Campo della Cultura / Sezione seconda
Reti, partnership, cluster e altri modelli di cooperazione nelle politiche della cultura

cap. 14

I Festival culturali hanno avuto una notevole diffusione in Italia, soprattutto a partire dai primi anni Novanta, ed in particolar modo in seguito al successo del Festival Letteratura di Mantova; lo stesso Festival Filosofia, ma anche il Festival Fotografia di Reggio Emilia, o il Festival Poesia dell’Unione Terre di Castelli sono nati sull’onda di quel primo successo nella città lombarda; il Festival Teatrale Vie organizzato dall’Ert, a Modena, ha seguito un percorso diverso, ma comunque riconducibile al successo che andava raccogliendo il “format” del Festival culturale.

Introduzione: i Festival e l’immagine della città
I Festival culturali hanno avuto una notevole diffusione in Italia, soprattutto a partire dai primi anni Novanta, ed in particolar modo in seguito al successo del Festival Letteratura di Mantova; lo stesso Festival Filosofia, ma anche il Festival Fotografia di Reggio Emilia, o il Festival Poesia dell’Unione Terre di Castelli sono nati sull’onda di quel primo successo nella città lombarda; il Festival Teatrale Vie organizzato dall’Ert, a Modena, ha seguito un percorso diverso, ma comunque riconducibile al successo che andava raccogliendo il “format” del Festival culturale.
La capacità di creare relazione, di intensificare gli scambi, a scala sia locale che sovralocale, è uno degli aspetti che maggiormente trae beneficio, almeno in teoria, dall’organizzazione di eventi culturali di forte impatto comunicativo e/o spettacolare.
Il confronto tra alcuni eventi organizzati a Modena e provincia, Reggio e Mantova, contesti territoriali comparabili per dimensioni e accomunati da un crescente interesse per il nesso cultura-società-economia, offre l’occasione per riflettere sia su diverse modalità di rapporto tra mondo associativo, imprenditoria, istituzioni, attori politici, sia sui processi di organizzazione e gestione delle vicende culturali e l’immagine/progetto di città che se ne può ricavare.
Uno dei catalizzatori fondamentali dei processi di urbanizzazione – della vita stessa delle città, nonché delle sue dinamiche di sviluppo – è rappresentato appunto dal dialogo, dal confronto tra gli abitanti, dalla ricerca di pratiche “attraverso cui costruire arene deliberative che portino a sperimentare azioni di tipo inclusivo” (Governa, 2008: 81); la visione della città come “supporto dei processi economico-produttivi” (Sebastiani, 2007: 108), tipica del paradigma neoliberista, tende a trascurare la dimensione del dialogo, della sfera pubblica, dei processi e delle sedi che favoriscono l’uno e concorrono alla sedimentazione e alla riproduzione dell’altra.
I festival citati hanno riscosso negli anni un notevole successo di pubblico; hanno offerto occasioni di incontro, in luoghi pubblici; hanno quindi in qualche modo contribuito ad alimentare, anche se in maniera sporadica e intermittente, quello spazio pubblico “vissuto” che nell’opinione di molti studiosi è ausilio importante, anche se non sufficiente, per la condensazione di una sfera pubblica (Sebastiani, 2007). Tra le altre caratteristiche, perché si possa parlare di sfera pubblica, è anche necessario che “le voci che emergono in questo spazio, […] le opinioni condivise che lì si aggregano abbiano la possibilità di farsi sentire da chi ha il potere di prendere decisioni di natura politica” (ibidem: 97). Il confronto, la discussione, la condivisione sono essenziali perchè si possa parlare di sfera pubblica; non basta la semplice compresenza – comunque essenziale, naturalmente – nell’ambito di un festival come di qualsiasi altra iniziativa.
Alcuni discorsi sulla cosiddetta “società della conoscenza” (Rullani, 2004), sul capitale sociale (Bagnasco, 1999), sullo sviluppo, da intendere come processo complesso, non riducibile alla sola dimensione economica (Donolo, 2007), non si discostano da questo tipo di argomentazione sull’importanza di individuare processi e sedi di condivisione, per giungere alla sedimentazione di beni collettivi, la conoscenza e la cultura in prima battuta.
La posta in gioco più rilevante, rispetto ai Festival culturali, non sembra quindi quella del marketing urbano; la stessa importanza che tali eventi hanno assunto nelle agende politiche di varie città suggerisce del resto di tentare di evitare un approccio economicista. Nell’opinione della Sebastiani i Festival culturali hanno potenzialità significative rispetto alla dimensione della sfera pubblica; nel caso del Festival della letteratura di Mantova, l’autrice sottolinea che l’evento “deve il suo successo ad alcuni ingredienti che sono importanti per la formazione di una sfera pubblica: il suo rapporto con gli spazi urbani come sistema reticolare di luoghi pubblici; il carattere informale e diretto delle relazioni tra pubblico e autori; la partecipazione di un volontariato cittadino e giovanile alla sua realizzazione” (Sebastiani, 2007: 128).
Il successo di Mantova ha poi favorito la nascita di iniziative simili “sicchè una creazione originale sta rapidamente cambiando in formula standard per la costruzione di eventi di successo”. Di conseguenza questo genere di manifestazioni “si caratterizzano sempre più come eventi alla stesa stregua delle fiere commerciali e dei “saloni” dell’economia e dell’impresa […]. Da spazio della cultura e della politica nella città essi diventano sempre di più un oggetto di politiche delle città, destinati al city marketing e all’attrazione di risorse e investimenti legati al turismo culturale e a quello congressuale” (ibidem). Il rischio che prevalga l’elemento del marketing, smarrendo il senso più profondo, di promozione dell’incontro e della riflessione, che possono tentare di perseguire gli eventi culturali, appare quindi rilevante.
Dalle interviste effettuate nell’ambito della seconda annualità della ricerca, emergono alcuni elementi, in tutti i contesti esaminati, che sembrano restituire una certa consapevolezza sulla varietà delle questioni sociali e politiche, oltre che economiche, riconducibili alla fioritura dei Festival culturali, tra i quali si possono segnalare:
-la volontà di promuovere, attraverso gli eventi culturali, una riscoperta degli spazi urbani, per favorire occasione di confronto e dialogo, oltre che per promuovere l’immagine turistica delle città;
-il tentativo di favorire un arricchimento del dialogo tra istituzioni pubbliche, associazionismo ed attori economici;
-il tema di un rapporto da ridefinire tra eventi e istituzioni e di come, eventualmente, “istituzionalizzare” i festival;
-la ricerca di collegamenti internazionali per rafforzare le connessioni sovralocali dei contesti urbani;
-il tentativo di integrare i migranti nelle attività collegate ai festival.

Il festival della letteratura a Mantova: la difficoltà di essere un modello
Mantova ha dato in qualche modo il “la” alla stagione di effervescenza “festivaliera”, ha rappresentato il modello per gli altri eventi e, nella testimonianza fornitaci da PO, uno degli otto componenti del comitato organizzatore che ha dato vita al Festival Letteratura e lo organizza tuttora, la manifestazione è nata da un vuoto di proposta politica e da una difficoltà nella discussione pubblica, più che da una ricchezza nell’intreccio pubblico-privato; lo spunto originario è anzi venuto dall’esterno, e precisamente da una ricerca affidata ad una società inglese, su iniziativa della Regione Lombardia, dedicata alle potenzialità di marketing culturale e turistico della città di Mantova. Tale iniziativa aveva portato, a metà degli anni Novanta, ad una serie di incontri pubblici cui avevano partecipato sia rappresentanti istituzionali che esponenti di associazioni impegnate nel settore culturale, i quali avevano sottolineato le potenzialità di Mantova nel settore del turismo culturale e individuato un festival letterario, sul modello di alcuni simili realizzati in paesi anglosassoni, come una delle possibili esplicitazioni di questa potenzialità.
La difficoltà di concretizzarla ha poi spinto otto persone a fare, in qualche modo, “da sole”, formando un comitato promotore. Nella testimonianza del nostro interlocutore “il festival nacque da un atto di rottura contro la burocrazia, contro le lungaggini, […] contro un certo modo di fare politica culturale, degli assessorati, dell’immagine. Volevamo fare qualcosa per la città”.
Festival Letteratura sembra nascere, quindi, non solo dal basso, ma anche con accenti in qualche modo “antipolitici”. Il progetto era nato grazie ad un legame forte con la società civile, espresso dall’Associazione Amici del Festival, nata ancora prima che il festival ci fosse, ed ha avuto fin dall’inizio una forte partecipazione di volontari (da 700 ad 800 nelle varie edizioni, la metà dei quali provenienti da fuori Mantova ed alcuni anche dall’estero).
Il Festival ha raggiunto negli anni una certa autonomia finanziaria dalle istituzioni pubbliche. Attualmente riceve solo il 15% del budget (che è di circa 1.800.000 €) da finanziamenti degli enti locali o dello stato, ed il resto prevalentemente da sponsor (circa 150), oltre che dalla bigliettazione (molti degli eventi del Festival prevedono l’accesso a pagamento).
Nella testimonianza del nostro interlocutore, il comitato promotore – anche grazie a questo solido apporto di aziende finanziatrici, molte di rilievo nazionale – non riceve particolari condizionamenti dalle autorità pubbliche e rivendica un rapporto molto forte con la città. Il programma del festival non viene discusso con le associazioni, ma un costante dialogo “informale”, anche nei bar e in altre occasioni conviviali, è intrecciato tra gli organizzatori che vivono in città e continuano a svolgere le loro professioni ed i loro concittadini.
