Discutere
Il ruolo degli eventi

A volte è difficile comprendere perché, in un periodo di tagli in tutti i settori dell'offerta culturale delle città, si moltiplichino, invece, le manifestazioni e gli eventi. Ne abbiamo parlato con Paolo Dalla Sega.

Partiamo da un quadro generale: cos'è un evento? Qual'è la sua origine e il suo ruolo "storico" nella società occidentale? (ovviamente per sommi capi...)

Posso iniziare a dire che evento è la realizzazione di una grande idea con un grande pubblico di fronte, o viceversa la convocazione, l'aggregazione di un grande pubblico per e con una grande idea. E l'aggettivo grande, sia chiaro, non ha da intendersi in termini soltanto quantitativi. Poi, si sa, i prestiti dalla fisica e perfino dal diritto possono dare altri pesi a questa parola "evento", oggi così abusata e stressata nel linguaggio corrente. La coincidenza di spazio e tempo in un punto/istante preciso - il qui e ora - o l'evidenza del reato, diciamo così, la prova che qualcosa si fa o s'è fatto. E allor, come l'etimo ricorda, è un "e -  ventum", il risultato di un venire fuori, venire in luce, venire alla luce. Partendo dal contrario, cioè dalla fine, possiamo notare che molto spesso si racconta un "progetto artistico culturale", ancor da fare o anche fatto, e chi ci sta a sentire e non ci capisce - magari non l'ha vissuto come noi - ci chiede con alterna gentilezza: "sì ma che si vede?" Ecco l'evento è qui dentro, oppure non è.
La società occidentale, se comprendo la domanda, è stata la società delle piazze - agorà e fori - di due evoluzioni parallele che serve citare: la democrazia e la scena. La plàtea e poi la platèa. Si posta l'accenda da sdrucciolo a piano, più facile all'orecchio italiano, e si capisce che la piazza ha origini, vocazioni, missioni sceniche. Ma la piazza è dibattito, discussione, appunto democrazia. (Può apparir difficile parlarne, dopo Roma 15 ottobre, ma è così). E' mercato, e la toponomastica italiana ce lo ricorda incessantemente. E' scena foranea, rappresentazione reale e immaginaria dell'essere e del dover esser di una città. Perché era un luogo pubblico cioè di tutti: la piazza, e la strada, è "casa di tutti", non dimentichiamocelo. Questo luogo pubblico prendeva vita - s'accendeva, entrava in luce - quando accadevano feste, riti cioè azioni, partecipazioni collettive di forte espressività, questa è la parola. Nella società arcaica esistevano le feste, se vogliamo antenate degli eventi e dei festival, parola che le fa risuonare un po'. Nelle feste - apposta parlo di un "noi" - ci conoscevamo e riconoscevamo, ci comprendevamo, sentivamo dei vincoli che costruivano comunità, società.
La società moderna, sto semplificando un po', dopo la rivoluzione industriale e la secolarizzazione, ha perduto tutto questo (se ne accorse  benissimo Rousseau) ma credo rimanga un desiderio di socialità e partecipazione e una possibilità degli eventi come "nuove feste", quella di essere esperienze cognitive, di farci conoscere e provare d"di più" della realtà


Quali sono dunque le principali differenze che lei individua tra gli eventi "di ieri" e quelli "di oggi"?

Ho già risposto, un po'. Diciamo che nella società arcaica gli eventi, cioè le feste, erano davvero vincolanti, erano obbligatorie, erano "comandate" (che dice il III comandamento?). Esisteva un senso di coesione che ci portava naturalmente a partecipare, a rispettare un senso del tempo unitario e omogeneo. Si stava insieme e si rispettavano alternanze feria/festa. Parlando in termini contemporanei, non avevo il problema del "pubblico" (l'audience; solo in italiano la parola ha tutti questi significati). Avevo un problema di tempo atmosferico, al limite, se lavoravo all'aperto. Ma ero portato naturalmente al successo, dovevo avere successo perché a tutti mi rivolgevo e tutti dovevano partecipare, e tutti dovevo soddisfare, gratificare, emozionare. L'e-mozione sostiene l'e-vento, chiaro. In una società moderna e contemporanea le dimensioni prevalenti cambiano e sono la pluralità, la libertà, l'opzionalità. Posso scegliere se partecipare ad un evento oppure no, se sceglierne uno o un altro, se partecipare a tutto o ad una parte, e in che modo, con che intensità.
Allora mi preoccupo, diciamo così, mi curo, mi do da fare in attività organizzative e promozionali. Devo convincere qualcuno che non è più obbligato ad esserci. La gestione e l'organizzazione di un palinsesto d'attività - dentro il quale scegliere -, di contenuti dentro contenitori, di format d'evento, appunto, serve a questo.


