa istituzione, con il già citato progetto di ristrutturazione del Comparto San Paolo, in via di attuazione, e con il progetto del comparto Sant’Agostino, in via di definizione, su cui si tornerà in seguito, è l’attore più rilevante nell’identificazione e realizzazione di nuovi spazi culturali per la città.
Il quadro descritto sembra confermare l’opportunità, già sottolineata in precedenza, di guardare alla distinzione pubblico-privato non tanto nei suoi aspetti formali, ma piuttosto nelle concrete dinamiche, nei processi della vita sociale e istituzionale; garantire una ricca e varia offerta culturale e la possibilità di sondare nuove forme espressive è di rilevante interesse pubblico, quali che siano gli attori che si impegnano a tal fine; la complessità degli intrecci fra ambiti di competenza ed attività rende tuttavia necessario uno sforzo di analisi e progettazione condivisa, che non dia per scontata una chiara distinzione dei ruoli, ma si proponga di rispondere all’esigenza di individuarla.
Modena è caratterizzata da una ricchezza istituzionale, che è senz’altro positiva; ma questo solido tessuto esprime ancora la forte capacità di dialogo, di progettazione condivisa, che lo ha spesso caratterizzato in passato, almeno per quello che riguarda le istituzioni più marcatamente locali e civiche?
Le interviste svolte restituiscono un quadro in controluce. Le istituzioni statali, ad esempio, sembrano in qualche modo sovrapporsi agli enti più marcatamente “civici”; l’impressione è che ci siano state, storicamente, delle difficoltà di dialogo. Nel caso delle Biblioteche Comunali, ad esempio, la strutturazione della rete è nata, secondo la testimonianza fornita da Rosella Corradi , direttrice “storica” della Biblioteca Delfini, persino contro le ipotesi organizzative preferite dall’amministrazione statale, rappresentata dal direttore della Biblioteca Estense.
AR, a lungo responsabile amministrativo del settore cultura del comune, sottolinea che la nascita della nuova facoltà umanistica, alla fine degli anni Novanta, non ha avuto origine da un progetto forte e partecipato della città, al contrario di quanto verificatosi per la nascita della facoltà di Economia e Commercio, alla fine degli anni Sessanta, giunta alla fine di un fervido percorso di discussione. Lo stesso interlocutore afferma inoltre che dopo fasi di forti protagonismo, prima di circoli culturali come il Formiggini, fino all’inizio degli anni Settanta, poi dell’amministrazione comunale, da qualche tempo il dibattito culturale, molto meno vivace che in passato, è animato prevalentemente da istituzioni private come la Fondazione San Carlo, in primo luogo, o la Fondazione Del Monte e il Centro Ferrari.
FR, presidente della Fondazione San Carlo, esprime un’opinione simile sulla perdita di tensione nel dibattito, lamentando inoltre una certa difficoltà nel dialogo tra i vari attori, che si accompagna ad una tendenza alla collaborazione che vive di episodi, più che di partnership sistematiche.
Lo stesso interlocutore evidenzia inoltre una complessiva esigenza di rinnovamento del sistema culturale, che riguarda soprattutto il sistema museale, sia quello comunale che, in misura ancora maggiore, quello statale; anche nell’ambito degli istituti comunali, ormai, l’ausilio finanziario della fondazione bancaria gli appare indispensabile, in virtù, soprattutto, dell’ancora trascurabile interesse degli operatori economici privati per le attività culturali.
La solidità del sistema istituzionale e la sua capacità di dialogo e rinnovamento non appaiono, quindi, definitivamente assodate e indiscutibili.


3.1.1 Il sistema cultura: una concordia apparente, una leadership contesa?
Il tono complessivo delle interviste raccolte, se rivela una diffusa consapevolezza sulla ricchezza e varietà dell’offerta culturale e sulla solidità di buona parte delle istituzioni culturali della città geminiana, esplicita anche una serie di preoccupazioni, tra le quali ricorrono con particolare frequenza le seguenti:
-il sistema degli attori appare frammentato, e talora emerge la tendenza ad una certa autoreferenzialità;
-è difficile percepire progetti forti, visioni condivise, momenti di sintesi che condensino e indirizzino la varietà, a volte un po’ babelica e proteiforme, delle iniziative;
-il dibattito culturale è meno vivace che negli anni Sessanta e Settanta, come già sottolineato;
-la discussione nelle sedi decisionali più rilevanti sembra aperta a un numero limitato di attori, mentre le sedi consultive sono segnalate come poco numerose, nonché, spesso, piuttosto elitarie.
-la leadership di fatto della Fondazione Cassa di Risparmio, ma anche le attività degli altri operatori, non sono agevolate dalla complessiva nebulosità progettuale, che va imputata anche, sia pure in maniera non esclusiva, agli attori politici;
-la separatezza del mondo delle imprese rispetto alle esigenze di finanziamento, soprattutto, ma anche di ideazione, discussione e programmazione delle attività culturali, appare uno dei principali limiti del campo della cultura a Modena, come già sottolineato.

Il problema della frammentazione degli attori, in particolar modo, è evidenziato da molti.; l’assenza di visioni politiche “forti”, di un’idea di città sufficientemente stimolante e coinvolgente, viene altresì evocato di frequente.
Le associazioni sono molto attive, ma naturalmente dipendenti da finanziamenti esterni che sono forniti soprattutto dalla Fondazione ; non appare, anche nel loro caso, molto frequente e strutturata la collaborazione tra i vari operatori.
Il presidente della consulta delle associazioni culturali, BO, sottolinea ad esempio una certa tendenza delle associazioni a non uscire dall’alveo delle proprie specifiche attività; il che comporta, talora, delle duplicazioni e delle sovrapposizioni di iniziative. Lo stesso presidente evidenzia poi che, al di là del considerevole numero delle associazioni, le persone veramente attive non sono poi molte, mentre quelle che cercano di partecipare ai vari momenti di incontro, discussione e progettazione culturale, sono ancora di meno, e più o meno sempre le stesse.
PA, attuale responsabile del settore cultura dell’amministrazione comunale, ha sottolineato un problema simile, evidenziando che le figure presenti alle discussioni non variano molto, e restano spesso legate a esigenze specifiche; in controluce, l’interlocutore sembra evidenziare che un problema di ricambio, di accesso di nuovi attori sulla scena pubblica della cultura, resta da affrontare.
La questione dei finanziamenti delle attività culturali emerge, comunque, come il nodo principale per tutti gli attori in campo. La ricerca dei fondi è fatta “col cappello in mano”, secondo la testimonianza di VZ, presidente della Lega delle Cooperative, ma gli oboli più consistenti vengono sempre e comunque dalla fondazione bancaria, esclusa qualche attenzione appunto del mondo della cooperazione, della Banca Popolare dell’Emilia-Romagna, di alcuni singoli imprenditori, ma soprattutto su iniziative consolidate, come il festival della Filosofia o le attività di Ert e Teatro Comunale.
Lo stesso VZ, ma anche FI, presidente di Confindustria Modena, VN, vice-direttore della BPER, e PA, caposettore cultura del Comune di Modena, sottolineano che sarebbe forse opportuno cercare di costruire collaborazioni meno episodiche con gli imprenditori, basate su progetti di lungo respiro e non sul rosario di suppliche per le singole iniziative.
La necessità di un maggior coinvolgimento dei potenziali finanziatori nella fase di elaborazione e progettazione degli interventi, per evitare un rapporto che si limiti alla semplice erogazione economica, è evocata in particolar modo da VE; FI, presidente di Confindustria Modena, evidenzia una certa difficoltà di dialogo tra mondo della cultura e mondo delle imprese, che collega anche ad una tipologia di offerte e di progetti culturali spesso poco attrattivi per le imprese.
Alcuni interlocutori hanno fornito risposte comprensibilmente prudenti e diplomatiche, sul tema finanziario come su altre questioni “sensibili”, ma tra le righe traspaiono delle preoccupazioni. Secondo VE, direttrice della Galleria Civica, gli investimenti in cultura a Modena possono essere ritenuti soddisfacenti, rispetto alla media delle città italiane, ma il discorso cambia se si fa un paragone con le situazioni europee più evolute, con le quali, forse, sarebbe opportuno confrontarsi. SI, direttore del Teatro Comunale, ricorda (sospirando) le due orchestre stabili e il coro della città di Munster, che ha 50.000 abitanti; lo stesso interlocutore cita inoltre, sommessamente, il bilancio dell’Opera di Linz, città grossomodo della stessa dimensione di Modena e gemellata con la città geminiana, ma non nell’entità delle risorse, molto superiori oltreconfine, dove vengono destinati all’ente lirico 30 milioni di euro e 500 dipendenti fissi, contro i 5 milioni di euro, i 16 dipendenti fissi ed i 25 stagionali del Teatro modenese. Gli sforzi della Fondazione e dell’amministrazione comunale sono considerevoli, ma restano irrisolte alcune questioni strutturali, in relazione, da un lato, all’assenza di una sala prove e all’ubicazione dei laboratori, che complicano molto la gestione tecnica del teatro, determinando un significativo incremento dei costi, dall’altro alle stesse dimensioni del teatro, che impongono spesso di rinunciare a molti utenti potenziali che a volte chiedono biglietti anche dall’estero, senza veder soddisfatta la loro richiesta.
La questione delle dimensioni è stata evocata anche da VA, direttore dell’Ert, che si trova talora di fronte a problemi simili a quelli del Teatro Comunale ed avverte la mancanza di uno spazio per la drammaturgia contemporanea più adeguato, che gli viene spesso fatta notare da alcune compagnie ospiti e da attori che collaborano stabilmente con Ert.
La contemporaneità può rappresentate uno degli assi di aggregazione dei vari protagonisti della scena culturale modenese e di sedimentazione di un progetto comune. Non sembra un caso che l’amministrazione comunale di Modena, nell’immaginare la sua recente iniziativa sugli “Stati generali della cultura”, abbia individuato i temi dell’identità e della contemporaneità come punti focali dei convegni e degli altri momenti di discussione già svolti o previsti. L’ente locale ha avvertito la necessità di una riflessione sui punti forti del tessuto culturale modenese, che cerchi però di evitare nostalgie e cristallizzazioni, assumendo appunto “modenesità” e contemporaneità come un’endiadi, nella quale gli elementi siano considerati simultaneamente ed in chiave progettuale. La città, sembra suggerire l’amministrazione, ha bisogno di riflettere e lavorare sulla contemporaneità, ma rinnovando la sua tradizione di dialogo e collaborazione tra i vari attori e non in modo rapsodico e frammentario.
Nell’ambito di questa iniziativa, è stato organizzato anche un tavolo sul contemporaneo, citato in termini lusinghieri da MO, presidente dell’associazione “Circuito Cinema”, il quale evidenzia come sul contemporaneo si siano sviluppate in città varie iniziative interessanti, dalla mostre della galleria Civica a una serie di mostre di gallerie private, fino allo stesso festival di filosofia, che in fondo rappresenta un tentativo di guardare alle vicende attuali con uno sguardo diverso. La vocazione per il contemporaneo che Modena sta maturando torna anche nei discorsi del presidente dell’Ert, che alla nuova drammaturgia ha riservato molta attenzione, e di SI, che ricorda come il Teatro comunale di Modena sia l’unico teatro lirico d’Italia a commissionare ad un giovane autore, ogni anno, la scrittura di una nuova opera da mettere in cartellone.
Il tema della contemporaneità, della ricerca, dell’innovazione culturale che, in teoria, potrebbe sembrare interessante per gli imprenditori, a Modena non sembra aver suscitato in quegli ambienti particolari entusiasmi.
Il distacco dalla vita culturale cittadina del mondo delle imprese è ricordato con accenti particolarmente critici da FR e da VZ. Il mondo della cultura e l’imprenditoria sembrano viaggiare su binari paralleli e non comunicanti; FI, presidente di Confindustria, sottolinea tuttavia che il respiro progettuale delle attività proposte non è tale da suscitare l’attenzione delle forze imprenditoriali.
La “cultura del fare”, preponderante secondo l’opinione di tutti gli interlocutori in ambito locale, appare in genere abbastanza impermeabile alle esperienze ed ai percorsi intellettuali cui non venga attribuita, o che non riescano a dimostrare, una rapida applicabilità pratica. Le istituzioni culturali hanno talora l’impressione di essere più riconosciute altrove che nel loro territorio. Valenti ricorda ad esempio la stima di cui godono molti operatori culturali modenesi, sia in Italia che all’estero.
Le principali istituzioni culturali locali hanno un rilevante capacità di connettersi a reti italiane ed europee, o di promuoverle in proprio. Ert ad esempio è parte integrante di una rete teatrale europea, il Teatro Comunale ha attivato numerose coproduzioni con istituzioni italiane ed europee, la Fondazione San Carlo vive di rapporti con numerose istituzioni italiane e straniere e ha esportato in altri paesi, con la collaborazione dell’Unione Europea, il suo festival, che è stato, inoltre, variamente imitato sul territorio nazionale. L’elenco potrebbe continuare, con il circuito Cinema, la galleria estense e numerose altre istituzioni, tra le quali, naturalmente, l’Università, che hanno capacità di collegarsi ad altre realtà; un recente, importante convegno di studi internazionale sulla multiculturalità, “Lo studi della cultura II. Ibridi, differenze e visioni”, organizzato dalla facoltà umanistica col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio, è una delle molte, possibili testimonianze dell’apertura internazionale dell’Ateneo cittadino.
Le proiezioni internazionali della città e delle sue attività culturali, nonché il suo presente ed il suo futuro multiculturale, sono tra le questioni che molti interlocutori segnalano come non sufficientemente presenti nella discussione.
La scarsa rilevanza che il confronto con le culture altre sembra aver raggiunto finora nel tessuto cittadino è dimostrata in maniera indiretta dalla poca conoscenza che quasi tutti gli interlocutori dichiarano rispetto alla Casa delle culture, che, forse perché nata recentemente, appare ancora confinata nel circuito specialistico degli addetti all’immigrazione (che si affianca agli altri circuiti un po’ autoreferenziali, che sembrano caratterizzare la vita culturale cittadina).
Il mondo imprenditoriale, anche su tali questioni, appare sostanzialmente assente. La persistente autorappresentazione come “città dei motori” prevede un ruolo crescente della cultura come strumento di marketing territoriale , per consolidare un’immagine già “vincente” della città in cui all’aceto balsamico possono affiancarsi i positivi riscontri del Festival Filosofia o di qualche attività teatrale. Si consideri che nemmeno il progetto di un museo nella casa natale di Enzo Ferrari, che ha portato alla costituzione di un’apposita fondazione e ad un concorso internazionale di progettazione, ha acceso particolari entusiasmi tra gli imprenditori; la stessa Ferrari non ha investito nel progetto, temendo forse, secondo l’opinione del presidente di Lega Coop, di vedere parzialmente compromesso il grande successo di pubblico della Galleria Ferrari di Maranello, gestita autonomamente dall’azienda .
Il paradigma produttivista sembra quindi predominante e si accompagna ad una certa difficoltà a discutere le scelte di fondo, cercando di superare i punti di vista e gli interessi particolare, per alimentare riflessività e sfera pubblica.
La caduta di tensione nel dibattito attualmente riscontrabile è probabilmente collegata alla stessa ricchezza di attori e alla conseguente abbondanza di iniziative, che da un lato, a causa dell’affastellarsi degli impegni, non lascia molto spazio per il confronto, e dall’altro genera frizioni; la cordialità dei rapporti, riscontrabile soprattutto tra le istituzioni più importanti, non deve infatti far dimenticare che c’è una sostanziale competizione, in primo luogo per accedere a risorse economiche relativamente scarse , in secondo luogo, e di conseguenza, per intercettare pubblico e farsi notare nell’alluvione di proposte culturali e correlativi manifesti, depliants, spot radiofonici e televisivi.
A Modena, come dappertutto, c’è un mercato della progettazione, produzione e offerta di attività culturale che appare improntato alla competizione, più che alla redistribuzione; non si può dare per scontato che, al di là delle retoriche sul bene comune, degli obiettivi condivisi siano riscontrabili ed effettivamente perseguiti.
La prevalenza dell’economico e la crisi della politica e della dimensione pubblica in generale non sembrano quindi aver risparmiato Modena e le sue attività culturali.
La difficoltà dei partiti politici e/o dell’ente locale di assumere la leadership nell’indirizzare le attività nel quadro di un progetto, è ritornata di frequente nelle interviste – in maniera evidente, ad esempio, nelle testimonianze di VZ e FI – assumendo talora tratti quasi nostalgici per epoche passate, in cui i partiti politici e gli enti locali davano indicazioni precise ed una rete di circoli culturali molto attivi contribuiva ad integrarle, discutendone e talora contrastandola apertamente.
E’ presente in controluce, in varie interviste, una domanda di fondo che potremmo sintetizzare così, in maniera un po’ sloganistica: “Modena è attrezzata per competere nella società della conoscenza? Ed in che modo la città potrà riprodurre i passati successi del suo modello di sviluppo locale, in una fase nuova che non è stata ancora adeguatamente interpretata?” L’esigenza di qualche innovazione, anche e soprattutto culturale, appare diffusamente avvertita.


3.2 Le pratiche: la partecipazione difficile
La disponibilità di una serie di edifici e di spazi da riutilizzare, in posizioni centrali o pericentrali, e la decisione, da parte dell’amministrazione comunale di dedicarli, almeno in parte, ad attività culturali, o comunque di valutare l’opportunità di farlo, ha contributo ad alimentare negli ultimi tempi il dibattito culturale a Modena, in particolare sul comparto delle ex Fonderie, rispetto al quale l’ente locale ha deciso di avviare, anche dietro sollecitazione di alcune associazioni, un processo partecipativo ampiamente pubblicizzato, strutturato in più fasi.
Il risanamento di aree industriali dismesse ed il loro riutilizzo a fini culturali è uno dei temi principali delle politiche urbane almeno da due decenni. Gli importanti interventi di rilancio culturale artistico e turistico di Glasgow, Lille o Newcastle e Bilbao, nati o nell’ambito dell’iniziativa “Capitali europee della cultura” – nei primi due casi – o su iniziativa e con finanziamenti degli enti locali e del governo – come negli ultimi casi – si proponevano in primo luogo di cercare delle risposte alla crisi economica e al profondo degrado di città di antica tradizione industriale (Garcia, 2004; Mooney, 2004; Comunian e Sacco, 2006). La più recente esperienza di Torino, collegata alle olimpiadi invernali ma fortemente caratterizzata in chiave culturale, può essere paragonata alle esperienze citate.
Soprattutto rispetto a Glasgow e Bilbao, ma un po’ in tutte le ristrutturazioni a forte impronta “artistico-culturale” , la letteratura si è spesso interrogata sull’attenzione dedicata alle reali ricadute in termini sociali dei progetti (sottolineando ad esempio come talora si sia verificata una sostanziale esclusione dei vecchi abitanti dalle aree interessate dagli interventi, in conseguenza dell’esplosione dei valori immobiliari, secondo il classico schema della gentrification, mentre le ricadute in termini complessivi sulle città sono apparse discutibili (i nuovo posti di lavoro creati con le riconversioni “artistico-culturali” non sono particolarmente numerosi e, perlopiù, poco qualificati) (Garcia, 2004).
Si può quindi ipotizzare che la cultura sia determinante nella ricerca di nuove prospettive, cui Modena non può sottrarsi, ma che tale nodalità non possa essere assunta meccanicamente e acriticamente, ma vada interpretata, da vari punti di vista; la situazione della città emiliana è diversa da quelle citate, in primo luogo perché la sua area urbana non è interessata da un vero e proprio declino industriale e la presenza di importanti aree produttive dismesse deriva da processi di ristrutturazione già piuttosto datati.
Il dibattito sul riuso delle ex Fonderie ed il processo partecipativo che ne è derivato, hanno al contrario evidenziato l’esigenza di conservare uno dei luoghi simbolici del patrimonio industriale, della memoria del lavoro, delle lotte e delle conquiste della classe operaia, ponendole in relazione con nuove attività, più collegate alla cosiddetta “economia della conoscenza” (si possono citare la sede di una nuova facoltà di Design Industriale e la Fonderia d’Arte, ad esempio, tra le varie proposte emerse nel dibattito).
Il capoluogo geminiano condivide quindi con Glasgow o Torino la necessità di adeguare il suo modello socio-economico alle rapide trasformazioni in corso, all’intreccio delle scale di riferimento e delle reti di relazioni lunghe e corte, tipici dell’epoca in cui la riduzione dello spazio a tempo, definita “compressione spazio-temporale” da Marx e poi da Harvey (1993), ha assunto caratteri parossistici; ma tali innovazioni a Modena non vanno immaginate, probabilmente, con i tratti di radicalità necessari negli esempi citati. Nel contesto locale ha un rilievo preminente l’esigenza di valorizzare e rivitalizzare la tradizione di coesione sociale e dialogo tra i vari attori, alla luce dei profondi mutamenti economici, sociali, demografici e, ultimo ma non meno importante, etnici .
Il tema della cultura e quello del dialogo e della partecipazione, quindi, si sono spesso intrecciati nel capoluogo geminiano negli ultimi tempi; il processo partecipativo per le ex Fonderie ne è l’esempio più evidente, ma anche gli incontri organizzati dall’amministrazione comunale nell’ambito degli Stati generali della cultura possono essere ricondotti alla stessa preoccupazione.
La volontà dell’amministrazione comunale è quella non solo di evitare una gestione esclusivamente “dall’alto”, ma anche di puntare fortemente, in termini comunicativi, proprio sul tema della partecipazione, rispetto alla programmazione culturale come sulla pianificazione urbanistica; il progetto delle ex Fonderie si pone, non a caso, a cavallo dei due ambiti. Il tentativo sembra essere appunto quello di coniugare la tradizione locale di dialogo/consenso/coesione ai dettami del paradigma della governance (Stoker, 1998; Mayntz, 1999) molto – troppo? – diffusi nella pubblicistica di varie scienze sociali.
La consultazione svolta dalla Fondazione Cassa di Risparmio con le più significative associazioni culturali del territorio, nell’ambito delle attività preliminari all’elaborazione del suo piano triennale d’azione, sembra riconducibile alla stessa preoccupazione di coniugare valori civici e principi di buona amministrazione attraverso procedure il più possibili trasparenti. 
Alcuni elementi già evocati nel paragrafo precedente – dalla difficoltà nell’individuare progetti forti e condivisi alla frammentazione del sistema degli attori, dal disinteresse degli imprenditori alla posizione apicale della Fondazione Cassa di Risparmio (naturalmente non formalizzata, ma indiscutibile dal punto di vista economico) cui fa da contrappeso un ruolo formale di leadership di attori politici, che hanno però qualche difficoltà a svolgerlo – restituiscono tuttavia un quadro in cui il rischio di strozzature, sia nel momento del dialogo, che in quello della decisione, non sembra trascurabile.
Anche a Modena è probabilmente necessario vigilare rispetto alle criticità denunciate dal cosiddetto “paradigma postdemocratico”. Nel governo delle società complesse la forte insistenza sugli aspetti della comunicazione e del dialogo cela, in molti casi, una sostanziale semplificazione e una forte opacità dei processi decisionali (Crouch, 2003), in cui “la politica viene delegata ai saperi esperti (solitamente l’economia)” (Borghi, 2006°: 107). La naturalizzazione del predominio della sfera tecnico-economica, in corso a tutte le scale da epoche ormai immemorabili, ma particolarmente intensa dalla fine degli anni ‘70, ha infatti determinato un’erosione della dimensione pubblica che è stata definita, nell’ambito degli studi sul welfare, “sindrome del privatismo”: le questioni rilevanti, in forma tacita, finiscono spesso per essere sottratte “al trattamento di arene deliberative”, universalmente accessibili, e finiscono per essere circoscritte “al terreno ristretto di esercizio di saperi esperti” (Borghi, 2006: 116-117).
Il momento del dialogo può risolversi in una sorta di cerimoniale, di simulacro, mentre la decisione può diventare una variabile indipendente, che finisce per riservare alla discussione, al di là delle stesse volontà degli attori in campo, per una sorta di dinamica inerziale, un ruolo prevalentemente formale.
I processi partecipativi e le stesse dinamiche di istituzionalizzazione che possono derivarne rappresentano, pertanto, un essenziale momento di riflessività, in cui i sistemi locali possono/devono anche proporsi di evitare i rischi legati a scorciatoie decisionistiche e funzionalismi più o meno mascherati (Pasqui, 2005; Donolo, 2006). Appare rilevante che gli orizzonti di senso, le finalità, non siano considerati elementi neutri, già assodati, non problematici, ma piuttosto oggetto precipuo delle discussioni pubbliche su programmi e progetti; società in via di ulteriore complessificazione per le già richiamate questioni demografiche, etniche ed economiche soffrono infatti dell’erosione privatistica della dimensione pubblica, proprio nel momento in cui sarebbero necessari sforzi particolarmente intensi per ripensarla, adattandola alla nuance contemporanea della compressione spazio-temporale, che implica un forte rimescolamento di valori e prospettive.
La teorizzazione sulla pianificazione strategica – ma anche larga parte del dibattito sullo sviluppo locale – considerano la molteplicità delle variabili e la pluralità delle posizioni una risorsa, che i momenti di discussione tra i vari attori aiutano ad intercettare e gestire; la possibilità di far emergere e discutere pubblicamente posizioni contrastanti contribuisce, tra l’altro, a prevenire i conflitti che spesso derivano da decisioni, urbanistiche o di altro genere, in cui la discussione sia ex post e/o semplicemente esornativa (Gibelli, 2007).
La discussione rispetto alle Fonderie, in particolar modo, è stata viva, piuttosto partecipata, preliminare alle decisioni, e può rappresentare un esempio incoraggiante di tenuta del sistema locale rispetto all’opacità del funzionalismo e alle torsioni privatistiche. Sembra auspicabile che anche in altri contesti si proceda con la stessa attenzione.
La necessità di impegnarsi per tenere viva la discussione è stata segnalata da vari interlocutori di questa ricerca. La consolidata rilevanza di alcuni attori chiave del sistema cultura a Modena, una certa stabilità dei rispettivi ruoli ed una certa inerziale tendenza alla conservazione tipica di ogni struttura organizzativa, formale o informale, possono rappresentare un ostacolo alle effettive possibilità di partecipazione, di manifestazione della propria voice, di attori più deboli e/o di nuovi portatori di interessi.
L’amministrazione comunale sembra essere consapevole di questo problema; lo stesso Palmieri, responsabile del settore Cultura, lo ha evocato nel corso dell’intervista per la presente ricerca, ricordando anche le specifiche iniziative dedicate ai nuovi creativi come Giovani d’arte (cui si potrebbero aggiungere le attività che ruotano attorno alla “Tenda” di Viale Molza, anch’esse rivolte prevalente ad un’utenza giovanile con interessi artistici).
Un’altra difficoltà può essere rappresentata dalla questione del bilanciamento tra tempi della decisione e tempi della città. Modena, da buona città del fare, cerca di decidere in fretta ed ha cittadini presi da ritmi frenetici, che hanno serie difficoltà a seguire le molteplici dimensioni della vita pubblica.
La necessità di decidere in tempi rapidi ha forse spinto l’amministrazione comunale a non avviare processi partecipativi per alcuni spazi ed edifici di cui si è comunque discusso sui giornali, nelle sedi politiche, in qualche convegno; gli esempi più rilevanti sono rappresentati dal riuso dell’area ex AMCM, nella quale sono previsti una sala cinematografica d’essai ed una sala teatrale, oltre ad interventi abitativi e commerciali, con finanziamenti dell’amministrazione comunale, e l’acquisto dell’ex Ospedale Sant’Agostino, nell’omonima piazza, da parte della Fondazione Cassa di Risparmio, che comporterà, in base alle ultime dichiarazioni pubbliche, una redistribuzione di alcuni degli istituti attualmente concentrati nel Palazzo dei Musei, di fronte all’ex Ospedale, sulla stessa piazza.
Non è ancora chiaro fino a che punto sarà possibile interloquire, anche per gli operatori culturali direttamente interessati agli interventi, rispetto alle finalità e ai contenuti operativi di questi importantissimi progetti: lo hanno ricordato, nel corso delle interviste, sia il direttore del Circuito Cinema che il presidente dell’Ert, entrambi interpellati dall’amministrazione comunale, ma soprattutto sugli aspetti generali dell’intervento nell’ex AMCM, e meno sulle questioni di loro specifico interesse; un problema simile ha evidenziato, in occasione del convegno su “Piazzale Sant’Agostino: distretto della cultura”, organizzato nell’ambito di questa ricerca, una delle direttrici dei Musei Civici, che ha sottolineato in particolare, in relazione al previsto spostamento di alcuni istituti, il rischio di frammentazione di un tessuto di rapporti tra i vari enti, al momento piuttosto consolidato.
Tali difficoltà di dialogo, talora riscontrabili “in verticale”, tra operatori e decisori, possono essere considerati una metafora di qualche difficoltà presente anche “in orizzontale” tra gli stessi operatori.
Ci sono collaborazioni tra singole istituzioni, o anche tra più istituzioni, ma è difficile individuare una collaborazione di sistema, strategie condivise. L’ente della provincia ha organizzato una rete dei musei, esiste una rete degli archivi, il Teatro Comunale, Ert e le biblioteche comunali collaborano con una certa frequenza (ne è un esempio il recente progetto su Anna Karenina, in cui è coinvolta anche l’associazione “Amici dei teatri”), la Fondazione San Carlo è al centro di una fitta rete di relazioni, non solo in occasione del Festival Filosofia – che è comunque uno dei momenti in cui il dialogo tra i vari operatori è più intenso e operativo; l’università sembra restare un po’ un mondo a parte (lo segnalano sia il direttore della Fondazione San Carlo che il presidente di Lega Coop, ma il ruolo attivo del rettore nel processo partecipativo sulle ex-Fonderie e nel dibattito degli Stati generali sembra però andare in controtendenza).
Una cabina di regia delle attività culturali, del resto, non esiste secondo la maggior parte degli operatori intervistati, né formale, né informale; secondo alcuni – la direttrice della galleria Civica, Angela Vettese, in particolar modo – un eccesso di pianificazione dall’alto potrebbe ostacolare il libero dispiegarsi delle varie attività; la necessità di un maggiore coordinamento, tuttavia, è avvertita praticamente da tutti, ed in particolar modo FI sottolinea che l’assenza di una sede stabile di confronto e progettazione condivisa rappresenta un grave problema.