Una grande attenzione è stata riservata sin dalle prime edizioni agli spazi urbani, piazze e palazzi storici, in particolare, ma anche luoghi inconsueti, valorizzati grazie al rapporto con la Sovrintendenza, ma anche con privati cittadini. Il Festival ha influenzato le politiche culturali della città (stimolando fra l’altro la nascita di altri festival a Mantova) ma attraverso uno stimolo esterno, più che attraverso un confronto diretto e costante con le autorità politiche. Paolo Polettini evidenzia la necessità sia di un dialogo più strutturato con l’autorità pubblica che di un rafforzamento dell’assetto organizzativo del Festival. “Ci piace rinascere ogni anno – dice, – ma non è una scelta”. Il Festival è caratterizzato da una certa fragilità strutturale; ha solo 4 segretarie fisse – delle quali solo 2 impegnate davvero a tempo pieno – e non ha una vera e propria sede; fino a che punto l’evento possa andare avanti con un’organizzazione tanto esile e con un rapporto così altalenante con gli enti locali, rappresentano temi su cui il comitato organizzatore si interroga.
Il Festival Letteratura è molto attento ai temi della multiculturalità, ospita regolarmente scrittori di varie nazionalità ed è capofila di un progetto internazionale di sostegno ai giovani scrittori; la sua stessa origine, inoltre, è legata al confronto con altri eventi tenuti in vari paesi europei, e, nelle parole del nostro interlocutore “è fondamentale la proiezione internazionale”. Tale attenzione alla dimensione sovralocale e transcalare non ha però portato ad attivare delle relazioni con i migranti presenti sul territorio, anche attraverso le loro associazioni.


I festival “Filosofia”, “Vie” e “Poesia”: attori pubblici in difficoltà

1. Il festival Filosofia
Il Festival Filosofia di Modena si è esplicitamente ispirato a Mantova, ma è differente da molti punti di vista. In primo luogo, si svolge su tre comuni, mentre il Festival letteratura è incentrato esclusivamente sul capoluogo; la presenza delle autorità pubbliche è più marcata, anche se il cuore organizzativo è la Fondazione San Carlo, struttura privata; l’attenzione agli spazi pubblici appare più marcata che a Mantova, e rappresenta forse una delle cifre distintive dell’evento modenese; il contributo finanziario preponderante viene dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, mentre il mondo imprenditoriale, sia nazionale che soprattutto locale, è poco partecipe.
Il Festival Filosofia nasce con una articolazione tripolare (Modena, Carpi, Sassuolo), che va probabilmente collegata, in prima battuta, al ruolo che ha avuto l’ente Provincia nella sua ideazione. Il primo a proporre di dedicare un evento alla Filosofia, nel 1998, fu infatti l’allora assessore alla cultura della Provincia di Modena, Mario Lugli; la Fondazione San Carlo, storica istituzione culturale modenese, fu individuata come la struttura più attrezzata per organizzare l’evento, la Fondazione Cassa di Risparmio decise di sostenere economicamente l’iniziativa e i tre principali comuni della provincia decisero di ospitarla e sostenerla.
La rete dei rapporti internazionali è un aspetto essenziale del festival; la Fondazione San Carlo è ad esempio capofila di un progetto dell’Unione Europea per esportare in alcuni paesi dell’est europeo il modello del Festival Filosofia; la rete di rapporti internazionali costruita negli anni dalla scuola di Alti Studi della stessa Fondazione San Carlo, ha inoltre alimentato il successo del festival e ne è stata alimentata; come a Mantova, l’attenzione al tema della multiculturalità non ha portato al coinvolgimento diretto di associazione di migranti nelle attività del Festival. Il festival ha avuto fin dall’inizio una struttura organizzativa che ruota attorno a due tavoli, uno culturale, gestito essenzialmente dalla Fondazione San Carlo, uno politico-organizzativo-finanziario, costituito dai tre comuni, Fondazione Cassa di Risparmio e Fondazione San Carlo, che comunque vaglia e approva l’impostazione culturale dell’evento.
A Modena il Festival è nato “dall’alto”, fin dall’inizio gli enti locali hanno avuto un ruolo ben definito e l’evento è stato caratterizzato da un’anima che BO, già direttrice scientifica della Fondazione San Carlo, ha definito nell’intervista concessa per la presente ricerca “di politica, di politica culturale consapevole”. Uno degli aspetti qualificanti di tale politica culturale consapevole è stata l’attenzione agli spazi urbani; nelle intenzioni degli organizzatori “la radice di Festival era davvero festa, quindi aveva una carattere inclusivo […]. Si dovevano fare gesti che avessero il carattere della festa e quindi dello spazio pubblico”; si scelsero quindi piazze, e non semplici luoghi aperti, ma “luoghi civici di grande investimento patrimoniale, luoghi di identità civile profonda”. Tornare alle piazze come luoghi di discussione era tra gli obiettivi essenziali, insieme alla riscoperta del patrimonio storico artistico ed al rilancio di una riflessione sulla contemporaneità, in quanto, “nella Modena che  aveva rifiutato Gehry, notammo […] una mancanza di digestione del proprio tempo”. L’attenzione per gli spazi pubblici passa anche a Modena per la riscoperta di piazze e monumenti, cui si accompagna la ricerca di luoghi meno consueti ma comunque significativi, che non sempre si riesce ad attuare (un edificio industriale dismesso è stato utilizzato nel corso di un’edizione, mentre il tentativo di realizzare alcuni eventi nell’ambito della zona Tempio, oggetto da alcuni anni di tensioni legate al degrado urbano e alla forte presenza di immigrati, non è andato in porto).
Il coinvolgimento sull’arte contemporanea della Galleria Civica, dell’insieme degli Istituti culturali dei vari comuni, delle Gallerie d’arte private, è una delle caratteristiche del festival, che rappresenta, anche secondo le testimonianze raccolte nell’ambito di questa ricerca, uno dei più significativi momenti di confronto tra le istituzioni e le varie realtà culturali della Provincia. La scelta dei temi è del festival comunque prerogativa del Comitato organizzatore, e non è oggetto di particolari momenti di discussione pubblica.
Il confronto sulle questioni organizzative si è allargato, col tempo, a associazione dei commercianti, a enti di promozione territoriale – come “Modena amore mio” – ma anche alle ASL – per un progetto di informazione sanitaria – oltre che alle associazioni imprenditoriali.
Il dialogo con queste ultime non ha prodotto particolari risultati; la Fondazione Cassa di Risparmio garantisce 400.000 dei 700.000 € di budget ed il contributo di altri sponsor privati è residuale; le risorse disponibili, secondo BO, non sono adeguate all’entità dello sforzo organizzativo, che è sostenuto soprattutto dalla Fondazione San Carlo. Il Festival, per l’istituto “ha comportato una riconversione di tutta l’attività interna; [dato che i bilanci non crescono] siamo noi che premiamo sulla nostra attività interna”. Non sono state fatte assunzioni per il Festival, se non un paio di contratti a termine, su questioni organizzative; non esiste un’associazione di Amici del Festival e non c’è un coinvolgimento di volontari. A Modena l’assetto istituzionale del Festival è più definito che a Mantova, ma non è privo di elementi di sofferenza, legati soprattutto alla relativa incertezza delle risorse finanziarie disponibili ed alla forte pressione che l’evento comporta sulle attività ordinarie della Fondazione San Carlo.

2. Il Festival “Vie”
Il Festival Vie, rassegna internazionale di teatro contemporaneo promossa dalla Fondazione ERT (Emilia Romagna Teatro) di Modena, nasce dalla rielaborazione di una precedente rassegna, “Le vie dei festival”, che si svolgeva da ottobre a dicembre, ed era una vetrina delle cose che si erano viste nei Festival estivi, in Italia e all’estero. La decisione di concentrare la rassegna e trasformarla in Festival nacque, nel 2005, oltre che dal successo che i Festival culturali andavano riscuotendo, dalla volontà di creare un evento che desse maggiore visibilità allo sforzo che la Fondazione Ert stava dedicando alla promozione del teatro contemporaneo. La Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, che è tra i soci fondatori della Fondazione Ert, aveva tra i suoi obiettivi anche il sostegno alle forme espressive contemporanee, condivise il progetto e lo sostenne finanziariamente (ancora nell’ultima edizione la Fondazione Cassa di Risparmio è stato il principale finanziatore, con 300.000 € sui 750.000 di budget).
Il progetto nacque quindi come integrazione e arricchimento delle attività istituzionali dell’Ert; nella testimonianza di Valenti, il progetto non fu discusso con associazioni, né fu oggetto di momenti di confronto pubblico prima della sua presentazione. Anche in questo caso, quindi, la modalità organizzativa è sostanzialmente gerarchica. Il rapporto con le città e i territori – oltre che a Modena, la rassegna si svolge a Carpi e Vignola – passa soprattutto attraverso un’attenzione alla ricerca di spazi alternativi per la messa in scena degli spettacoli. Da alcuni anni sono ad esempio sedi di spettacoli anche una scuola superiore di Modena (l’ITI Corni), un ex padiglione industriale, che in un altro periodo dell’anno è parte dell’allestimento della (ex) festa dell’Unità, la ex chiesa di S. Rocco, a Carpi. La Fondazione Ert ha anche attivato, allo stesso fine, dei rapporti con alcune polisportive di Modena, una delle quali si è rivelata molto disponibile e interessata a collaborare; il progetto non è andato a buon fine per problemi burocratici.
