Discutere
Modena capitale europea

Esiste un equilibrio virtuoso tra le strutture permanenti e gli eventi culturali? Cosa accade quando questo equilibrio viene compromesso? E perché può venire compromesso? Ne abbiamo parlato con Salvatore Settis.

All’inizio degli anni ottanta lei ha lavorato a Modena: cosa stavate facendo allora e cosa le sembra di osservare adesso, nelle trasformazioni che hanno investito il rapporto tra gli eventi e gli istituti culturali?

Ricordo molto bene quel periodo: è stato quello in cui Modena mi è diventata molto familiare, perché ho trascorso qui diverse settimane di studio. La situazione era molto complessa. Si trattava di mettere mano ai musei civici, questo era il mandato del piccolo gruppo di lavoro al quale partecipavo. Alla fine sono stato io a presentare i risultati della nostra ricerca al Teatro San Carlo. Dovevamo trovare un equilibrio tra il momento fondativo dei musei civici, negli settanta dell’Ottocento, e le successive superfetazioni, gli interventi di modernizzazione, quelli giusti e quelli sbagliati. E si parlò già allora di eventi. Ricordo che proprio in quel cantiere organizzammo la mostra sulle centuriazioni, di cui ero il curatore. Fu fatta a Modena, poi da Modena venne esportata a Padova, a Mantova, a Roma e fuori dall’Italia. E poi ci fu la mostra su Lanfranco e Wiligelmo, Quando le cattedrali erano bianche, che era diretta da varie persone tra le quali c’ero anch’io.


E oggi?

Oggi la tendenza generale è quella di far prevaricare l’evento sulle strutture permanenti e credo che questo sia sbagliato. Gli eventi sono assolutamente necessari e rispondono a un bisogno di cultura che è molto maggiore di quello che normalmente si ritiene, ma ritengo che sia sbagliato concepirli separatamente dalla vita delle strutture. Gli eventi e le strutture devono avere un effetto vicendevolmente moltiplicativo, è questo il vero segreto. Le biblioteche e i musei hanno fatto di Modena una capitale europea: mi auguro che il tentativo sia quello di mantenere questo livello, ma non conosco il caso specifico.


Forse la prevaricazione di cui parla si potrebbe spiegare così: diversi fattori hanno imposto alla politica un ripiegamento sull’attualità (personalizzazione, crisi della rappresentanza, gli assessori nominati direttamente dal sindaco) mentre la cultura continuava naturalmente ad avere a che fare con la durata dei processi e i tempi della sedimentazione. Questo potrebbe aver causato la grande proliferazione degli eventi, che assicurano un effetto immediato. Ma in questo modo si corre anche il rischio di spostare implicitamente le responsabilità della durata e della prospettiva su soggetti più distanti dal controllo democratico, come gli uffici tecnici, le agenzie o i consigli d’indirizzo delle fondazioni bancarie.


E’ verissimo: ancora una volta non posso parlare di Modena, ma in generale si tratta di un fenomeno sempre più frequente e molto preoccupante. A mio giudizio c’è solo un modo per contrastarlo: diffondere una cultura della progettazione. Bisogna che un numero sempre maggiore di persone capisca che la progettazione culturale si fa in tempi lunghi e che i risultati si vedono in tempi ancora più lunghi. Non si può pretendere che tutto accada in tempo per le prossime elezioni. Gli assessori e i sindaci che hanno questa pretesa causano un grave abbassamento della qualità, mentre è necessaria una maturazione di segno opposto.


E secondo lei perché questo non accade?

Per due ragioni: la prima è che i politici non ci sentono e non capiscono; la seconda è che anche quando capiscono, dicono che a non capire sarà la gente. Ma questa seconda cosa è falsa. La gente può benissimo capire che una progettazione più lunga garantirà un risultato migliore per sé e per la città, ma bisogna dirglielo, perché non si può pretendere che qualsiasi cittadino ponga il problema in tutta la sua complessità.

La conclusione sembra analoga a quella che lei, in consonanza con le elaborazioni della Commissione Rodotà e di Ugo Mattei, ha formulato nel finale del suo libro sul paesaggio: la soluzione siamo ancora «noi, i cittadini».

Sì, è proprio così. Le attività culturali, gli eventi e le strutture permanenti sono pezzi di bene comune e il cittadino li deve intendere come tali. Ma per intenderli come tali deve in primo luogo essere chiamato a capire: non in senso assembleare, nelle piazze, ma con un’informazione molto larga. Bisogna rendere chiaro che per il bene di tutti è opportuno che le progettazioni avvengano in modo altissimamente professionale. Questo messaggio andrebbe mandato anche con una politica molto accorta delle assunzioni. Anche per la cura di una singola mostra, bisognerebbe sempre puntare al meglio. Se il meglio del meglio è in Australia bisogna andarselo a prendere là, senza ricorrere alle clientele, come si tende sempre più a fare in questo strano paese. Del resto ritengo che l’opzione per la qualità sia talmente semplice e che i risultati siano talmente evidenti da rendere questa mutua educazione tra i cittadini e chi li governa del tutto plausibile, oltre che necessaria.

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  • Autore: Pier Paolo Ascari - Redazione
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Salvatore Settis insegna Storia dell’arte e dell’archeologia classica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, che ha diretto dal 1999 al 2010. Dal 2006 al 2009 è stato Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. E’ membro dell’Accademia dei Lincei, di Berlino, di Monaco, del Belgio, dell’Institut de France, dell’American Academy of Arts and Sciences, dell’European Research Council e del Comitato di Esperti per la Politica della Ricerca presso il Ministero dell’Istruzione. Le sue numerose opere sono tradotte in dodici lingue.

La foto utilizzata in questo articolo è tratta da www.flickr.com, autore:  Daniel Go