3.3 L’offerta culturale: la cultura per chi?
L’offerta culturale a Modena ha una prevalente caratterizzazione pubblica e locale, sia rispetto alla produzione, che al finanziamento; la Fondazione Cassa di Risparmio è privata, ma svolge una funzione pubblica di finanziamento di attività di interesse sociale e culturale; Ert e Teatro Comunale sono Fondazioni, aperte ai privati, ma la componente pubblica è ancora preponderante.
Le istituzioni a gestione statale sono quelle che hanno più difficoltà ad esplicitare le loro potenzialità; la Galleria Estense e la Biblioteche Estense Universitaria su tutte, come già sottolineato; considerato l’assoluto rilievo dei patrimoni di queste istituzioni, e la loro importanza per la storia di Modena, il loro rilancio è uno dei nodi da affrontare, come evidenziano ad esempio sia il presidente della Lega Coop che il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio. 
Solo per il cinema l’offerta è prevalentemente privata, ma per il cinema d’essai, e forse anche per il cinema d’autore, si torna alla prevalenza pubblica (il Circuito Cinema, che gestisce Sala Truffaut e Cinema 7B, è un’associazione privata, ma i fondi sono perlopiù pubblici). Le numerose stagioni concertistiche e i Festival musicali organizzati da associazioni private sono finanziati, prevalentemente, dalla Fondazione; esiste un solo Teatro privato che non produce ma ospita compagnie di prosa, alternando peraltro tale attività a quella cinematografica; la principale compagnia di teatro sperimentale non organicamente collegata ad Ert, il Teatro dei Venti, usufruisce del sostegno finanziario della fondazione, ma anche di un sostegno tecnico-logistico dello stesso Ert.
L’offerta culturale ha quindi un forte carattere civico, collegato ad una serie di istituzioni storiche e/o consolidatesi negli ultimi decenni, soprattutto dagli anni Sessanta in poi.
Il senatore Barbolini ha sottolineato questa capacità “storica” del sistema locale di produrre e consolidare istituzioni, durante l’intervista pubblica concessa nell’ambito di questa ricerca, evidenziando altresì, con qualche preoccupazione, che questa tensione ad addensare le varie iniziative è un po’ scemata negli ultimi anni. Il presidente dell’Ert ha accennato al processo che ha portato all’acquisizione del Teatro Storchi da parte del Comune, e alla progressiva strutturazione della rete teatrale, che ha infine portato alla costituzione dell’Ert, articolato attualmente su più province, e caratterizzato da un’intensa rete di rapporti internazionali. AR ha ricordato le prime attività espositive sull’arte contemporanea del Comune di Modena, negli anni Sessanta, nate anche per controbilanciare le attività di un circolo di matrice liberale, che hanno aperto la strada alla successiva istituzione della Galleria Civica.
Modena ha quindi una consolidata offerta pubblica di cultura “alta”, per quanto riguarda sia il teatro, che la lirica, la musica classica, il balletto, classico e contemporaneo, le mostre d’arte, il cinema, e così via; i vari cartelloni e programmi parlano da soli, quindi mi risparmio e vi risparmio il supplizio – ulteriore – di elenchi e tabelle.  
Alcune testimonianze evidenziano qualche caduta di tono su singole iniziative, in particolare mostre, evocando il problema di un coordinamento complessivo delle attività, che potrebbe consentire anche di evitare scelte inadeguate al buon livello qualitativo espresso, in genere, dalla città.
Questa ricca offerta di cultura alta viene incontro alle esigenze di un pubblico, che, sia i direttori sia di Ert che del teatro comunale segnalano come numeroso e in crescita, tanto da far nascere qualche timore sull’adeguatezza delle strutture in prospettiva, considerata, soprattutto, la capacità che alcune iniziative, segnatamente i Festival, ma non solo, hanno di attrarre spettatori anche da altre città e persino dall’estero.
Alcune istituzioni museali risultano meno attrattive, sia per questioni strutturali, che per problemi di comunicazione; questa difficoltà nell’impostare i rapporti con la città e con il pubblico potenziale ritorna in molte conversazioni, da quella con PA, a quella con VA o col presidente della Fondazione San Carlo. Quest’ultimo, in particolar modo, sottolinea come la comunicazione della città in generale, e specificamente delle sue attività culturali, andrebbe completamente rivista, per promuovere meglio i suoi punti di forza, e rinnovare un’immagine forse un po’ stereotipata, in cui automobili ed eccellenze gastronomiche, pur importanti, tendono ancora ad oscurare il patrimonio artistico, ancora misconosciuto, e le attività culturali in generale. L’inadeguatezza della comunicazione rispetto  alle eccellenze artistiche e culturali di Modena è evidenziata anche dal presidente di Confindustria.
Alle molte iniziative di cultura “alta” si affiancano moltissime iniziative di cultura “bassa”: forse troppe, secondo alcuni interlocutori; su queste attività, come le molte iniziative di promozione dei prodotti tipici, sagre e così via, il problema della dispersività si pone in termini ancora più severi che per le attività più tradizionali e “austere”: soprattutto, è molto avvertito il rischio dello spreco delle risorse.
Il problema della frammentazione delle attività e degli investimenti ritorna in molte testimonianze, soprattutto rispetto alla tendenza, maturata negli ultimi anni, a dedicare più attenzione ed energie ad eventi e iniziative puntuali, piuttosto che alle attività di più lungo respiro e agli istituti; l’equilibrio tra eventi ed istituzioni si pone come una delle questioni da affrontare con più attenzione negli anni a venire, per evitare che si continui a trascurare un patrimonio istituzionale, che è uno dei punti forti del panorama culturale a Modena.


3.3.1 Gli eventi: cultura e/è spazio pubblico?
L’antropologo Giacchè, in un passaggio della sua conferenza/seminario, organizzata nell’ambito di questa ricerca, ha affermato “A Perugia, è sempre festa […] ma se è sempre festa, non è mai festa”: la proliferazione di feste, festival e avvenimenti, che accomuna vari paesi occidentali, esplicita, secondo una ricercatrice francese, “in uno spazio tempo limitato la rappresentazione spettacolare di una società unita. Si tratta di una messa in scena di cui si comprende bene l’importanza politica in una società dove la paura della divisione sociale […] sta aumentando” (Garat, 2005: 283). Gli avvenimenti culturali e la loro epidemica proliferazione rappresentano, in tale ottica, degli “strumenti di regolazione socio-spaziale, [che] usano tecniche di ricerca del consenso sociale e di appiattimento dei conflitti” allo scopo di assecondare le dinamiche socio-economiche prevalenti (Di Meo, 2005: 343). Gli eventi danno quindi forma pubblica e spettacolare a delle politiche culturali in cui prevalgono gli obiettivi legati allo sviluppo socio-economico e/o al sostegno di determinate visioni politiche, mentre le finalità estetiche ed educative sembrano avere un ruolo secondario.
A partire dagli anni ’70, in particolar modo, la legittimazione delle politiche culturali in termini di funzionalità socio-economica e/o politica ha preso il sopravvento rispetto alla valorizzazione del sostegno alle “migliori” espressioni artistiche e culturali per il loro valore “intrinseco” (Vestheim, 2007: 333); si sono affermati, in particolar modo, discorsi e pratiche legate alla funzionalità economica (Gray, 2007).
Il progressivo passaggio delle politiche culturali dalla long durée delle istituzioni, all’évenementielle delle feste, molto evidente anche a Modena, appare legato, da un lato, a questa atmosfera di “naturalizzazione” della prevalenza della dimensione economica, ad esempio attraverso il marketing territoriale, ma si esprime anche, dall’altro, con la messa in scena di solidarietà e comuni appartenenze più o meno fittizie, nel tentativo di reagire ai processi di disgregazione sociale in corso (Garat, ibidem).
Si può ipotizzare, in ogni caso, che le dimensioni delle finalità economiche, sociali, politiche, restino fortemente interconnesse. Gli avvenimenti culturali sono, certo, strumenti di riproduzione del consenso politico, ma la messa in scena della speranza - o il simulacro - di una città aperta, accogliente, gradevole, coesa esplicita anche una preoccupazione per la conservazione/produzione/riproduzione di quel capitale sociale, che si tende a considerare sempre di più un importante asset per gli stessi processi di crescita economica, da affiancare al marketing ed ai vari altri aspetti della competitività territoriale.
La “festa perenne” di Perugia e di molte altre città parla, al tempo stesso, dell’ansia per l’impoverimento delle relazioni sociali e l’aumento dei conflitti, e della competizione tra città per migliorare il proprio brand, valorizzando, più o meno confusamente, qualità sociale, economica, gastronomica, politica, l’imitazione locale del carnevale di Notting Hill e/o un importante architetto barocco.
La cultura, nel caso modenese, sembra aver avuto un ruolo nell’ alimentare ed esplicitare la vocazione solidaristica e la tensione redistributiva, già citate come costitutive del sistema territoriale locale; si ha l’impressione che le attività culturali non abbiano mirato a surrogare valori assenti o poco sentiti attraverso simulacri e rappresentazioni, ma piuttosto abbiano contribuito alla sedimentazione di riflessività rispetto al senso delle pratiche di condivisione, ampliando gli strumenti e le sedi di discussione, ed innervando la sfera pubblica; si può ipotizzare che l’uso strumentale delle politiche culturali (Gray, 2007) abbia assunto storicamente nella città geminiana una forte, e forse prevalente, coloritura “sociale”.
Nell’opinione di due autorevoli studiosi, tuttavia “la dimensione urbana si sta rinchiudendo nella rappresentazione dell’economia dello spettacolo/conoscenza in una maniera irreversibile e path dependent [dipendente-dal-sentiero], a causa della presa di tale economia sulle aspettative e le condotte degli attori”. Le critiche alle politiche urbane modellate sul paradigma della città creativa sono convincenti, secondo gli stessi ricercatori, così come appare indiscutibile la rimozione della “altra città”, e cioè dei problemi della vita quotidiana, dell’economia informale o della precarizzazione del lavoro, che accompagna sistematicamente le attività di promozione dell’economia della conoscenza; non va però trascurato il peso che il “copione” delle città “eccezionali” ha ormai conquistato nelle aspettative che alimentano tendenze economiche e scelte politiche. La “visualizzazione del nuovo”, essenziale per alimentare ed intercettare flussi finanziari, è modellata sugli esempi di Londra o Singapore, che hanno assunto la stessa importanza che Manchester aveva per Marx o Detroit per l’idea fordista del capitalismo (Amin e Thrift, 2007: 152-153); l’artificialità dei modelli e la loro lontananza dalle realtà locali e dai bisogni dei ceti disagiati non ne hanno ostacolato l’epidemica diffusione.
La strumentalizzazione in termini economici delle politiche culturali e la messa in scena dell’economia dello spettacolo, sintomo della sempre più stretta interconnessione tra ambito culturale ed ambito economico (Amin e Thrift, ibidem) , sono componenti significative del mélange urbano anche a Modena, dove rappresentano esempi tra i più evidenti della rapida evoluzione di un modello di sviluppo locale, che resta solido, ma non va immaginato sempre uguale a sé stesso, né immune da rischi di involuzione.
Le preoccupazioni di marketing, l’evocazione esorcistica della coesione e della sicurezza perdute, la fiera del politically correct solidaristico-multiculturalista, pur presenti nello scenario urbano attuale, non sembrano comunque aver raggiunto a Modena gli apici di chiassosa intollerabilità denunciati da Giacchè rispetto al caso di Perugia.
Il già evocato passaggio dall’estetica all’anestetica può in ogni caso celarsi, subdolamente, anche nella polverizzazione, moltiplicazione e sovrapposizione degli avvenimenti culturali.
A Modena si sono sedimentati alcuni eventi di grande qualità, che sono quasi una naturale continuazione di prestigiose attività istituzionali: il Festival Filosofia, ad esempio, ma, pur nella diversità delle iniziative, si possono ricordare anche il festival Vie, organizzato da Ert, ed Altri Suoni, organizzato dal Teatro Comunale. Il Teatro Comunale collabora anche da alcuni anni a Modena Melò, che è un interessante modello di promozione della musica lirica, organizzato come attività collaterale nell’ambito dell’iniziativa di marketing territoriale “Il gusto di Modena”, promossa dal Comune di Modena.
Gli eventi organizzati da alcune delle più prestigiose istituzioni cittadine possono rappresentare un esempio di evoluzione dell’attività culturale, nel senso di una maggiore apertura al tessuto cittadino e provinciale  e alle esigenze di una comunicazione meno austera e ingessata, che non venga però meno alle esigenze di una seria riflessione e di un’accurata selezione dei contenuti . Secondo la testimonianza di Roberto Franchini, l’idea del Festival Filosofia, nata nell’ambito dell’ente Provincia, sull’onda del successo del festival Letteratura di Mantova, stava ad esempio rischiando di degenerare, a causa del desiderio di qualcuno dei promotori di farne un happening “pieno di comici”. Il prestigio della Fondazione San Carlo, la sua autonomia gestionale ed il sostegno economico della Fondazione Cassa di Risparmio hanno consentito agli organizzatori del Festival Filosofia di resistere a queste pressioni, e di rinnovare la tradizione locale di dibattito pubblico, proponendo delle riflessioni su alcune parole chiave, due delle quali sono state, non a caso “festa” e “mondo” .
“Vie” allo stesso modo fa dialogare il teatro con la città, offrendo al pubblico la ricca rete di rapporti nazionali e internazionali che Ert è riuscita a tessere. Si può ipotizzare che si tratti di buoni punti di equilibrio tra la tradizionale capacità della città di produrre istituzioni e la contemporanea esigenza di mettere in scena, per fini di rinnovamento e vivacizzazione del tessuto socio-economico, una realtà urbana vitale e dinamica.
L’esigenza di non chiudere la cultura in recinti specialistici è dimostrata ad esempio dall’intreccio con gastronomia e prodotti tipici, che ricorre sia nel Festival Filosofia che in Modena Melò, ma anche in un’iniziativa di promozione del sistema museale, organizzata dalla provincia, intitolata appunto “Il gusto di viaggiare”. L’intreccio riflessione-gusto-intrattenimento-apertura alla città è molto evidente anche nella rete di iniziative intitolata “Estate ai Giardini”, promossa dall’amministrazione comunale, ma affidata, per organizzazione e gestione, ad un’agenzia privata.
L’aumentata importanza degli eventi si è accompagnata alla progressiva esternalizzazione di alcune attività della pubblica amministrazione, in linea con i dettami di efficienza ed efficacia propugnati dal new pubblic management (Vestheim, 2007); il ruolo crescente di agenzie esterne nell’organizzazione degli eventi culturali è stato sottolineato da alcuni interlocutori – ad esempio Alberto Morsiani, e proprio in relazione all’estate modenese – come uno dei cambiamenti più evidenti, e non necessariamente positivi, della scena culturale modenese negli ultimi anni . Il crescente ricorso a professionalità esterne può indebolire la capacità di progettazione autonoma dell’ente pubblico, indebolendo la sua storica funzione di nodo essenziale del processo di produzione e riproduzione del sistema territoriale locale. Tra le evoluzioni recenti, si può inoltre segnalare l’incremento delle attività collegate alla nuova realtà multiculturale, come ad esempio Modena Medina, ma anche altre iniziative che si stanno diffondendo, anche su iniziativa delle circoscrizioni La proliferazione di iniziative, come già sottolineato, sembra comunque richiedere, e non solo rispetto alla multiculturalità, naturalmente, qualche linea progettuale più leggibile.


3.4 Le sedi e le forme della discussione pubblica: una ricchezza solo apparente?
La povertà della discussione pubblica e l’assenza di sedi adeguate per promuoverla vengono di frequente evocate, nelle testimonianze raccolte, come elementi sui quali riflettere, in una città dove importanti istituzioni – ad esempio, la rete degli asili nido e delle Biblioteche o la Facoltà di Economia e Commercio, come già ripetutamente ricordato – sono nate, nei decenni scorsi, anche in seguito a dibattiti vivaci e partecipati.
Gli incontri organizzati recentemente dalla Fondazione Del Monte, e la discussione relativa al progetto dell’architetto Gehry per Largo Sant’Agostino, presentato alcuni anni fa, vengono citati di frequente come gli esempi più significativi di confronto pubblico sulle questioni culturali; è stata ricordata anche, in qualche caso, la polemica sulla mostra dedicata al pittore Covili, che suscitò perplessità per i suoi costi.
Nella testimonianza di VA, il dibattito culturale a Modena non è vivace ed “ha risentito in questi anni di carenze strutturali da parte di chi ci lavora. Ognuno ha continuato a fare il suo percorso senza mai avere, appunto, un tavolo dove confrontare il proprio percorso con quello degli altri”; concorda sulla povertà della discussione AR, che nota “una rincorsa a slogan piuttosto triti e ritriti” e sottolinea come manchi “diciamo così il foro, la piazza” dove gli operatori culturali possano incontrarsi; addirittura tranchant FR, secondo il quale a Modena “non c’è dibattito pubblico sulla cultura, non esiste […] da una parte perché c’è poco da dibattere secondo me, decide chi ha i soldi e anche chi ha le idee fa fatica a lavorare […]. Il dibattito sulla cultura non c’è perché non ci sono interlocutori privati, credo, escluso noi [della Fondazione San Carlo], sufficientemente forti”. La mancanza di vere riviste culturali è segnalata da MO tra le concause di questa scarsa vivacità; capita a volta di discutere e di accapigliarsi su questioni culturali, nella sua esperienza personale, ma soprattutto in qualche bar, in maniera spesso piacevole, ma un po’ casuale. SI parla di un risveglio della discussione negli ultimi tempi e cita come esempio proprio le conferenze organizzate dalla Fondazione Del Monte. VZ, facendo riferimento agli stessi incontri, e sottolineando il loro successo, sostiene che “ci sono molti attori a diverso livello sul territorio modenese che sarebbero interessati a dare un contributo a una discussione, ma non trovano un luogo nel quale sviluppare il confronto e il dibattito e costruire progetto, però ne hanno bisogno”.
La difficoltà nello sviluppare una forte discussione viene attribuita alla chiusura dei vari attori nei loro ambiti di specifico interesse, ma anche, ad esempio da MO “a una carenza di governance pubblica […]; c’è difficoltà da parte delle istituzioni pubbliche a svolgere questo tipo di ruolo di costruzione di un rete”; VZ esprime un’opinione simile, rilevando “molta autoreferenzialità della politica e anche delle stesse istituzioni che operano nel campo culturale”.
La città non sembra quindi essere in grado di esprimere una forte capacità di discussione e di progettazione, nonostante la sua fitta rete di associazioni e di istituzioni, e nonostante la sua tradizione fortemente inclusiva e partecipativa; gli attori politici non sembrano sempre in grado di animare e indirizzare le molte potenzialità presenti, mentre le forze imprenditoriali non sembrano interessate a farlo.
La difficoltà nell’individuare le sedi per una progettazione comune, ed una certa carenza di leadership politica – richiamate ad esempio da FI come deterrenti rispetto ad un maggior impegno degli imprenditori sulla scena culturale – appaiono piuttosto preoccupanti, in una città che anche sulla capacità di far circolare le informazioni dense ha costruito il suo successo, e che sulla cultura come piattaforma creativa  sta cominciando a riflettere, ma proprio in una fase in cui la capacità di socializzare riflessività e progettualità sembra piuttosto appannata
La tendenza all’autoreferenzialità degli attori, segnalata in più interviste, non appare preoccupante tanto in chiave nostalgica, in una sorta di peana alla coesione perduta, ma piuttosto in prospettiva, rispetto alla capacità di individuare priorità e tentare di perseguirle. Il successo della riconversione “artistico-culturale” di Torino, ad esempio, è legato anche alla capacità che quella città ha avuto di costruire una rete di sedi di confronto, ma anche di decisione, che hanno saputo alimentare e riprodurre una visione di città, condensatasi nel processo di definizione di un Piano Strategico (Pinson, 2002); in tale processo, una volontà politica ben identificabile, ai vari livelli di responsabilità, ha avuto un ruolo trainante, favorendo la partecipazione degli attori economici e della società civile, senza però rinunciare all’indicazione delle prospettive, e senza rifugiarsi nel richiamo a inesorabili dinamiche tecnico-economiche (ibidem) .
Il riferimento alla necessità di una regia politica sulle attività culturali a Modena, al momento piuttosto carente, chiaro nelle interviste a VA, FR, MO e FI, ed ancora più diretto nella conversazione con VZ – che parla esplicitamente dell’assenza di progetti politici ben definiti – appare quindi significativo, anche dal punto di vista economico-funzionale, e non solo in riferimento alle politiche culturali, e suggerisce che qualche incrinatura nella capacità di ripensare la città sia rilevabile, e non abbia ancora ricevuto sufficiente attenzione


3.5 L’ossessione del modello: immagini della città a confronto
La frammentazione della rete degli attori e la difficoltà nell’individuare progetti condivisi si collegano a un altro problema evocato in alcune interviste: la difficoltà nella comunicazione dell’immagine di Modena come città d’arte e cultura, sia tra i suoi cittadini, sia, e soprattutto, alle altre scale.
Secondo SI, ad esempio, “si potrebbe sicuramente fare di più per promuovere la città”; il presidente VZ ritiene che “fuori da Modena, Modena è invisibile”, mentre MO ha l’impressione che Modena “non sia riconosciuta ancora, ma questo è un problema nostro, nel senso che occorre mettersi in rete, entrare dentro certi itinerari”. Il presidente della Fondazione San Carlo ritiene che Modena abbia “un problema evidente di comunicazione […]. Modena non è capace di comunicare neanche quello che fa, e di comunicare in modo integrato, e di valorizzare quello che fa”.
FI, presidente di Confindustria Modena condivide la preoccupazione sull’insufficiente capacità di promozione della città, soprattutto in ambito culturale, e simile è la preoccupazione di VA, secondo il quale a Modena “non c’è una strategia complessiva per valorizzare” non solo il patrimonio storico artistico, ma anche la ricca produzione culturale della città; secondo il direttore dell’Ert “non c’è qualcuno che dica: Allora, come valorizziamo il fatto che qui produciamo la prima mondiale dell’Opera con…”.
La città si autorappresenta come città della produzione, città del fare, città dei motori, e l’ambito culturale, tendenzialmente, viene “recuperato” come strumento di promozione territoriale; nelle parole di AR “ormai siamo molto di più a livello di parole d’ordine attorno al rapporto tra cultura e promozione territoriale, intesa anche come riposizionamento nel sistema di competitività per territori di Modena, e quindi una curvatura che ha fatto un po’ torto allo specifico culturale […]. Il tema della programmazione culturale di enti pubblici che si sostiene con finanziamenti ha un grosso bisogno di legittimazione nei confronti della città […], ha bisogno di trovare degli agganci […], per cui il rapporto cultura-economia, cultura-turismo e cultura-valorizzazione del territorio è certamente un asse”.
La cultura tende ad essere considerata pressocchè esclusivamente come strumento di promozione delle qualità esistenti, date del territorio, più che come strumento di confronto, proposta, creatività, immaginazione di nuovi percorsi.
La riproduzione dell’esemplarità, la più o meno solenne celebrazione dei fasti di un modello inclusivo ma al tempo stesso competitivo, sembrano spesso prevalere rispetto ad una riflessione condivisa sulle criticità sociali e politiche legate ai cambiamenti degli ultimi decenni; alla cultura si chiede una legittimazione dello status quo più che una sua messa in discussione, carburante per il marketing territoriale più che visioni di prospettiva, sganciate dall’utile immediato.
L’importanza che la dimensione culturale ha avuto, nei decenni scorsi, nella costruzione dell’esemplarità della situazione di Modena è stata probabilmente sottovalutata, ed allo stesso modo appare sottovalutato il contributo che la ricchezza del tessuto culturale modenese può dare nel perseguimento delle innovazioni, che i tempi impongono.
In vari interventi (SI, VA, VE, MO, FR, PA) ricorre il tema della contemporaneità come scelta strategica che si sta in qualche modo profilando, nei fatti, ma va abbracciata con più convinzione e con più mezzi. Gli Stati generali della cultura vanno in quella direzione, come già ricordato, ma si tratta di un processo appena iniziato.
La maggioranza degli interventi, inoltre, riconosce la poca attenzione che viene ancora riservata al tema del dialogo tra culture diverse
Alla cultura si chiede spesso di promuovere il turismo e di consolidare l’immagine di qualità sociale ed economica, ad uso dei residenti e dei forestieri, della clientela locale ed internazionale, verrebbe da dire; tale atteggiamento, se non è accompagnato da una capacità di elaborazione strategica, rischia di degenerare in un economicismo “militante”, legato ad alcune tendenze presenti nel dibattito internazionale. Non si tratterebbe, probabilmente, del modo migliore per rinnovare sistemi territoriali che si sono strutturati, al contrario, soprattutto grazie alla capacità di non adattarsi passivamente alle tendenze prevalenti, costruendo reti di relazioni e progettazione, consapevolmente vissute e condivise dai vari attori.