Il festival Vie nasce quindi essenzialmente dall’alto, per iniziativa dell’Ert e col sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio, alcuni comuni e la Regione Emilia Romagna; ha un rapporto con le città che passa attraverso i luoghi delle rappresentazioni e la condivisione di una ricerca espressiva sulle sperimentazioni teatrali, ma non attraverso discussioni pubbliche. Non esiste, inoltre, un progetto culturale complessivo della città cui fare riferimento; le discussioni promosse nell’ambito degli Stati generali della cultura, su un tavolo del contemporaneo, non hanno portato a progetti concreti.
Il successo del Festival non fa venir meno preoccupazioni di ordine sia finanziario che strutturale; la diminuzione dei finanziamenti statali per le attività teatrali è il principale elemento di preoccupazione economica; l’inadeguatezza delle strutture teatrali disponibili a Modena, che hanno fatto perdere importanti occasioni produttive, è la principale preoccupazione manifestata da VA, che ritiene particolarmente grave, da questo punto di vista, il ritardo nella progettazione dell’area ex Amcm, che condanna l’Ert ed il festival Vie ad altri 5 o 6 anni di carenza di spazi per prove, produzioni e rappresentazioni. Anche dal punto di vista del personale, il festival Vie non ha una struttura fissa, avvalendosi, oltre ai dipendenti fissi dell’Ert, di 10 stagisti volontari e di alcuni tecnici a contratto forniti da cooperative. Soprattutto in relazione al festival, all’Ert manca “una struttura per lavorare più stabilmente sul territorio”.
Il Festival Vie attiva soprattutto reti sovralocali, permettendo di consolidare la storica proiezione internazionale dell’Ert e la sua capacità di organizzare coproduzioni anche fuori dai confini nazionali. La Fondazione Ert fa parte della rete internazionale “IRIS”, costituita da enti teatrali dei paesi del fronte sud del Mediterraneo, e di “Prospero”, un progetto quinquennale che abbraccia sei istituzioni teatrali in tutta Europa. Le reti, finanziate dall’Unione Europea, prevedono – in particolare nel caso di “Prospero” - una serie di scambi e coproduzioni, di cui Modena è uno dei centri principali; il progetto prevede incontri regolari, oltre che tra organizzatori e drammaturghi, anche tra esponenti degli enti locali delle città sedi dei teatri.
Il Festival Vie è diventato un momento di incontro, di confronto e anche di progettazione rilevante per le compagnie ed i teatri di ricerca di tutta Europa. La storia di grande apertura internazionale del teatro contemporaneo a Modena ha favorito, anche in questo caso, il successo del Festival e continua ad alimentarlo.
Alla forte proiezione internazionale non corrisponde una capacità di intrecciare un dialogo con i migranti presenti sul territorio; il presidente di Ert ha effettuato dei tentativi in questo senso e si dichiara molto sensibile all’argomento, ma segnala che, oltre che con le associazioni dei migranti, anche i rapporti con i settori delle amministrazioni pubbliche che si occupano di migrazione sono molto modesti, nonostante qualche tentativo di allacciare dei contatti, anche sul fronte amministrativo, da parte dell’ente teatrale. La Fondazione Ert ha avuto dei contatti, ad esempio con degli albanesi e con dei serbi, in occasione del passaggio di compagnie di quei paesi, ma nella testimonianza del nostro interlocutore “non si è mai trattato di niente di strutturato”; favorire l’accesso al teatro, soprattutto per i migranti che provengono da paesi con forte tradizione teatrale come i rumeni e gli ucraini, è uno delle questioni su cui si dovrebbe riflettere, secondo VA, non solo per favorire l’integrazione di queste popolazioni, ma anche per arricchire e rigenerare la tradizione teatrale di Modena. Per quanto riguarda i rapporti con le strutture amministrative che si occupano di immigrazione, alle consuete difficoltà che caratterizzano le relazioni tra uffici diverse, si aggiunge in questo caso il fatto che “chi si occupa di integrazione in città non si è mai interessato di teatro”.

3. Il Festival Poesia dell’Unione “Terre di Castelli”
Il Festival Poesia dell’Unione Terre di Castelli, nato sul modello del Festival Filosofia, ne condivide la tensione civica, l’ambizione di alimentare dibattito pubblico e l’articolazione su più territori, legata anche alla natura della struttura amministrativa che l’ha promossa, costituita da più comuni.
Nelle parole di AL, sindaco di Castelnuovo Rangone e principale promotore dell’iniziativa nata nel 2005, “la cultura deve produrre costantemente le condizioni del dialogo, del confronto, dell’incontro” e deve contrastare “l’indebolimento del senso delle relazioni”. La poesia è stata scelta come argomento del Festival più che per la passione personale e l’attività dello stesso sindaco in tale ambito, in seguito ad alcuni “ragionamenti sul valore civile della poesia”, “sulla valenza civile della lingua e del linguaggio”, condivisi, secondo il nostro interlocutore, con gli altri sindaci dell’Unione e con degli operatori culturali; l’obiettivo primario era fare incontrare le persone attraverso “le parole piene della poesia”; la cultura, pertanto, viene considerata anche dagli organizzatori di questo festival come una sorta di catalizzatore di civicità, rigeneratore di sfera pubblica, attraverso la condivisione di momenti di ascolto e riflessione. L’attenzione ai luoghi, alle sedi delle iniziative, la ricerca di spazi, anche abbastanza insoliti (un vecchio cimitero napoleonico, le sedi di una cantina sociale e di un caseificio, una vecchia stazione dimessa, una pista ciclabile, ad esempio), è molto presente nelle preoccupazioni degli organizzatori; gli spazi più battuti restano comunque le piazze, luogo simbolico per eccellenza e cardine del tentativo di riammagliare le reti delle civicità.
Come a Modena, il festival è nato da un’iniziativa dall’alto, condivisa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Vignola fin dalla prima edizione e, dal 2008, anche dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. I 300.000 € del budget sono coperti in prevalenza dai contributi delle Fondazioni e dall’Unione, con un 10% di contributi da parte di aziende ed associazioni imprenditoriali; l’iniziativa è quindi sostanzialmente pubblica e come per gli altri festival modenesi (ed al contrario di Reggio Emilia, come si vedrà in seguito) è essenziale il contributo delle Fondazioni bancarie; la partecipazione delle imprese è piuttosto modesta, mentre si sta consolidando il contributo delle associazioni di categoria.
L’organizzazione è affidata essenzialmente a due consulenti esterni, in stretta collaborazione con gli amministratori locali, in particolare il sindaco di Castelnuovo Rangone, e l’Ufficio Cultura dei vari comuni; non è particolarmente significativo il dialogo con i privati cittadini e le associazioni culturali, rispetto alla scelta degli assi culturali di riferimento degli eventi; anche per questo festival, non sembra particolarmente accentuata la possibilità di esprimere opinioni e di presentare proposte sugli aspetti organizzativi più rilevanti.
Le modalità gestionali sono quindi prevalentemente gerarchiche, mentre appare invece piuttosto proficuo il confronto con alcune associazioni culturali del territorio, anche giovanili, negli aspetti gestionali di alcune iniziative del Festival; è costante inoltre il tentativo degli organizzatori di coinvolgere le scuole, che durante il Festival accolgono poeti per incontri con gli allievi; i ragazzi delle scuole medie inferiori partecipano inoltre ad un concorso di poesia, che è tra le iniziative collaterali. Iniziative sono inoltre organizzate, tra un’edizione e l’altra, sia nelle scuole che in altre sedi, per tentare di evitare di limitare l’interesse e l’attenzione per la poesia e la discussione ad essa collegata ai soli tre giorni del Festival. Il rapporto con le scuole è tuttavia piuttosto macchinoso, e non sempre i tentativi di collaborazione risultano fruttuosi, soprattutto per la difficoltà di intrecciare la tumultuosa macchina organizzativa ai “tempi lunghi” delle istituzioni scolastiche.
Viene inoltre segnalata dal nostro interlocutore una notevole difficoltà a stabilire dei rapporti con i migranti, anche attraverso le loro associazioni; tentativi in tal senso sono stati effettuati ma, nella testimonianza del nostro interlocutore, “siamo solo agli inizi” ed il Festival non è ancora riuscito a coinvolgere gli immigrati. Il tema del multiculturalismo sta molto a cuore agli organizzatori, la presenza di poeti stranieri è una costante ed il contatto con altri festival analoghi (in particolare quello di Granada) è già consolidato; ma lo stesso sindaco ha evidenziato come nemmeno la presenza di Adonis, poeta siriano di grande rinomanza, ha spinto le associazioni dei migranti arabi presenti nel territorio a partecipare direttamente alla relativa serata. Si può pertanto ipotizzare che gli immigrati avvertano questo tipo di eventi come piuttosto lontani dalla loro sfera di interessi.
La volontà delle amministrazioni è di evitare sia che il Festival venga vissuto come qualcosa di estraneo all’ordinaria attività delle istituzioni culturali del territorio (le scuole e le biblioteche, in primo luogo), sia che gli eventi finiscano per sottrarre risorse e possibilità di azione a tali istituzioni.
Gli aspetti più legati alle scelte di indirizzo culturale restano comunque riservate al comitato organizzatore e non sottoposte ad una discussione pubblica.