Venendo all'oggi, che cosa può rendere virtuoso il rapporto tra un evento e la città o il territorio che lo promuove? Forse il fatto che una città divenga materia dell'evento e non soltanto una location?

E' un tema molto italiano, siamo stati noi del resto a inventarci le città e le piazze - cioè le scene degli eventi. Già nel Rinascimento, il resto d'Europa diceva di noi "troppe teste, feste e tempeste". Non credo di dover spiegare troppo:  le feste erano la variante pacifica e incruenta di una rivalità agonistica tra città e "campanili", dinastie, regnanti e principi. Se non abbiamo una, una sola festa nazionale (come il 14 luglio), è anche per questo, perché siamo giovanissimi - 150 anni per una nazione sono pochini. Ora, da circa vent'anni, siamo pieni di festival di parola o "culturali", che han preso il posto dei festival tradizionali (teatro musica danza cinema), o meglio si sono aggiunti a loro; e potrebbero sostituire o integrare agenzie e istituzioni educative tradizionali (scuola e tv, per dire), nel trasmettere e far partecipare a saperi e discipline anche antiche, in una modalità che riprende proprio il tema dell'agorà dialettica, delle parole in dialogo, della lectio: quindi la filosofia, la letterature, l'economia, il diritto, la scienza, la storia... Una città - una disciplina - un festival: un'idea e un'immagine nuova di una città. L'evento (il festival) che comunica: che mette in comune - al suo interno - sapere e culture tra cittadini; che mette in circolazione - al suo esterno - nuovi valori e messaggi da associare alla città. Credo che si possa chiamare valorizzazione territoriale, anche marketing urbano. E' interessante quando la progettazione di un evento - festival o altro, anche una mostra ad esempio, o un grande evento performativo - tiene conto della città in cui nasce. O quando nasce proprio dalla città, dai cittadini. Il festival di letteratura di Mantova nasce dai librai di Mantova. Il festival di filosofia di Modena nasce da un'istituzione culturale della città. Vuol dire nascere come cosa nuova, ma nascere dalla storia e da "dentro" la città. Vuol dire che si progetterà conoscendo le piazze e le persone, le vocazioni e le aspirazioni della città. Si dice spesso "genius loci"; una terra con radici profonde e con piante che escono dal suolo. Dico questo - radici e piante - perché il rischio, spesso, è il localismo o il passatismo: tanti eventi fatti una città e pensati soltanto dai suoi cittadini che celebrano o rappresentano un "c'era una volta", e questo passato viene mitizzato , rievocato e per forza di cose rimpianto - un po' come la via Gluck di Celentano. Le città sono vive, le città sono nel mondo, e i suoi cittadini lo girano e lo conoscono, e incontrano altri cittadini di altre città. Sennò, che comunicazione, che relazione è?
La città è per forza materia creativa, non solo degli eventi. Diciamo che le città parlano e ci parlano, riflettono e ci riflettono. Vanno ascoltate. Siamo ancora in piena prevalenza dell'iconico, Attali mi pare chiedeva quante cose ci perdiamo per la nostra incapacità di sentire e ascoltare. E' vero. Com'è altrettanto vero che la dinamica più creativa è quella dell'incontro, della relazione, sia nel pubblico che partecipa ad un evento, sia nella creazione dei suoi contenuti, un atto collettivo, per me, al quale è giusto partecipnino diversi talenti, linguaggi, colori, mondi. Proprio per arrivare ad un "surplus" di conoscenza attraverso un contemporaneo métissage che d'altra parte è l'unica rappresentazione sociale, l'unica "cultura" oggi possibile e sincera.


Come si spiega, secondo lei, il ricorso sempre più massiccio da parte di amministrazioni ed enti pubblici all'organizzazione di eventi, di tutti i tipi, impegnando magari per una manifestazione di pochi giorni buona parte delle risorse per le politiche culturali di un intero anno? Vede nei moltelici eventi in giro per l'Italia quei risvolti virtuosi di cui si parlava in precedenza?