3.5.1 Cultura e coesione sociale, tra retorica e progetto
Le rappresentazioni più “rudemente” liberiste sembrano parzialmente controbilanciate da un’attenzione per la coesione sociale, che a Modena non è solo un mantra. Il tema torna ad esempio spesso nei discorsi pubblici del sindaco, ed anche in occasione del primo incontro pubblico di presentazione del percorso di progettazione partecipata sulle ex Fonderie, il richiamo del Sindaco Giorgio Pighi al tema della coesione sociale , in relazione alla memoria delle lotte operaie e alle polemiche che avevano portato alla scelta di discutere pubblicamente il progetto, è stato diretto e frequente.
La persistente attenzione dell’amministrazione comunale per le istituzioni culturali, dalle biblioteche ai musei e ai teatri, dimostra che la cultura come elemento redistributivo è ancora presente nelle rappresentazioni e nelle pratiche degli attori pubblici.
La crescente conflittualità e la frammentazione sociale sono temi molto presenti nel dibattito pubblico e nelle preoccupazioni di cittadini e amministratori, anche a Modena. La rilevante presenza di eventi di intrattenimento risponde anche all’esigenza di mettere in scena una città solidale, come già sottolineato; secondo Harvey, il passaggio dal fordismo al postfordismo ha comportato, tra gli altri cambiamenti, il passaggio dalla “funzione” alla “finzione” e dall’ “arte che redime” allo “spettacolo” (Harvey, 1993: 413)
Il testo del geografo inglese è dei primi anni Novanta ed i fenomeni da lui descritti hanno poi caratterizzato molti progetti di riconversione urbana, fino ad estremi di mercificazione e commercializzazione che, in tempi recenti, sono stati oggetto di aspre critiche (Gibson e Kong 2005; Gray 2007); la fase di radicale “estetizzazione della politica” e di accantonamento della dimensione etica (Harvey, 1993) che ha caratterizzato le politiche urbane e culturali a tutte le latitudini, ha forse perso, negli ultimi anni, un po’ della sua “spinta propulsiva”  .
Gli stessi discorsi dell’Unione Europea su società della conoscenza e coesione sociale, diffusi dalla conferenza di Lisbona in poi, pur intrisi di retorica, segnano almeno una rinnovata attenzione per i temi della qualità sociale.
A Modena la difesa della trincea della funzione contro la seduzione delle finzioni passa, probabilmente, anche per un adeguato utilizzo degli strumenti partecipativi e dialogici, che miri a superare una tendenza all’autoreferenzialità, ai compartimenti stagni, agli eccessivi specialismi, alla delega ai saperi esperti che non è estranea al contesto locale.
Gli ex sindaci Bulgarelli e Barbolini hanno ricordato, nel corso delle interviste collettive concesse per questa ricerca, quanto siano stati intrecciati i percorsi di pianificazione urbanistica, di strutturazione della rete degli asili nido e del sistema delle biblioteche, nel segno di una comune tensione verso l’immaginazione e la costruzione di una città solidale; nei ricordi di Pietro Valenti, inoltre, la stessa attività teatrale, in particolare nei suoi aspetti più sperimentali, si è fortemente intrecciata al processo di decentramento delle attività amministrative e culturali nelle circoscrizioni.
Il presidente della Fondazione San Carlo ha ricordato come, a suo avviso “i servizi incorporano cultura”, mentre AR ricorda come “i livelli di fruizione dei servizi culturali siano in qualche modo una cartina di tornasole di come hanno funzionato per canalizzare flussi di relazione tra pezzi di città e queste politiche pubbliche”.
Immaginare percorsi di ricomposizione della città frammentata è un progetto culturale, che passa in primo luogo attraverso i servizi consolidati e quelli di più recente fondazione, come ad esempio la “Casa delle culture”, ed attraverso la loro capacità di promuovere e gestire relazione, ma ha uno snodo ineludibile nei percorsi di pianificazione urbanistica, e nelle loro articolazioni partecipative; l’importanza delle feste, degli eventi è rilevante, certo, ma a condizione che si riesca a difenderne il significato, oltre ad occuparsi del significante (Harvey, 1993: 413).


3.5.2 Cultura e crescita economica: superare il neoliberismo?
La cultura, secondo l’opinione di FR, “è una leva della qualità sociale, che è un elemento di base per l’ulteriore sviluppo economico”. Il presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, LA, ha sottolineato la rilevanza del capitale sociale per il sistema economico modenese e l’importanza delle attività culturali e dell’associazionismo culturale per il consolidamento di tale prerogativa.
Le opinioni citate richiamano l’embededness, la stretta interconnessione, evidenziata da Granovetter e da altri studiosi, tra processi culturali, sociali ed economici.
Gli stessi paradigmi, in via di rapida diffusione anche sotto la Ghirlandina, della “società della conoscenza” e della “città creativa”, conservano un’attenzione – pur residuale e senz’altro discutibile – per l’autonomia della sfera culturale dall’economico.
Pierluigi Sacco ha proposto a Modena, nell’ambito degli Stati generali della cultura, le sue elaborazioni teoriche sul tema dei distretti della cultura (Sacco e Tavano Blessi, 2005), che riprendono gli ormai tradizionali assi di lavoro della letteratura sullo sviluppo locale rispetto all’interrelazione economia-società-territorio, integrandoli con una peculiare attenzione per la qualità sociale, appunto, la creatività e il patrimonio culturale.
Si può sostenere che anche importanti settori della riflessione economica ritengano controproducente una strumentalizzazione “militante” delle politiche culturali in termini di immediato ritorno finanziario.
Le visioni ancora piuttosto diffuse a Modena di politiche culturali funzionali perlopiù all’incremento dell’attrattività turistica, appaiono decisamente discutibili; si può ipotizzare che si tratti di oltranzismi neo liberistici, un po’ fuori moda (oltre che criticabilissimi anche quando erano trendy).
E’ forse più opportuno sottolineare che la città ha delle potenzialità in termini di produzione culturale ancora sottoutilizzate; l’assenza di sale-prove e l’improbabile ubicazione dei depositi di Teatro Comunale ed Ert si aggiunge alla non floridissima situazione finanziaria nel limitare le rispettive possibilità realizzative: i direttori di entrambe le istituzioni hanno sottolineato, come già ricordato, che producono meno di quanto vorrebbero e, soprattutto, meno di quanto il pubblico potenziale consentirebbe. Modena, nella loro opinione, sta così perdendo visitatori e posti di lavori collegati alle varie fasi della produzione teatrale, oltre alla possibilità di incrementare ulteriormente il prestigio di cui gode in questo campo.
L’economicismo applicato alla cultura appare quindi a Modena, in alcuni casi, rivolto al passato e poco attento alle prospettive.
Investire sull’innovazione e sul contemporaneo può contribuire a dare alla città quella svolta, quella “ripartenza”, come l’ha definita il presidente dell’Ert, di cui probabilmente c’è bisogno.
SI ha sottolineato come investire sull’innovazione sia strategico, in un territorio che ha ancora una forte componente manifatturiera, che rischia di non avere molto futuro, ed ha bisogno di riprogettarsi; VE ha sottolineato il ruolo che può avere l’arte contemporanea in relazione alla necessità di riposizionamento strategico di un territorio che sta perdendo qualche posizione; ad esempio nel sistema dei trasporti ferroviari ad alta velocità, nel quale Modena sembra destinata ad avere un ruolo marginale; anche MO, nell’evidenziare la nodalità della riflessione e dell’investimentno sul contemporaneo, ha sottolineato che la vicenda dell’Eurostar è emblematica di una certa difficoltà di Modena a relazionarsi con l’innovazione.
La tendenza all’autoreferenzialità, molto forte soprattutto tra gli imprenditori, ma non solo, ha tra le sue conseguenze il rischio di accanirsi per difendere piccole posizioni di potere, trascurando le questioni di sistema e gli orizzonti strategici.


3.6 Un peso insufficiente, un’attenzione crescente?
Il richiamo ad una città senza progetto è frequente e si accompagna spesso al rammarico per l’assenza di segni architettonici contemporanei forti e qualificanti. Secondo FR Modena “non sta discutendo di sé stessa, del proprio futuro, fa finta di aprire una discussione sulle Fonderie, ma qui il compito è collettivo, della città”. Il presidente della Fondazione Ert è grossomodo sulla stessa linea, ritenendo che “la lettura del territorio, di quello che avviene in questo territorio necessita una grande lucidità, e non stiamo passando un periodo di grandissima lucidità”; Valenti sottolinea inoltre che l’immagine della città “si è un po’ fermata”. Il presidente di Lega Coop rileva con stupore, con particolare riferimento a Largo Sant’Agostino, l’assenza di un chiaro progetto dell’amministrazione comunale. Il riferimento sia all’occasione perduta, appunto per il comparto Sant’Agostino, con il progetto abortito della cosiddetta “Porta di Gehry”, sia all’assenza di spazi espositivi paragonabili a quelli di Mantova o Brescia, è esplicito, e ricorre in varie interviste.
Modena ha in cantiere una serie di interventi, che rivoluzioneranno la geografia di quei luoghi della cultura che, attualmente, nell’opinione di larga parte degli interlocutori, si “vedono” pochissimo nella strutturazione urbanistica degli spazi, e poco nel tessuto cittadino. Il nodo fondamentale di una rete di interventi che comprende anche l’area ex Amcm, le ex Fonderie ed il Museo “Casa natale Enzo Ferrari”, è probabilmente rappresentato dal distretto culturale, che potrebbe addensarsi attorno a Largo Sant’Agostino.
Il parcheggio, improvvidamente collocato davanti al Palazzo dei Musei, sede di buona parte delle più importanti istituzioni culturali della città, segna infatti l’inizio di una frattura tra centro storico e periferia nord della città, che, se è ribadita già dopo pochi metri dalla trafficata rotonda che non ha mai colmato il vuoto lasciato dalle demolizione delle vecchie mura, sembra diventare definitiva e irrimediabile, a qualche centinaio di metri, con la barriera simbolica di Palazzo Europa, incontrastata e torreggiante bruttura architettonica, e con la barriera fisica della fascia ferroviaria, appena un po’ più in là.
Il comparto Sant’Agostino è quindi fondamentale, dal punto di vista urbanistico, per tentare di comporre questa frattura, ed affianca alla rilevanza funzionale un’insostituibile importanza simbolica, accogliendo rilevanti luoghi della memoria della Modena preunitaria ed importanti istituzioni culturali, sia storiche, che di più recente fondazione. Tale duplice valenza è stata sottolineata nel corso della presentazione della parte di questa ricerca dedicata ai luoghi della cultura. In quella sede è stato altresì evidenziato come sia possibile immaginare due percorsi: uno ad ampio raggio, tra tutti gli interventi citati di recupero e rifunzionalizzazione, che darebbe più visibilità e spessore al complesso dei progetti, alla rinnovata vocazione culturale di Modena, a una città meno frammentata, più riconoscibile, più piacevole da percorrere, anche a piedi; l’altro più breve, ma non meno importante, tra le molte istituzioni situate all’interno del Palazzo dei Musei e nelle sue immediate vicinanze, fisicamente contigue, ma in un modo non ancora riconducibile a qualche percepibile elemento di unitarietà. Si ha insomma l’impressione di una compresenza fortuita, più che di un distretto della cultura.
La preoccupazione rispetto alla scarsa valorizzazione di quell’ambito urbano e delle sue emergenze architettoniche e culturali ricorre in varie interviste, e con particolare evidenza nel colloquio col presidente della Fondazione Cassa di Risparmio, che individua quel comparto come il principale problema della città, nell’ambito delle politiche culturali.
L’importante investimento previsto proprio dalla Fondazione nello stesso comparto è un passaggio fondamentale, ma non riguarda un aspetto nodale della questione, che è la progettazione urbanistica di quello spazio.
L’idea di affidare un intervento spettacolare nello stesso ambito a Gehry era nata dalla stessa preoccupazione di valorizzazione dell’area, ma era simile all’intervento attuale – che ha comunque l’impagabile pregio di essere operativo e finanziariamente solido – per la sua natura puntuale, e per l’assenza di respiro urbanistico.
I progetti in via di definizione restituiscono comunque uno scenario vivace e potenzialmente fertile, evidenziato da molti interlocutori; l’assenza di architetture contemporanee di qualche rilievo è comunque segnalato (ad esempio da VE, da AR e dal presidente di Lega Coop) come metafora della difficoltà della città a pensare e praticare l’innovazione, ben rappresentata peraltro, secondo vari interlocutori, proprio dalla vicenda della Porta di Gehry, mai uscita dal cassetto californiano della rinomata “archistar”.


3.7 Cultura del piano e pianificazione della cultura: il ruolo della partecipazione
La maggior parte degli interventi di recupero e valorizzazione “culturale” in corso o in via definizione a Modena riguardano la cerniera tra centro città e prima periferia nord; le principali aree di nuova espansione residenziale in via di realizzazione o previste sono situate grossomodo nella stessa area; la “città del nord” è il frame, la cornice comunicativo-progettuale scelta dall’amministrazione comunale per valorizzare questa nuova direttrice di espansione; il piano di riqualificazione urbana (P.R.U.) di via Attiraglio riguarda essenzialmente la radicale ristrutturazione (riduzione del numero degli appartamenti, spostamento di parte dei residenti, individuazione di spazi di incontro e apertura di uffici pubblici) di un tetro palazzone a forma di ziqurrat, che incombe proprio sulla fascia ferroviaria, abitato perlopiù da immigrati, e popolarmente conosciuto come “Hotel Eroina”; “Città media felix” è la suggestiva definizione di un laboratorio di riflessione e progettazione urbanistica che, pur non dedicato specificamente agli ambiti citati, si inserisce nella stessa atmosfera di nuovo fervore urbanistico, cui può essere ricondotto un recente seminario sulla pianificazione strategica, organizzato dall’amministrazione comunale .
Si può tuttavia rilevare che le iniziative elencate, quasi tutte meritorie , appaiano abbastanza scollegate fra loro, pur essendo riconducibili, almeno in senso lato, alla stessa esigenza di fondo di ridefinire, sia nella teoria che nella pratica, la forma urbis, l’immagine della città.
La necessità di articolare i vari aspetti della gestione urbana è evocata ad esempio dal presidente della Lega delle cooperative, che rispetto al Museo Ferrari, situato appunto nella fascia ferroviaria ed in fase di progettazione, sostiene che “la localizzazione dell’intervento in quella zona apre un problema di riqualificazione di quel quartiere, che adesso è un quartiere in degrado”. La zona è stigmatizzata nel racconto urbano per la presenza di spacciatori e prostitute, ma forse anche per la relativamente alta concentrazione di immigrati stranieri residenti; la forte presenza di barriere fisiche e simboliche (binari, assi stradali a scorrimento veloce, vicoli ciechi, brutti condomini anni sessanta, vecchi edifici mai ristrutturati) complica la situazione, e contribuisce probabilmente a spiegare la fioritura di comitati di cittadini pro-sicurezza e antidegrado, che ha interessato soprattutto quella zona della città.
La vicenda delle Fonderie, almeno nella sua parte iniziale, sembra emblematica dello stesso scollegamento tra i vari livelli della gestione urbana, che richiama la frammentazione del sistema degli attori e la tendenza a lavorare per compartimenti stagni, che alcuni interlocutori hanno evocato come caratteristica del sistema della cultura a Modena e, più in generale, della vita pubblica della città.
Il processo partecipativo è stata la risposta alle forti critiche che l’ipotesi di vendita dell’immobile delle ex Fonderie e della relativa area aveva suscitato in città; gli attori politici hanno quindi risposto ad un bisogno di discutere della memoria e del futuro della città nel suo complesso, ed in particolare dei luoghi in cui la “modenesità”, una sorta di comune sentire dei cittadini, si è più stabilmente sedimentato. Si è quindi evitato che si approfondisse il conflitto, e si è avviata un’interessante e fruttuosa esperienza di confronto. L’ipotesi di valorizzare economicamente l’area ha tuttavia preceduto l’attuale scenario di valorizzazione artistico-culturale, così come la valorizzazione residenziale dell’area nord ha preceduto le ipotesi sul museo Ferrari e sull’eventuale distretto culturale. L’intreccio tra pianificazione delle attività culturali e pianificazione urbanistica appare, quindi, abbastanza erratico e casuale.
Si ha l’impressione che l’intervento culturale sia considerato un po’ come la ciliegina sulla torta, o come il miele per addolcire una medicina troppo amara. Non si tratta solo di una marginalizzazione delle questione culturali, che pure è presente, ma probabilmente ci troviamo di fronte ad un esempio particolare della più generale difficoltà nel concettualizzare la città come un organismo complesso, nella gestione del quale le distinzioni tra gli ambiti di intervento hanno un’utilità funzionale, ma poco hanno da dire in chiave conoscitiva e progettuale rispetto alla natura e all’evoluzione dei processi urbani.
Migliorare la qualità architettonica delle città e valorizzare le sedi, fisiche e simboliche, di condensazione della sua memoria, ma anche dei suoi flussi quotidiani di relazioni non serve per attirare turisti radical chic o pubblicitari artistoidi o ingegneri brillanti (o meglio, può servire “anche” a questo); avere cura dei luoghi in cui la polis si è sedimentata e/o riannoda quotidianamente le reti relazionali è un aspetto rilevante dell’impegno per migliorare la qualità della vita degli abitanti e favorire il consolidamento della sfera pubblica, la diffusione dell’informazione densa, la formazione del capitale sociale: significa, insomma, aver cura della riproduzione dello spazio urbano, ed interrogarsi sulla città possibile.
In occasione del suo intervento alla seconda conferenza sui luoghi della città, Chiara Sebastiani ha ricordato che la costruzione della sfera pubblica ha bisogno di ancoraggi concreti, in primo luogo di spazi fisici per l’incontro, per la parola, come le piazze, ma anche ancoraggi simbolici, luoghi della memoria. Nel richiamare questa importanza degli ancoraggi per la produzione della sfera pubblica, la studiosa evocava il pensiero di Hannah Arendt; secondo la filosofa tedesca “il locale [la dimensione locale] è là dove ci si incontra”; l’incontro e il luogo in cui si svolge sono in un rapporto dialettico, si nutrono e si sostengono reciprocamente (Cavarero, 2001).
La complessità dei problemi è vieppiù crescente, le urgenze incombono ed i tempi della decisione sono pressanti; ma non rassegnarsi alla perpetuazione dei processi di disgregazione sociale in atto significa anche interrogarsi sulle forme, i modi ed i luoghi concreti della possibile ricomposizione, di nuovo dialogo, di nuova produzione di sfera pubblica locale. L’attenzione per il marketing territoriale o l’inseguimento di fantasmatiche “città creative” non garantiscono la riproduzione di questo patrimonio di relazionalità; mentre il processo partecipativo per le ex Fondeire non rappresenta un intoppo ad una macchina amministrativa che era già in marcia, ma una saggia forma di gestione del conflitto in atto, di riflessione condivisa e di confronto sulle città possibili
Il percorso relativo alle ex Fonderie sembra raccontare una storia in cui la memoria dei luoghi pare riemergere e non piegarsi automaticamente alle logiche produttivistiche dello “spazio dei flussi”. L’attenzione per il tema della partecipazione, pur oberato da una certa componente rituale, segnala almeno la persistente volontà di discutere alcune scelte.
I rischi del privatismo e della postdemocrazia evocati in precedenza, non vanno comunque ritenuti estranei al contesto locale; il processo che è stato definito dalla letteratura sociologica “eufemizzazione tecnica”, porta talora a presentare come inesorabili alcune scelte, in base appunto a leggi, norme, piani regolatori, esigenze finanziarie e così via, determinando una certa opacità di fatto di processi decisionali, pur formalmente corretti; la sfida è quindi quella di trovare sempre nuove forme di condivisione pubblica delle visioni progettuali e delle loro procedure applicative, per prevenire il rischio dell’autoreferenzialità tecnicista
Il progetto di Sant’Agostino, le ex Fonderie e il Museo Ferrari non possono essere considerati solo progetti culturali così come il P.R.U. di via Attiraglio non è da mettere nello scaffale dei progetti urbanistici, sul ripiano degli interventi utili anche per l’ordine pubblico; la tradizione anglosassone del cultural planning è molto attenta all’intreccio tra le varie dimensioni delle politiche pubbliche (Porrello e Pozzoli, 2004) e, senza andare tanto lontano, la migliore tradizione amministrativa emiliana e modenese non è poi così diversa.
I conflitti che attraversano Modena, e che riguardano anche – e forse soprattutto – l’area centro nord della città e la sua fascia ferroviaria, e la positiva esperienza di partecipazione sulle ex fonderie, non suggeriscono forse l’opportunità di mettere da parte qualche tecnicismo e le compartimentazioni burocratico funzionali, per cercare percorsi di coordinamento tra i vari interventi?


3.8 Verso la pianificazione strategica?
Il bisogno che sembra emergere di ragionare su un progetto di città, sia da parte della cittadinanza che dell’amministrazione – meno da parte degli operatori economici – potrebbe preludere ad una pianificazione strategica, in cui le scelte di fondo non siano preliminari, ma rappresentino il risultato di un processo.
La condivisione del processo di pianificazione strategica viene considerata, da alcuni ricercatori, un valore in sé, in quanto “nella [sua] scansione di tappe e gradini intermedi serve a rafforzare l’inter-azione” (Perulli, 2006), permettendo alla sfera pubblica di “riannodarsi”, di arricchirsi, e conducendo alla “produzione di immagini del cambiamento territoriale” e “visioni di futuro […] connesse a qualche percorso di riflessione sulle identità e sulle possibilità generative presenti nelle risorse territoriali, economiche e sociali del contesto locale” (Pasqui, 2005: 105).
A Modena un percorso di pianificazione strategica, in senso tecnico, non è stato avviato; ma proprio Pasqui è intervenuto al convegno ad essa dedicato in città già evocato in precedenza; e di cosa si sta ragionando nelle sedi citate di confronto sulle politiche culturali, se non di “visioni di futuro” e “possibilità generative del contesto locale”?
Nelle realtà europee più evolute, si sta diffondendo l’utilizzo di tale strumento in particolare per i progetti di riqualificazione urbana e riuso di aree dimesse “che vengono realizzati a partire da un processo di informazione e discussione pubblica quanto più aperto possibile, anche se necessariamente strutturato e organizzato; da pratiche argomentative e comunicative anziché discrezionali o puramente lobbystiche; dall’ascolto delle aspirazioni e delle aspettative che emergono dalla cittadinanza; […] e soprattutto inquadrando il processo negoziale all’interno di regole definite ex ante e non soggette esse stesse a negoziazione” (Gibelli 2007: 219).
La presenza in un territorio di capitale sociale o capitale relazionale, e quindi di attitudini alla cooperazione e al partenariato, facilita la pianificazione strategica (ibidem, 217).
Modena ha caratteristiche simili? Sì, ma forse meno che in passato, in base alle indicazione fornite da questa breve e sommaria incursione nel sistema culturale di una città che, secondo l’opinione già ricordata di Valenti, “ha bisogno di una ripartenza”; dialogare non appare facilissimo, in una città dove i ritmi frenetici della società di mercato hanno portato ad una certa autoreferenzialità e ad una situazione per cui, sempre secondo il direttore dell’Ert, “nessuno dice mai niente degli altri”.
Modena ha comunque un patrimonio culturale di rilievo e una rete di attori molto strutturata; bisogna forse cercare di evitare che la città scivoli, nelle rappresentazioni e nelle pratiche, verso una sorta di “parco a tema” del modello emiliano, di Disneyland del capitale sociale, dove competitività e solidarietà non possono che andare a braccetto, con il rischio che, dietro allo scenario di correttezza politica, si celino dinamiche di esclusione simili a quelle che stanno prevalendo a tutte le latitudini.
Ragionare in termini strategici può aiutare a prevenire questa degenerazione; e comunque, al di là delle etichette scelte per i processi politico-amministrativi, è fondamentale continuare a lavorare su quell’attenzione per la riflessività e la relazionalità che vari segnali, per fortuna, sembrano segnalare come ancora viva e sedimentata nel tessuto cittadino.

4. Le ex Fonderie Riunite tra tangibile e intangibile*--
Identity is intimately tied with memory: both our personal memories (where we have come from and where we have dwelt) and the collective or social memories interconnected with the histories of our families, neighbours, fellow workers, and ethnic communities. Urban landscapes are storehouse of these social memories, because natural features … and patterns of settlement frame the lives of many people and often outlast many lifetimes. Decades of ‘urban renewal’ and ‘redevelopment’” of a savage kind have taught many communities that when urban landscape is battered, important collective memories are obliterated.
Dolores Hayden

In ogni processo di rigenerazione urbana c’è molto di più di un cambiamento fisico e funzionale: ad essere messi in moto sono i paradigmi locali riguardo lo sviluppo urbano, le diverse e stratificate culture locali, i modelli decisionali e di governo (Pascual, 2005). I protagonisti non sono quindi soltanto urbanisti e pianificatori, decisori e politici, ma anche le comunità locali e gli attori economici, impegnati nel rivedere, più o meno consapevolmente, una visione e un progetto di città. Le ex-aree industriali, soprattutto nelle città che sul lavoro in fabbrica hanno costruito un mondo sociale e identitario ben riconoscibile, diventano spesso simboli di un cambiamento, segni urbani che alimentano e comunicano sia la trasformazione dei modelli produttivi, sia le nuove forme di organizzazione della società locale. Il dibattito eccede quindi i confini del “tangibile” (Berta, Bonomi et al., 2005), della funzione e della valorizzazione economica, per mettere in moto un confronto tra passato e futuro, alla luce di un presente in cerca di senso. Il recupero delle aree industriali, in altre parole, non è soltanto un problema urbanistico che deriva da un sistema economico del passato, ma un’occasione per riflettere su nuovi assi di sviluppo, e per fare emergere i legami culturali e sociali che la città intrattiene con il suo passato.
Il dibattito che si è generato a Modena intorno all’edificio che fino all’inizio degli anni Ottanta era occupato dalle Fonderie Riunite sembra riflettere con precisione questi assunti di partenza: negli ultimi anni, si sono confrontati sulla scena pubblica non solo diversi progetti e attori, ma anche diversi percorsi decisionali e rappresentazioni legate al luogo.
Scopo del presente contributo è quindi quello di leggere uno specifico processo di trasformazione, tenendo presente l’orizzonte culturale coinvolto, intendendo quindi non solo attori e pratiche d’azione, ma anche i diversi significati emersi e il gioco di rappresentazioni su futuro e passato del luogo, ma anche su futuro e passato della città.
Sono due, tra le molte possibili, le declinazioni della parola cultura cui si farà riferimento nella presente sezione del lavoro: da una parte, le culture locali, quelle che, in modi che cercheremo di esplorare, hanno avuto legami nel passato con il luogo, o che si sono attivate nel presente in relazione ad esso. Dall’altra parte, il riferimento è alla cultura come oggetto delle politiche urbane: ci si è chiesti allora quale ruolo può avere la cultura nella rigenerazione urbana, e quali orientamenti sembra avere la città di Modena.
Significati e rappresentazioni, attori e strategie, costituiscono quel processo di costruzione sociale del luogo che fa di esso un oggetto culturale, inteso come un “significato condiviso incorporato in una forma” (Griswold, 2005: 26). In questa chiave, se pensiamo cioè alle ex Fonderie come ad un oggetto culturale, diventa importante capire quali elementi hanno contribuito all’attribuzione di senso, e in quali modi; chi sono i produttori e i destinatari; in quali contesti agiscono; quali relazioni si stabiliscono tra questi e con l’oggetto culturale stesso. Ricostruire un quadro locale pensiamo possa contribuire ad affrancarci da uno dei rischi che sembrano correre le città contemporanee nelle fasi in cui definiscono nuove auto-rappresentazioni: il rischio cioè di una semplificazione eccessiva, di una creazione di astrazioni facili da diffondere e funzionali ad alcuni attori più forti, ma non capaci di produrre una descrizione-rappresentazione comprensiva, né articolare effettivamente le immagini di un processo di trasformazione (De Pieri, 2003).
Una prima considerazione riguarda il contesto culturale entro cui si collocano le ex Fonderie Riunite. Nell’esaminare la costruzione sociale che contribuisce a renderle un luogo della cultura della città, sono infatti emersi due livelli di contesto, tra loro potenzialmente comunicanti: un primo contesto è quello che possiamo chiamare della memoria, legato al valore storico e simbolico che il luogo ha per la città di Modena. Un secondo contesto è quello degli attori che si sono attivati negli ultimi anni per riempire il luogo di funzioni e significati nuovi: ci si è chiesti, insomma, quale sia il senso dato al luogo in un momento storico profondamente mutato, e con quali modalità si sono confrontate le diverse possibili rappresentazioni. In questa cornice, si è cercato di riflettere sul ruolo delle politiche nella definizione del futuro delle fonderie: da una parte il processo decisionale ha interessato il settore della pianificazione e l’ufficio partecipazione, che hanno cercato di dare risposte sul futuro dell’edificio. Dall’altra, la natura del luogo e le proposte emerse chiamano in campo le politiche culturali, sia per quanto riguarda il tema della memoria, sia rispetto al potenziale della cultura nella rigenerazione urbana.
Riguardo agli altri elementi – produttori e destinatari – che contribuiscono a costituire un pezzo di città come un oggetto culturale e quindi a proporre un significato collettivamente riconosciuto, la riflessione si orienterà verso i processi decisionali attivati, e verso gli attori coinvolti.
Nella prima parte si darà brevemente conto del passato del luogo, per comprendere il contesto che abbiamo chiamato “della memoria”, approfondito nella seconda parte. La terza parte si concentra invece sul presente, ricostruendo quanto è avvenuto negli ultimi anni sulla scena urbana rispetto alle ex Fonderie, fino ad arrivare al processo partecipativo che si è tenuto nel corso del 2007, e ai risultati a cui ha condotto. Verranno inoltre proposti due casi di confronto con esperienze già avanzate, per offrire una visione delle potenzialità insite nella riqualificazione di un luogo come le ex Fonderie. Infine, si cercherà di ragionare sulle politiche, sempre muovendo dal caso in oggetto, e tentando di allargare la riflessione.