I comuni che ospitano l’iniziativa hanno complessivamente poco più di 50.000 abitanti. La preoccupazione di AL, più che all’invadenza del Festival e ad un rischio di indebolimento della dimensione istituzionale della cultura, è legata ad un rischio di sovrapposizione con i festival Filosofia e Vie, che si svolgono più o meno nello stesso periodo (tra settembre e ottobre) del Festival Poesia, a Modena e provincia, senza alcun coordinamento, né formale né informale.
Le potenzialità di marketing territoriale e di promozione del turismo culturale restano ancora sottoutilizzate, secondo il nostro interlocutore, anche per la storia ancora relativamente recente dell’evento (la prima edizione si è svolta nel 2005) e per la sua dimensione istituzionale ancora piuttosto fragile, resa ancora più labile dall’allargamento a nuovi comuni avvenuto con l’ultima edizione, che ha comportato ulteriori problemi organizzativi.


Il Festival “Fotografia Europea” a Reggio Emilia: una città reinventata dall’alto?
La sovrapposizione di festival preoccupa un po’ anche CA, assessore alla cultura del comune di Reggio Emilia, principale promotore a partire dalla prima edizione nel 2006, insieme al sindaco Del Rio, del festival Fotografia Europea.
L’attenzione per la civicità e gli spazi pubblici è molto presente anche a Reggio Emilia: nella testimonianza del nostro interlocutore, Fotografia Europea vorrebbe costituire un “progetto di cittadinanza attiva”, di riflessione sulle forma urbane e sulle modalità della convivenza, a partire da una tradizione di cultura fotografica, che a Reggio Emilia ha trovato alte espressioni, ad esempio con Luigi Ghirri; i promotori dell’iniziativa speravano che la forte tradizione fotografica di Reggio Emilia agevolasse l’affermazione del Festival e la sua volontà di essere un evento popolare e non elitario, un momento di ripensamento dell’immagine della città, che non venisse avvertito come estraneo, artificiale, calato dall’alto; la ricerca e la riscoperta di spazi urbani anche insoliti, “sconosciuti o da riscoprire” (una vecchia centrale dell’Enel, abitazioni di privati, che hanno offerto i loro spazi domestici per delle mostre) nelle parole di CA è parte essenziale del progetto, che ha lavorato essenzialmente sugli ambiti urbani del centro storico ma cercherà, nelle prossime edizioni, di allargare le attività anche alle periferie, finora toccate in misura meno significativa dalle iniziative; l’intenzione dell’amministrazione è anche intrecciare una maggiore presenza del Festival a un ripensamento urbanistico di quegli spazi, in vista di una loro valorizzazione e riqualificazione, necessaria anche in funzione della crescente presenza degli immigrati in quegli ambiti urbani.
Il rapporto con le culture altre e il tema dell’immigrazione non è tuttavia stato tra gli assi centrali dell’evento; l’esigenza di una maggiore apertura in tal senso è avvertita, ma “il tema del multiculturalismo è ancora molto da indagare”, secondo il nostro interlocutore, che sottolinea anche che non va dato per scontato che eventi di questo tipo siano certamente graditi alle popolazioni immigrate ed in sintonia con le loro esigenze.
Il Festival di Reggio rivendica già nel nome “Fotografia Europea” l’intenzione di aprire Reggio al dibattito culturale internazionale e l’originaria apertura alle relazioni con eventi e istituzioni alla scala sovralocale. “Fotografia Europea” ha infatti attivato collaborazioni con il Festival di Arles e con il Mois de la Foto di Parigi, e dal 2009 è parte di un progetto di scambio sostenuto dall’Unione Europea tra vari festival della Fotografia.
L’ispirazione, palese e dichiarata dallo stesso assessore, è a Mantova e Modena; col Festival di Mantova è stata avviata una collaborazione diretta; a Reggio Emilia tuttavia il progetto è però nato esclusivamente dall’amministrazione comunale; calato dall’alto, quindi, dalla principale istituzione cittadina, ed affidato, nella progettazione culturale, a un consulente esterno, con la collaborazione di alcuni funzionari comunali. La scelta del tema e delle articolazioni organizzative fa capo al comitato scientifico insediato presso l’amministrazione cittadina, senza particolari possibilità di intervento o discussione da parte di privati cittadini o associazioni; il Festival non è ancora riuscito a coinvolgere il volontariato e l’associazionismo nella gestione concreta dell’evento.
La principale forma di discussione con la città, per la prima edizione di Fotografia Europea, è stata quella con i più importanti circoli fotografici e con le Gallerie d’arte; la prima edizione ha avuto quindi un’impostazione organizzativa fortemente gerarchica; solo il successo del 2006 e 2007 ha suscitato curiosità e attenzione, facilitando il tentativo di coinvolgere privati cittadini (per individuare nuovi sedi per gli eventi), ma anche alcune scuole, favorendo la nascita di collaborazioni attive con Reggio Children, l’istituto che segue le attività educative del Comune di Reggio Emilia, e con l’Associazione Industriali di Reggio Emilia e altre associazioni di categorie; secondo il nostro interlocutore “un po’ tutta la città è coinvolta attualmente nel Festival”, a differenza che nelle primissime edizioni; CA segnala come particolarmente rilevanti le collaborazioni di Reggio Children e Associazione Industriali che segnalano come il festival abbia conquistato sia il principale riferimento simbolico della città, costituito dalla sua universalmente riconosciuta eccellenza educativa, sia il cuore produttivo della città.
Il principale sforzo finanziario, in questo caso, è dell’amministrazione comunale - 600.000 € di investimento diretto su un budget di 1.000.000 – supportata, dopo un iniziale scetticismo, dalle associazioni di categoria, ed in particolare dall’Associazione Industriali, da alcuni commercianti e da alcune aziende industriali, in maniera più significativa che a Modena (i contributi più significativi vengono dal mondo cooperativo – CCPL e Coopsette, in particolare, e da Enia, la multiutility di Parma, Piacenza e Reggio Emilia). La Fondazione bancaria Manodori offre un piccolo contributo, che copre circa il 3% delle spese, e non è quindi paragonabile all’essenziale contributo della Fondazione cassa di Risparmio per i Festival modenesi.
Il progetto si avvale della cooperazione della Provincia, che offre tra l’altro un suo spazio espositivo ma non un contributo finanziario significativo (circa l’1% delle spese), e si sta estendendo anche a cinque comuni della provincia, che hanno cominciato a collaborare all’evento. Tale collaborazione non è stata priva di difficoltà, sia nel coordinamento che nella promozione degli eventi, anche a fini turistici, comportando il rischio di restituire l’immagine del festival come una “sommatoria di eventi” diversi nei vari ambiti territoriali, più che di un’iniziativa unica.
Fotografia Europea è molto attenta al tema della contemporaneità, che cerca di promuovere anche innestando mostre ed eventi in spazi del centro storico – ad esempio le chiese – e si inserisce in una fase di attivismo dell’amministrazione comunale sul fronte del rinnovamento dell’immagine di Reggio Emilia (si pensi al ponte di Calatrava sull’A1), oltre che in una consolidata tradizione di attività e ricerca sul paesaggio urbano, e sembra essere riuscita a favorire un confronto tra istituzioni, in particolare l’istituzione provinciale e altri comuni, ma anche tra diversi settori della stessa amministrazione comunale, attori sociali ed economici, pur essendo stata accolta all’inizio – secondo la testimonianza di CA – con un certo scetticismo, da una città che secondo l’assessore tende a “lavorare molto” ed a vedersi “con un profilo basso” ed era molto perplessa sull’opportunità di investire un milione di euro per un evento culturale.
La città si è “accorta” del Festival e lo ha accettato soprattutto a partire dal successo della seconda edizione, ma non ha ancora innestato un vero dibattito sulle prospettive urbanistiche e culturali della città, pur essendo vissuta in maniera molto partecipata e festosa dalla cittadinanza nei giorni del suo svolgimento. La città sta comunque cominciando a discutere di più di questioni estetiche, cultuali e urbanistiche, anche grazie al successo del Festival. Il turismo culturale potrebbe essere incentivato dal festival, secondo il nostro interlocutore, ma le capacità nel contesto reggiano di affrontare questa tematica sono ancora piuttosto carenti.


Le potenzialità della sfera pubblica, l’importanza delle reti
Le questioni della promozione dei rapporti internazionali e della riflessione sul tema dei migranti e della relazione con le culture “altre” è presente tra gli obiettivi e le preoccupazione di tutti i Festival di cui ci si è occupati. I Festival offrono un’occasione per consolidare i rapporti internazionali esistenti e per crearne di nuovi, nell’opinione di tutti gli interlocutori. L’attenzione per il tema delle culture migranti e del multiculturalismo è condiviso dai vari eventi; ma il multiculturalismo è tema molto presente nelle programmazioni di tutti i Festival, ed in modo particolare per il Festival Letteratura ed il Festival Filosofia.
Alla capacità di tessere reti alla scala sovralocale e di collegarsi al dibattito internazionale sui temi dell’intreccio tra le culture e delle migrazioni non sembra tuttavia corrispondere una capacità di relazionarsi con i migranti, nonostante i tentativi attuati in tal senso, ad esempio dal Festival Vie e dal Festival poesia. Tale difficoltà è probabilmente un’espressione particolare della più complessiva difficoltà degli eventi culturali a radicarsi stabilmente nel tessuto cittadino, al di là delle brevi “fiammate” dei loro pochi giorni di svolgimento.
