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Nota sull'economia della cultura

Mentre alla Scala andavano in scena 125 spettacoli, nel 2009, la Staatsoper di Vienna ne realizzava 226 e l’Opéra di Parigi 184: alcune valutazioni critiche.

Esiste un’incisione cinquecentesca della parabola dei ciechi nella quale il primo della fila, colui che sta proverbialmente conducendo gli altri nel fosso, a differenza di quanto avviene nel ben più noto capolavoro di Brueghel, non finisce a gambe all’aria. Il pantano gli arriva alle ginocchia, ma lui è il tipo che casca eternamente in piedi. Ed è per questo, forse, che adesso scruta l’orizzonte con il sorriso di chi la sa lunga. Così, mentre lo scrutinio della realtà imporrebbe qualche prudenza ai beneficiari delle sue prospezioni, l’intera vicenda potrebbe far pensare agli attuali rapporti di lavoro tra la politica e l’economia.

In quel fosso, allora, il primato economico sarebbe finito quattro o cinque anni fa, ma nessuno gli avrebbe ancora ritirato il patentino che lo autorizza a stabilire da che parte dobbiamo andare. L’effetto comico, in questo caso, sarebbe garantito dall’insistenza con la quale non manca di spronare chiunque a non essere miope. Alla politica che ironizza sul trascurabile contenuto proteico della Divina commedia, non ci sono dubbi, potrebbe giustamente suggerire che la cultura genera ricchezza, occupazione e turismo. E non avrebbe tutti i torti a sospettare che per rifornirsi di buone idee sia necessario finanziare un buon sistema scolastico. Ma lo farebbe, con ogni evidenza, da una posizione particolarmente equivoca, perché molto prima di rivelarsi un grande affare o una merce scaduta, anche la cultura che un giorno o l’altro si depositerà in banca non esce dal cerchio magico della «creazione di valore per l’azionista», dove chiudere un teatro, svenderlo o garantirne la sopravvivenza significa pur sempre festeggiare la pasqua dell’economicismo.

Non che l’economia della cultura non abbia le sue ragioni, anzi. Di ragioni ne ha senz’altro da vendere, e non sempre in senso letterale, ma rischia talvolta di promuovere un’immagine delle biblioteche, dei musei o dei cinema ideali come luoghi dai quali presto o tardi bisognerà rientrare in ufficio con una grande trovata pubblicitaria. Le cose si complicano, allora, quando a beneficiare delle sue consulenze sono gli evidenti problemi di bilancio delle fondazioni liriche, che rappresentano un caso abbastanza estremo di cosa significhi pagare tutti e godersela in pochi. Da un convegno organizzato a Roma, per esempio, è emerso che per salvare il melodramma dall’estinzione bisognerebbe incrementare la produttività dei nostri teatri, che rimangono malinconicamente più chiusi degli altri. Mentre alla Scala andavano in scena 125 spettacoli, nel 2009, la Staatsoper di Vienna ne realizzava 226 e l’Opéra di Parigi 184. Le cause di una tale disfatta, dichiarano gli organizzatori del convegno, andrebbero individuate nella mancanza di una programmazione pluriennale dei finanziamenti pubblici, che impedirebbe ai direttori italiani di negoziare accordi, contratti e previsioni d’ingaggio con la stessa lungimiranza che abilita i loro colleghi europei.

Può darsi. Ciò nonostante rimane da chiedersi se l’unico modo per garantire ed estendere l’accesso alla musica lirica rimanga davvero quello di assegnarle un «ruolo strategico rilevante nelle politiche per lo sviluppo del Paese». Come ha più volte sostenuto George Steiner, infatti, dal momento in cui gli ufficiali dei campi di sterminio si sono seduti in poltrona ad ascoltare i quintetti di Schubert, la cultura non è più legittimata ad autoproclamarsi un valore in sé, ma questo non significa ancora che si possano candidare a farlo i fattori di conversione al made in Italy.

Il problema, oltretutto, andrebbe posto a un livello di riflessione sufficientemente elaborato da permetterci di intuire che se anche un giorno cominciassero a osservare più aperture di un autogrill, in seguito all’auspicabile dirozzamento del ceto politico, i teatri andrebbero comunque riempiti. E a quel punto, temo, ce ne sarebbe per tutti. Per gli amministratori che hanno concepito il lavoro degli istituti come una zavorra o come un servizio ai tavoli della loro iniziativa personale, forzando la resa della cultura all’intrattenimento, del cittadino al futuro elettore e delle responsabilità pubbliche all’ammiccamento. Per i consulenti, che a furia di accreditare la presunta funzione civile dei festival, dei grandi eventi o degli aperitivi letterari si sono ritrovati a operare in un settore che la crisi ha reso oggettivamente opzionale. E infine per l’azionista, che scoprirebbe di dover investire il proprio denaro in una serie di attività scarsamente garantite come l’educazione all’ascolto o la storia della musica.

Può anche darsi che l’economia della cultura sia disposta a considerare tutto questo come una grande opportunità di incubazione del valore, ma non sarebbe male che qualcuno cominciasse a chiamarlo più propriamente un problema di democrazia.

 

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  • Autore: Pierpaolo Ascari