4.1 Le ex Fonderie Riunite e la città di Modena: la storia, in breve
Le ex Fonderie sono parte del quadrante Nord della città, interessato negli ultimi anni da un vasto programma di riqualificazione: in generale, si è proceduto con l’abbattimento dei vecchi edifici industriali e con progetti che prevedono una destinazione residenziale, per i servizi, e per attività commerciali. Una breve ricostruzione storica appare necessaria per comprendere il contesto storico e simbolico del luogo.
L’attività industriale negli edifici di via Ciro Menotti prende avvio nel 1938, sotto il nome di “Società Anonima Fonderie Riunite Ghisa Malleabile”, di proprietà di Adolfo Orsi; l’imprenditore, per anni a capo della Confindustria modenese, aveva acquistato anche la Maserati, trasferita in seguito da Bologna a Modena.
Nel 1940 la fabbrica conta già oltre 140 addetti, ed è una delle più grandi della città, impegnata soprattutto in commesse belliche; con la fine della Guerra, si impone un cambiamento produttivo, e viene ampliata la produzione, che nel 1948 impiega oltre 550 operai.
Fisicamente, il quartiere Crocetta assume a partire da quegli anni l’aspetto di un quartiere industriale che fa da ponte tra la campagna e il centro storico della città; le residenze iniziano a circondare impianti produttivi di grandi dimensioni e, più tardi e con modalità differenti, verrà a costituirsi anche il villaggio artigiano nella zona di Modena Est e della Madonnina, contribuendo a rafforzare l’identità industriale di questa porzione di città.
Il secondo dopoguerra è contrassegnato in tutta Italia da un’altissima conflittualità tra i proprietari e i le organizzazioni operaie e bracciantili. Il clima politico dell’immediato dopoguerra mette in discussione le gerarchie produttive e sociali all’interno delle fabbriche per opera delle Commissioni interne degli operai (la base delle successive organizzazioni sindacali), che si sono create sulla scia delle lotte partigiane. Saranno le Commissioni a lavorare da subito sia alla ricostruzione di impianti e di infrastrutture, sia per ottenere aumenti salariali e altri decisivi miglioramenti, come la mensa, gli spacci aziendali, il baliatico. Intorno a queste lotte per il riconoscimento di migliori condizioni lavorative si costruisce e rafforza un comune sentire tra i lavoratori, che permetterà di affrontare le repressioni e le difficoltà degli anni Cinquanta (Osti Guerrazzi, Silingardi, 2002: 86-90).
Nel caso delle Fonderie di Modena, i margini di profitto decrescenti del dopoguerra, dovuti anche a una mancanza di innovazione, gravano soprattutto sui salari e sulle condizioni lavorative, particolarmente difficili.
Le testimonianze di quel periodo ricordano il clima di compattezza e solidarietà tra i lavoratori, ma anche la durezza della vita lavorativa: molti operai vivono nei paesi della provincia, o in campagna e raggiungono la fabbrica ogni giorno in bicicletta; le condizioni di lavoro sono durissime, anche per le alte temperature e l’inquinamento dell’aria dovuti ai processi industriali (Assessorato all’Istruzione e Circoscrizione 2 del Comune di Modena, 1999); l’attività politica e sindacale è pesantemente mal vista, e il licenziamento una prassi abituale per eliminare i lavoratori più impegnati nelle rivendicazioni.
A partire dal 1948, si intensificano le reazioni dei proprietari: lo scontro si concretizza con gli scioperi (guidati principalmente dalla Fiom, il sindacato più grande dentro le Fonderie) a cui seguono le serrate. La prima avviene nel giugno del 1948: gli operai trovano la fabbrica chiusa al loro arrivo e la polizia a presidiarla, fatto a cui corrisponde il licenziamento di massa e la riassunzione soltanto di una parte dei precedenti lavoratori. La politica nazionale si intreccia con quanto avviene a Modena: il 1948 è l’anno dell’attentato a Togliatti, della sconfitta delle sinistre in Parlamento, della minaccia di una guerra civile, della violenta repressione da parte della Celere delle manifestazioni operaie nel Meridione (Osti Guerrazzi, Silingardi, 2002: 100-106).
La conflittualità tra Orsi e gli operai prosegue l’anno seguente, e coinvolge non solo i lavoratori delle Fonderie, ma anche quelli della Maserati, aggravata dal bilancio passivo delle aziende; a essere messo in discussione dalla proprietà è il cottimo collettivo, mentre gli operai si battono per l’aumento salariale, e per la riduzione dell’orario di lavoro da 48 a 40 ore settimanali. La seconda serrata si verifica nel dicembre del ’49 (una delle molte che si verificano nello stesso periodo nelle fabbriche della zona), e prima della fine dell’anno Orsi comunica che il 9 gennaio soltanto 250 dei 560 operai saranno riassunti. La città manifesta grande solidarietà con gli operai, e il Sindaco Corassori tenta una mediazione, senza risultati.
Il 9 gennaio, durante lo sciopero proclamato dai sindacati, la polizia uccide 6 operai, e ferisce oltre 200 persone. La dinamica degli eventi, la gravità di quanto accadde, e l’eco dell’evento sono stati raccontati nelle parole di alcuni testimoni diretti dell’epoca, come Eliseo Ferrari, allora segretario comunale della Fiom (Ferrari, 1997; Ferrari, 2004; ma anche Lamberti, 2004), di cui riportiamo due passaggi:
“I primi incidenti avvennero presso le officine “Vignoni e Zanasi”, da poco serrate dalle direzione. I lavoratori le presidiavano dall’esterno, vennero cacciati con la violenza dalla polizia. Poco dopo le dieci, provenienti dal quartiere Sacca, una colonna di lavoratori e di cittadini aveva imboccato il sottopassaggio, per raggiungere il luogo fissato per la manifestazione. La colonna fu bloccata da ingenti forze di polizia e di carabinieri che aggredirono con i manganelli, i calci dei fucili, le catenelle la folla, ricacciandola indietro. (...) Intanto, attorno e davanti alle “Riunite” era iniziato lo spargimento di sangue.” (Ferrari, 1997: 70-71)
“Quel mattino Modena rimase isolata dal resto d’Italia, le autorità bloccarono ogni collegamento telefonico e telegrafico con il resto del Paese. Il teatro del massacro aveva un aspetto sconvolgente; ovunque, bossoli di pallottole, resti di lacrimogeni, chiazze di sangue; l’aria era impregnata di gas. L’intera popolazione era offesa e sbigottita.” (Ferrari, 1997: 76).
Ai funerali prende parte anche Togliatti, che tiene un discorso in onore delle vittime, accusando direttamente il governo e la polizia per i fatti avvenuti. Un video girato da Carlo Lizzani testimonia la vastissima partecipazione ai funerali, la commozione solenne, la dimensione di una tragedia avvenuta a pochi anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Lo stesso ministro democristiano Scelba è costretto a discutere le strategie di repressione violenta delle manifestazioni, e nel processo che segue si dimostrerà l’uso illegittimo delle armi da fuoco da parte della polizia e le pesanti responsabilità del prefetto, oltre a stabilire un risarcimento per i parenti delle vittime, fatto mai successo prima in Italia.
Dopo i fatti del 9 gennaio, le Fonderie cambiano nome (diventando Fonderia di Ghisa malleabile S.p.A., Fonderia di Modena), e direttore: l’incarico viene assegnato per due anni a Cremonini, sostituito però nuovamente dagli Orsi nel 1952. La fabbrica continua la produzione senza però progressi efficaci sul piano tecnologico e organizzativo, e senza che cessi la conflittualità tra proprietari e operai, tanto da spingere il Consiglio Comunale, nel 1954, a realizzare un’inchiesta per denunciare a livello nazionale le condizioni lavorative nelle Fonderie (Osti Guerrazzi e Silingardi, 104-105).
Ad essere dibattuto, in fondo, è la concezione della fabbrica come bene privato soggetto al volere del solo proprietario, contro una visione che ne sottolinea il ruolo sociale in senso ampio, non solo per i lavoratori e le loro famiglie, ma per tutto il movimento operaio e la città.
La crisi economica e produttiva culmina a metà degli anni Sessanta, quando viene decisa la vendita dell’impresa a Renzo Bompani, proprietario di un’industria di elettrodomestici. Si viene a sapere che il nuovo proprietario avrebbe licenziato oltre un centinaio di dipendenti e smantellato l’impianto, giudicato improduttivo: già dal gennaio del 1966 i macchinari vengono fatti uscire dalla fabbrica, e sembra sempre più chiaro che la liquidazione della produzione delle Fonderie è prossima.
La reazione degli operai, sostenuti dalle forze politiche e dalle cooperative locali, è l’occupazione, durata oltre 50 giorni: nelle testimonianze di questo secondo snodo fondamentale della storia operaia delle Fonderie emergono il sostegno avuto dal quartiere Crocetta e dal Comune, il senso di unità tra i lavoratori, la determinazione nel salvare il lavoro e la fonderia. Durante l’occupazione – in una fase particolarmente difficile e sconfortante – un mattino appare nella lavagna di una sala comune la scritta “Uniti si vince”: questa frase, ricordata da più di un testimone, diventa il simbolo di una resistenza attiva, che conduce all’autogestione, avviata ufficialmente nel giugno del 1966. Il passaggio di proprietà avviene anche grazie al sostegno attivo del Consiglio Comunale e del Sindaco Rubens Triva, che si fa garante presso le banche per ottenere parte del denaro necessario. La forma iniziale di gestione è quella di una Società per azioni, con la quale si avvia un progressivo ammodernamento, anche grazie a un prestito dell’Imi. Nel 1972 avviene il passaggio da S.p.A. a Cooperativa a responsabilità limitata (il passaggio da proprietà privata della famiglia Orsi a cooperativa è descritto dettagliatamente da Ferrari, 1997: 148-163).
La produzione continua nella sede di via Ciro Menotti fino all’inizio degli anni Ottanta, quando si decide l’unione con la Coop Fonditori, e il trasferimento della produzione nel quartiere Madonnina. Il Sindaco di allora, Mario del Monte, decide l’acquisto dello stabile da parte del Comune, senza però individuarne da subito una destinazione univoca (si pensava al trasferimento degli uffici sanitari di San Giovanni del Cantone, che però non si realizzò): lo spazio rimane inutilizzato fino ad oggi, fatta eccezione per alcune attività organizzate dalla Sinistra giovanile alla fine degli anni Novanta, tra cui concerti, mostre e spettacoli. A partire dal 2001, si è riaperto il dibattito sul futuro del luogo, inizialmente con il progetto di insediarvi gli uffici dell’Ausl, poi con l’ipotesi di privatizzazione, e infine, nel 2007, con il processo partecipativo che ha condotto alla redazione di un nuovo progetto, di cui si darà conto nel seguito del presente contributo.


4.2 Memorie di città
Per riprendere le parole di Dolores Hayden, alcuni elementi del paesaggio urbano valgono come “magazzini di memoria sociale” (Hayden, 1995), o come “risorse simboliche collettive” (Healey, 1999), intendendo con questo un fattore di potenziale unità e continuità nel tempo, capaci di raccontare molte storie individuali e collettive, che si intrecciano con la storia della città.
Nel caso degli edifici industriali dismessi, in virtù della loro vicinanza temporale con l’oggi, si assiste a un processo di storicizzazione, che opera in modo selettivo: se in molti casi infatti prevale la distruzione-rimozione, ritenuta indispensabile per restituire alla città e a un sistema economico mutato vaste porzioni di territorio urbano, più raramente alcuni elementi vengono caricati di valore simbolico, e si cercano strade per dare un senso alla loro conservazione e conversione ad altri usi. Le modalità con cui si realizza l’attribuzione di un significato storico e simbolico a parti del paesaggio urbano è un processo che costituisce normalmente la città: come osserva Secchi (2005), ci formiamo un’idea del passato urbano a partire da quanto è rimasto di un processo di “selezione cumulativa”, durato anche molti secoli.
Nel caso della città industriale, assistiamo oggi, tra abbattimenti e mutamenti funzionali, al trasformarsi di alcuni edifici industriali, che passano dall’essere semplici residui di un passato da superare, al divenire “patrimonio culturale” di una città. Come ci ricorda Matarasso però, il patrimonio culturale, non è la storia: rappresenta ciò che del passato scegliamo di conservare, cui attribuiamo un valore: “L’aspetto cruciale del patrimonio è che lo si crede rappresentare una verità più profonda, più importante dei singoli fatti: è la storia come dovrebbe essere” (Matarasso, 2006: 52).
Il patrimonio dovrebbe allora essere inteso come un insieme di elementi materiali del passato e di elementi immateriali del passato e del presente, combinati tra loro.
Esiste quindi una prima selezione fisica, attraverso la quale si sceglie cosa deve essere conservato, e cosa può essere abbattuto. Ciò che resiste a questo processo, subisce poi una seconda selezione, che è quella dei significati, in cui si confrontano le molteplici rappresentazioni dei luoghi. Attraverso le forme fisiche della città, si crea un’immagine del passato capace di rispondere ai bisogni del presente, e di orientare il futuro, rispondendo così a una necessità che è economica, politica e culturale.
A questa costruzione di senso che attraversa i luoghi e il passato di una città, si chiede sempre più spesso di rispondere ad esigenze di sviluppo economico, sostenendo la crescita di nuovi mercati come quello turistico, facendo aumentare i valori immobiliari, o, più ambiziosamente, attirando imprese del terziario avanzato; ma la costruzione di una storia attraverso la memoria dei luoghi risponde anche ad esigenze di carattere politico, culturale e sociale (Shackel, Palus, 2006), mettendo in campo visioni diverse del passato, interagenti col presente. La capacità di creare auto-rappresentazioni è una caratteristica fondamentale delle città (Farinelli, 2003: 153), ed alimenta quella che Zukin (1999) ha definito efficacemente “l’economia simbolica” delle città, uno dei suoi maggiori patrimoni.
Modena città operaia, Modena città dello sviluppo economico e dei motori, Modena città dei saperi tecnico-scientifici: si tratta di alcune delle immagini diverse, seppur tra loro non incompatibili, della città, che sono messe mutuamente in gioco nel recupero delle ex Fonderie. Queste immagini infatti sono il motore e la ragione per cui pensare ad un futuro per il luogo in oggetto, ma sono anche ri-attivate dal processo di conversione e soprattutto attraverso il dibattito intorno al luogo stesso, che permette loro di tornare sulla scena della discussione pubblica. Il processo di decisione intorno all’edificio diventa quindi un’occasione della città per riflettere su se stessa, sul proprio passato, e su quale immagine costruire per il futuro.
Non a caso, quando si guarda alle opzioni per il futuro, dal racconto dei testimoni coinvolti nel processo decisionale, esaminato nella parte seguente, mantenere una “memoria viva” emerge come una sorta di parola d’ordine, cui fa da contrappeso il “non vogliamo farci un museo”.
Ma cosa significa concretamente mantenere una memoria viva quando tutto è cambiato, quando la vita sociale, professionale, culturale nel senso più ampio del termine si dispiega e si realizza in modo del tutto differente? Cosa succede nella società quando un bagaglio così significativo diventa parte di un “periodo storico”? Cosa ci insegna oggi, cosa si salva? Come si fa, in altre parole, ad andare oltre al “così vivevano i nonni”, al resoconto, alla cronaca, al museo, appunto?
E’ probabile che non ci sia una risposta valida per ogni luogo, per ogni città: è più ipotizzabile che ogni luogo vivo e amato lavori, spesso inconsapevolmente, alle proprie risposte, in un gioco di rappresentazioni e di attori diversi da prima, ma comunque in relazione con quanto è avvenuto nel passato. Ricostruire il contesto in cui matura questa relazione può contribuire a costruire proposte più dense di significato, meno irrigidite nel ruolo di una vetrina di un tempo che non esiste più.
La storia sociale e politica delle fonderie, il ruolo giocato nella costruzione delle appartenenze, la capacità evocativa che sembra conservare per la città, costituiscono quindi un primo contesto, che possiamo chiamare “della memoria”: un patrimonio culturale, che può contribuire nella definizione dei futuri possibili, ma che al contempo rappresenta un “limite”, nel senso costruttivo di un insieme di criteri da tenere presenti quando si prefigurano le alternative.
Al di là della breve sintesi storica necessaria per una prima comprensione, il lavoro nella fonderia (e in generale, il lavoro industriale) ha rappresentato il passaggio a uno stile di vita urbano e l’accesso alla società dei consumi; nelle testimonianze degli operai si legge frequentemente cosa significasse un primo stipendio relativamente sicuro per le fragili economie familiari del secondo dopoguerra. L’esperienza della fabbrica segna il passaggio dalla campagna alla città per molti modenesi: la possibilità di disporre di un salario è il primo, più concreto, cambiamento, che genera col tempo stili di vita e di consumo del tutto differenti da quelli della vita rurale. Il primo giorno di lavoro, a volte anche quindici o sedici anni, è ricordato da alcuni come un inferno; ma non manca mai, nelle testimonianze, la considerazione della possibilità e della soddisfazione di contribuire in maniera decisiva al bilancio familiare (Assessorato all’Istruzione e Circoscrizione 2 del Comune di Modena, 1999; Ferrari, 1997).
Il lavoro e la fonderia offrivano anche una concreta possibilità di realizzazione personale, come racconta A.M.P., che attraverso le sue indagini sulla storia orale e il suo lavoro di insegnante nelle scuole serali, ha potuto raccogliere diverse testimonianze dirette: “Dentro la Fonderia c’erano tutti, anche la manodopera bruta; però le persone più capaci e intelligenti miravano ad andare a fare i modelli, diventando disegnatori con le scuole serali. E non solo per sottrarsi al lavoro bruto della fornace che era effettivamente un inferno, ma anche perché chi aveva delle qualità vedeva che lì poteva metterle in pratica”.
La stessa A.M.P. suggerisce anche alcuni elementi di continuità tra le peculiarità del lavoro in campagna, e le abilità messe in campo dagli operai modenesi nel lavoro di fabbrica: “Le persone che venivano dalla campagna e che ad esempio erano mezzadri hanno assimilato una cultura del lavoro come responsabilità, a causa della compartecipazione degli utili col padrone. E’ chiaro che più lavoravano per il miglioramento del prodotto più ne traevano benefici; erano quindi responsabilizzati. Avevano anche una cultura del lavoro fatto bene, portato avanti, non trascurato, non lasciato perdere. La capacità manuale nasceva anche dal fatto che si facevano tutti gli strumenti in casa. Allora, chi passava alla fabbrica portava questo tipo di cultura dentro il lavoro meccanico e questo ha permesso che quando molti di loro sono stati licenziati hanno avuto il coraggio di mettersi in proprio, perché sapevano di poter contare su questa loro abilità”.
E se la campagna, per chi ha vissuto la città industriale, ha rappresentato un passato da cui ci si è affrancati, ma al contempo anche una sorta di orizzonte mitico, evocativo, che permea i ricordi e l’immaginazione, per le giovani generazioni è proprio l’epoca industriale, con quello che ha significato da un punto di vista sociale e storico, e rappresentare questo orizzonte fondativo. Come ci ha suggerito A.M.P. durante l’intervista: “Mi è venuto allora da pensare che la mia generazione (io ho 61 anni), nonostante io sia vissuta sempre a Modena, ha come retroterra culturale la campagna. Bastava uscire da Modena per ritrovare la campagna, che era il nostro punto emotivamente nostalgico. Per le generazioni successive questo ruolo lo ha svolto la fabbrica: per le generazioni successive e anche attuali (adesso forse la fabbrica non è già più perché siamo nel post-industriale), questo spazio veniva sentito come loro, in consonanza. Questi giovani erano nati in una civiltà già industriale, e questo edificio poteva costituire un elemento evocativo molto forte”.
Le ex Fonderie permangono come l’unico segno di un tessuto urbanistico che, a partire dal primo dopoguerra, si sviluppa come una vera e propria città industriale: un segno fisico, imponente, del passaggio da una società rurale, a una urbana. Il valore storico e architettonico dell’edificio è generalmente menzionato dagli intervistati come un ulteriore ragione per la sua valorizzazione, ed è ben descritto nel volume realizzato da Officine Emilia  (in particolare, attraverso i contributi di Piscitelli e Costa).
Oltre a segnare, fisicamente ed emotivamente, il passaggio dalla campagna alla città, il lavoro in fonderia ha offerto una possibilità di appartenenza nuova, concretizzata nella compattezza del Movimento e nelle rivendicazioni operaie. Il Partito Comunista, che supportava il sindacato e che guidava la città in Consiglio Comunale, istituiva una relazione solida e continua tra questi nuovi “cittadini” e la città. Da questo punto di vista, gli eventi del 9 gennaio e la straordinaria partecipazione ai funerali, sono un momento paradigmatico di una radicata coesione sociale, che mi sembra possa essere restituita anche attraverso piccoli episodi: “Mia suocera ad esempio, che era monarchica, era molto amica di una famiglia in cui erano comunisti: il mattino del 9 gennaio il marito dell’amica voleva venire a Modena alla manifestazione e aveva soltanto una bicicletta, e lei è andata da suo marito (che era ancora più a destra), per dirgli di prestargli il motorino, perché come lavoratore doveva andare a difendere i suoi diritti. Questo per dire quanto questa cosa venisse sentita. Tutti questi episodi che mi sono sentita raccontare testimoniano che è un luogo simbolo, come la Ghirlandina.” (A.M.P.)
La storia sociale delle Fonderie è soprattutto una storia di movimenti, di appartenenze forti, di un “noi” che è impossibile ritrovare con la medesima forza oggi. Il lavoro rappresentava un mezzo per definire nuove appartenenze, ma anche per ottenere una realizzazione personale: il “mito del lavoro ben fatto”, un’altra parola d’ordine per chi parla del passato industriale modenese come ad esempio racconta G.P. durante l’intervista, si riferisce sia alle competenze e abilità degli operai, dei tecnici e degli ingegneri, sia al diritto di rivendicare condizioni lavorative eque e soddisfacenti per sé e per gli altri, e alla possibilità di migliorare le proprie capacità e la propria posizione attraverso il lavoro.
Il contributo dato dal lavoro industriale alla ricchezza economica della città è stato sottolineato il particolare dal rettore Pellacani: conservarne un segno fisico così rilevante è ritenuto tanto più importante, visto che si tratta di uno dei pochissimi rimasti nella città.


4.3 Strategie: dall’ufficio pianificazione al processo partecipativo
Ogni nuova rappresentazione ci dà informazioni sull’oggetto rappresentato, ma svela anche il soggetto che l’ha prodotta (Pezzini, 2006: 40): abbiamo quindi seguito il processo decisionale pubblico intorno alle ex Fonderie Riunite cercando di comprendere le nuove rappresentazioni del luogo emerse sulla scena locale, quali attori le abbiano messe in campo, a quali destinatari ci si è idealmente rivolti nel produrre nuovi progetti.
Dopo il 1983, anno in cui la produzione di via Ciro Menotti viene trasferita nei più moderni stabili della Madonnina, una nuova fase di progettualità intorno alle ex Fonderie Riunite è avviata dal Consiglio Comunale solo alla fine degli anni Novanta, e porta alla redazione di un piano di recupero di iniziativa pubblica, formalizzato nel 2001. In questo primo passaggio, si prevede il recupero dell'area e degli edifici delle ex Fonderie per farne la sede del Dipartimento della Prevenzione, della Direzione Generale dell'Azienda U.S.L. e C.U.P., trasferendo in questa sede uffici e ambulatori all’epoca situati in varie zone della città . Il progetto rimane in attesa di realizzazione fino alla fine del 2005, quando l’Ausl decide di trasferire attività e ambulatori inizialmente destinati ad occupare le ex Fonderie nell’area del Policlinico, negli spazi liberati dall’apertura del nuovo ospedale di Baggiovara. Occorre ricordare che il Comune, di sua iniziativa, ha sottoposto a vincolo di riqualificazione e ricomposizione tipologica la facciata della palazzina, vietando interventi che ne modifichino l’aspetto e la struttura.
A fine novembre del 2005, un articolo sulla Gazzetta di Modena titola: “A.A.A. Comune vende le ex-Fonderie. Spazio a case e uffici, il ricavato usato per sedi degli assessorati”, e all’assessore Sitta viene attribuita la considerazione che la vendita possa rappresentare l’opzione migliore, riconvertendo il complesso a uso terziario e residenziale .
Questa ipotesi suscita un coro di proteste piuttosto vasto: sulla stampa locale appaiono molti articoli che criticano la privatizzazione dell’edificio, sottolineando soprattutto il valore delle ex Fonderie per la memoria della città, dal punto di vista della storia sociale, dei saperi collettivi, delle auto-rappresentazioni e delle appartenenze locali.
Nel corso dei primi mesi del 2006 si tengono una serie di incontri pubblici e di sedute del Consiglio Comunale per discutere delle diverse opzioni possibili: dalla rassegna stampa, è possibile ricostruire questa fase come caratterizzata da una pluralità di proposte, quasi tutte convergenti intorno al tema della memoria del lavoro industriale e della storia sociale del quartiere e della città che con il lavoro industriale è così strettamente legata.
D’altra parte, caduto il progetto di un uso specifico legato agli uffici sanitari, accantonata l’ipotesi della vendita, si registra una sorta di empasse decisionale: se i temi a cui ispirare il recupero emergono quasi spontaneamente dal dibattito cittadino, è chiaro a tutti che una soluzione puramente museale non è auspicabile, sia per la vasta dimensione dell’edificio (circa 40mila mq), sia per ovvie ragioni di sostenibilità finanziaria. Come osservano Petrucci e Dansero (1995), nei casi di recupero industriale, oltre alla questione del valore storico e sociale che si è presentato come un vincolo nel caso modenese, si rileva anche una difficoltà decisionale dovuta alla dimensione unitaria e complessiva delle aree e degli edifici coinvolti, che scoraggia il privato e rende più complessa l’azione pubblica.
E’ in questo spazio di incertezza e di confronto, che si inserisce l’idea di un processo decisionale partecipativo di tipo nuovo per la città di Modena: nel gennaio del 2007 viene avviato un progetto, coordinato dall’Ufficio Partecipazione del Comune e condotto da un gruppo di consulenti esterni guidati da Marianella Sclavi .
La presentazione ufficiale avviene il 9 gennaio 2007, nel giorno dell’annuale commemorazione dell’eccidio delle fonderie, in un incontro con i cittadini particolarmente denso, con momenti dedicati alla memoria, iniziative artistiche, e con l’intervento di alcuni membri della Giunta e del Consiglio Comunale, oltre al Sindaco.
I passaggi che hanno scandito il processo sono stati:
-un primo coinvolgimento dei cittadini, del quartiere, delle scuole, con lo scopo di allargare la discussione intorno ai futuri possibili per le ex Fonderie, attraverso la distribuzione di materiale informativo e la creazione di un sito web , dove è possibile informarsi sul passato del luogo e inserire le proprie proposte, oltre a visionare gli appuntamenti pubblici e la struttura del processo partecipativo (da gennaio a marzo 2007). In questa fase, il gruppo di consulenti ha anche realizzato una serie di interviste con alcuni attori ritenuti significativi per il futuro delle ex Fonderie Riunite, e ha formato circa una trentina di “facilitatori” volontari, che dovevano contribuire alla divulgazione e alla realizzazione del progetto;
-un incontro pubblico nei locali della sede della Polisportiva Villa d’Oro, distribuito in due giornate, in cui vengono raccolte e presentate le idee emerse, realizzato con la tecnica dell’Open Space Tecnology  (OST, 17-18 marzo 2007): in questo passaggio viene costituito un gruppo di lavoro, formato da un rappresentante (più un sostituto, ove possibile) per ognuna delle idee presentate;
-incontri a frequenza settimanale del gruppo di lavoro – chiamato tavolo di confronto creativo – guidato da Marianella Sclavi e dai suoi collaboratori, per elaborare una proposta (aprile-maggio 2007);
-presentazione della proposta al Consiglio Comunale (giugno 2007).