Le difficoltà nel coinvolgimento dei migranti richiamano anche qualche criticità che, al di là delle apparenze festose, sembrano essere presenti nel rapporto tra eventi culturali e sfera pubblica. La sfera pubblica può essere compresa come l’incontro di singole persone “per formare un pubblico, che chiede di esercitare critica ed influenza sulle scelte del potere politico” (Sebastiani, 2007). Al concetto di sfera pubblica sono quindi connaturati il confronto di opinioni, lo scambio argomentato, “processi di elaborazione intersoggettiva su problemi e beni comuni, di discussione, conflitto, deliberazione e azione che coinvolgono diversi soggetti sociali nella concretezza quotidiana della loro vita” (De Leonardis e Turnaturi, 1997).
I temi della mancanza di sedi di confronto, della necessità di un maggiore coordinamento progettuale e di una sintesi politica delle varie linee di azione – e quindi, la questione di alcune criticità nella sfera pubblica – erano già emersi rispetto a Modena e sembrano riguardare anche gli altri contesti esaminati.
Anche in base al confronto tra i vari Festival, sembra quindi di poter sottolineare, in particolare per il caso di Modena, i seguenti elementi:
-difficoltà di dialogo a livello locale, particolarmente evidenti nello scarso coordinamento tra le varie politiche e i vari settori dell’amministrazione (segnalato come piuttosto significativo nel caso di Modena nell’intervista concessa da Michele Smargiassi, giornalista attento alle vicende culturali, sociali e economiche della sua città di residenza). In particolare, la carenza di connessioni tra politiche culturali, sociali ed urbanistiche rischia di trasformare la preoccupazione per lo spazio pubblico in una semplice petizione di intenti (ad esempio, a Modena i tentativi sia di Vie che di Festival Filosofia di individuare nuovi spazi non sembra collegato a progetti strutturati di politica urbana);
-scarsa possibilità di voice, di pubblica discussione ed intervento per associazioni e/o privati cittadini nell’ambito di progetti calati essenzialmente dall’alto, il che rimanda alle già citate preoccupazioni rispetto alle dimensioni della sfera pubblica e dello spazio pubblico;
-presenza degli attori economici piuttosto modesta, in particolare negli eventi modenesi, il che può far temere una scarsa attenzione allo stesso dibattito sull’economia e la società della conoscenza;
-centralità della Fondazione Cassa di Risparmio, finanziatore quasi unico, il che può rappresentare, in prospettiva, un elemento di debolezza (la Fondazione è disponibile ed attenta, ma occorre immaginare qualche percorso di minore dipendenza del sistema culturale modenese dalla generosità – e dalle disponibilità finanziarie – dell’ente bancario);
-un rapporto eventi-istituzioni da seguire con maggiore attenzione; bisogna aver “cura delle istituzioni”, beni collettivi fondamentali per qualsiasi percorso di sviluppo (Donolo, 1997). Se non fossero state forti la Fondazione San Carlo e Ert non sarebbero stati ad esempio possibili i rispettivi Festival; la manifestazione di Mantova è l’unica nata davvero dal basso e quasi “contro” le istituzioni pubbliche, ma la fragilità è vissuta anche dal comitato organizzatore come una spada di Damocle, e la necessità di una struttura meno evanescente viene avvertita, in prospettiva, come una necessità;
-necessità di un coordinamento tra i Festival modenesi (3 in venti giorni, grossomodo), ma probabilmente sarebbe opportuna anche una collaborazione a livello regionale;
-un coinvolgimento dei migranti ancora troppo modesto, come già sottolineato.
I Festival rappresentano in ogni caso una ricchezza dei territori, incentivano la loro capacità di connettersi ai flussi della conoscenza e di produrre innovazione; gli interlocutori di questa ricerca hanno sottolineato questi aspetti, per fortuna, più che gli argomenti legati al marketing territoriale.
Una maggiore attenzione alle reti corte, all’interno dei territori, ed a reti provinciali e regionali di coordinamento, potrebbe utilmente affiancarsi all’attenzione, già efficacemente dispiegata, per le reti lunghe. La valorizzazione delle reti esistenti, la promozione di nuove occasioni e spazi di relazione, e la necessità di interrogarsi sul rapporto tra eventi, istituzioni e sfera pubblica appaiono tra gli aspetti sui quali qualche criticità è rilevabile.


Conclusioni

Il tema del rapporto tra eventi e istituzioni nella gestione delle politiche culturali è molto critico a tutte le latitudini. Il caso del Festival Filosofia sembra emblematico di tali difficoltà per i seguenti motivi:
a)la complessa macchina organizzativa del Festival produce una spettacolarizzazione dell’attività culturale, concentrata su tre giorni che, nonostante il grande successo ottenuto, non sembra aver comportato un consolidamento delle attività istituzionali della Fondazione San Carlo e rischia anzi di complicarle, sovrapponendosi ad esse;
b)il festival Filosofia, diventato l’attività culturale di maggior richiamo a Modena, riesce sì a favorire un certo dialogo tra le varie istituzioni culturali, ma non appare, sia nella sua impostazione culturale che nelle scelte organizzative, come il prodotto di un confronto pubblico tra varie voci ed opinioni, anche critiche e discordanti. Appare piuttosto, per riprendere un’espressione già usata, una scelta di politica culturale consapevole, ma calata dall’alto, ed espressione di una sintesi tra le posizioni delle figure apicali di Fondazione Cassa di Risparmio, Fondazione San Carlo, Comuni di Modena, Carpi e Sassuolo.

Se la possibilità di farsi sentire per le voci che emergono dallo spazio pubblico è essenziale perché si possa parlare di una agorà viva e vitale, che alimenta sfera pubblica, l’assenza di tale possibilità, la rarefazione delle sedi per esprimere voice rischia di confinare gli eventi alla loro dimensione più spettacolare ed evanescente, di festosa e fastosa “messa in scena” della solidarietà e del dialogo, che potrebbe non sedimentare molto, in termini di contributo alla riproduzione della qualità del dibattito civile e culturale.
Secondo Ota De Leonardis si dà sfera pubblica in tutti i processi sociali in cui si elaborano e si riconoscono beni e interessi che sono tali in quanto condivisi, e in cui l’azione è costitutivamente interazione (1997: 169). La sfera pubblica, inoltre, “si nutre di qualità personali, di competenze, orientamenti cooperativi e scelte responsabili, di quelle virtù private che fanno la diffusione e la forza delle culture civiche; ma altrettanto essa presuppone la presenza di istituzioni capaci di alimentare e valorizzare queste qualità. Essa è insomma costituita di pratiche e di culture della vita quotidiana, nei molti punti d’intersezione tra privati cittadini e istituzioni nei quali la realtà sociale viene costruita e riconosciuta come condivisa” (ibidem: 170). Gli intrecci, le intersezioni, il confronto e la condivisione delle modalità e degli obiettivi, vissuti non come circostanza particolare e estemporanea ma come pratica costante, sono pertanto fondamentali perché si possa parlare di una sfera pubblica vitale. Gli eventi culturali rispondono a tale esigenza di alimentare modalità di confronto e dialogo condivise, frequenti e durature?
Si potrebbe dire che mentre il Festival Letteratura, nato dal basso, comincia a interrogarsi sulla necessità di un dialogo più serrato con le istituzioni, il Festival Filosofia e gli altri eventi esaminati, nati sostanzialmente dall’alto, dovrebbero forse acquisire maggiore consapevolezza della loro natura sostanzialmente “verticistica”, ponendosi qualche domanda sulle forme e la qualità del loro dialogo con la città e del loro contributo alla sfera pubblica. Ci si potrebbe chiedere anche se l’impostazione organizzativa generalmente adottata, tanto puntuale, spettacolare e pervasiva, sia la più adatta a perseguire l’obiettivo di alimentare dialogo, sfera pubblica e cittadinanza.
Recenti studi ci ricordano infatti che “il rischio di ogni situazione di scambio poco istituzionalizzata è che la relazione che si stabilisce in modo temporaneo tra due parti si esaurisca una volta soddisfatti i bisogni all’origine dell’ingresso delle due parti nell’interazione, e che questa non lasci alcuna traccia” (Pinson, 2009: 107). Definire un quadro organizzativo durevole e scansioni temporali più lunghe “permette di preservare e valorizzare ciò che le interazioni di progetto producono” (ibidem). I progetti, e tra questi quelli culturali possono infatti sia attivare nuove reti o mettere in relazione delle reti già esistenti, sia generare “risorse cognitive, organizzative e successivamente riutilizzabili”, ma per esplicitare tali potenzialità è rilevante “il fatto di essere favoriti da dispositivi organizzativi e da un discorso politico. Le istituzioni permettono di capitalizzare le risorse generate dai funzionamenti interattivi delle reti – dell’identità, del legame politico, dell’interesse per il generale”. Le reti di relazioni svolgono la funzione di mettere in contatto “mondi sociali” diversi; in questo modo, le risorse disponibili in uno possono essere fatte valere in un altro, il che agevola il processo di tessitura e ritessitura delle trame dei rapporti sociali (Bagnasco, 1998: 83-84).
Orientamenti cooperativi e scelte responsabili sono fondamentali per il buon funzionamento di queste trame relazionali, come ci ricordava Ota De Leonardis, che possono “innervarsi” di comportamenti virtuosi, favorendone la diffusione; ma sono le istituzione a favorire la sedimentazione e il consolidamento di tali buone pratiche, che è illusorio affidare all’autorganizzazione della società civile (De Leonardis, 1997; Bagnasco, 1998; Pinson, 2009).