Ahimé, la domanda è un po' fuori tempo. Il "pubblico" oggi, stavolta nel senso di ente pubblico, centrale o locale, non ha più risorse e quindi non le impegna, né per eventi o manifestazioni di pochi giorni né per altro. Longanesi, mi pare, diceva che siamo un paese di inaugurazioni e non di manutenzioni. In questo senso, anche un po' deteriore e sminuente, ci piace l'evento, la manifestazione, la cerimonia. Il sindaco colla fascia, per dire.
Detto questo, più seriamente: da un lato, considerando una stagione abbastanza lunga (dieci anni), tanti comuni piccoli e medi hanno investito ad esempio nei festival di cui parlavamo poco fa, che in effetti durano pochi giorni, più o meno un weekend, e si concentrano in un periodo, settembre, in cui sembra di assistere ad un contemporaneo grand tour tra (nuove) capitali - festival - discipline. Lo fanno perché sono idee giuste, intelligenti, anche remunerative o più virtuose dal punto di vista meramente economico (ogni spettatore di filosofia o letteratura a Modena o Mantova, ad esempio, "costa" all'ente pubblico meno di uno spettatore a Spoleto o Santarcangelo, ed è ovvio il motivo). Ed il rischio, si badi, è che si esageri in questa direzione "di parola" e che in un vero e proprio "genere", accanto casi eccellenti, proliferino come standard delle fotocopie... insomma che ci ripeta e la creatività degli organizzatori o curatori lasci il posto alla convenzione, seguire le modi e puntare sul sicuro. Con tutto il rispetto e l'ammirazione di un antico lettore, quante volte ritroviamo la presenza di Bauman, nome a caso, nei programmi di tutti i festival culturali degli ultimi dieci anni, qualunque sia il loro titolo - disciplina? Ma preferisco credere nei festival, nonostante il rischio di omologazione, sono nuove condivisioni di sapere e sono quelle effervescenze urbane, accensioni di piazze e luoghi pubblici in cui possiamo ritrovare un senso festivo, di piazza "casa di tutti", di sintesi "qui - ora - noi", insomma di "città".
D'altro canto, però, ci piace dire che la crisi è opportunità: siamo costretti a cambiare e a migliorare. Torna fuori il dibattito sull'effimero, dentro la domanda, il ragionamento sulle priorità degli investimenti pubblici. A me pare normale dire che gli eventi, le manifestazioni, o sono saldamente connessi all'essere città permanente, al prima e al dopo l'evento, o sono orpelli, cioè, in tempi di crisi, non rientrano nelle priorità. Prima dicevo che sono "accensioni": sì, ma accensioni su una città che prima e dopo esiste e consiste. Cioè sono progetti, percorsi, con un più lungo senso del tempo.

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  • Autore: Maria Cristina Fregni
note

Paolo Dalla Sega è autore di numerosi avvenimenti culturali e project consultant di eventi speciali interdisciplinari.
Nel 2008 è stato consulente del progetto Territori Innovativi per il Formez (Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento funzione pubblica).

Per l'Università Cattolica del Sacro Cuore ha curato la mostra "Padre Gemelli 1878 - 1959" (2009, con Paolo Biscottini).

Per l'editore Franco Angeli ha pubblicato "Gli eventi culturali. Ideazione, progettazione, marketing, comunicazione" (2005, con L. Argano, A. Bollo, C. Vivalda) e "Nuove organizzazioni culturali" (2009, con L. Argano).

Nell'anno accademico 2000 - 2001 ha ideato e diretto in Università Cattolica a Milano il primo Corso d'alta formazione per Autori e produttori di eventi sociali e cuturali, poi divenuto MEC, Master universitario in Ideazione e progettazione di eventi culturali, che continua a dirigere alla VIII edizione.

Sempre in Università Cattolica è docente di Idezione degli eventi culturali presso la laurea specialistica Teoria e tecniche della comunicazione e presso la laurea specialistica interfacoltà Gestione dei beni artistici e culturali.

Partecipa a numerosi convegni e seminari del settore, nel board progettuale di "Artlab. Management culturale e formazione", Fondazione Fitzcarraldo di Torino, a partire dalla prima edizione (2006).

 

La foto utilizzata in questo articolo è tratta da www.flickr.com, autore: Gertrud K

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