Il lavoro del tavolo di confronto creativo si è svolto quindi sulla base di circa una ventina di proposte iniziali, elaborate da cittadini che, a vario titolo, hanno preso parte all’OST. Durante questo primo incontro l’obiettivo è stato quello di discutere pubblicamente le diverse proposte, stabilendo le prime affinità e iniziando a delineare le linee guida necessarie al lavoro del tavolo. I partecipanti all’OST, oltre un centinaio di persone, provengono da ambiti anche molto diversi: alcuni di loro sono semplici cittadini che presentano un’idea personale, altri sono persone attive nel mondo dell’associazionismo (come il presidente dell’Associazione Amici delle Fonderie o la coordinatrice di uno spazio dedicato alle attività teatrali), oppure sono rappresentanti di enti e istituzioni già operanti in città (ad esempio, hanno partecipato i responsabili dell’Istituto Storico di Modena, il Rettore dell’Università di Modena e Reggio, una rappresentante del progetto Officina Emilia legato alla Facoltà di Economia dell’Università di Modena), altri hanno formato un gruppo sulla base di un proposta comune, insieme a semplici cittadini interessati allo sviluppo dei lavori, e a una classe di una scuola media modenese .
La metodologia seguita per arrivare al progetto, chiamata tavolo di confronto creativo, si rifà al Consensus Building Approach, descritto come un metodo capace di essere al contempo decisionale e costitutivo di terreni comuni, ritenuto più adeguato in contesti con interessi frammentati, con appartenenze multiple e temporanee. Rispetto alle forme democratiche più tradizionali, basate sul negoziato di vantaggi e svantaggi e sul voto, in cui l’enfasi del processo è sulla selezione delle proposte di partenza, questo approccio allarga lo spazio dedicato all’ascolto reciproco di tutti i partecipanti alla decisione, all’inclusione più profonda possibile di opinioni divergenti, e alla elaborazione di soluzioni alternative nuove, anche significativamente diverse da quelle di partenza. Si insiste quindi sulla creatività, sulla creazione di un common ground tra i partecipanti (Sclavi, 2004), sull’impegno attivo e non estemporaneo alla costruzione di una alternativa progettuale comprensiva. Durante questa fase del lavoro (aprile-maggio 2007), i partecipanti hanno discusso le idee di partenza, si sono confrontati con alcuni esponenti della Giunta e con rappresentanti dell’Ordine degli Architetti, con lo scopo di conoscere i progetti in corso in città, e i limiti economici e strutturali delle ex Fonderie.
Fin dalla dichiarazione di intenti iniziale è emersa la volontà di elaborare un progetto “di grande vitalità sociale e intellettuale, di cui la città sia fiera” . Si rileva, ripercorrendo i verbali degli incontri, la progressiva solidificazione di un’idea, basata su alcuni temi che sono stati capaci di convincere e di aggregare proposte in partenza piuttosto diverse. Si è poi ragionato su spazi e funzioni e sulle possibilità di usi condivisi, con lo scopo di ridurre le spese e di creare un progetto unitario, nonché sulle possibili modalità di gestione.


4.3.1 Il progetto DAST
Il risultato del lavoro del tavolo di confronto creativo è stato confezionato in una forma semi-definitiva alla fine del maggio 2007 .
Alcuni riferimenti alle caratteristiche fisiche dell’area sono indispensabili per comprendere il progetto: la superficie totale dell’area delle fonderie è di circa 40.000 mq, di cui 11.740 sono costruiti. La parte costruita si compone di due palazzine e un corpo centrale, all’ingresso, che ospitavano gli uffici delle Fonderie, la cui facciata è stata sottoposta a vincolo dal Comune di Modena, e non può quindi subire modifiche radicali; nella parte retrostante, non visibile da via Ciro Menotti, si trova un ampio cortile rettangolare, le ali laterali, e un vasto spazio coperto retrostante, dove si svolgevano le attività produttive.
Il progetto elaborato dal tavolo di confronto creativo è stato chiamato DAST, con riferimento alle tipologie di attività che vi si dovrebbero svolgere: Design, Arte e creatività, Scienza e Tecnologia. Il tema della memoria viene considerato come il fulcro intorno cui l’azione del DAST dovrebbe articolarsi.
In particolare, il progetto prevede quattro destinazioni principali, delle quali si sottolinea la compenetrazione. Una parte degli spazi disponibili dovrebbe essere destinata alla Facoltà di Design Industriale, che l’Università di Modena e Reggio vorrebbe realizzare in collaborazione con l’Università di Ferrara. Una seconda parte, chiamata Fonderia delle Arti, dovrebbe orientarsi verso la produzione/realizzazione e l’offerta di attività artistiche: si pensa a corsi, laboratori, esposizioni, strutture di ospitalità per artisti. Una terza parte, chiamata Fabbrica dei Saperi, si riallaccia alla proposta dell’Associazione Amici delle ex Fonderie, ma anche al lavoro di Officina Emilia: in questa sezione, ci si orienterebbe alla divulgazione scientifica rispetto ai temi della creatività industriale e imprenditoriale, della tecnologia, della scienza applicata, e si prevede di poter offrire spazi alle imprese per fare incontrare il mondo della ricerca tecnologica privata con i giovani e il territorio. Infine, il Polo della Memoria, ritenuto centrale nel progetto: alla sua costituzione concorrerebbero l’Istituto Storico della Resistenza, ma anche Officina Emilia, e gli archivi disponibili sul territorio sui temi della storia industriale della città e del lavoro. Sono inoltre presentate alcune delle potenziali convergenze tra queste sezioni.
L’unitarietà del progetto dovrebbe essere assicurata sia fisicamente, mantenendo intatta la morfologia del sito e attraverso l’uso condiviso degli spazi , sia da un punto di vista gestionale, attraverso una “fondazione partecipata”, collocata dentro l’edificio. Il progetto modenese si basa su un’idea di divulgazione e mutuo arricchimento delle conoscenze e delle idee, espresso anche da una definizione degli spazi permeabile, trasparente e pubblica. A questo si aggiunge la fiducia, in qualche modo radicata alla base dello stesso processo costitutivo del progetto DAST, che la creatività si alimenti attraverso il dialogo e la socializzazione, con la compresenza di discipline differenti, e stabilendo una relazione attiva con il passato. L’ambizione è quella di creare un luogo capace di offrire sorgenti molteplici alla curiosità e all’inventiva dei cittadini.
Durante l’intervista, F.R. (una delle partecipanti al tavolo di confronto creativo), esprime soprattutto la curiosità verso uno sviluppo che sappia tenere insieme arte e scienza, tecnologia e memoria, sia attraverso iniziative integrate, sia attraverso lo scambio e il confronto tra professionalità e strumenti comunicativi ed espressivi differenti.
La proposta cui si è arrivati appare in linea con diverse realtà di recupero industriale presenti nelle città europee (si veda ad esempio URBACT Culture Network, 2007), che puntano alla rigenerazione urbana attraverso interventi guidati da un riuso con finalità culturali. La breve presentazione di due esperienze già mature, una europea e una italiana, ci servirà per pensare alle potenzialità del caso modenese.


4.3.2 Arte in fabbrica: Kaapeli, Helsinki, Finlandia
Un esempio particolarmente interessante di incontro tra tecnologia e arte in un edificio dismesso è quello della fabbrica di fili elettrici di Helsinki, in Finlandia, la Kaapeli Cable Factory .
La costruzione della fabbrica risale agli inizi del ‘900, per merito di una intuizione imprenditoriale particolarmente felice di un giovanissimo ingegnere finlandese, Arvid Wikstrom. A partire dalla fine degli anni Trenta, l’aumento della produzione di fili di rame porta alla costruzione di un complesso industriale molto vasto (al tempo il più grande del Paese), collocato sulla costa, in una zona distante dal centro della capitale. Il luogo all’inizio del secolo è soltanto un’isola rocciosa, dove in seguito vengono collocati i magazzini e le attrezzature produttive necessari alla fabbrica. L’industria si unisce a Nokia Oy (all’epoca, un’industria di legname) negli anni Sessanta, e si sviluppa poi come un polo tecnologico sempre più avanzato, facendo sue le fortune di Nokia Corporations.
La crescita industriale di Helsinki induce l’Amministrazione locale, alla fine degli anni Sessanta, a redigere un piano che prevede lo spostamento della produzione industriale in aree più lontane dal centro abitato. Anche l’area in cui sorge Kaapeli viene coinvolta in un vasto processo di conversione funzionale che prevede residenze moderne di alta qualità. La cessione da parte di Nokia dell’edificio di Kaapeli alla città di Helsinki apre una fase di discussione riguardo le possibili destinazioni del luogo. Come potrebbe accadere per le ex Fonderie, la Cable Factory di Helsinki si presenta in quegli anni come un immenso elemento del passato, circondato, inizialmente sulla carta, ma ben presto anche nella realtà, da edifici moderni e dotati di funzioni nuove, soprattutto di residenza. Il progetto dell’Amministrazione locale prevede di destinare l’area (in tutto oltre 55mila mq) ad alberghi, musei, scuole, e parcheggi, dividendo il complesso in tre sezioni e abbattendone una parte.
Nel periodo che va dalla dismissione produttiva alla redazione del progetto ufficiale, il luogo viene però utilizzato da un nutrito gruppo di artisti, che ne usano gli spazi sia come residenza, sia per esposizioni, iniziative culturali e per la produzione artistica. Il progetto ufficiale trova quindi nei nuovi inquilini di Kaapeli degli oppositori, che ne difendono un uso più libero e aperto fondando un’associazione chiamata semplicemente “pro Kaapeli”, nel 1989. A questo gruppo si uniscono forze nazionali e locali, e si ottiene, agli inizi degli anni Novanta, che il progetto di pro Kaapeli sia considerato una valida alternativa. In particolare, la commissione incaricata di progettare le attività culturali della città di Helsinki è vicina all’associazione, perché considera la tutela dell’intero edificio, ma soprattutto il milieu artistico e creativo che si è sviluppato spontaneamente, come un importante valore per la città, contribuendo anche a ripensare il ruolo di artisti e squatters come una risorsa della collettività, e non come un problema.
Il progetto, nato dall’uso spontaneo degli artisti che valorizza in particolare le grandi dimensioni dell’edificio, il potenziale espressivo legato agli ampi spazi concessi al vuoto e la relazione con la tecnologia che caratterizza l’identità del quartiere, finisce per vincere, anche aiutato dai costi iniziali più accessibili rispetto al progetto originario.
Oggi, i 50mila mq di cui dispone Kaapeli, di proprietà della città di Helsinki, sono gestiti attraverso una compagnia che si occupa del marketing del centro culturale, della struttura e degli affitti (a breve o a lungo termine, rappresentano la principale entrata economica di Kaapeli). I clienti sono artisti, associazioni o compagnie private, che trovano a Kaaapeli spazi e contesti in cui sviluppare attività artistiche e culturali per la città. Complessivamente, nei teatri, sale espositive, laboratori (inclusa una emittente radiofonica e uno studio televisivo), impianti sportivi, case editrici e librerie, caffè e ristoranti che compongono Kaapeli, lavorano circa 900 persone; 200.000 sono i visitatori all’anno.
Progressivamente, Kaapeli viene riconosciuta come un centro artistico indipendente di valore europeo, e entra a far parte della rete TransEuropeHalles , di cui è membro da oltre quindici anni.


4.3.1 La scienza e il sogno di un diverso sviluppo: Bagnoli, Napoli.
 “La qualità di quest’impresa sia per il pubblico sia per il singolo sarà più grande di quanto si possa immaginare. Per quanto riguarda il pubblico, essa aprirà gli occhi alla gente, stimolerà le invenzioni, offrirà belle visioni, istruirà le persone con un numero infinito di novità utili e ingegnose. Tutti coloro che attuano una nuova invenzione o un progetto ingegnoso potranno venire e trovare un mezzo per farli conoscere, traendo da ciò qualche profitto. Sarà una banca di tutte le invenzioni e diventerà un museo di quanto è possibile immaginare. Un serraglio. Macchine semplici. Osservatorio. Teatro anatomico. Museo rarità. A esso si rivolgeranno per iscritto tutte le persone dotate di curiosità”. E’ con queste parole che Leibniz (citato in Beretta, 2002) descrive, nel XVII secolo, la sua proposta di un museo “nuovo”, nel quale è possibile leggere in nuce alcune idee chiave che guideranno la creazione dei musei della scienza di epoca contemporanea.
Il primo museo della scienza ancora in attività, concepito con una chiara intenzione divulgativa e interattiva, è l’Exploratium, voluto dal fisico Oppheneimer a San Francisco, nel 1969. Dopo questa esperienza, tuttora attiva e di grande successo, molti altre iniziative analoghe nascono in Europa e negli Stati Uniti. L’esperienza della Città della Scienza di Napoli si realizza in un contesto molto diverso da quello modenese, ma dal quale è possibile trarre alcuni spunti di riflessione.
A Napoli, come a Modena, l’onda della dismissione industriale arriva negli anni Ottanta, facendo emergere le criticità ambientali prodotte dal periodo industriale, e generando pesanti conseguenze sociali, descritte nel romanzo-testimonianza di Ermanno Rea, La dismissione.
Bagnoli, dove sorge oggi la Città della Scienza, ha rappresentato fin dagli inizi del Novecento il polo occidentale della Napoli industriale, un’area in cui nel secondo dopoguerra si concentrano alcuni grandi complessi industriali a gestione pubblica, quali l’Eternit (chiusa a causa del riconoscimento della tossicità del suo principale prodotto, l’amianto), la Cementir, la Federconsorzi, e l’Italsider, uno dei più grandi stabilimenti siderurgici d’Italia.
Quest’ultima, descritta da Rea come la fabbrica di Napoli per antonomasia, che occupa negli anni Settanta oltre 7600 operai, nel 1986 ne conta 2400: una riduzione delle maestranze del 70%, che conferma la consapevolezza diffusa di una chiusura ormai inevitabile. La dismissione di Bagnoli è profondamente diversa da quanto avviene nel modenese: se per le Fonderie si tratta di un trasferimento di funzioni legato ad esigenze produttive e urbanistiche mutate, a Napoli la chiusura sancisce la fine di una stagione di speranza nella creazione di un benessere economico e sociale legato all’industria, che l’Ilva (in seguito Italsider, dopo fusione con le acciaierie di Cornigliano nel 1961) era stata capace di alimentare (Greco P., 2006: 60-67).
Nel 1987, mentre la dismissione diviene certa, e progressivamente si realizza, fino alla chiusura definitiva dell’impianto, la rivista del PCI Rinascita pubblica un articolo del fisico Vittorio Silvestrini, in cui si propone un modello di sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno, che include il territorio, la cultura e la capacità di lavoro ad essa legata. Quello che propone è una valorizzazione dell’ambiente fisico e culturale delle città del sud, e un trasferimento di conoscenza dai centri di ricerca (e il riferimento diretto è ai dipartimenti più attivi dell’Università di Napoli) agli imprenditori locali, agli artigiani, agli operai “dismessi”, ai giovani. Anche alla grande impresa, ma con un’attenzione volta soprattutto al miglioramento del prodotto, e non al taglio dei costi del processo produttivo. Silvestrini evidenzia la connessione tra una società economicamente fondata sulla conoscenza, e la necessità di una divulgazione del sapere che assume in questo senso non solo un ruolo culturale, ma anche di inclusione sociale e di creazione di opportunità, legando strettamente sapere e democrazia (Silvestrini in Greco, op. cit.: 18-23). E’ dall’incontro tra il fallimento di un modello di sviluppo – quello della grande industria, che nel caso di Bagnoli non ha saputo innovarsi – e la visione di un’alternativa, che nasce l’idea della Città della Scienza. A sostenerla, vi è anche da segnalare l’iniziativa Futuro Remoto, tenutasi a Napoli, nel centro fieristico Mostra d’Oltremare a partire dal 1987 (il primo anno, in coincidenza con il congresso annuale della Società Italiana di Fisica), sempre coordinata dal gruppo di cui fa parte Silvestrini: una serie di incontri, convegni, concerti e spettacoli per avvicinare il pubblico alle conoscenze scientifiche, per dibatterne il ruolo sociale e culturale, per sperimentare nuove forme di comunicazione pubblica del pensiero scientifico.
A Napoli, la fine degli anni Ottanta vede quindi la maturazione dell’iniziativa di Futuro Remoto (tuttora attiva), e il rafforzarsi di una proposta, quella di uno spazio stabile per le attività di divulgazione e promozione scientifica, e di un gruppo, che stabilisce reti di contatti con le Amministrazioni locali, la Camera di Commercio, l’Università, la Regione, le imprese, la città. Si costituisce infatti la Fondazione IDIS, Istituto per la diffusione e la valorizzazione della cultura scientifica, che fa suo il progetto della Città della Scienza come scopo statutario. Negli stessi anni si completa la chiusura delle industrie di Bagnoli, fino alla messa in vendita degli spazi abbandonati nel 1991: il progetto della Città della Scienza svolge un ruolo fondamentale nello sbloccare un empasse decisionale sul futuro dell’area. Nei primi anni Novanta il progetto trova gli appoggi necessari alla sua realizzazione, attraverso una collaborazione interministeriale (MURST e Ministero del Bilancio) e con la Regione Campania, che investono fondi della legge 80 (ex terremoto), e del co-finanziamento europeo, per una spesa complessiva di 104 miliardi (Bodo, Demarie, 2004, scheda analitica “Città della Scienza e Fondazione IDIS”).
Il percorso di creazione della Città della Scienza si è articolato, in sintesi, su tre passaggi: la realizzazione di un evento, Futuro Remoto, e la costituzione di un gruppo e di una rete di attori e interlocutori; la creazione di una Fondazione più stabile, che ha svolto il ruolo di interlocutore e di promotore del progetto; la concreta realizzazione di uno spazio permanente, che ha condotto alla rigenerazione fisica di un’area problematica, e che si propone come motore economico e sociale per la città.
Oggi, la Città della Scienza  si compone dello Science Centre, in cui si realizzano mostre ed eventi per la divulgazione scientifica; di un Business Innovation Centre (BIC), che offre servizi specialistici, spazi e strumentazioni alle imprese del territorio, in particolare a quelle che si occupano di ambiente, tecnologia e comunicazione, per le quali funge da “incubatore di impresa”; di un centro dedicato alla formazione e all’orientamento. Nell’area, di oltre 60mila mq, le attività svolte sono moltissime, e ben presentate attraverso il sito internet. Attualmente, le presenze sono oltre 300mila l’anno.
Come ricordano Bodo e Demarie (2004), è utile, anche per la realtà modenese, distinguere tra quelli che vengono definiti Science Centre, come la Città della Scienza, e i Musei della scienza e della tecnica più tradizionali: se i secondi basano la loro attività sulla ricostruzione di un sapere tecnico-scientifico e sull’esposizione di collezioni, i primi hanno invece un orientamento didattico-esperienziale, in cui il visitatore è chiamato a interagire attivamente con ciò che viene di volta in volta proposto, con lo scopo di attivare l’innovazione.
Si tratta di un approccio molto più dinamico, volto a far conoscere l’innovazione e il cambiamento continuo della ricerca scientifica, che ci sembra particolarmente in sintonia con gli obiettivi espressi dal progetto modenese.
Kaapeli e Città della Scienza rappresentano due pietre di paragone piuttosto diverse tra loro: se la Cable Factory finlandese è orientata alla produzione e al consumo di beni e attività artistici, alla comunicazione, alla cultura, l’esperienza napoletana è invece volta alla scienza e alle potenzialità economiche della ricerca e dell’innovazione. Entrambe però sono accomunate dall’essere il frutto di un progetto ambizioso, radicato in alcuni settori della società civile, che hanno saputo trovare canali per essere ascoltati anche dal versante politico. Hanno, in altre parole, trovato soluzioni nuove, senza procedure prestabilite; e hanno contribuito al recupero fisico di enormi complessi industriali, senza stravolgerne le forme, ma anzi, valutandole un valore aggiunto, capace di dare ulteriore risalto al progetto.


4.4 Alcune riflessioni sulle politiche
La necessità, non più derogabile, di dare un senso nuovo allo spazio delle ex Fonderie di Modena, ha messo in moto energie e risorse, ha offerto alla pubblica discussione la possibilità di ragionare su temi quali memoria, sviluppo e rigenerazione urbana, ha chiamato in causa i modelli decisionali locali.
Alla luce della proposta emersa dal tavolo di confronto, e tenuta in considerazione l’attenzione al campo della cultura che è oggetto della presente ricerca, ci siamo chiesti quale ruolo assumano e possano assumere le politiche culturali nei processi in corso.
Nella primavera del 2007 a Modena è stata avviata da parte dell’Amministrazione Comunale una serie di incontri e riflessioni sul tema della cultura, chiamato Stati Generali della Cultura, con l’esplicito scopo di coinvolgere gli attori economici e sociali nella promozione della cultura in città. Il pensiero retrostante è che la cultura sia un’occasione di sviluppo economico che Modena non può mancare, e che questa idea debba diffondersi e diventare un metodo riconosciuto. Gli ambiti entro cui si muovono gli Stati Generali della Cultura, riportati dall’Assessore, sono i luoghi (e l’Assessore cita in particolare il complesso del Sant’Agostino, l’ex Amcm, il Museo Casa Natale di Enzo Ferrari, l’area del San Geminiano che ospiterà la nuova Facoltà di Legge), i temi (con un’attenzione verso il contemporaneo), e la promozione della capacità attrattiva della città, sia da un punto di vista turistico, sia di risorse umane. Come si vede, questi argomenti non si distanziano molto da quelli che animano il progetto DAST alle ex Fonderie, che però è rimasto finora piuttosto lontano dal quadro delle politiche culturali modenesi.
L’intreccio tra attività culturali e recupero fisico di parti della città è ormai una pratica piuttosto diffusa in Europa, rispetto alla quale è possibile reperire una vasta casistica (si veda ad esempio Urbact, 2007). In questo campo piuttosto ampio, risulta particolarmente utile lo studio di Evans (2005), il quale suggerisce tre tipologie di intreccio tra rigenerazione e cultura.
La culture-led regeneration, implica l’azione di un ente culturale di spessore, che si occupa di intervenire anche fisicamente su un edificio dismesso o costruendo ex-novo una struttura di prestigio. Si punta a sottolinerare, in questo caso, l’unicità dell’intervento, che spesso però è il più visibile, ma meno significativo, elemento di una strategia di valorizzazione più ampia, per innalzare il valore immobiliare e sostenere lo sviluppo economico. Evans non manca di rilevare i fallimenti che molti di questi interventi hanno registrato nei confronti della popolazione locale, dimostrandosi incapaci di diffondere la ricchezza prodotta e allontanando i residenti a causa dell’accresciuto valore dei suoli.
Il secondo modello è quello della cultural regeneration, in cui la promozione culturale diventa parte di una strategia che è anche sociale, ambientale ed economica per determinate aree urbane o per l’intera città. Si punta più l’attenzione sui produttori di cultura, e sulle comunità artistiche locali ed esterne, avendo in mente la logica del distretto culturale: costruendo cioè, sia un’offerta valida per il pubblico, sia un ambiente ideale per artisti e creativi.
Infine, un modello “di risulta” nello schema di Evans, ma che nella pratica è molto diffuso, è quello che viene definito culture and regeneration: la cultura cioè, non è integrata nelle strategie di rigenerazione urbana, spesso semplicemente perché le responsabilità sono suddivise in modo rigido entro l’amministrazione, e alla cultura è assegnato un ruolo spesso ancora marginale. Quando non è così, un’altra ragione può essere che chi si occupa di pianificazione e chi lavora nella programmazione delle attività culturali non sono abituati a pensarsi come possibili collaboratori, non solo genericamente, ma anche attraverso programmi ben precisi.
Naturalmente, quando si indaga un caso concreto, le classificazioni mostrano i loro limiti: nell’insieme dei processi di governance che interessano una città, possono infatti coesistere questi tre atteggiamenti, magari applicati a luoghi diversi. E quindi, se nel caso del complesso del Sant’Agostino, le politiche culturali hanno saputo legarsi alla pianificazione urbana e all’esigenza di valorizzare le istituzioni culturali già esistenti locali (la Galleria Civica, la Biblioteca Estense...), coinvolgendo finanziariamente un attore forte come la Cassa di Risparmio, nel caso delle ex Fonderie il coinvolgimento del settore cultura è stato molto più basso, e complessivamente non significativo. In generale, l’opzione delle attività culturali come azione strategica per il recupero di un intero quartiere industriale, non è stata intrapresa. Anzi, piuttosto esplicitamente l’Assessore sottolinea come sia il centro storico la sede privilegiata di attività culturali di alto livello; negli altri quartieri è ritenuto invece importante garantire servizi di base, che sono assicurati dalle biblioteche comunali e dalle polisportive.
Un’iniziativa come quella di Amigdala-Spazio Le Lune (rappresentata da F.R.), un’associazione che gestisce uno spazio dedicato alla sperimentazione teatrale nel quartiere Sacca, in una zona prettamente industriale, appare da questo punto di vista eccentrica, ma in linea con quanto si auspica per le ex Fonderie: uno spazio, cioè, che propone un’offerta culturale in un contesto meno tradizionale, capace di riqualificare aree urbane sicuramente carenti da questo punto di vista, attraverso iniziative attrattive per tutta la città. Un merito nel processo che ha portato alla redazione del progetto DAST va anche nell’aver saputo porre all’attenzione pubblica e dei decisori un tema, che suona paradossalmente nuovo per una città che è da anni connotata negativamente da vasti vuoti urbani lasciati dal passato industriale.
L’esperienza delle ex Fonderie ha messo in luce quindi l’importanza della discussione pubblica, che si è avviata anche spontaneamente, ben prima dell’avvio dell’iter partecipativo. Da questo punto di vista, è interessante notare come la destinazione originaria, riservata ad uffici ed ambulatori, non avesse suscitato le medesime reazioni contrarie che ha invece generato nel 2005-2006 l’ipotesi di privatizzazione. Si potrebbe ipotizzare che il rispetto di una funzione comunque pubblica, di servizio per la collettività, abbia reso in prima battuta più accettabile o anche gradito quel progetto, sebbene poco o nulla orientato alla memoria urbana.
L’attenzione viva intorno al luogo è da vedersi quindi come una risorsa, che impedisce una deriva verso una gestione eccessivamente orientata al privato dei luoghi più significativi della città. In un articolo pubblicato per il progetto modenese “Le città sostenibili”  sul caso del Lingotto di Torino, De Pieri (2003) ricostruisce il percorso decisionale e le relazioni tra la Fiat e la città, evidenziando il manifestarsi di un’egemonia di stampo diverso da quella tradizionale, edilizio-speculativa: la Fiat infatti si propone mediaticamente alla città e sulla scena internazionale  come un attore alternativo a quello pubblico, capace di orientare lo sviluppo urbano della città negli anni Ottanta, salvo poi diluire (ma non diminuire) la sua influenza, e di conseguenza spostare l’attenzione verso altri fronti dello sviluppo urbano torinese, negli anni Novanta. Come osserva De Pieri, il caso del Lingotto ci induce da una parte a sottolineare l’inderogabile ruolo dell’attore pubblico, anche e soprattutto in presenza di attori forti sul territorio, di cui la città di Modena non è certo, e questo è ovviamente anche un bene, carente. Dall’altro, ci ricorda il rischio di letture affrettate, di contrapposizioni schematiche tra azione pubblica e privata, tra piano e progetto, spesso incapaci di dare conto della complessità urbana. “Il caso del Lingotto reca così tutte le tracce di uno dei pericoli che le società urbane sembrano correre con più frequenza: quello di costruire forme di autorappresentazione eccessivamente semplificate, basate su astrazioni la cui utilità per gli attori in gioco e la cui ampia diffusione sono inversamente proporzionali alla pertinenza descrittiva, alla capacità di costruire immagini sufficientemente articolate dei processi di trasformazione. In un mondo spesso genericamente descritto come “complesso”, la semplificazione e l’elementarismo restano mosse analitiche di successo, mentre scarseggiano gli spazi di osservazione capaci di produrre pratiche descrittive complesse e non immediatamente strumentali. La vicenda mostra come quello della circolazione dei saperi e delle rappresentazioni urbane sia uno dei processi su cui la nostra conoscenza del contemporaneo è più carente” (De Pieri, 2003: 227).
Nel caso modenese, si è giunti alla realizzazione di un processo partecipativo attraverso un percorso che ha avuto sostanzialmente due motori: da una parte, la società civile, che si è mobilitata in opposizione alla privatizzazione; dall’altro, il Consiglio comunale che, riscontrato il blocco decisionale, ha lasciato spazio alla proposta di un percorso alternativo provenuta dall’Assessorato al Bilancio e alla Partecipazione, entro cui erano già state avviate esperienze in questo senso, come il bilancio partecipativo, seppure con alcune differenze. Innanzitutto perché quello delle ex Fonderie è il primo progetto “ufficiale” e aperto a tutti i cittadini che si concentra su un caso specifico, su un luogo ben delimitato, tra l’altro di vaste proporzioni rispetto alla scala urbana: si è partiti, in altre parole, da un contenitore vuoto cercando di assegnargli funzioni nuove, arrivando a prefigurare un progetto di massima. Inoltre un’altra novità è che il processo è stato definito e seguito con un gruppo di consulenti esterni. Non si è trattato quindi di un espressione di bisogni, disagi o proposte, individuali o collettivi, fatti presenti alla pubblica amministrazione (come avviene spesso nel bilancio partecipativo già attivo da tre anni) in alcuni incontri pubblici, ma di un vero e proprio lavoro progettuale di un gruppo che si è formato in vista della riqualificazione del luogo.
Cambia quindi il ruolo dell’attore politico che, se rimane come motore iniziale del processo decisionale partecipato, affida però al tavolo creativo che si forma con attori auto-proposti la responsabilità di rappresentare interessi collettivi, in un contesto di attori con pesi altamente disomogenei. E se questo è da una parte un punto di forza, perché permette dialoghi, contaminazioni e incontri inusuali e potenzialmente portatori di novità, d’altro canto vi è il rischio che vengano aggirate altre sedi, più informate, di dibattito, che potrebbero offrire spunti critici utili alla città. La funzione del Consiglio comunale non dovrebbe probabilmente ridursi a quella di semplice “recettore” (o “non recettore”) della proposta, ma lasciarsene da un lato arricchire, ad esempio riconsiderando il ruolo delle politiche culturali nella rigenerazione fisica e della conoscenza nello sviluppo economico urbano, come si è accennato; dall’altro, dovrebbe sapere mantenere una funzione di sorveglianza critica dell’interesse collettivo, che non può essere delegata a un meccanismo partecipativo, per quanto inclusivo, e in cui ci sembra che il Comune possa sentirsi supportato da un’attenzione viva che i cittadini manifestano per i luoghi che hanno fatto e, speriamo, faranno, la cultura urbana della città di Modena.