Gli esempi riportati dal presidente dell’Ert sui rapporti avviati con delle istituzioni scolastiche per il festival Vie, o anche una collaborazione che il festival Filosofia ha avviato con la Asl di Modena per un progetto di educazione sanitaria, o la presenza di alcuni dei protagonisti del Festival Poesia nelle scuole sembrano esempi positivi da questo punto di vista; non sembra però che queste relazioni riescano ad estendersi, oltre la puntualità dell’evento.
L’attenzione alla dimensione del rapporto tra le reti relazionali attivate o attivabili dai festival e la dimensione istituzionale, all’essenzialità della solidità di quest’ultima perché anche la vitalità delle proposte provenienti dal basso, dalla cosiddetta società civile, vengano valorizzate, ma anche alla rilevanza di un discorso politico, che fornisca una cornice al rapporto tra reti ed istituzioni, va probabilmente tenuta in maggiore considerazione nella costruzione degli eventi culturali
Se gli interlocutori della ricerca, sia pure con accenti diversi, tendono a ricondurre alla già citata dimensione “dell’interesse per il generale”, ed all’esigenza di alimentare il dialogo tra isitutzioni e società civile, la promozione ed il successo dei Festival, sono comunque gli aspetti del consenso e del dialogo quelli maggiormente messi in evidenza nelle interviste raccolte, che restituiscono una visione piuttosto “irenistica” sia dei percorsi organizzativi che degli esiti delle iniziative; la dimensione dei conflitti, sia rispetto agli obiettivi che alle modalità gestionali non emerge, se non in misura molto marginale.
Anche se la rilevanza politica di questi interventi è riconosciuta grossomodo da tutti gli intervistati, sia pure con qualche sfumatura, sembra trattarsi di una politica depurata dei suoi aspetti conflittuali.
Si può quindi avanzare l’ipotesi che i festival esplicitino delle politiche culturali riconducibili a quelle “ideologie della regolazione consensuale” (Pinson, 2009), centrali anche nel paradigma della governance, ed a quella “politica dell’assenza di politica” (Esposito, 1993), che postulano la riduzione della politica alla dimensione tecnico-economica (Mouffe, 2008), alla gestione, appunto, dell’inesorabile regolazione consensuale dei conflitti; secondo alcuni autori, tuttavia, tali ideologie della regolazione consensuale tendono “a escludere dal campo della discussione politica i soggetti più conflittuali – dunque, in generale, i più importanti – e gli attori e gruppi portatori di tali soggetti, dunque spesso i più deboli” (Pinson 2009: 143).
Politiche che mirano all’inclusione e alla condivisione, come possono essere considerate quelle che portano alla promozione dei festival culturali pertanto possono, paradossalmente, fondarsi su presupposti che rischiano di essere segregativi, e di contribuire ad alimentare ulteriori dinamiche di esclusione; il carattere sostanzialmente gerarchico delle modalità organizzative dei festival, e la difficoltà di definire sedi per dar la possibilità di esprimere opinioni ad una platea più ampia di quella dei diretti interessati, che riguardano anche le politiche culturali, rappresentano ulteriori elementi che inducono a riflettere sulle criticità esistenti, rispetto ai rapporti tra politiche culturali, partecipazione ed inclusione.
Le tesi di Henry Lefebvre, nell’interpretazione che ne ha dato David Harvey (1993), possono fornire qualche spunto su tali temi, suggerendo che i festival culturali possano essere ritenuti piuttosto lontani dalle pratiche socio-spaziali quotidiane e concrete, e siano piuttosto riconducibili, in primo luogo, alla sfera degli “spazi di rappresentazione”.
Il filosofo francese, nel suo saggio “La production de l’espace” ha distinto tra: le pratiche spaziali materiali, che si riferiscono ai trasferimenti e alle interazioni fisiche e materiali che avvengono nello spazio; le rappresentazioni dello spazio, che comprendono segni e significati che permettono alle pratiche materiali di essere comprese, sia nel senso comune che nei termini del linguaggio accademico, ad esempio di ingegneria, architettura, geografia; gli spazi di rappresentazione, che sono “invenzioni mentali (codici, segni, “discorsi spaziali”, programmi utopistici…specifici ambienti edificati, dipinti, musei, e così via) che immaginano nuovi significati o nuove possibilità per le pratiche spaziali” (Harvey, 1993: 268-269). Le tre dimensioni sono tra loro in una relazione dialettica, che può consentire di interpretare l’evoluzione delle pratiche spaziali. Gli spazi di rappresentazione, pertanto “possono non solo influenzare la rappresentazione dello spazio ma anche fungere da forza produttiva materiale rispetto alle pratiche sociali” (ibidem).
Ispirandosi al filosofo francese, David Harvey classifica i “luoghi aperti” e i “luoghi di spettacolo popolare” tra gli strumenti di appropriazione e uso dello spazio, da ricondurre agli spazi di rappresentazione (definiti anche “immaginazione”), mentre annovera i “programmi utopici” e le “mitologie dello spazio e del luogo” tra gli strumenti di produzione di spazio, ed il capitale simbolico e la costruzione della tradizione tra gli strumenti di dominio e controllo dello spazio, sempre riferibili agli spazi di rappresentazione/immaginazione (ibidem: 270-271).
Si può ipotizzare che tra i compiti dei festival e del complessivo rilancio delle attività culturali caratteristico degli ultimi anni vi sia quello di esplicitare sulla scena urbana e dare visibilità e concretezza, attraverso strumenti che attengono in primo luogo, ma non esclusivamente, agli spazi di rappresentazione/immaginazione, ad una visione della politica e della convivenza fondata sul consenso e sul dialogo come presupposto, e non come esito. Si è già evidenziato che l’uso dei luoghi pubblici e degli spazi aperti, per creare luoghi di confronto e discussione, è ritenuto uno dei più significativi contributi dei festival al miglioramento delle città, della loro “qualità civile”, per così dire, sia dagli interlocutori di questa ricerca, ma anche più complessivamente nel discorso pubblico, soprattutto in Emilia Romagna. Si può sostenere che i luoghi fisici e le attività che li animano (riconducibili nella classificazione di Harvey degli spazi di rappresentazione alla dimensione dell’appropriazione e dell’uso dello spazio) siano utilizzati per “costruire” la tradizione dell’incontro e della discussione (riconducibile al dominio e controllo dello spazio) che è parte della mitologia degli spazi urbani e più in generale dei luoghi (espressione della produzione di spazio, sempre seguendo la tipologia proposta dal geografo inglese).
La tradizione dell’incontro e della discussione, e la sua importanza nella costruzione, anche mitologica, degli spazi urbani, è stata storicamente una delle componenti significative del tessuto delle cosiddette “cento città” italiane, anche e soprattutto in Emilia Romagna. E’ legittimo ritenere che la stessa semplice presenza di questi eventi nei contesti urbani, e le folle che richiamano, contribuiscano ad alimentare e riprodurre un modello di civicità dialogante e consensuale; ma già lo schema di Harvey ci ricorda che i fenomeni socio-spaziali vanno analizzati tenendo conto della relazione dialettica tra spazi di rappresentazione/immaginazione, rappresentazione dello spazio/percezione, pratiche spaziali materiali/esperienza. Centrare l’attenzione sull’evento rischia di distogliere l’attenzione dal flusso concreto delle relazioni, dai processi sociali e dalle loro forme spaziali.
Si consideri ad esempio che nel modello del geografo inglese, alla rappresentazione dello spazio/percezione vengono ricondotti i “discorsi” spaziali (come strumento di appropriazione ed uso dello spazio), ed anche la comunità e la cultura regionale (come strumenti di dominio e controllo dello spazio), mentre alle pratiche spaziali materiali/esperienza vengono ricondotte le reti sociali di comunicazione e aiuto reciproco (in relazione ad appropriazione e uso dello spazio) e l’organizzazione territoriale delle infrastrutture sociali (formali ed informali), nonché il controllo sociale (in relazione alla produzione di spazio) (Harvey, 1993: 270-271).
Gli ultimi aspetti citati riguardano le dimensioni più dirette vissute e quotidiane della vita associata, il “farsi” dell’urbanità; la mancanza di un collegamento stabile e continuativo dei festival culturali con questi aspetti in qualche modo quotidiani e concreti evidenzia forse la necessità di affiancare all’attenzione per le potenzialità economiche, turistiche e promozionali, già ampiamente dispiegata, un maggiore impegno sulle possibilità di crescita culturale e civile e di “tessitura” sociale collegate.
Gli eventi che si sono analizzati cercano di curare questa dimensione di dialogo con la città; ma sembrano privi di una struttura istituzionale tale da consentire di alimentare costantemente, anche al di là dei pochi giorni dei Festival, tali relazioni (è molto esplicita, a questo proposito, la testimonianza di Pietro Valenti, direttore dell’Ert). Le difficoltà di voice, di espressione delle opinioni, di cui abbiamo parlato, manifestano probabilmente, nei termini di Harvey, un’assenza di controllo sociale, ed uno scarso collegamento con l’organizzazione territoriale delle infrastrutture sociali. Il Festival di Mantova è nato dall’associazionismo di base, e cerca di supplire a questo problema valorizzando questa sua matrice originaria; ma gli organizzatori si pongono il problema di una maggiore solidità istituzionale, anche per riuscire a dare una forma stabile, una cornice a questi collegamenti sociali. Gli altri eventi hanno un modello di organizzazione essenzialmente gerarchica, che espone al rischio dell’isolamento; il festival Vie, direttamente collegato all’attività istituzionale dell’Ert, è forse quello che ha assunto con maggiore consapevolezza il problema, attraverso il tentativo di far uscire l’istituzione teatrale e la sua rete di relazioni internazionali dalle sedi consuete, per cercare un incontro con la città.