5. La Casa delle Culture e Modena al plurale*
La relazione tra politiche culturali e diversità culturale appare, negli orientamenti dell’Unione Europea, come una conquista relativamente recente: un primo studio comparativo su questa relazione è stato realizzato nel 2001 (Bennet, 2001), mentre nel corso del 2007 è stata elaborata una bozza per la prima Agenda Europea per la Cultura, articolata intorno a tre obiettivi, il primo dei quali è appunto la “promozione della diversità culturale e del dialogo tra le culture” . Il 2008 è stato inoltre dichiarato anno del dialogo interculturale .
A questa attenzione fanno riscontro probabilmente le difficoltà attraversate dalle diverse politiche nazionali, che hanno affrontato attraverso macro-modelli la gestione del fenomeno. Il rafforzarsi di comunità segregate, le disparità socio-economiche che si protraggono anche alle seconde e terze generazioni, fino alle più gravi esplosioni di violenza impostate almeno a un primo sguardo su diversità etniche o religiose, sono fenomeni manifestatisi in molti Paesi europei, che pure hanno seguito percorsi di gestione del fenomeno anche molto diversi (Bloomfield, Bianchini, 2004).
Risulta necessario precisare che il campo in cui ci addentriamo, cioè quello della diversità culturale, e di come può essere interpretata e gestita dalle politiche culturali, è molto ampio, e molto frequentato. Da un punto di vista teorico, il riferimento è al pensiero antropologico e sociologico, che ha dovuto fare i conti con i processi di globalizzazione, anche se per ridimensionarne in parte la portata di assoluta novità, e per ribadire che le culture, così come i luoghi, sono costituzionalmente ibride (si veda ad esempio: Amselle, 2001; Massey, 2001; Mantovani, 2004). Non si tratta semplicemente di uno spunto teorico: attraverso le esperienze delle seconde e terze generazioni, infatti, appare ormai evidente come una lettura delle culture come noccioli identitari distinti diventi particolarmente inappropriata. Come osserva Bhabha (2006: 293-326), questa interpretazione ignora l’esistenza tra il “noi” e “l’altro” di un terzo territorio, uno spazio basato sull’imprecisione irrisolvibile dei tentativi di traduzione, dove culturalmente crescono, appunto, i figli di immigrati. Verso questo spazio incerto e mobile, anche le politiche illuminate dai migliori propositi ma radicate in una logica di incontro/scontro di culture/civiltà, falliscono, perché non adeguate a includere l’ibridazione non come un accidente, ma come la norma della vita culturale degli individui e dei gruppi.
Entro questa cornice, si inserisce l’ampio dibattito tra i diversi modi di leggere e orientare la diversità culturale, dibattito che influisce poi sul livello normativo. Questo secondo ambito comprende il vasto campo delle politiche, sopranazionali, nazionali e locali, e di come queste abbiano affrontato la questione immigrazione, che è il fenomeno più vistoso, ma non l’unico, che è chiamato in causa quando si parla di diversità. E se il livello delle politiche culturali legate alla diversità, cioè l’ambito verso cui orienteremo almeno idealmente la nostra attenzione, appare spesso come un tema legato al contesto urbano, esso non può che subire gli effetti dei livelli decisionali superiori, in tema di diritti e doveri del migrante.
Inoltre, un terzo versante è quello delle pratiche urbane: se si pensa alla cultura come a un mezzo attraverso cui si esprimono, e quindi si mettono in relazione, le appartenenze, una lettura interpretativa è un’altra possibile via d’accesso per comprendere i cambiamenti culturali in corso nelle città europee.
Per il presente lavoro, occorre necessariamente non solo restringere di molto il campo, stabilendo una prospettiva molto più ristretta ma che si riallaccia inevitabilmente a queste, ma soprattutto adottare un processo inverso: il caso particolare della Casa delle Culture (esattamente come si è cercato di fare con le ex Fonderie Riunite) è visto come un mezzo per riflettere intorno al tema della diversità culturale nella città di Modena.
L’interesse per le questioni legate alle culture immigrate a Modena nasce da due premesse. Innanzitutto, pensiamo che la presenza di gruppi provenienti da Paesi europei ed extraeuropei possa con ogni evidenza, a vent’anni dall’inizio del processo migratorio più massiccio, considerarsi un fenomeno stabile, costitutivo delle realtà urbane contemporanee in generale, e della città di Modena in particolare. Alla luce di questa considerazione, una prima impressione, che abbiamo cercato di verificare, è che le attività culturali nella nostra città non riescano ancora a incontrare pienamente questo cambiamento sociale.
D’altra parte, riteniamo che le politiche culturali abbiano un potenziale notevole nel favorire il dialogo tra le culture, un potenziale che andrebbe quanto meno messo alla prova. Ci sembra che il discorso ufficiale sulle politiche culturali urbane si sia, soprattutto recentemente, appiattito sul legame tra politiche culturali e sviluppo economico, relegando al settore delle politiche sociali, con le conseguenze velatamente discriminatorie che questo atteggiamento comporta, il tema del dialogo tra gruppi diversi in ambito urbano.
Una domanda che ci si può fare è se e come le politiche culturali possono rispondere a un bisogno di dialogo, che ha di per sé, come vedremo nel caso modenese attraverso le parole di chi opera nel campo, molti elementi di difficoltà. Non è infatti semplice rintracciare e valutare casi di dialogo interculturale effettivamente riuscito, promosso da un’azione politica consapevole: il caso della città inglese di Leicester, di cui si darà breve descrizione, è particolarmente interessante da questo punto di vista. D’altra parte, l’enfasi sulla diversità culturale che viene suggerito nei più recenti documenti dell’Unione Europea ci sembra un primo passo in una direzione di maggiore attenzione verso questo tema, soprattutto per chi è chiamato a programmare la vita culturale nelle città.
Nella prima parte si ricostruirà la storia della Casa delle Culture, così come viene presentata dagli attori che hanno attivamente contribuito alla sua nascita, e nella documentazione disponibile sul sito. Lo scopo è quello di chiarire il percorso già fatto, e comprendere le direzioni che orienteranno l’azione futura. Il confronto con altre esperienze regionali ci aiuterà a cogliere le peculiarità del caso modenese.
Nella seconda parte, si cercherà di offrire un quadro, sicuramente soltanto introduttivo, dei modi in cui il fenomeno della diversità culturale si è posto alla città di Modena, e di come la questione sia interpretata dalla Casa delle Culture, principalmente attraverso le parole degli intervistati.
La terza parte presenta alcuni dei punti del dibattito in corso a livello europeo sui limiti degli approcci tradizionali, in particolare del multiculturalismo: verrà suggerita la necessità di una riflessione più ampia, che abbracci il pensiero sulla cultura. Il caso della città di Leicester, infine, condurrà di nuovo al contesto urbano, come un oggetto di osservazione privilegiato.


5.1 La Casa delle Culture: domanda, idea, progetto...
La Casa delle Culture è innanzi tutto una Associazione di associazioni; è però al contempo anche un luogo fisico, situato in un vecchio fienile ristrutturato in via Wiligelmo 82, a Modena, dove le associazioni che la compongono possono trovare una sede per le loro attività, e dove realizzano attività coordinate.
Inaugurata ufficialmente il 27 maggio del 2006, è però dal 1999 che ha inizio il percorso per la sua creazione, ritenuto particolarmente importante dai diversi testimoni partecipanti al progetto. Negli anni, infatti, attraverso punti di stallo, abbandoni e nuove adesioni, orientamenti progressivi dell’azione, si è costituito intorno a un gruppo di persone promotrici una rete di relazioni e apprendimenti di cui la Casa beneficia anche oggi, e che ne costituisce il motore principale.
La Consulta Provinciale per l’Immigrazione rappresenta la prima istituzione-incubatrice per il progetto: è composta da alcuni Presidenti di associazioni straniere presenti sul territorio, da soggetti istituzionali, da rappresentanti del mondo del volontariato e del terzo settore, dall’Università, e in generale dai soggetti che sul territorio hanno relazioni e lavorano con il mondo dell’immigrazione . Alla fine degli anni Novanta, quando Valter Reggiani ne è il Presidente, si constata un calo di partecipazione alle attività da parte dei rappresentanti delle associazioni di stranieri, che esprimono le difficoltà nel mantenere attivo il dialogo con le istituzioni e con i propri associati, soprattutto a causa della mancanza di spazi fisici adeguati, in cui ritrovarsi e svolgere le attività.
Sulla base di questo stimolo, la Provincia, nel 1999, attraverso il Centro Servizi per il Volontariato (CSV), promuove un corso per responsabili di associazioni straniere, cui prendono parte otto associazioni, sia italiane sia straniere, curato da Elena Butani (responsabile dell’area documentazione del CSV) . Il corso viene organizzato in quattro giornate, e si articola intorno ai temi dell’associazionismo in Italia, delle modalità di relazione con le istituzioni, della dinamica di gruppo e della soluzione dei conflitti. E’ prevista inoltre la redazione di un progetto: è così che nasce l’idea della Casa delle Culture, uno spazio che risponda al bisogno di una sede fisica per le associazioni, ma anche in cui sperimentare e proporre modi di convivenza tra italiani e stranieri, attraverso la forma della Associazione di associazioni. Il lavoro intorno a questa idea prosegue oltre i confini del corso, in un’altra giornata seminariale, e in incontri organizzati spontaneamente. Anche il numero dei partecipanti cresce, fino a includere in totale diciotto associazioni. La creazione di nuove relazioni era d’altra parte uno degli obiettivi degli incontri organizzati dal CSV.
Valter Reggiani presenta quindi il progetto alle amministrazioni di Comune e Provincia, le quali lo accolgono con favore, ma chiedono forme di garanzia. In questo, danno un contributo l’ARCI, l’ACLI e la Caritas, che collaborano alla stesura di due Statuti, uno per la Casa delle Culture, e uno per il Coordinamento delle Associazioni Straniere della Provincia di Modena. Dopo questa prima fase, in cui l’idea ha trovato sostenitori e partecipanti, segue un periodo di silenzio, in cui sembrano allentarsi i legami della rete tra le varie associazioni promotrici, e sfumare di conseguenza la realizzabilità concreta.
Nel 2001, grazie anche all’iniziativa del CSV l’idea trova nuove energie: attraverso la creazione di un progetto-ponte, chiamato Verso la Casa delle Culture, che si pone come obiettivo quello di riallacciare i contatti con le Associazioni, e di riaprire il dialogo con la Consulta Provinciale per l’Immigrazione. In questa fase viene nominato un coordinatore, Girolamo Staltari, che è anche oggi parte della gestione della Casa delle Culture, come unico dipendente non volontario.
Sempre nel 2001, il Comune di Modena individua in un vecchio fienile da ristrutturare una possibile sede per la futura Casa, con costi per sistemazione fisica del luogo stimati intorno ai 500.000 euro. Viene attivato, sempre attraverso il CSV, un percorso formativo in ricerca fondi, che contribuisce a riallacciare il gruppo delle associazioni, oltre a fornire competenze che sono comunque necessarie ad ogni associazione, compresa la futura “Casa delle Culture”.
Gli anni che vanno dal progetto-ponte all’inaugurazione sono caratterizzati da slanci e false partenze: da un punto di vista finanziario, dal Comune si ottengono, in due fasi, le risorse per coprire interamente i costi di ristrutturazione. Nel 2005 arrivano anche i finanziamenti per gli arredi, grazie alla Fondazione Cassa di Risparmio. Prima però di raggiungere questi risultati si stabiliscono contatti con le istituzioni locali, che però non riescono a diventare formalizzati e continuativi, sebbene comunque utili per fare conoscere il progetto. Si ri-costituiscono inoltre i legami con le associazioni interessate, attraverso tavoli di lavoro e percorsi formativi, sempre con la collaborazione del CSV. La sede è la polisportiva San Faustino: dal febbraio 2004 al maggio 2005 i rappresentanti delle associazioni (che tra defezioni e nuovi ingressi superano le venti unità), si incontreranno mensilmente, rivedendo lo statuto e discutendo obiettivi e orientamenti. In questa fase, il gruppo si costituisce come Associazione di secondo livello , e inizia a preparare l’inaugurazione, che avviene un anno dopo, nel maggio del 2006.
Come si vede, la costruzione di un luogo, nato come esigenza primaria di uno spazio fisico, è divenuto poi una “Casa”, la cui creazione e gestione richiedono e generano apprendimenti continui, incontro, forme di convivenza. I protagonisti segnalano alcune delle difficoltà e dei problemi superati in questa fase.
Innanzitutto, la ricerca di una sede adeguata. Come ha osservato L.H.: “Anche la battaglia che è stata necessaria per ottenere la sede è stato una fase importante: ad esempio, erano stati offerti capannoni, o luoghi periferici, che sono stati rifiutati, perché non si voleva che la Casa delle Culture fosse relegata fuori città, fisicamente emarginata”.
Un’altra questione che il processo costitutivo ha affrontato è stato il rapporto con la sfera politica: si sono registrate difficoltà nel far comprendere il progetto, che poteva venire inteso come un luogo di sostegno all’associazionismo straniero, con i problemi di pregiudizio e chiusura che questa lettura avrebbe potuto incontrare nell’inserirsi nel territorio. Il ruolo di V.R. è riconosciuto in generale dagli intervistati come molto importante nel costruire il dialogo con le istituzioni. Lo stesso V.R. testimonia che, una volta stabilita con chiarezza la linea che si sarebbe voluto seguire, e identificato lo spazio idoneo, il Comune si è dimostrato disponibile a finanziare i costi di ristrutturazione, e la Fondazione Cassa di Risparmio ha contribuito per gli arredi e le attrezzature. Anche con il quartiere si sono stabilite relazioni giudicate positive: la Polisportiva San Faustino ha infatti concesso gli spazi necessari agli incontri di preparazione nel lungo periodo precedente all’inaugurazione della Casa.
Un terzo elemento di difficoltà è stata la costruzione ma soprattutto il mantenimento di una rete tra le associazioni che avevano segnalato la volontà di fare parte del processo. In questo, ha giocato un ruolo, secondo T.MC., anche il peggioramento delle leggi nazionali in materia di immigrazione, che sono apparse come un ulteriore fattore di precarizzazione della posizione del migrante entro la società civile italiana. Non è difficile comprendere come, passando attraverso l’inasprimento delle condizioni di vita reali e quotidiane delle persone, il livello nazionale possa influire negativamente anche sul livello della partecipazione e dell’inserimento locali.


5.2 ...definizioni, direzioni, confronti.
Che cos’è la Casa delle culture per chi la vive, o la conosce? Dalle parole degli intervistati emergono alcuni primi spunti di riflessione.
La definizione di V.R. è quella più istituzionale, in coerenza con il suo ruolo di Presidente: “La Casa delle Culture è: un’associazione di associazioni, da un lato. Associazioni di italiani e stranieri, circa 30, 20 straniere e 10 italiane. Dall’altro lato, è anche un luogo fisico, dove le associazioni devono sentirsi a casa propria, non a caso l’abbiamo chiamata “casa”. Alle associazioni più deboli, che coincidono in genere con molte di quelle straniere, viene offerta l’opportunità di poter crescere, nel senso di aumentare la loro capacità di autonomia. L’opportunità viene offerta attraverso l’utilizzo degli spazi e vivendo e convivendo con associazioni italiane e straniere già forti e autonome”.
E se T.MC. sottolinea i principi di pace, di diritti umani, di cultura, attraverso cui vengono promosse le culture di appartenenza, L.H. ne dà una descrizione sintetica ma densa, cioè quella di “laboratorio interculturale”: un laboratorio è inteso come un “continuo ricercare la convivenza, le regole del dialogo, una nuova cultura. Questo per me è un laboratorio”. Con interculturale poi, L.H. non intende solo la relazione tra culture “straniere” e cultura locale: si parte infatti dal riconoscimento che la diversità c’è anche, ad esempio, tra l’ACLI e l’ARCI, tra i generi, tra le generazioni. Il tentativo di non irrigidire l’interpretazione del plurale come una giustapposizione che vede da una parte un “noi” e dall’altra un universo fatto di altri “noi”, rigidamente distinti e distinguibili, viene approfondita da D.C., che problematizza il nome della Casa delle Culture: “Sai, anche la parola Casa delle Culture, che appare tanto avanzata e io la rispetto, ma contiene forti ambiguità. Perché “le culture”, pur essendo pluralista, comporta equivoci molto gravi, come se le culture fossero entità compatte. Che non sono. Perché le culture camminano solo con le gambe delle persone. Sono le persone che hanno diverse culture. Paradossalmente le culture riferite ai confini penalizza; riferita alle persone le valorizza. L’espressione Casa delle Culture è ambigua: perché se fosse allusiva delle rispettive culture delle persone, le quali creano nuove sintesi, perché quando si incontrano creano nuove forme di comunicazione e scambio, allora sarebbe un aspetto pienamente valorizzante. Però se allude alle Culture è una cosa che può comportare degli equivoci”.
Ad essere toccato è un aspetto cui abbiamo solo accennato, e rispetto al quale ci manterremo tangenziali lungo tutto il presente contributo: la questione, aperta ed essenziale, di cosa si debba intendere con cultura e culture, con dialogo interculturale, con multi-intercultura, con diversità.
Rispetto alle attività che vi si svolgono, la Casa delle Culture appare come uno spazio utilizzato in prima istanza dalle diverse associazioni che la compongono per organizzare riunioni, corsi, incontri. In questo, si è rilevato un processo di progressiva “appropriazione” del luogo, a partire dalla data di inaugurazione, ed arrivando ad oggi. E sempre in quanto “luogo” dedicato al confronto sui temi della diversità culturale, la Casa è stata anche utilizzata per organizzare corsi e incontri da parte di enti esterni, come la Provincia, l’Università, il Comune, alcuni dei quali pensati insieme al Consiglio direttivo della Casa. Sono inoltre stati realizzati alcuni momenti di riflessione aperti al pubblico: ad esempio, una conferenza con Augusto Carli sul tema del discorso xenofobo, e una serie di appuntamenti sul tema identità e religioni.
Per il futuro, oltre a rafforzare e sostenere le associazioni partecipanti, si punta di incrementare l’offerta di strumenti per migliorare la convivenza sul territorio: si pensa ad esempio, a corsi per tutti coloro i quali lavorano a contatto con un pubblico che appare sempre più “diverso”, senza avere, spesso, gli strumenti per decifrare il cambiamento (dipendenti dei centri commerciali, infermieri, autisti del servizio di trasporto pubblico, per riportare alcuni esempi).
Più in generale, si intende “alzare il tiro” (per dirla sempre con le parole di V.R.) del discorso con cui normalmente viene affrontato l’ampio campo di questioni che vanno dall’immigrazione all’integrazione, dalla diversità all’intercultura, senza però sottrarlo al confronto con chi vive la condizione di migrante in prima persona. I due aspetti, quello della riflessione teorica, e quello della ricerca di concrete pratiche di convivenza e scambio di esperienze, dovrebbero trovare spazio letteralmente sotto lo stesso tetto, e arricchirsi vicendevolmente.
Nelle parole degli intervistati, emerge la soddisfazione per avere creato qualcosa di nuovo, senza disporre di modelli; questa caratteristica è sottolineata da tutti coloro i quali, tra gli intervistati, hanno a vario titolo preso parte al lungo processo costitutivo della “Casa”. Pare inoltre che l’esperienza della Casa delle Culture di Modena sia guardata con interesse da altre città.
Esistono però, sia in Regione, sia nel Paese, molti centri interculturali, le cui caratteristiche possono apparire simili. Una ricerca specifica, condotta nella Regione Emilia Romagna (Bonora, Giardina, 2003) offre la possibilità di inserire l’esperienza della Casa delle Culture in un orizzonte più ampio, e di ricostruire alcune affinità e divergenze. Una prima descrizione di un “centro interculturale” è quella di “sedi di confronto fra nativi e migranti, la cui attività è dedicata in via prioritaria a favorire l’incontro e lo scambio di punti di vista e di esperienze, nel tentativo di migliorare la conoscenza reciproca delle specificità culturali, di diffondere una maggiore consapevolezza fra gli immigrati delle risorse e dei vincoli del territorio di accoglienza e di costruire percorsi partecipati di inserimento sociale. Si tratta di centri che, in Emilia Romagna, nascono recentemente e il cui progetto costitutivo spesso deriva dall’iniziativa spontanea di soggetti appartenenti al mondo associativo, che in seguito si convenzionano in vario modo con le istituzioni pubbliche locali, spingendo a volte queste ultime a far proprio il progetto iniziale e a dargli vita” (Bonora P., Giardina A., 2003: 17).
In Italia, in un panorama estremamente variegato, i centri interculturali vengono però complessivamente descritti come luoghi-risorsa, che si pongono al crocevia tra istituzioni ed enti di varia natura, con lo scopo di promuovere lo scambio non solo tra culture differenti, ma anche tra soggetti e operatori che provengono da mondi diversi (Favaro, 1999, in Bonora e Giardini, 2003); si tratta di progetti – inclusi nel no-profit - che trattano principalmente i temi dell’integrazione e della multiculturalità, dispiegando le attività con continuità, e avendo a disposizione un luogo fisico, per la documentazione, la progettazione, la riflessione (Bonora e Giardini, 2003: 24).
Ad emergere, come dato di particolare interesse per apprezzare la potenzialità di un centro di questo genere che si offre effettivamente come risorsa per la reciproca comprensione e per l’elaborazione di nuovi sistemi di convivenza, sono le relazioni: quelle che si instaurano internamente, tra gli operatori che svolgono un ruolo attivo nel progettare le attività, e quelle che si stabiliscono con l’esterno, con la molteplicità di attori presenti sul territorio. La natura di centro interculturale porta all’inclusione dei nuovi cittadini entro queste reti, con livelli di partecipazione attiva differenti, ma con lo scopo comune di rafforzarne la posizione sociale.
E se temi e forme sono sostanzialmente riconducibili alla descrizione fin qui riportata, il ventaglio di attività realizzate è più vario, e legato al singolo centro: in generale però, risulta prevalere l’orientamento alla formazione di insegnanti e educatori, confermando anche l’attenzione sviluppatasi entro la disciplina pedagogica per il tema dell’intercultura. Generalmente, vengono offerti materiali didattici, documentazione specifica, ma anche corsi, seminari, incontri di approfondimento. Un altra attività piuttosto comune sono i momenti di incontro aperti al pubblico per fare conoscere culture “altre”, attraverso eventi o feste.
Come si vede, il caso modenese mostra punti di contatto e di divergenza rispetto al quadro sintetico dei casi regionali. Si assomigliano infatti i temi trattati, la nascita legata al mondo dell’associazionismo che poi trova canali di collaborazione con il livello amministrativo, l’enfasi sulla relazione. Più intenso e determinante sembra però essere il ruolo svolto dagli immigrati nella costruzione delle reti necessarie per elaborare progetti e relazionarsi al territorio: nell’esperienza della Casa delle Culture, queste reti hanno rappresentato una condizione maturata lentamente e con fatica, negli anni, e rappresentano forse il risultato più significativo della lunga fase preparatoria. Non si tratta quindi, nel caso modenese, di cercare una progressiva inclusione dei cosiddetti “nuovi cittadini” nelle iniziative di un centro di attività, ma piuttosto di un progetto che li ha visti attori e promotori in prima persona.
L’indagine sui centri interculturali regionali presenta un solo altro caso che vede nella gestione una forte preponderanza di cittadini immigrati, insieme ad alcuni membri di associazioni italiane: si tratta della “Casa delle Associazioni”, di Piacenza, fondata nel 1996, sulla base di bisogni analoghi a quelli che hanno condotto all’elaborazione del progetto modenese, ovvero la difficoltà delle associazioni straniere di trovare spazi per le proprie attività. Dopo circa un quinquennio di attività, realizzate con e per il Comune di Piacenza, la Casa delle Associazioni ha registrato un periodo di crisi, dovuto a conflitti interni, che hanno ridimensionato la capacità di promuovere progetti in città. I problemi sono stati in parte legati alla natura di “circolo”, che ne impediva l’iscrizione all’albo delle associazioni per il volontariato, e alla mancanza di una struttura di gestione stabile, che permettesse di individuare figure rappresentative con cui dialogare con le Istituzioni. La Casa delle Associazioni di Piacenza, pur riducendo il suo ruolo pubblico, è rimasta in seguito un punto di riferimento per il quartiere (vicino alla stazione, dove risiedono molti immigrati) e per le associazioni di stranieri che lo gestiscono (Bonora, Giardini, 2003: 35).
Più stabile e duratura è invece l’esperienza del centro Zonarelli, situato nel quartiere San Donato della città di Bologna: nato per azione del quartiere, con lo scopo di creare uno spazio di incontro e sperimentazione sulle pratiche interculturali, è riuscito nel tempo a sostenere le associazioni di stranieri non solo fornendo una sede, ma anche promuovendo lo scambio di esperienze, sostenendo economicamente parte delle spese per iniziative pubbliche e in compartecipazione, e offrendo un supporto per l’elaborazione e la realizzazione di progetti condivisi. Nonostante la presenza importante di associazioni straniere, gli orientamenti principali del Centro vengono comunque stabiliti dal Consiglio di Quartiere, mentre il Coordinamento delle Associazioni, rappresentato da un organo esecutivo, ha compiti di programmazione. (Bonora, Giardini, 2003: 58-63)
Sia nell’esperienza piacentina, sia nella più sviluppata esperienza bolognese, emerge una questione che si ritrova anche nel caso di Modena: la difficoltà, cioè, di lavorare sia sulla rete interna – tra le associazioni, tra gli attori coinvolti, con le istituzioni più prossime – sia sulla rete esterna, ovvero sui rapporti potenziali con la città.
Tornando alla Casa delle Culture di Modena, rispetto al lungo percorso fatto per costruire relazioni interne e strumenti di gestione duraturi, più difficile e prudente appare il rapporto con l’esterno: si teme di essere etichettati, di non riuscire a progettare in quella autonomia ritenuta necessaria per la libera espressione dei diversi gruppi che condividono lo spazio e l’idea.
L.H. ad esempio separa l’immagine che la Casa delle Culture ha per chi la osserva dall’esterno, da quella verso cui i partecipanti si stanno orientando, sottolineando l’importanza di rimanere un luogo aperto, che ha bisogno di tempo per trovare una via adeguata attraverso cui relazionarsi con l’esterno.
Questa prudenza si riflette anche nel tipo di attività proposte: la Casa delle Culture nel primo anno sembra essersi concentrata sul rendere lo spazio effettivamente utilizzato dalle associazioni che la compongono, più che sulle attività aperte al pubblico, che pure ci sono state. Questa relativa chiusura verso l’esterno è testimoniata ad esempio nello scarso aggiornamento del sito internet, che non permette di farsi un’idea completa delle attività effettivamente in corso. Anche la formazione di insegnanti ed educatori non sembra essere una priorità: una ragione è senza dubbio legata al fatto che sul territorio modenese sono già presenti centri che svolgono questa funzione, come il MEMO. Come si è visto, il tema della formazione è interpretato in un senso più ampio, rivolto cioè alla società civile.


 5.2 Culture e città: la difficile costruzione del dialogo
Nel Comune di Modena gli immigrati residenti sono circa il 9% della popolazione, e i bambini figli di genitori stranieri che vengono registrati dall’anagrafe modenese rappresentano quasi il 20% del totale delle nascite. Se si guarda alle provenienze, le più rappresentate sono quelle dell’Europa Orientale e dei Paesi del Maghreb, ma i Paesi di provenienza sono in totale oltre un centinaio, e coprono anche l’Africa subsahariana, il Sud America e l’Asia . Il fenomeno migratorio ha avvio, come in altre zone industrializzate del Paese, alla metà degli anni Ottanta: il primo problema che diventa necessario risolvere è quello dell’alloggio, seguito dalla necessità di corsi di alfabetizzazione e formazione. In questa prima fase, l’amministrazione si mostra capace di produrre risposte innovative anche sul piano nazionale: nel 1990 apre il Centro Stranieri, nel 1993 si istituisce il Forum provinciale per l’immigrazione, nel 1996 viene creata la Consulta Stranieri. Nel frattempo, mentre il flusso migratorio non si ferma, subisce però una battuta di arresto la crescita economica, e l’offerta di posti di lavoro a bassa specializzazione. Il tema della sicurezza, in parallelo, emerge come un problema centrale della città: è entro i progetti per la sicurezza che si intraprendono, dalla metà degli anni Novanta, iniziative per abbassare il livello di conflittualità tra gli autoctoni e le nuove presenze.
Continuano poi le iniziative di tipo formativo, programmi di alfabetizzazione per adulti, progetti nelle scuole, e cresce il ventaglio di attività del Centro Stranieri, che si allarga alla promozione di iniziative culturali ispirate all’intercultura. Insomma, un ventaglio di azioni e iniziative, confermata anche da C.C., che vede in Modena una città in cui la volontà di gestire il fenomeno è palpabile, ma in cui spesso gli interventi hanno mancato di efficacia e di riproducibilità, forse a causa di una mancanza di riflessione sulla direzione da intraprendere.
Spesso infatti ci si è orientati ad un problem-solving approach verso la questione immigrazione, termine con cui si intende che immigrazione e integrazione vengono trattate come una problematica, cioè come un insieme di disagi per i cittadini e per i nuovi arrivati che devono essere gestiti e risolti (Fouad Allam, 2004: 122-126; Martiniello, 2004: 159-173).
Questo approccio è ben descritto nelle parole degli operatori del Centro Stranieri (A.L). “Sì, ha ragione, è ben diverso dal farlo spontaneamente [occuparsi nelle scuole di parlare delle altre culture] perché lo ritieni indispensabile... O almeno, lo ritieni indispensabile, ma non naturale e ovvio. Non è ovvio fare qualcosa sulla musica maghrebina; bisogna farlo perché serve!”.
Non a caso, una indagine realizzata nel 2006 dal titolo “Città e cittadinanza: il punto di vista dei cittadini stranieri” (curato da Vittorio Martinelli e Giovanna Rondinone), nasce entro il quadro delle misure per la sicurezza, con lo scopo di fornire uno strumento per orientare gli interventi di integrazione, ridurre la conflittualità presente sul territorio, e promuovere percorsi di “accoglienza e integrazione” più virtuosi. L’intento esplicito è la prevenzione delle forme di conflitto che possono generarsi per effetto dei fenomeni migratori.
La ricerca (condotta attraverso focus group e questionari a un vasto campione di stranieri) mette in luce innanzi tutto le difficoltà di stabilire i contatti necessari per svolgere l’inchiesta, confermando l’impressione di opacità che si vive in città rispetto alla presenza di stranieri: spesso, in mancanza di altri canali più formali, è il ruolo di singoli attori bene inseriti a modificare sensibilmente le possibilità di effettiva collaborazione . Inoltre, emerge un quadro piuttosto complesso del fenomeno, non solo perché le difficoltà di base degli immigrati rimangono alte, soprattutto sul fronte della casa, del lavoro e della regolarizzazione giuridica, ma anche per la varietà di esigenze, bisogni e punti di vista rappresentata. Sono molti, quindi, i mondi dell’immigrazione modenese e non solo per la molteplicità di Paesi di provenienza rappresentati: a fare la differenza, nella relazione che si stabilisce con la città, incide anche il genere, l’età, la condizione socio-economica, il tempo di permanenza, le storie individuali e famigliari. Questa molteplicità conferma l’esigenza di scartare la possibilità di un rapporto che è stato definito da D.C. “a raggiera”, tra l’istituzione “ospite” e chi arriva a Modena, cioè che si muove da un centro culturale inteso come stabile, quello autoctono, verso le singole comunità. Non si tratta infatti di gruppi chiusi e assolutamente distinti, portatori di esigenze unitarie. Si tratta, al contrario, di realtà dotate di diversi gradi di coesione interna, che stabiliscono rapporti molto variegati con la città. Se si può rilevare un tratto comune, che emerge dall’indagine sopracitata, sembra essere quello di una condizione di profonda precarietà fino all’emergenza, dovuta all’instabilità giuridica, abitativa, professionale, che incide negativamente sulle possibilità partecipazione alla vita civile. Del resto, la questione che potremmo definire di “cittadinanza incompleta” può essere visto anche specularmente: la mancata partecipazione alla vita civile rende più difficile ottenere riconoscimento e diritti, quanto meno a livello locale (Martinelli, Rondinone, 2006: 28). La questione può essere posta diversamente?
L’antropologo Remotti (1993) racconta di come nei Regni dell’Africa pre-coloniale un tamburo venisse accudito e curato da tutti gli abitanti, e fosse periodicamente girato su se stesso, in coincidenza con le fasi di instabilità politica interna. Il tamburo non era un simbolo religioso, e nemmeno la rappresentazione del sovrano: era il simbolo del patto civile tra i vari membri e le diverse tribù che componevano la società.
Nella nostra società esistono delle pratiche sociali che, oltre a svolgere una funzione ben precisa, possono essere considerate dei simboli del patto civile democratico: pensiamo ad esempio ai rituali del voto, o alla cura e all’uso dello spazio pubblico. Non casualmente, queste pratiche sono anche quelle più investite da dinamiche di esclusione e conflitto: la questione del diritto di voto, così come il modo di vivere lo spazio pubblico, sono fronti sui quali più aspramente si intavolano questioni di un “noi” contrapposto a un loro, dimostrando come la nostra società, nonostante le retoriche multi o inter-culturali, sia profondamente restia a rivedere le forme dello stare insieme alla luce dei cambiamenti sociali in atto.
L’associazionismo può a pieno diritto essere considerato come una di queste forme, che completano e sostanziano la cittadinanza, intesa non in senso giuridico, ma in senso di appartenenza piena alla vita di una città. E questo è ancora più vero nella realtà modenese, tradizionalmente ricca di questa forma di risorsa sociale. Anche la legge regionale 5/2004 “Norme per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri immigrati”, elaborata dopo la modifica del titolo V della Costituzione, richiama alla necessità di “garantire condizioni favorevoli allo sviluppo dell'associazionismo promosso dai cittadini stranieri, quale soggetto attivo nei processi di integrazione sociale degli immigrati” (L.R. 5/2004, art.1).
In questo senso, l’esperienza della Casa delle Culture, il suo percorso costitutivo, gli apprendimenti che nelle associazioni e nelle persone ha generato, può essere considerato un modo per aprire ai nuovi cittadini una di queste pratiche dello stare insieme, e di innescare da queste il confronto.
Si sta cercando, insomma, di passare da forme associative che riflettono comunità tra loro separate, e che soddisfano un bisogno legittimo di sicurezza e protezione, a forme che, pur nel rispetto della natura di mutuo sostegno tra membri di una comunità che si auto-riconosce, sono messe in grado di avviare un dialogo con la città. E questo, attraverso un percorso promosso dai diretti interessati, e sostenuto dalle istituzioni.
La doppia natura di questo approccio, che da un lato guarda le comunità come rappresentanti di caratteri peculiari e dotati di valore in quanto diversi, e dall’altro stabilisce dei collegamenti con la vita sociale attiva della città può essere un modo per aggirare il dilemma di quella che abbiamo chiamato “cittadinanza incompleta”, cui si faceva riferimento.
Nella nascita della Casa delle Culture, non ci sembra si possa sottovalutare il peso della collaborazione tra istituzioni e associazioni, in particolare il ruolo giocato dalla Consulta Provinciale per l’Immigrazione e dal Centro Servizi per il Volontariato: non si tratta insomma di iniziative sviluppatesi nel “vuoto istituzionale”, ma rese possibili dall’apertura di canali di confronto.
Queste considerazioni ci introducono ai due modi di interpretare la direzione del cambiamento culturale in corso nella città, emersi durante le interviste. Un approccio (sostenuto in particolare da L.H. e V.R.) descrive la questione integrazione in termini progressivi, come una contaminazione che coinvolge i cittadini – nuovi e vecchi – nella loro quotidianità, che passa attraverso le seconde generazioni e la scuola, ma anche i luoghi di lavoro, l’ibridazione nei prodotti culturali, le occasioni anche spontanee di conoscenza reciproca. Espresso da operatori particolarmente attivi sul campo, che certamente ben conoscono le concrete difficoltà del dialogo e della costruzione di percorsi condivisi, questo atteggiamento mi sembra riflettere soprattutto il desiderio di oltrepassare la logica dell’equazione immigrazione-problema, con quanto ne consegue a livello di politiche.
Un altro approccio (esposto da A.L. e T.MC.) evidenzia al contrario la “non-naturalità” con cui avviene l’incontro, quando avviene; la natura residuale delle occasioni di confronto rispetto alla vita culturale della città; la permanenza, infine, di una divisione radicata tra un “noi” e un “loro”, che si manifesta forse con maggiore energia proprio nelle pratiche più propriamente culturali. Se cioè esistono occasioni di incontro sul lavoro o nella quotidianità, il confine tra i mondi dell’immigrazione e gli “autoctoni” si fa più radicato proprio nei momenti di espressione creativa e sociale. Come sintetizza efficacemente T.MC.: “Io intendo [per integrazione] quando sia da parte italiana sia dei migranti ci si capisce, ci si parla, gli immigrati accettano le regole, la vita e le usanze del Paese ospitante, e da parte italiana occorre capire che l’integrazione non è una questione di età, a cui si arriva anno dopo anno, con la promozione come a scuola. L’integrazione non è questione di età, ma di opportunità e di diritti: se la città non è aperta e non fa le cose per fare sì che queste persone possono avere la testa a posto e l’intenzione di rimanere e comportarsi come gli altri, i blocchi rimarranno sempre divisi. Ognuno farà le sue cose, inventerà i suoi teatri, ma per far sì che le due cose si uniscano e si lavori insieme, occorre conoscersi, capirsi”.
A sembrare necessaria, per superare la logica dell’emergenza, è un’interpretazione attiva del cambiamento culturale in atto nelle città, ben oltre l’accettazione del “problema-immigrazione” come fatto sociale a cui rassegnarsi. In questa direzione va anche C.C., quando ricorda che “non c’è la scuola, ma le scuole, non c’è la salute ma le saluti, non c’è il matrimonio ma i matrimoni, non c’è il figlio ma i figli”, spiegando poi che questi temi trasversali, che connotano la vita delle persone nella città, potrebbero essere una occasione per ragionare sulle differenze in modo aperto, per condurre quelle che spesso si presentano come comunità in isolamento ad uscire e a esprimersi, sulla base di questioni concrete che nella loro problematicità accomunano tutti i cittadini.
Il ruolo giocato dalle politiche culturali urbane a Modena sembra ancora piuttosto immaturo. Sia nelle parole dell’Assessore alla Cultura, sia attraverso l’esperienza dell’operatrice culturale del Centro Stranieri, emerge la stessa difficoltà di interpretare le culture migranti come parte attiva nella costruzione della vita culturale della città, che si articola principalmente intorno a due punti critici.
Da una parte vi è la difficoltà che gli immigrati hanno nell’usufruire delle offerte culturali della città, sia per ragioni economiche sia per modi differenti di intendere il tempo libero: luoghi di ritrovo, modalità di incontro, disponibilità di spesa, tipologia dell’offerta culturale di cinema, teatri, mostre d’arte, sembrano fattori che contribuiscono più all’isolamento, che all’incontro.
D’altro canto, vi è una offerta culturale “ufficiale” che non è in grado, se non attraverso alcuni specifici momenti-eventi , di essere rappresentativa della multiculturalità presente in città, di includerla come parte integrante e integrata dell’offerta culturale urbana. L’operatrice culturale spiega che: “forse, allora, siamo in una fase intermedia: la disponibilità a condividere e sostenere queste cose, c’è. Non siamo ancora in una fase matura in cui si ritiene veramente che parte della Cultura, con la C maiuscola, come quella che viene fatta ai Giardini Pubblici, sia anche la cultura migrante; questa è ancora una cosa che viene delegata a quella fetta di mondo che a Modena è quello dell’associazionismo, dei servizi sociali, dell’impegno”.
Il Centro Stranieri rimane quindi il principale promotore di attività culturali che prestano attenzione alla varietà di culture presenti nella città di Modena, e organizza la sua azione su due versanti: da una parte si impegna per accrescere la partecipazione e le capacità di interazione con il tessuto sociale locale delle associazioni, dei gruppi e dei singoli stranieri, proponendo attività, fornendo assistenza nell’organizzazione e nel reperimento di risorse, lavorando con la Consulta Stranieri. Dall’altro, organizza eventi in cui si cerca di ottenere la massima visibilità, per raggiungere tutti i cittadini, in particolare quelli che “sono i più bisognosi di mettere in discussione la loro idea di immigrato, di immigrazione, di persona straniera, che hanno bisogno di luci nuove su questa cosa” (A.L.), ma anche le istituzioni. Rispetto agli organi ufficiali della cultura a Modena, il Centro Stranieri sente di svolgere una funzione di sprone, ancora altamente necessaria, rispetto ai temi della diversità culturale.


5.3 Cultura e culture: quali orientamenti?
Come abbiamo accennato nell’introduzione, l’attenzione verso il temi della diversità e delle nuove forme di convivenza, si intrecciano con il ruolo crescente assunto dalle politiche culturali nel plasmare la vita urbana, e sono oggetto di rinnovata attenzione per la necessità di discutere alcuni dei macro-modelli che si sono affermati nel mondo occidentale nei decenni passati. In generale, si è assistito, secondo la prospettiva del multiculturalismo critico (Bennett, 2006), a una reificazione delle differenze, allo sviluppo di comunità parallele, in larga parte costruito intorno al punto di vista di una cultura bianca e occidentale vista come un centro di potere non connotato etnicamente, e in relazione al quale vengono registrate e valutate le differenze delle altre culture. Dal punto di vista delle politiche, il risultato più macroscopico, registrabile nel contesto europeo, è stato che le istituzioni pubbliche non sono state toccate se non marginalmente dal cambiamento sociale portato dalla crescente diversità: nel caso delle politiche culturali, le storie e le espressioni artistiche di segno diverso rispetto a quello dominante sono state semplicemente escluse dall’offerta culturale ufficiale, e sono state supportate con risorse limitate, principalmente con lo scopo di arginare un potenziale conflitto sociale, e non in quanto portatrici di valori sé (Bloomfield, Bianchini, 2004: 28).
Ma se si sceglie, coerentemente, di affrontare il tema non soltanto dal punto di vista politico o sociale, ma anche culturale, ci si rende conto che a dover essere messo in discussione è l’intero modo in cui i saperi disciplinari (il riferimento è alla storia dell’arte, all’estetica, all’antropologia, all’archeologia, per fare alcuni esempi) connessi alla cultura sono costruiti, elaborati e trasmessi. Come spiega Bennett (2006: 27), richiamando Bourdieu: “L’articolazione gerarchica delle differenze è stato uno degli aspetti chiave di ciò che possiamo definire il “sistema cultura” – ovvero quel complesso di istituzioni culturali sviluppatesi nel corso dell’epoca moderna. […] Queste istituzioni sono state attivamente coinvolte in una serie di processi tra loro collegati, che hanno giocato un ruolo nelle moderne articolazioni della differenza”. Alla base, vi è quindi una sfida che la crescente complessità delle società contemporanee lancia in modo sempre meno derogabile a strutture molto profonde del pensiero occidentale.
Le città possono essere viste allora come un contesto di studio particolarmente interessante, in quanto punti di intersezione che convogliano tensioni politiche e rinnovamento culturale, pratiche sociali di convivenza e risposte dei governi locali.
Se si guarda al presente delle politiche culturali urbane si osserva l’enfasi che viene data al potenziale di ritorno economico che esse possono generare, legato anche ai tagli della spesa pubblica registrati, almeno in Europa, negli ultimi anni. Ci si è quindi orientati verso la promozione delle cosiddette creative industries e sullo sviluppo legato al turismo, enfatizzando gli effetti positivi in termini di creazione di posti di lavoro e di circolazione di prodotti culturali tra i Paesi europei. Un altro approccio, parallelo, è stato quello di utilizzare la cultura come strumento di riqualificazione urbana, fisica e sociale, sviluppatosi in particolare nel Regno Unito, che enfatizza l’importanza delle risorse locali e della prospettiva delle communities, viste come il destinatario privilegiato delle politiche di attivazione culturale: è entro questa seconda cornice che si inserisce anche il dibattito sul potenziale della diversità culturale, e sugli strumenti di gestione della diversità (Ghilardi, 2001). Viene ripreso, in questo modo, l’approccio strumentale alla cultura, suggerito dallo schema di Vestheim (Cfr. cap.1). Cruciale diventa allora muoversi in modo consapevole entro le diverse strumentalità possibili, leggendo nelle politiche gli orientamenti che vengono privilegiati nei diversi contesti urbani.
Le riflessioni sin qui condotte, basate su alcuni spunti teorici e sul caso della Casa delle Culture e della città di Modena, suggeriscono la necessità, ma anche le resistenze e la difficoltà, di costruire nuovi modi di convivenza interpretando in modo attivo il cambiamento culturale in corso nelle città.
Allargando lo sguardo alla realtà italiana, il panorama non appare né consolatorio, né particolarmente stimolante. Interessante ad esempio è notare il caso della città di Torino che, insieme alle città emiliane, è considerata un modello di impegno verso la realizzazione di processi di integrazione. Se si guarda al modo in cui è trattata la diversità culturale nel secondo piano strategico della città, che significativamente si intitola “Torino Internazionale”, si osserva però come il tema non sia toccato nella sezione “risorse culturali”. L’unico accenno all’immigrazione e quindi alla presenza di una varietà che non è espressa da una visione tradizionale del patrimonio – materiale e immateriale – della città, si ha quando si parla di accesso: ci si ripropone cioè di attivare strumenti per avvicinare tutti, compresi gli immigrati, all’offerta culturale della città. E questo nonostante la sezione immigrazione inizi con la considerazione che “la popolazione straniera è da tempo divenuta parte integrante della società locale. L’impatto dell’immigrazione sulla qualità sociale e lo sviluppo del territorio rimane però ambivalente: se pure vi è un certo consenso ad affermare che essa costituisce una risorsa culturale sociale ed economica di estrema rilevanza (nostro corsivo), è tuttavia sempre presente il rischio che l’immigrazione si trasformi in un problema e in un fattore di crisi per la coesione sociale” .
Insomma, esistono, anche nelle città in cui maggiore è stato l’impegno a favorire processi di integrazione, forti resistenze a considerare realmente la varietà come una risorsa positiva, e come un elemento costitutivo delle realtà sociali e urbane contemporanee.
Per rintracciare approcci più innovativi al tema, si può allora lanciare uno sguardo oltre i confini nazionali: un recente studio britannico (Wood, 2006), ad esempio, propone la diversità culturale come un potenziale di sviluppo urbano, definito come diversity advantage, riproponendo l’idea di “gorgo culturale” (Hannerz, 2001) capace, attraverso la varietà e la mescolanza di background e punti di vista, di stimolare l’innovazione. Vengono suggeriti indicatori per misurare il livello di openness di una città, e per valutarne gli effetti in alcuni settori economici e culturali. Sviluppo economico e cultura sono infatti ritenuti significativamente sovrapposti (Gibson e Kong, 2005).
Sia la mancata capacità di considerare la cultura come una risorsa, sia l’approccio presentato come diversity advantage non sono solo modi di considerare il fenomeno immigrazione nei contesti urbani: ci riportano infatti a un paradigma entro cui si inseriscono, che è sempre quello di un pensiero sulla cultura, su che cos’è e che cosa rappresenta per la città.
Come si chiede allora D.C. durante l’intervista: “Perché cos’è la cultura? Cos’è se non è l’espressione di una ricerca collettiva sui modi di convivenza che permettono la crescita secondo i criteri di ciascuno, e non secondo i criteri di qualcuno per tutti? Se non è questo, cos’è la cultura? Se una città non cresce così, come cresce? Chi ha in mano le chiavi della crescita della città?”
Il caso della città inglese di Leicester può rappresentare un utile esempio di tentativo di risposta a queste domande, per la capacità che ha sembrato dimostrare nell’orientare una condizione di tensione e contrapposizione, in un punto a suo favore. Nel settembre del 1972, un annuncio su un giornale ughandese pagato dal Consiglio Municipale comunicava agli eventuali futuri richiedenti asilo politico in Gran Bretagna che nella città di Leicester non c’era posto: le scuole erano sovraffollate, le liste per ottenere un alloggio lunghissime, i servizi sociali ridotti al minimo. Evidentemente, misure di questo tipo non sono riuscite negli anni a fermare un movimento migratorio tale, da far descrivere oggi Leicester come la prima città britannica per cui si prevede, entro una decina di anni, una minoranza bianca. (The Guardian, 1 gennaio 2001). Oggi, l’immagine ufficiale di Leicester è quella di una città multiculturale, dove la diversità è vista come una ricchezza e come una componente fondamentale e prioritaria della visione strategica della città, verso cui si muovono i diversi attori politici, sociali presenti sul territorio (Leicester city Council, 2003: 7; Cantle, 2001).
Cosa è avvenuto nel frattempo? Alla metà degli anni Settanta si registra a Leicester un’ondata migratoria particolarmente rapida e intensa: dal 1968 al 1975 la quota di popolazione immigrata sale dal 5 al 25%, con effetti sociali che sfociano in gravi episodi di violenza, e in una forte contrapposizione politica tra il Labour Party e il National Front. Ed è al primo che si iscrive il merito di avere messo in moto strumenti, a partire dal Race Relation Act nel 1976 (contro la discriminazione nell’housing, del lavoro e dell’istruzione), con lo scopo di segnare un soluzione di continuità rispetto alle politiche tradizionali. Il Labour Party si impegna, dalla fine degli anni Settanta, per includere nelle sue liste i rappresentanti delle minoranze etniche (la coalizione verrà soprannominata “rainbow coalition”): a queste misure, rese possibili dal sistema politico britannico , si sono aggiunti progressivamente organi di consultazione dei rappresentanti delle minoranze. Negli anni, il continuo dibattito sul tema ha condotto Leicester non solo a rafforzare il dialogo con gli attori presenti sul territorio attraverso sistemi di rappresentanza e consultazione, ma anche a incorporare in tutte le politiche locali (politiche per la casa, politiche economiche, istruzione, politiche giovanili, cultura) l’idea della coesione sociale, definita come un apprendimento alla convivenza, che passa attraverso lo scambio e la conoscenza tra i diversi gruppi  (Semprebon, 2004).
In particolare, le politiche culturali sono oggi orientate attraverso una partnership che include: rappresentanti di quelle che vengono definite comunità di interessi (es. Leicester Council of Faiths, o Leicester United Caribbean Association); rappresentanti del settore educativo; rappresentanti del settore privato (es. World Art Gallery, o il Leicester Football Club); rappresentanti del Consiglio Municipale; rappresentanti del terzo settore (es. Leicester Afrikan Caribbean Arts Forum, o Leicester Music Festival) .
La città di Leicester ha, negli anni, messo in moto su una politica attiva e di “istituzionalizzazione del multiculturalismo” (Semprebon, 2004:19), fondata su un alto grado di auto-organizzazione interno alle minoranze, su una strategia ufficiale di orgoglio rispetto alla diversità culturale presente, sul supporto verso le associazioni di minoranze etniche che si impegnano in eventi culturali e in servizi per tutta la città. Questa varietà di “modelli di incorporazione” sembra funzionare per una serie di ragioni: crea un contesto di allargamento democratico intorno ai leaders locali, attraverso gruppi di vicinato, organizzazioni di consultazione, rappresentanze civiche; stimola la partecipazione alla vita politica e civile dei membri delle minoranze; contribuisce a diffondere una immagine positiva della diversità, perché i membri delle minoranze sono visti come capaci di organizzarsi e di collaborare con la città; rafforza un’idea più aperta di cultura sia tra i membri della “maggioranza” sia tra quelli delle minoranze, poiché si mettono in gioco e in relazione una varietà di background, pratiche e valori (Amin, 2002: 22).
Ovviamente, le modalità e i risultati dei processi di gestione della diversità culturale sono strettamente legati sia alla storia migratoria, che varia da città a città, sia ai diversi contesti nazionali; l’esempio di Leicester ci mostra però un approccio particolarmente pro-attivo, basato sul supporto al dinamismo e alla capacità di organizzazione delle minoranze urbane, ma anche sul potenziale delle politiche culturali nel costruire momenti di confronto.
Quello che ci sembra è che, senza che possano esistere schemi o modelli di intervento validi a prescindere dai contesti, la questione della diversità culturale nelle politiche urbane può essere interpretata come un processo di apprendimento collettivo, in cui dovrebbero essere coinvolte tanto le istituzioni locali, quanto la società civile, ma in cui è cruciale il contributo degli attori della vita culturale, che dovrebbero riuscire a ridiscutere le forme di trasmissione e produzione di cultura, in un ottica capace di farsi rappresentante delle molte diversità.