La dimensione delle pratiche spaziali materiali/esperienza appare quindi meno valorizzata di quella degli spazi di rappresentazione/immaginazione; ma anche quella della rappresentazione dello spazio/percezione forse andrebbe maggiormente considerata. 
Nello schema di Harvey, i discorsi spaziali sono classificati come strumenti di appropriazione ed uso dello spazio; le interviste svolte per questa ricerca rivelano un’attenzione per le implicazioni spaziali degli eventi culturali che è limitato alle modalità e alle sedi del loro svolgimento, ma non riguarda, nella maggior parte nei casi, il più complessivo “disegno” della città, la sua pianificazione urbanistica ed il legame tra quest’ultima ed i cambiamenti sociali, demografici ed etnici. Nell’intervista a SM, ad esempio, è evidenziato a più riprese tale assenza di collegamento tra la dimensione culturale e quella della pianificazione per la città di Modena, oltre ad una più complessiva carenza di disegno progettuale riconoscibile, che il nostro interlocutore rileva soprattutto nella fase più recente dello sviluppo urbano.
Anche tale carenza di collegamento con la progettazione urbanistica sembra rivelare una visione degli eventi culturali abbastanza chiusa in se stessa e puntuale.
Allo stesso modo, le categorie di “comunità” e “cultura regionale”, che il geografo inglese annovera tra gli strumenti di dominio e controllo dello spazio, possono suggerire qualche riflessione critica. “Comunità” e “cultura regionale” richiamano in qualche modo i concetti di “conoscenze condivise” e “capitale sociale” – su cui si tornerà in seguito – e quindi la dimensione del dialogo e del confronto, che ha storicamente caratterizzato i contesti territoriali in cui si svolgono gli eventi culturali esaminati; ma i festival, pur cercando nuove forme di incontro negli spazi pubblici, non promuovono una riflessione sulle difficoltà della sfera pubblica nelle città che li ospitano, né si inseriscono in un percorso di riflessione delle autorità politiche su tali criticità. Si ha l’impressione quindi, come già sottolineato, che l’esistenza di una società vogliosa di confronto e dialogo su temi culturali, e non attraversata da conflitti radicali, sia in qualche modo postulata, senza riservare particolare attenzione al rapporto tra questi presupposti e le pratiche socio-spaziali effettivamente riscontrabili.
Si può quindi sostenere che gli eventi culturali qui sommariamente analizzati diano vita dal punto di vista socio-spaziale a degli effervescenti spazi di rappresentazione, che hanno una difficile traduzione in una rappresentazione dello spazio conseguente, ed un rapporto ancora più complesso con le pratiche spaziali materiali. La visione dello spazio pubblico, del dialogo e della coesione sociale ad essi sottesa appare schiacciata essenzialmente sulla dimensione fisica della compresenza, sulla spettacolarizzazione del dialogo, sulla messa in scena della coesione sociale, sul richiamo alle forme di solidarietà storicamente attribuite alle città emiliane e del centro Italia; qualche dubbio si può esprimere sulla capacità/volontà di intercettare i conflitti che attraversano le città contemporanee.
Un discorso di messa in discussione, di analisi critica, è del resto ipotizzabile anche rispetto alla pertinenza del rapporto tra spazio pubblico e cultura civica. Il geografo Ash Amin, ad esempio, riferendosi in generale agli spazi pubblici, e non nello specifico alla funzione dei festival, sostiene che “la socialità in uno spazio pubblico urbano non è una condizione sufficiente per la cittadinanza civica e politica” (Amin A., 2008: 4) e che “legare lo spazio pubblico alle idee civiche richiede un buon livello di speranze senza certezze da parte dell’attore pubblico” (ibidem: 19). Lo studioso precisa di ritenere comunque gli spazi pubblici “una sede importante del divenire civile”, ma ribadisce che ritiene improprio attribuirgli funzioni di “formazione politica e riconoscimento umano”. Secondo il geografo inglese “i successi dello spazio pubblico presuppongono altre dinamiche di inclusione”, soprattutto la disponibilità dei mezzi per partecipare come soggetti a pieno titolo alla vita urbana. “Le persone devono entrare nello spazio pubblico nella pienezza dei diritti, sicuri dell’accesso ai mezzi per vivere, comunicare, progredire”. Senza queste garanzie, che possono venire solo da un forte impegno finanziario pubblico e sono “ora messe così severamente alla prova dalla società di mercato e dalle forme di corporativismo ad esso correlate”, gli interventi sullo spazio urbano non possono che essere di marginale importanza. In contesti in cui la convivenza negli spazi pubblici “è ridotta ad un gioco di appropriazione dei beni comuni, basato su patologie di invidia, sospetto, risentimento, lo spazio pubblico diventa un sinonimo di privatismo collettivo ed antagonismo sociale piuttosto che confronto sociale e costruzione civica” (ibidem: 23).
Ash Amin sembra suggerirci che gli spazi pubblici delle città contemporanee non possono rimuovere e sanare gli effetti polemogeni, di esasperazione dei conflitti e delle ingiustizie sociali, che sono intrinseci alle società di mercato, basate sulla competizione esasperata, il privatismo, la sottovalutazione dei legami sociali. La rappresentazione di una scena urbana consensuale, messa in atto anche attraverso i Festival, sembra avere, al contrario, l’obiettivo di rimuovere proprio la dimensione dei conflitti e dei rapporti di forza, che il sociologo Bourdieu riteneva centrale anche nei rapporti di senso, nella stessa dimensione culturale (Boschetti, 2003: 30).
Il compito della cultura, e delle politiche che intendono promuovere, sembra piuttosto quello di riflettere sui conflitti in corso, piuttosto che quello di rimuoverli; alcuni aspetti del dibattito su cultura e capitale sociale possono aiutare ad inquadrare i rischi che derivano da visioni artificialmente pacificate della cultura e dei rapporti sociali.
Il capitale sociale è stato definito, riprendendo le teorie di James Coleman “un insieme di risorse per l’azione che non sono in possesso degli individui in quanto tali, ma risultano inerenti alla struttura delle relazioni che unisce degli individui in un contesto sociale e/o territoriale specifico” (Pinson, 2009: 140). Nella visione di Coleman è l’azione, l’interazione tra attori a produrre e riprodurre capitale sociale attraverso la definizione di norme comuni, fiducia, reti di comunicazione (ibidem). Il sociologo americano delinea un paradigma dell’azione, mentre nella prospettiva di Hilary Putnam il capitale sociale tende ad essere considerato una sorta di eredità inerte, un asset, un patrimonio storico consolidato, secondo un’interpretazione caratterizzata da tratti significativi di prescrittività e determinismo, nella quale, in definitiva, “gli attori tendono ad uscire di scena” (Bagnasco, 1999: 80). In ambedue le prospettive analitiche citate, e soprattutto in quella di Coleman, viene sottolineata la capacità di autoorganizzazione della società civile, e viene altresì evidenziato che un eccessivo intervento della politica in tali processi autorganizzativi “distrugga” capitale sociale, ostacoli i processi autorganizzativi. Le ricerche tendono tuttavia spesso:
-a trascurare la funzione che la politica può avere anche nel riprodurre capitale sociale (“Siamo sicuri che i sistemi di welfare non abbiano contribuito a conservare o creare in Europa capitale sociale?” (Bagnasco, ibidem: 81)).
-ad associare al capitale sociale l’idea di una cultura armonica condivisa, non attraversata, o poco interessata, da conflitti.
Sia rispetto alla cultura, che al capitale sociale, che alle loro interrelazioni va messo in evidenza il carattere dinamico e processuale che li caratterizza, cercando di evitare di “fermare il tempo”: infatti “i network di relazioni sono qualcosa di più mobile e complicato di una comunità: la società spontanea a piccola scala di oggi nella società razionalizzata e a grande scala di oggi non è comunque la comunità” (ibidem: 82). Una sorta di mitologia dello spontaneismo della società civile porta a trascurare il ruolo della politica, da un lato nella sua funzione di direzione, di “sostegno delle interazioni”, ovvero “dell’attività che consiste nel favorire l’emergenza del contesto istituzionale – valori, norme, regole del gioco, identità – dentro cui le interazioni di progetto possono realizzarsi, portare a interventi tra loro coerenti, ma anche creare le condizioni della propria riproduzione” (Pinson, 2009: 141), dall’altro, e di nuovo, tende a rimuovere la dimensione del conflitto, e di conseguenza del politico, trascurando il ruolo che l’elaborazione politica dei conflitti ha anche nelle dinamiche della società civile. Occorre pertanto evitare il rischio di una visione ossificata, arcadica e immutabile della cultura e del capitale sociale, che asseconda anche la tendenza a rimuovere la dimensione dei conflitti, propria delle visioni economicistiche prevalenti negli ultimi decenni. Pertanto, se è senz’altro condivisibile che “attraverso il revival delle culture, pur rimescolate, passa oggi una esigenza di vita comune che può essere fonte di un’azione politica in grado di ridare senso alla dispersione dell’umanità” (Galli, 2008: 49), occorre altresì sottolineare che è essenziale “che le culture non vengano assunte e proposte come dati immediati”, appunto fissi, immutabili, in sé conchiusi.