6. Politiche della cultura, cultura delle politiche: note di discussione a partire dalla ricerca*
La ricerca qui presentata – a sua volta parte di un percorso più ampio ed inserita in un disegno di ricerca biennale – ha indagato un terreno vasto e complesso. L’articolazione e la multidimensionalità dell’oggetto della ricerca consiglia di evitare letture semplicistiche e banalmente meccanicistiche circa il modo con cui legare tali risultanze ad indicazioni di intervento e di policy. Tuttavia crediamo sia possibile ricavare dal lavoro svolto alcune avvertenze che possono risultare utili, più che a delineare in senso stretto scelte e soluzioni nel merito delle policies, a riflettere criticamente sulle strategie di fondo e sulle direzioni verso cui tali scelte e soluzioni possono essere orientate. In termini molto schematici, proviamo a formulare tali avvertenze sulla base delle direttrici analitiche esplicitate nel primo Cap. Privilegiando gli scopi della chiarezza e della propositività, ci si perdonerà il tono perentorio delle seguenti considerazioni, la cui legittimazione deriva dal lavoro di documentazione fin qui illustrato.
La prima di queste direttrici concerneva il rapporto tra cultura e dimensione pubblica. L’analisi svolta ha messo in evidenza alcune problematiche in merito alla capacità del sistema locale (dunque di tutti gli attori in gioco, pubblici e privati, in quanto attori di tale sistema) di fare della cultura un terreno dell’agire pubblico, nel senso definito in precedenza, vale a dire, in modo conseguente alla cornice di governance in cui l’agire pubblico si trova oggi inevitabilmente immerso . Alcune delle ragioni di questa difficoltà ad alimentare e intensificare la publicness in tema di progettazione e realizzazione delle attività culturali emergeranno nella trattazione dei punti successivi. Ci limitiamo qui, pertanto, a sottolineare alcuni elementi che ci sono sembrati più rilevanti, anche per l’effetto sinergico, di segno negativo, che la loro combinazione produce. Essi attengono sia all’attore pubblico (politica e istituzioni locali) sia a quelli privati. Il primo di questi elementi è rappresentato dal processo (caratterizzante tutti gli ambiti delle politiche pubbliche) di crescente ricorso ad esternalizzazioni, al ruolo di agenzie esterne e di soggetti privati nella organizzazione e nella realizzazione di attività culturali. Molte sono le ragioni che possono essere avanzate per giustificare tale processo; tuttavia, così come molti degli interlocutori della ricerca hanno ribadito, esso apre a diversi rischi, e in particolare quelli di moltiplicare le aree di opacità caratterizzanti la filiera decisionale e operativa di tale settore delle politiche  e di indebolire la capacità di progettazione e di intervento autonoma dell’ente pubblico . Naturalmente, tale problema si ripropone in modo significativo anche nella partnership con quello che risulta essere il principale attore privato nella realizzazione delle attività culturali locali, vale a dire la Fondazione Cassa di Risparmio. Perché l’evidente forza economica che la caratterizza – in sé una risorsa, non certo un problema - non si traduca automaticamente in un corrispondente svuotamento della dimensione pubblica e della competenza progettuale che essa può esprimere occorre lavorare ed investire in direzione di una moltiplicazione e di un potenziamento delle sedi e degli spazi pubblici di discussione, di confronto, di circolazione delle conoscenze e di contaminazione delle competenze. Soltanto così è possibile tentare un riequilibrio dell’assetto della sfera pubblica (in direzione del principio di visibilità,così come lo abbiamo in precedenza illustrato) che altri processi – di natura organizzativa e finanziaria, difficilmente reversibili – rischiano invece di sbilanciare in senso privatistico; è attraverso questo sforzo che è forse possibile alimentare la publicness in merito a materie e criteri per la trattazione di esse che altrimenti rischia di atrofizzarsi progressivamente. Tale considerazione vale sia verso “l’interno” delle politiche pubbliche, sia verso “l’esterno”. Nel primo caso ci riferiamo all’esigenza di tornare ad alimentare un canale che sembra essersi inaridito nel corso del tempo, cioè quello dell’ascolto e della valorizzazione delle competenze interne alle istituzioni locali: la ricerca condotta (e la metodologia con cui essa si è realizzata) ha consentito di cogliere l’enorme patrimonio che in tal senso le istituzioni, attraverso il lavoro dei propri operatori, hanno nel tempo sedimentato e che non deve essere trascurato, ma che andrebbe utilizzato – non solo in termini operativi, ma appunto anche nel corso delle fasi deliberative, di discussione e di progettazione delle strategie – più di quanto non accada. Nel secondo caso, ci si riferisce invece all’esigenza di dare effettivo spazio a quella dimensione di voice di cui abbiamo parlato all’inizio, cioè alla necessità di moltiplicare gli spazi e le pratiche deliberative, in cui pertanto anche soggetti, punti di vista, criteri di razionalità non già ampiamente rappresentati nelle sedi decisionali, pubbliche o private, possano contribuire alla discussione sulle scelte e si possa effettivamente produrre quel confronto e quella reciproca tra saperi e competenze diversi di cui abbiamo accennato.
A tale proposito occorre tuttavia aggiungere ulteriori elementi che risultano caratterizzare il sistema locale e che vanno ripresi nel contesto delle indicazioni che stiamo fornendo. Il primo è rinvenibile nel pressoché unanime riconoscimento, da parte degli interlocutori della nostra ricerca, dell’assenza dei privati, intesi come organizzazioni economiche e industriali, sia da ciò che pure con i limiti fin qui evidenziati rappresenta lo spazio di confronto pubblico sulla cultura, sia da alcuni progetti ed iniziative che pure paiono direttamente ispirarsi ai valori ed all’immaginario del mondo produttivo locale. E’ evidente che questo contribuisce ulteriormente ad indebolire la capacita del sistema locale di realizzare un agire pubblico entro gli scenari di governance delineati all’inizio, poiché se non altro ne ostacola una delle proprietà di fondo, vale a dire quella secondo la quale i beni divengono pubblici in quanto sono riconosciuti e trattati come comuni.
Il secondo consiste invece in un aspetto che pare emergere in modo più implicito dalla nostra ricerca. Il mondo culturale locale, interno o meno alle istituzioni, risulta caratterizzato da grandi capacità professionali e da sofisticate competenze specifiche; l’interrogativo che questa constatazione porta a formulare, nel contesto della nostra ricerca, concerne appunto la sfera pubblica della cultura: quanto di queste capacità e di queste competenze si traducono effettivamente in un contributo alla riflessione collettiva, in una dilatazione delle risorse cognitive disponibili per confronto e la discussione pubblica? Naturalmente, la logica dell’interrogativo può essere rovesciata, chiedendosi se si è determinata, nel sistema locale, la struttura delle opportunità perché quelle competenze e quelle capacità potessero riversarsi nella sfera pubblica. Tuttavia, anche in questo modo l’interrogativo ci riporta all’avvertenza sopra esplicitata, vale a dire all’esigenza, per il sistema locale, di intensificare in senso sia qualitativo sia quantitativo gli spazi pubblici in cui il confronto non solo sulle materie, ma anche sulla loro selezione, sull’individuazione delle priorità e sui criteri per trattarle, deve poter trovare una sede privilegiata. Ed è forse su questo terreno di lavoro che la responsabilità, per quanto non esclusiva, delle istituzioni pubbliche locali va verificata.
Le ulteriori avvertenze ricavabili dalle risultanze della ricerca sembrano riguardare in modo parzialmente sovrapposto la seconda e la terza delle direttrici analitiche individuate, vale a dire il rapporto tra cultura e sviluppo territoriale e quello tra cultura e policies.
Diversi interlocutori, non solo nel nostro segmento di ricerca ma anche negli altri, hanno direttamente o indirettamente fatto riferimento ad un ulteriore terreno problematico che rimanda ad una delle proprietà chiave della publicness, già richiamata, vale a dire il fatto che l’agire pubblico si qualifica (anche) attraverso il suo orientamento all’institution building (il generare e prendersi cura di istituzioni che svolgono una funzione “terza”, regolativa). Il terreno problematico in questione si pone relativamente all’esigenza, da parte del sistema locale, della cultura di muovere verso un maggiore equilibrio tra istituzioni ed eventi. Possiamo provare a sintetizzare questo punto con l’immagine che è stata utilizzata da alcuni interlocutori: mentre in passato questo rapporto sembrava configurarsi in modo tale da rendere gli eventi culturali funzionali alla realizzazione di servizi che contribuivano così in modo strutturale e non episodico alla qualificazione del sistema culturale locale, attualmente questo rapporto funzionale sembra quasi rovesciarsi. Infatti, secondo una tendenza certamente non solo locale, la progettazione e la realizzazione di grandi eventi rischiano di assorbire in modo crescente le capacità del sistema culturale locale, diventando questi ultimi il parametro di valutazione e di legittimazione dei servizi e delle istituzioni.
A questo va aggiunto un altro elemento problematico, legato a (ma non coincidente con) quello appena enunciato. Esso ha a che fare con la dimensione quantitativa delle attività e delle iniziative culturali, la cui proliferazione, pur segnalando il buon stato di salute del sistema culturale locale, rischia di produrre un effetto di intaso e di inflazionamento delle capacità culturali che il sistema stesso è in grado di esprimere. In termini provocatori, si potrebbe affermare che le esigenze di riequilibrio e di coordinamento che così si manifestano - pur di diversa natura, essendo la prima di natura preminentemente qualitativa e la seconda prevalentemente quantitativa – invitano a pensare ad una sorta Piano di Zona della cultura, che così come dovrebbero fare i Piani di Zona in quanto strumenti di progettazione dei sistemi locali di welfare, riesca a designare una cornice generale, ad individuare risorse complementari e ad attivare quelle diffuse in modo relativamente coordinato, a delineare criticità e bisogni all’interno appunto di un quadro complessivo e ad attenuare ridondanze e sovrapposizioni sulla base di un registro di legittimazione di tipo universalistico.
Un ultimo aspetto che emerge dall’analisi svolta riguarda ancora più direttamente il tema del rapporto tra dimensione culturale e sviluppo del territorio. Abbiamo visto come la letteratura scientifica è venuta mettendo in evidenza l’egemonia, nel contesto generale, dell’interpretazione delle politiche pubbliche della cultura fondata su argomentazioni economiche: la cultura è stata sempre più spesso assunta, dai policy-makers, come una delle variabili su cui fare direttamente leva per realizzare il miglioramento delle performance economiche territoriali. Questa prospettiva produce in realtà diversi rischi, sia relativamente al merito ed al senso delle attività culturali, sia sulle effettive possibilità che queste possono svolgere nella realizzazione di uno sviluppo come processo distinto dalla mera crescita (cfr. Cap. 1), magari di breve respiro. Ma per quanto riguarda il contesto locale, questo scenario pare manifestarsi soprattutto sotto forma di una diversa modalità. Essa consiste nella propensione a considerare la cultura come strumento per la promozione delle qualità e delle dotazioni esistenti: il contesto locale, così come esso è venuto sviluppandosi fino ad ora e così come viene rappresentato nelle sue forme tipiche, diviene spesso, in tal modo, il parametro predominante delle scelte progettuali. Il rischio è non solo che in questo modo l’orizzonte temporale risulti troppo schiacciato sul quadro attualmente prevalente, ma anche che si tenda ad evitare ogni valenza dissonante, critica o conflittuale della cultura, valorizzandone sostanzialmente soltanto la funzione di legittimazione dello stato di cose attuale. Più in generale, il rischio è di bruciare i potenziali, cioè le possibilità di sviluppo presenti in modo appunto potenziale che – scostandosi dal solco dello sviluppo locale storicamente prevalente, o meglio, dalle rappresentazioni spesso stereotipate di esso – potrebbero invece contribuire all’innovazione sociale, all’individuazione di nuovi scenari evolutivi e/o di significativa reinterpretazione di quelli correnti.

 

 

 

dettagli
  • Autore: Vando Borghi, Alfredo Cavaliere e Claudia Meschiari
note

* di Alfredo Cavaliere
 1 “Il tessuto industriale tipico di alcune regioni d’Italia, come l’Emilia-Romagna, si sviluppa su una caratteristica combinazione di imprenditorialità cooperativistica, lavoro artigiano e amministrazioni locali comuniste impegnate a generare occupazione” (Harvey, 1993: 359); il testo del geografo inglese esemplifica da un lato la grande attenzione riservata, in ambito internazionale, al modello emiliano come esempio di transizione dal fordismo all’accumulazione flessibile, e si allinea, dall’altro, alla prevalente interpretazione in chiave economicistica e politica, che di quel modello si è data, sia in Italia che all’estero.
2  Lo studioso citava in particolare la ristrutturazione del waterfront di Baltimora, che è diventata in seguito uno dei paradigmi della trasformazione di vecchie aree portuali e industriali degradate in quartieri destinati alla residenza ed allo svago.
* di Vando Borghi
3  Kyaer, 2004; Pierre, 2000; Borghi 2006; sui risvolti di questi temi rispetto alla politica delle città, cfr. Le Galès, 2006; Sebastiani, 2007.
4  E’ evidente che si tratta di una sintesi schematica. Nella realtà, come sempre assai più complessa, sono chiaramente riscontrabili anche i segni di processi che vanno nella direzione opposta – a partire dalla constatazione che il principio di sussidiarietà “si è rivelato un sonoro fallimento” (Ginsborg, 2006: 45) – ovvero quella di una progressiva concentrazione di potere concernente le questioni più cogenti la vita dei cittadini, di una sistematica sottrazione delle sedi in cui tali poteri si esercitano (sulla scala sia dei processi globali, sia di quelli locali) alla visibilità e ancor più alla partecipazione pubblica e di una sempre più consistente subordinazione dei diversi criteri di razionalità a quello economico-finanziaria (Crouch, 2003; Pizzorno, 2001; Hertz, 2001; Casiccia, 2006).
5  Seguiamo qui la direzione di lavoro proposta da Bifulco e De Leonardis (2005).
6  Come ha sottolineato con chiarezza Cassano (2004: 27) “l’homo civicus non è la società civile in quanto tale, che spesso è corrosa al suo interno dal tarlo dell’individualismo, ma la società civile in quanto si associa e si occupa della cosa pubblica”. Su questi temi, vd. anche Rositi, 2001.
7  Con accenti, sensibilità e obbiettivi diversi, è tuttavia possibile rintracciare questo nucleo comune volto al superamento di ogni interpretazione ristrettamente economica della questione dello sviluppo e passiva del territorio in diverse analisi: cfr. Dematteis e Governa, 2005; Pasqui, 2005; Magnaghi, 2000. Vd. anche Borghi e Rizza, capitoli 5 e 6.
 8 Ci riferiamo qui ad una pubblicazione (Vijayendra e Walton, 2004) che consegue ad una iniziativa promossa dalla Banca Mondiale (di cui fanno parte gli stessi curatori del volume).
9  Il lavoro di Amartya Sen è oramai sterminato; per una introduzione complessiva, vd. Magni, 2006; un importante tentativo di circoscriverne più sociologicamente il programma di ricerca si trova in Zimmerman, 2006.
10  Il dottor Valenti, presidente di ERT, è stato intervistato sia individualmente (sigla VA), sia collettivamente.
11  L’intervista all’Assessore Lugli è stata unica, e ha toccato in particolare i temi degli attuali orientamenti delle politiche urbane in campo culturale, dei modi di affrontare la diversità attraverso le politiche, e del tema della riqualificazione urbana attraverso interventi ad alto contenuto culturale
12  Questo segmento della ricerca è stato inoltre arricchito dalla partecipazione a un workshop organizzato dalla rete europea Urban Future, sul tema “Culture and City”, cui ha fatto seguito la presentazione del caso delle Fonderie a una conferenza internazionale tenutasi nel novembre del 2007 nella città di Karlskrona, in Svezia.

 di Alfredo Cavaliere
13  Negli anni Ottanta la Galleria Mazzoli è stata uno dei primi poli di diffusione del movimento pittorico della “Transavanguardia”, che ha ottenuto un grande successo a livello internazionale, oltre che in Italia.
14  Le cifre sulle attività della Cassa di Risparmio di Modena sono tratte da “Bilancio consuntivo 2006. XVI esercizio”, Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, 2007
15  Il 26% della cifra citata è destinata alla crescita e formazione giovanile, con il finanziamento di numerosi progetti didattici; sono stati finanziati sotto questa voce, ad esempio, anche il progetto “Officina Emilia” (500.000 euro di contributo), dedicato alla storia ed all’innovazione della meccanica e ad attività didattiche ad essa collegate, la “Settimana della Cooperazione Internazionale”, organizzata dall’Associazione “Modena Terzo mondo” (20.000 euro di contributo) ed un’iniziativa di sensibilizzazione alla conoscenza ed alla riqualificazione del patrimonio artistico cittadino, destinata agli alunni delle scuole superiori, organizzata dall’associazione “Amici dei musei e dei monumenti modenesi” (25.900 euro di finanziamento).
16  Le cifre sulle attività del Comune di Modena sono tratte dal P.E.G. (Piano esecutivo di Gestione) del Comune di Modena, annate 2006 e 2007; tali cifre vanno considerate meramente indicative, in quanto i PEG contegono previsioni di spesa, che possono subire delle variazioni.
17  Le spese per il personale assorbono circa il 30% delle risorse.
 18 La spesa prevista dal PEG, nell’ambito del settore “Cultura, sport, turismo, marketing e politiche giovanili”, per le prestazioni di servizi (che comprendono tra l’altro l’affidamento di servizi a privati per la gestione di musei, servizi bibliotecari e attività di accoglienza), ammonta a 8.032.810 euro, su un budget complessivo di 19.373.847, mentre quella per il personale è di 5.392.933,32 euro.
19  Alla cifra citata vanno sicuramente aggiunte altre voci assimilabili; il PEG prevede ad esempio un contributo di 20.000 euro per “Iniziative per la pace in collaborazione con la società civile” ed un contributo di 35.000 euro per le attività del “Centro Documentazione Donna”; la differenza rispetto alle disponibilità della Fondazione appare comunque piuttosto rilevante.
20  Il totale delle spese per attività culturali previste dal PEG 2006 nell’ambito del settore cultura, sport e politiche giovanili era di 10.961.000 euro, sui 15.101.129 complessivi. Si consideri che il settore politiche culturali dell’amministrazione comunale ha ricevuto dall’istituzione bancaria, nel solo 2006, contributi per 1.829.000 euro, collegati a mostre, eventi, manifestazioni.
21  L’amministrazione comunale ha previsto nel PEG 2006 un contributo di 1.780.529 per la Fondazione Teatro Comunale e di 834.837 per la Fondazione Ert.
22  Rosella Corradi ha concesso un’intervista collettiva nell’ambito della sezione storica della ricerca “Il campo della cultura”.
23  L’amministrazione comunale ha nel PEG 2007 una cifra di 40.000 euro per i contributi alle associazioni; i soli concerti della Gioventù Musicale hanno ricevuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio un contributo di 140.000 euro.
24  “Balsamica”, fiera dedicata agli aceti balsamici, è stata citata sia da FI, che da VN e VZ come esempio positivo di incontro tra promozione del territorio, attività economica e processi culturali.
25  Il progetto è nato, secondo il presidente della Lega delle Cooperative, da un’iniziativa politica, per cogliere l’opportunità offerta da una legge del Parlamento nazionale, dedicata appunto alle case natali di personaggi illustri. Lo stesso presidente sottolinea che i Fondi disponibili (attorno ai 16 milioni di euro) sono esclusivamente pubblici.
26  La lega delle Cooperative ad esempio, contribuisce alle attività dell’Ert e del Festival Filosofia, ma non a quelle del Teatro Comunale; le possibilità finanziarie della Fondazione Cassa di Risparmio non sono espandibili all’infinito e quelle del Comune hanno limiti sempre più severi.
27  L’esperienza di Lille si è segnalata per una maggiore attenzione ai temi dell’integrazione sociale, soprattutto rispetto alle periferie, che sono state coinvolte in una serie di attività, anche con la costruzione di centri destinati alle iniziative culturali
28  La rilevanza dei fenomeni migratori impone anche una riflessione sul rapporto tra culture diverse “in situazione” e non in astratto.
29  Secondo gli autori citati le interconnessioni tra economia e cultura sono tali, rispetto alle passioni, ai valori morali, alla fiducia e alle metafore culturali, da indurre a ritenere che la stessa distinzione tra cultura ed economia abbia sempre meno senso, e che l’economia possa essere immaginata perlopiù come una “ibridazione” di molteplici intrecci, in cui gli aspetti culturali svolgono una funzione essenziale.
30  Sia il Festival Filosofia che Vie hanno un’articolazione su base provinciale; nel caso del Festival Filosofia, l’articolazione sui comuni di Modena, Carpi e Sassuolo è strutturale, così come la collaborazione tra le rispettive amministrazioni è, sin dalla prima edizione, alla base della formula organizzativa della manifestazione.
31  Il dottor Valenti ha espresso tuttavia durante l’intervista l’impressione che a Modena, rispetto alle attività culturali, ci sia un problema di selezione, che “deve avvenire per istituzioni e per associazioni; deve essere chiaro qual è il ruolo delle associazioni e qual è il ruolo delle istituzioni, anche perché altrimenti tutti facciamo la stessa cosa, e non va bene”; il presidente dell’Ert ha ribadito la stessa opinione nel corso dell’intervista collettiva che ha concesso per la parte storica di questa ricerca, precisando che: il problema della selezione qualitativa delle iniziative è di una certa serietà; una difficoltà simile, di individuazione di criteri per scegliere tra molteplici proposte, riguarda spesso la stessa Fondazione Cassa di Risparmio; la necessità di individuare una sede e delle modalità per valutare la pregnanza artistico-culturale delle proposte si porrà, prima o poi.
32  Come dire, non confondiamo le chiassate con il fondamentale rito collettivo della festa, ed interroghiamoci davvero sul rapporto qui/altrove, al di là delle troppe chiacchiere sulla globalizzazione.
33   Si è già ricordato nel paragrafo 3.1 che le spese per la prestazione di servizi superano 1/3 del budget previsto dal PEG 2007 del Comune capoluogo.
34  Il tema della cultura come piattaforma creativa è stato uno degli assi proposti dal prof. Sacco, esperto di economia della cultura, consulente del Comune di Modena per gli Stati generali della cultura, in occasione della prima presentazione pubblica dell’iniziativa, il 5 giugno 2007
35  Lo stesso saggio di Pinson sottolinea tuttavia che il dialogo ha riguardato soprattutto istituzioni locali e attori economici e politici, sacrificando il ruolo dell’associazionismo.
36  L’incontro si è svolto il 9 gennaio 2007.
37  Alle severe critiche accademiche si è affiancato qualche ripensamento da parte di talune amministrazioni pubbliche (Liverpool ha ad esempio rinunciato, in previsione della sua annualità di Capitale europea della cultura, alla costruzione di un grande edificio evocativo, sul modello del Museo Gehry a Bilbao o del Millenium Dome a Londra; Lille ha riservato una certa attenzione alle questioni sociali nella sua annualità di Capitale Europea della cultura). Sul tema si tornerà nel prossimo paragrafo.
38  Il seminario, intitolato “Scenari emergenti e nuove strategie per la gestione del territorio urbano: prospettive economiche, urbanistiche e antropologiche”, si è tenuto in data 11/10/2007 ed era il secondo incontro di un ciclo organizzato dall’assessorato alle Politiche Economiche del comune capoluogo, ed intitolato “Sviluppo locale, Pianificazione Strategica, Processi Decisionali e Governance Locale”.
39  L’espansione residenziale nell’area nord non passerà alla storia né per la sua originalità urbanistica, né – soprattutto – per la qualità architettonica media dell’edificato.
* di Claudia Meschiari
40  Officine Emilia è un progetto dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che si occupa di studiare e promuovere le competenze tecniche e professionali nel campo della meccanica, che hanno connotato il territorio emiliano. Le finalità sono dunque di ricerca, educative e didattiche (per ulteriori informazioni: www.officinaemilia.unimo.it)
41  Il vecchio progetto è disponibile su http://urbanistica.comune.modena.it
42  Gazzetta di Modena, 29 novembre 2005.
43  Marianella Sclavi è docente di Etnografia Urbana al Politecnico di Milano, ed è nota a livello nazionale per avere introdotto in Italia i metodi anglosassoni del consensus building approach nella pianificazione e nei processi decisionali; oltre alla ricerca e alla didattica universitaria, lavora con il gruppo Avventura Urbana (www.avventuraurbana.it )
44  www.comune.modena.it/exfonderie/
45  Questa metodologia è stata introdotta da Harrison Owen all’inizio degli anni Ottanta: il metodo nasce dalla considerazione che le migliori idee durante una conferenza o un incontro di lavoro emergono durante le pause, nei momenti informali, quando l’atmosfera meno irrigidita da un protocollo formale favorisce produttività e creatività. Per maggiori informazioni sul metodo utilizzato: http://ho-image.com
46  E’ possibile consultare l’instant report delle giornate del 17-18 marzo, scaricabile dal sito di riferimento del progetto www.comune.modena.it/exfonderie/ .
47  Tavolo di confronto creativo, verbale del 13 aprile 2007, disponibile sul sito del progetto.
48  Anche questo, disponibile sul sito del progetto
49  Questa scelta dovrebbe anche consentire di non utilizzare interamente per il progetto i 40mila mq di cui si compone l’area, lasciando al Comune la possibilità di destinare diversamente la parte restante, e di ridurre i costi di ristrutturazione e gestione. Nel documento di fine maggio, si ipotizza un uso per il DAST che va dai 20mila metri quadri circa, ai 6mila mq complessivi; si tratta però di indicazioni legate a indicazioni espresse a livello comunale (per esempio, la possibilità di ospitare uffici pubblici), che sono mutate nel corso dell’anno, e che sono, alla fine del 2007, ancora in fase di discussione.
50  Tutte le informazioni su Kaapeli Cable Factory sono disponibili su: www.kaapelitehdas.fi
51  TransEuropeHalles è una rete di centri culturali indipendenti, nata nella prima metà degli anni Ottanta, con lo scopo di condividere le esperienze di varie realtà che stavano crescendo in Europa. Una caratteristica particolarmente interessante di questa rete è che la maggior parte dei centri si trova in vecchi edifici industriali recuperati proprio attraverso una programmazione artistica e culturale che, in generale, ha qualità internazionale, ma è capace di dialogare e offrirsi alla realtà locale. Per ulteriori informazioni si veda: http://www.teh.net/
52  Il sito: www.cittadellascienza.it
53  Il sito del progetto, realizzato dall’Ufficio di Documentazione e Storia Urbana: www.cittasostenibile.it
54  Ad esempio, realizzando una serie di incontri con esperti internazionali sulla riqualificazione delle aree industriali dimesse e sullo sviluppo urbano, ponendosi come interlocutore diretto (De Pieri, 2003: 222)
* di Claudia Meschiari
55  Gli altri due obiettivi riguardano invece la cultura come catalizzatore dell’innovazione, in linea con la strategia di Lisbona, e la promozione della cultura per sostenere le relazioni dell’Unione Europea con l’esterno. (fonte: http://culture-agenda.teamwork.fr )
56  Si veda: http://www.interculturaldialogue2008.eu/
57  La Consulta Provinciale dell’Immigrazione è quindi una Consulta mista, in cui i rappresentanti stranieri (non eletti ufficialmente, ma rappresentanti delle associazioni) incontrano rappresentanti della società civile modenese. Si differenzia in questo dalla Consulta Stranieri del Comune di Modena, eletta da e tra i residenti stranieri del Comune, che dialoga con le Istituzioni, le quali però non ne fanno parte. La Consulta Stranieri è inoltre rappresentata, sebbene senza diritto di voto, in Consiglio Comunale. Per il regolamento della Consulta, si veda il sito http://www.provincia.modena.it/Sociale/
58  A partecipare a questo primo corso sono: Associazione Culturale del Marocco; Centro Culturale Multietnico Milinda; Associazione ARFA; Associazione Donne nel Mondo; Associazione Ghanese; Associazione Insieme; Associazione Knoranza Kro Ye Kuo; Associazione Sri Lanka. I dati sulla storia della Casa delle Culture sono reperibili su: www.casadelleculturedimodena.it

59  Per una descrizione più dettagliata del processo costitutivo si veda il sito della Casa delle Culture, in particolare il resoconto redatto da Girolamo Staltari.
60  Per informazioni più dettagliate, è possibile visitare il sito del Comune di Modena : www.modenastatistiche,it
61  Nella ricerca si riporta ad esempio il caso di una mediatrice culturale filippina molto nota tra i suoi connazionali e ben inserita professionalmente e socialmente, attraverso la quale è stato possibile stabilire relazioni maggiormente improntate alla fiducia e alla collaborazione.
62  Ad esempio, ModenaMedina, realizzato in collaborazione con il Centro Musica della città di Modena, basato su culture musicali di molti Paesi del mondo, o le Città Visibili, presentato come una Festa delle differenze, a cui partecipano molte delle associazioni di stranieri presenti in città.
63  Si veda il sito www.torino-internazionale.org , sezione immigrazione
64  Occorre tenere presente che in Gran Bretagna circa il 95% degli appartenenti a minoranze etniche ha diritto di voto a tutte le elezioni politiche; fino al 1983 infatti la cittadinanza era infatti garantita a tutti i cittadini del Commonwealth, che rappresentano la maggior parte degli immigrati in Gran Bretagna.
65  Si veda il sito www.leicester.go.uk
66  Le informazioni sulle politiche culturali della città di Leicester sono disponibili su: www.leicester.gov.uk
* di Vando Borghi
67  Per richiamare soltanto le proprietà chiave di un agire pubblico in tale contesto: la visibilità, il registro universalistico, la formulazione dei beni in questione come comuni, la centralità della dimensione istituzionale come istanza “terza”.
68  Laddove, come richiamato nella nota precedente, abbiamo mostrato che una delle proprietà dell’agire pubblico nel contesto contemporaneo dovrebbe consistere nella piena esposizione al pubblico non solo delle scelte e delle decisioni, ma anche (forse soprattutto) dei criteri con cui tale scelte sono state generate.
69  Mentre abbiamo visto la centralità che svolge la dimensione istituzionale, in quanto istanza regolatrice “terza” ai fini di una effettiva alimentazione e consolidamento della publicness.

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