La mitologia di una società coesa e dialogante per una sorta di eredità storica, che viene aggiornata e rinvigorita attraverso le politiche culturali, tipica di alcuni aspetti della teorizzazione sul capitale sociale, rischia di assecondare una visione chiusa e neocomunitaria, particolarmente pericolosa nelle attuali società multietniche e multiculturali; non bisogna infatti dimenticare che “la presenza di una pluralità di culture può bloccare le nostre società con nuove separazioni, con nuovi muri, oppure con conflitti esistenzialmente intensi di cultura e di civiltà (Galli, 2008: 53). Il rischio di una società fondata su blocchi e chiusure non è così remoto, se si considerano la già richiamata, crescente erosione della sfera pubblica (Sebastiani, 2007), che ha una delle sue manifestazioni più preoccupanti nelle fasce giovanili, caratterizzate spesso, secondo recenti ricerche, da “un’indifferenza crescente verso il destino della convivenza sociale, tale da minacciare in prospettiva il processo di continua tessitura del filo intersoggettivo che, proprio a partire dalla dimensione locale, può legare l’individuo alla società” (De Luigi, 2007: 139).
La competizione economica, e l’elevazione del successo economico a valore supremo del vivere associato, determinano effetti di disgregazione sul tessuto sociale (Mingione, 1997); la relazione, la propensione al confronto, allo scambio, alla solidarietà, non è un patrimonio dato di un certo contesto locale, che viene trasmesso in maniera più o meno automatica da una generazione all’altra, come potrebbero far credere alcuni aspetti delle teorizzazioni sul capitale sociale, sulle politiche culturali e sullo sviluppo locale. Non bisogna infatti dimenticare che le strutture e le relazioni sociali primarie, come ad esempio la famiglia e le reti di interazioni locali “non possono essere semplicemente strumentalizzate” ai fini della crescita economica, se non altro perché “l’uso strumentale tende ad impoverire il patrimonio” (Bagnasco, 1998: 118); per evitare questa depauperamento delle strutture sociali primarie, che rappresenta anche una perdita di capitale sociale, “deve intervenire un robusto processo di crescita culturale e di costruzione istituzionale in grado di garantire integrazione sociale nella nuova società” (ibidem). Il capitale sociale può quindi anche essere disperso, se non si realizzano le condizioni istituzionali e culturali per favorirne la riproduzione.
Del resto, proprio nell’ambito di recenti studi di geografia sull’evoluzione del dibattito sullo sviluppo locale, si è proposto di riferire lo stesso aggettivo “culturale” all’agire “proprio di gruppi umani che, sviluppando specifiche relazioni sociali al loro interno e con gli altri, interagiscono in forma coevolutiva con uno specifico milieu materiale e simbolico e in tal modo elaborano, accumulano e riproducono conoscenze, capacità, credenze, costumi, espressioni artistiche, istituzioni, regole morali e giuridiche, ecc.”. In tale visione, “culturale” non è solo il prodotto, ma “anche e soprattutto il processo che dà origine a espressioni culturali diversificate e che, proseguendo nel tempo, riproduce la varietà culturale complessiva, intesa come patrimonio generale dell’umanità” (Dematteis 2008: 248). Il processo che porta a sviluppare relazione ed a sedimentare condivisione non ha quindi alcunché di scontato e predefinito, nemmeno in contesti territoriali molto avanzati. Rimuovere gli elementi di criticità, i conflitti, rischia di trasformare la riflessione sul capitale sociale “in una disarmante sociologia dei buoni sentimenti o in una ideologia incontrollata dello sviluppo dal basso” (Bagnasco 1998: 119).
Tali visioni irenistiche e pacificate, che abbiamo ipotizzato essere predominanti anche nella costruzione e nella gestione degli eventi culturali, non prendono in considerazione alcuni fattori critici, che ostacolano quella stessa intensificazione dei rapporti sociali, che invece vorrebbero favorire; viene rimossa, in particolar modo, l’estremizzazione dell’individualismo di stampo economicista tipico degli ultimi decenni, che può minare le stesse basi della convivenza sociale, ad esempio favorendo l’affermazione del fenomeno che la letteratura sociologica ha definito “privatismo”.
Il privatismo è un’estremizzazione dell’individualismo, caratterizzata da una “svalutazione della dimensione pubblica, collettiva, della vita sociale”, che finisce per accompagnarsi, paradossalmente “a processi sociali e culturali che non valorizzano l’individualità, ma al contrario la squalificano, confinandola nell’indifferenza verso il legame sociale, consegnandola non soltanto al suo «particulare» ma più al fondo alla immediatezza, alla perdita di mediazioni nei rapporti sociali. Il privatismo sottrae agli attori sociali risorse d’intelligenza sociale e comunicazione, spazi di apprendimento e di esercizio della responsabilità. Una disattivazione che tende a rafforzarsi, poiché tutte queste risorse nascono e crescono con l’uso” (De Leonardis, 1997: 177). L’esclusiva attenzione per gli interessi individuali, una parossistica concentrazione sull’utile immediato e la svalutazione di tutto ciò che non può essere ricondotto all’autoaffermazione in termini economici “comporta la sottrazione all’attore sociale della sua capacità o possibilità di dispiegarsi e riconoscersi nella comunicazione sociale, in azioni e interazioni collettive, relative alla società; esso lo priva dello spazio pubblico di azione, e perciò della sua «consistenza» pubblica; in definitiva lo priva delle condizioni intersoggettive della riflessività” (ibidem: 178). La diffusione di tali atteggiamenti rappresenta un grave ostacolo per l’affermazione e la sedimentazione di virtù civiche e capitale sociale; il privatismo infatti “designa una carenza o assenza di quel «capitale sociale» costituito di norme di reciprocità e reti di fiducia su cui crescono le virtù civiche dell’interesse e della partecipazione alla vita pubblica” (ibidem: 179). L’affermazione di nuovi tribalismi, nuovi muri e nuove intolleranze, segnalate da Galli nel passo citato in precedenza, sono ricollegabili, nell’analisi di Ota De Leonardis, a tali fenomeni di ripiegamento sui propri interessi privati: “L’individuo privato (e la sua trasfigurazione in valore, come individuo astratto) lascia il posto all’individuo privatizzato, e perciò anche deprivato. In questa chiave potrebbe essere interpretata anche la presenza diffusa, rilevata da molti osservatori, di rapporti sociali fondati sulla sfiducia e la paura dell’altro, sull’isolamento difensivo per esempio nel proprio ‘gruppo d’identità’” (ibidem).
L’ipotesi che i Festival, attraverso la loro funzione di diffusione culturale fungano da “catalizzatori” di civicità, di “addensatori” di quello “spessore istituzionale”, di quella ricca rete di sedi di relazioni formalizzate e informali che è importante anche ai fini del successo economico di un contesto territoriale, va quindi sottoposta a qualche vaglio critico; porre l’attenzione in prima battuta sulle implicazioni economiche, sulle potenzialità di marketing urbano rischia infatti di far passare in secondo proprio le potenzialità degli eventi culturali rispetto alla promozione della discussione pubblica e alla sedimentazione di spirito civico.
I rischi che si affermino rispetto ai festival modalità organizzative che poco spazio lasciano a momenti di discussione e confronto pubblico e che questi eventi diventino scatole un po’ chiuse, con un’offerta del tipo “prendere o lasciare”, consentendo solo l’opzione exit o loyalty, per riprendere i termini di Hirschmann, vanno tenuti in considerazione, soprattutto perché sono proprio l’apertura, la trasparenza, l’accessibilità dei processi gestionali e la possibilità di esprimere opinioni a poter contrastare la tendenza a svalutare l’importanza dei legami sociali. I Festival possono, anche e soprattutto aprendo al confronto la “scatola nera” dei processi organizzativi e delle scelte culturali contrastare la tendenza a negare la nodalità delle relazioni e del confronto, che è tipica del privatismo, e rappresenta un fattore severamente critico per l’affermazione di quelle virtù civiche e di quel capitale sociale, che sono tra gli obiettivi dichiarati della stessa esistenza dei festival.
La dimensione delle relazioni, del confronto, delle reti che innervano e delle istituzioni che possono rafforzare il funzionamento di queste reti, appare quindi essenziale; così come appare essenziale la costanza e la quotidianità dell’impegno degli attori istituzionali e non per la diffusione dell’attenzione e dell’amore per la cultura, che è il primo alimento della curiosità e dell’attenzione per l’altro, del desiderio di confrontarsi con l’altrimenti, l’altrove, il diverso e la differenza.
Un recente saggio ci ricorda che “quello che conta nel processo di acculturazione non è la fine del processo, che non arriva mai, ma il processo stesso, non sono le nozioni – per lo più inutili – che si apprendono, ma la visione del mondo che si acquista a mano a mano che si apprende: non è insomma la conclusione, il prodotto finito, ma ciò che avviene durante l’esperienza” (Giunta, 2008: 132). Gli eventi possono servire a stimolare curiosità, a spingere verso gli approfondimenti necessari per tentare di formarsi una visione del mondo: ma occorre tenere presente che tali stimoli cadono nel vuoto se, finite le festose messe in scena delle kermesses culturali “passata questa domenica della vita, tutti gli altri giorni trascorrono lontani da qualsiasi forma di vera partecipazione culturale (ibidem: 133). Appare quindi fondamentale prestare la massima attenzione all’attività quotidiana delle istituzioni culturali, che possono contribuire a stimolare quotidianamente questa sistematica attenzione per la dimensione culturale, mentre gli eventi sono “l’opposto della disposizione silenziosa riflessiva appartata che l’autentica cultura richiede” (Giunta 2008: 13)

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  • Autore: Alfredo Cavaliere